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Dietro lo Scatto: I Segreti e i Retroscena delle Fotografie più Iconiche della Storia

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Esistono fotografie che non hanno bisogno di didascalia. Basta mostrarle e chiunque — indipendentemente dalla generazione, dalla cultura, dalla formazione — le riconosce, le colloca nel tempo, ne sente il peso. Il bacio in Times Square al termine della Seconda guerra mondiale. Gli operai che pranzano in cima a un grattacielo di New York sospesi nel vuoto. La ragazza afghana con gli occhi verdi sulla copertina di National Geographic. L’ombra incisa sull’asfalto di Hiroshima. Queste immagini hanno smesso di essere fotografie nel senso tecnico del termine per diventare qualcosa d’altro: archetipi visivi, condensatori di memoria collettiva, simboli che una civiltà usa per raccontare a se stessa la propria storia.

Ma cosa si nasconde dietro le foto che hanno cambiato la storia? Quasi sempre, una storia diversa da quella che l’immagine sembra raccontare. Un contesto più complicato, più ambiguo, più umano di quanto la perfezione formale dell’icona lasci supporre. Scelte tecniche che si rivelano essere anche scelte morali. Momenti precedenti o successivi allo scatto che avrebbero prodotto immagini completamente diverse. E soprattutto: un processo di selezione — da parte del fotografo, dell’editore, della storia — che ha elevato una fotografia tra molte possibili al rango di simbolo del suo tempo. Questo saggio guida il lettore dietro le quinte delle fotografie più famose del mondo, esplorando i retroscena, i segreti, le alternative scartate, i dibattiti ancora aperti. Perché capire come nasce un’icona fotografica significa capire qualcosa di fondamentale sul modo in cui le società costruiscono la propria memoria visiva.

Il Giorno in cui Finì la Guerra: Il Bacio in Times Square

Il 14 agosto 1945, il presidente Harry Truman annunciò la resa del Giappone. In pochi minuti, Times Square si riempì di folla esultante: marinai, infermiere, civili, bambini, tutti mescolati in un’esplosione di gioia collettiva che la città di New York non aveva mai visto. In quel caos di abbracci e lacrime e urla, il fotografo tedesco-americano Alfred Eisenstaedt (1898–1995), che lavorava per Life Magazine, scattò una delle fotografie più replicate del Novecento: un marinaio della Marina americana che bacia una donna vestita di bianco in mezzo alla folla di Times Square, in un gesto simultaneamente intimo e pubblico, personale e storico.

Il bacio in Times Square di Alfred Eisenstaedt fu pubblicato su Life Magazine il 27 agosto 1945, e divenne immediatamente l’immagine simbolo della fine della Seconda guerra mondiale: la pace come bacio, la liberazione come gesto d’amore, la gioia collettiva condensata in un abbraccio tra due sconosciuti. Per decenni, fu considerata semplicemente una delle più belle fotografie della storia. Poi cominciarono le domande.

Chi erano i due protagonisti? Eisenstaedt disse di non saperlo: aveva scattato velocemente, senza fermare il soggetto, senza chiedergli il nome. Nel corso degli anni, almeno undici uomini e tre donne si sono identificati come i protagonisti dell’immagine, con storie e testimonianze spesso contraddittorie. La candidata più accreditata per la figura femminile è Greta Friedman, un’assistente dentale di origini austriache che dichiarò esplicitamente di non aver partecipato volontariamente al bacio: il marinaio, che non conosceva, l’aveva afferrata e baciata senza chiedere il consenso, nell’euforia del momento. La dichiarazione di Friedman, raccolta da un archivio orale del Veterans History Project, modificò radicalmente la lettura dell’immagine: quella che sembrava la celebrazione romantica della pace era in realtà, almeno dal punto di vista della donna fotografata, qualcosa di meno consensuale e di più complicato. Ciò che l’icona mostrava come simbolo di gioia, il retroscena raccontava come ambiguità morale. La fotografia non cambiò, ma il mondo attorno ad essa sì.

Il bacio in Times Square (1945) di Alfred Eisenstaedt

Va aggiunto che Eisenstaedt non era il solo fotografo a documentare quella scena: Victor Jorgensen, fotografo della Marina americana, scattò quasi simultaneamente un’immagine molto simile da una prospettiva leggermente diversa. La fotografia di Jorgensen esiste, è tecnicamente valida, ma non è mai diventata l’icona che è diventata quella di Eisenstaedt. Perché? La risposta sta in piccole differenze di posizione, di luce, di proporzione tra le figure e lo sfondo. Nell’immagine di Eisenstaedt, la coppia è centrata, le figure emergono dalla folla con chiarezza, il contrasto tra l’uniforme scura del marinaio e il vestito bianco della donna è netto e elegante. Nell’immagine di Jorgensen, la prospettiva è più obliqua, la composizione meno equilibrata. Un millimetro di posizione del fotografo, una differenza di angolo: e si decide quale immagine entra nella storia.

Gli Uomini sul Grattacielo: La Fotografia che Definì un’Epoca

Il 20 settembre 1932, undici operai si sedettero su una trave di acciaio a 260 metri di altezza, sul grattacielo RCA Building in costruzione nel Rockefeller Center di New York, e pranzarono come se fossero seduti in un normale bar di strada. Qualcuno mangió un panino, qualcuno bevve caffè, qualcuno fumò una sigaretta, uno sembrava dormire. Sotto di loro, la città di New York si stendeva come una mappa. La fotografia scattata in quel momento — Pranzo in cima a un grattacielo di Charles C. Ebbets — è diventata una delle immagini più iconiche del Novecento americano.

Eppure quasi tutto ciò che si pensa di sapere su quella fotografia è sbagliato, o almeno incerto. L’attribuzione a Charles C. Ebbets, fotografo del New York Herald Tribune, è stata a lungo l’unica versione accreditata, ma nel corso degli anni ricercatori e storici hanno sollevato dubbi: alcune fonti attribuiscono lo scatto a William Leftwich o a Tom Kelley, altri fotografi presenti quel giorno. Il Corbis Archive, che detiene i diritti dell’immagine, la attribuisce ad Ebbets, ma la certezza assoluta sull’autore rimane sfuggente. Ancora più interessante è la questione del contesto: la fotografia fu scattata durante una sessione organizzata dall’ufficio comunicazione del Rockefeller Center come operazione pubblicitaria, per promuovere la costruzione del complesso. Gli operai non stavano pranzando spontaneamente su quella trave: erano stati invitati a farlo, o quanto meno incoraggiati, per una sessione fotografica che doveva comunicare al pubblico americano l’audacia, la modernità, il dinamismo del progetto edilizio più ambizioso degli anni Trenta.

Pranzo in cima a un grattacielo (1932) — Charles C. Ebbets
By Charles Clyde Ebbets – Washington Post, “One of the most iconic photos of American workers is not what it seems”, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=117685551

La rivelazione che si trattasse di una fotografia in parte costruita non ne diminuisce la potenza visiva, ma ne modifica radicalmente il senso storico. Quella che sembrava la documentazione spontanea del coraggio quotidiano degli operai americani era in parte una messa in scena pubblicitaria. Eppure in essa c’è qualcosa di autenticamente vero: quei corpi su quella trave, a quella altezza, erano reali. Il rischio era reale. La città sotto di loro era reale. E la capacità di quella fotografia di condensare l’energia di un’epoca — l’America del New Deal, la fiducia nel progresso, il culto del lavoro manuale come eroismo quotidiano — rimane intatta, indipendentemente da quanto fosse stata organizzata la sessione.

La Porta dell’Inferno: L’Entrata di Auschwitz

Alcune fotografie appartengono a una categoria diversa da tutte le altre: non documentano un momento di vita ordinaria, non celebrano la pace o il lavoro, non mostrano la bellezza del mondo. Documentano l’orrore assoluto, e la loro funzione storica è quella di impedire che l’orrore venga dimenticato o negato. L’entrata di Auschwitz fotografata nel 1945 appartiene a questa categoria: una fotografia anonima — o attribuita a fotografi militari sovietici che documentarono la liberazione del campo — che mostra il cancello con la scritta infame “Arbeit Macht Frei” nel freddo gelido di gennaio, circondato dalla neve, con i reticolati di filo spinato che si perdono nella nebbia.

La storia vera dietro le fotografie più iconiche del Novecento include necessariamente questo capitolo, il più difficile. Le fotografie scattate alla liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945 dalle truppe del 60° Esercito sovietico documentano la realtà di ciò che l’esercito trovò: circa 7.000 prigionieri sopravvissuti, i magazzini con le montagne di capelli umani, di scarpe, di valigie, le strutture dei crematori parzialmente distrutte dai nazisti nel tentativo di nascondere le prove. I fotografi militari sovietici lavoravano in condizioni di freddo intenso, con attrezzature standardizzate, seguendo procedure documentarie più che artistiche. Eppure alcune di quelle fotografie — l’entrata del campo, i bambini sopravvissuti con le loro uniformi a righe, i prigionieri che guardano attraverso il filo spinato — sono diventate simboli universali della Shoah, le immagini che più di qualsiasi testo scritto hanno fissato nella memoria collettiva l’enormità di ciò che era accaduto.

L’entrata ad Auschwitz (1945) anonimo
Di Sconosciuto – Commons:Licenze per maggiori informazioni., Pubblico dominio, Collegamento

Il segreto dietro queste fotografie non è tecnico né compositivo: è morale. Sono immagini che pongono al fotografo — e allo spettatore — domande che non hanno risposta semplice: quanto è giusto fotografare l’orrore? Quando la documentazione visiva della sofferenza serve la memoria e quando la viola? Il dibattito su questi temi, aperto da Susan Sontag nel suo On Photography (1977) e ripreso nel Regarding the Pain of Others (2003), è ancora irrisolto, e probabilmente non si risolverà mai completamente. Le fotografie di Auschwitz esistono, e la loro esistenza ha avuto conseguenze storiche concrete: hanno contribuito ai processi di Norimberga, hanno combattuto il negazionismo, hanno reso visibile ciò che i nazisti volevano rendere invisibile.

L’Ombra che Rimase: Hiroshima e la Fotografia dell’Assenza

Se le fotografie di Auschwitz documentano l’orrore attraverso la presenza — i corpi, i volti, gli oggetti — l’ombra di Hiroshima del 1945 lo documenta attraverso l’assenza. Sull’asfalto o sui gradini di pietra di alcuni edifici di Hiroshima, l’esplosione della bomba atomica il 6 agosto 1945 lasciò impronte inquietanti: le sagome di persone che si trovavano in quel punto al momento dell’esplosione, i cui corpi avevano parzialmente schermato la superficie sottostante dalle radiazioni termiche, producendo ombre permanenti là dove il corpo aveva bloccato l’irraggiamento che aveva carbonizzato tutto il resto.

Queste impronte — fotografate nei giorni e nelle settimane successivi all’esplosione da fotografi militari americani e giapponesi — sono tra le immagini più perturbanti prodotte dalla fotografia del Novecento. Non mostrano violenza diretta, non mostrano corpi, non mostrano sangue: mostrano la forma di un essere umano che non c’è più, l’indice visivo di una presenza annientata in una frazione di secondo. La potenza di queste fotografie risiede precisamente in questa struttura semiotica rovesciata: l’immagine non è il soggetto bensì il negativo del soggetto, non la persona bensì il vuoto che la persona ha lasciato.

L’ombra di Hiroshima (1945) - anonimo
Di Sconosciuto – https://www.icp.org/browse/archive/objects/flash-burns-on-steps-of-sumitomo-bank-company-hiroshima-branch, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57129308

Il contesto di produzione di queste fotografie è complesso: le autorità militari americane imposero per anni restrizioni severe alla diffusione delle immagini di Hiroshima e Nagasaki, preoccupate dell’impatto emotivo e politico sulla popolazione americana e mondiale. Molte fotografie scattate dai fotografi giornalistici giapponesi nei giorni immediatamente successivi all’esplosione furono sequestrate e non tornarono in Giappone fino agli anni Settanta. La storia di cosa si nasconde dietro le foto che hanno cambiato la storia è anche la storia di chi ha deciso quali fotografie potevano circolare e quali no, di come la censura e la selezione editoriale abbiano modellato la memoria visiva collettiva della guerra.

Il Fuoco del Reichstag: Una Fotografia e un Pretesto

Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1933, il Parlamento tedesco — il Reichstag — andò a fuoco. In poche ore, Adolf Hitler ottenne dal presidente Hindenburg i pieni poteri, sospese le libertà civili garantite dalla Costituzione di Weimar, avviò l’arresto di migliaia di oppositori politici. L’incendio del Reichstag fotografato nel 1933 non fu soltanto un episodio di cronaca: fu il punto di svolta che trasformò la Repubblica di Weimar in dittatura nazista. Le fotografie dell’edificio in fiamme — scattate da fotografi di agenzia accorsi sul posto — documentano visivamente l’istante in cui la democrazia tedesca finì.

L’incendio del Reichstag (1933) anonimo
Di Sconosciuto – Commons:Licenze per maggiori informazioni., Pubblico dominio, Collegamento

Il retroscena di queste immagini è, come quasi tutto ciò che riguarda quel momento storico, ancora oggetto di dibattito storiografico. La responsabilità dell’incendio fu attribuita immediatamente dai nazisti al giovane comunista olandese Marinus van der Lubbe, che fu arrestato sul posto e giustiziato nel gennaio 1934. Ma storici e ricercatori hanno prodotto nel corso dei decenni evidenze sempre più convincenti che i nazisti stessi avessero organizzato o facilitato l’incendio come provocazione, come pretesto per giustificare la sospensione dello stato di diritto. Le fotografie del Reichstag in fiamme circolarono immediatamente sulla stampa mondiale, producendo quello choc visivo che Hitler e Goebbels avevano calcolato: l’immagine di un parlamento bruciante comunicava instabilità, caos, la necessità urgente di un potere forte che ristabilisse l’ordine. La fotografia come strumento di propaganda politica, usata non per documentare la realtà ma per costruire una narrativa che giustificasse l’ingiustificabile.

Il Bacio di Doisneau e il Millimetro che Fa la Differenza

Robert Doisneau (1912–1994) è stato uno dei fotografi più amati della tradizione umanista francese del Novecento, e Le Baiser de l’Hôtel de Ville (1950) — il bacio davanti al Municipio di Parigi — è la sua fotografia più famosa, una delle cartoline visive della Parigi del dopoguerra più replicate in assoluto. Un giovane uomo e una giovane donna che si baciano nel mezzo del marciapiede di fronte all’Hôtel de Ville, indifferenti alla folla che li circonda, in un gesto di spontaneità romantica che sembra la quintessenza dello spirito parigino.

La verità dietro quell’immagine è analizzata in dettaglio nel saggio sul taglio originale del bacio di Doisneau: e quella verità inizia col fatto che i due protagonisti — Françoise Bornet e Jacques Carteaud — non erano affatto sconosciuti sorpresi in un momento spontaneo, bensì una coppia di giovani attori che Doisneau aveva ingaggiato e diretto, chiedendo loro di baciarsi in vari punti della Parigi del dopoguerra. Era una fotografia costruita, non rubata. Questo non era un segreto per gli addetti ai lavori — Doisneau lavorava per la rivista Life, che commissionò il servizio — ma il pubblico che per decenni aveva appeso quella fotografia nelle proprie case credeva di guardare un momento di vita colta al volo.

La dimensione tecnica di questa storia è altrettanto affascinante. Doisneau scattò molte fotografie in quella sessione, in diversi luoghi di Parigi, con variazioni di inquadratura, di distanza, di taglio. Il fatto che proprio quella versione — quella proporzione precisa tra la coppia e il marciapiede, quella quantità di spazio attorno alle figure, quella profondità di campo che sfoca la folla sullo sfondo senza renderla irriconoscibile — sia diventata l’icona che conosciamo non è casuale. È il risultato di una selezione editoriale precisa, e di scelte fotografiche precise: la distanza dal soggetto, la lunghezza focale usata, il punto esatto da cui Doisneau scattò determinano una composizione in cui le figure emergono dalla folla con naturalezza, in cui lo sfondo racconta Parigi senza sopraffarre i protagonisti, in cui il taglio superiore lascia abbastanza cielo e palazzo da contestualizzare la scena. Un centimetro in più o in meno su ciascun lato, e l’immagine perde il suo equilibrio.

Il Processo Creativo: Cosa Scarta Ansel Adams

La leggenda vuole che i grandi fotografi abbiano un istinto infallibile, che vedano l’immagine prima di scattare e la ottengano al primo tentativo. La realtà è quasi sempre diversa, e l’analisi del processo creativo di Ansel Adams attraverso le sue fotografie scartate rivela quanto anche il più metodico e consapevole tra i fotografi producesse molte più immagini di quelle che avrebbe mai mostrato al pubblico.

Adams lavorava con una lentezza e una deliberazione che erano il contrario dell’istinto: il sistema zonale che aveva sviluppato richiedeva calcoli precisi prima di ogni scatto, misure di luce accurate, decisioni consapevoli su ogni parametro. Eppure, anche con tutta questa metodologia, Adams scattava variazioni, cambiava leggermente l’inquadratura, attendeva diverse condizioni di luce, produceva negativi alternativi della stessa scena. Il processo di selezione che seguiva — nella camera oscura, nel confronto tra stampe diverse della stessa scena — era parte integrante della sua pratica creativa quanto lo scatto stesso. Il “segreto” delle fotografie di Adams non stava soltanto nelle immagini scelte ma anche in quelle scartate: nel fatto che l’immagine definitiva emergesse da un processo di eliminazione rigorosa, di confronto tra alternative, di perfezionamento progressivo.

Questo processo è documentato negli archivi del Center for Creative Photography dell’Università dell’Arizona di Tucson, che conserva l’archivio completo di Adams: migliaia di negativi, di prove di stampa, di varianti delle stesse scene. Studiare quell’archivio significa capire che l’icona fotografica non è mai il risultato di un’illuminazione istantanea e infallibile, bensì di un processo lungo e spesso faticoso di selezione e perfezionamento.

Afghan Girl: I Provini che Non Hai Mai Visto

Nel giugno 1985, la copertina di National Geographic pubblicò una fotografia che divenne immediatamente una delle immagini più riconoscibili della storia della rivista e della fotografia di ritratto del Novecento: una ragazza afghana di circa dodici anni, rifugiata nel campo profughi di Nasir Bagh in Pakistan, con occhi verde-azzurro di un’intensità quasi soprannaturale, che guarda direttamente in camera con un’espressione che mescolava paura, dignità e sfida. Il fotografo era Steve McCurry (1950), già allora corrispondente di punta di National Geographic; la ragazza non aveva nome, almeno non uno che il mondo conoscesse allora.

Il provino a contatto di Afghan Girl di Steve McCurry racconta una storia che la copertina non può raccontare: McCurry scattò molte fotografie durante quella breve sessione, nella tenda-scuola del campo profughi. La ragazza — che si scoprirà vent’anni dopo chiamarsi Sharbat Gula, identificata nel 2002 attraverso il riconoscimento dell’iride — era diffidente, quasi ostile: McCurry usò un interprete per avvicinarla, e il numero di scatti che riuscì a ottenere fu limitato. I provini a contatto mostrano variazioni minime di espressione e di inquadratura: in alcuni scatti, gli occhi della ragazza sono leggermente abbassati o di lato; in altri, l’espressione è più chiusa e meno intensa. L’immagine pubblicata cattura il momento preciso in cui lo sguardo della ragazza incontra direttamente l’obiettivo con la massima intensità: un momento di frazioni di secondo in una sessione di pochi minuti. Tutto ciò che c’è di straordinario in quella fotografia — il contatto visivo, la forza dello sguardo, la tensione emotiva — è il risultato di una coincidenza precisa tra la disponibilità del soggetto e la prontezza del fotografo.

L’afghana dagli occhi verdi (1984) di Steve McCurry
Steve McCurry, Peshawar, Pakistan, 1984 (particolare) © Steve McCurry

La storia successiva di quella fotografia è parte integrante del suo significato iconico. Il mistero della sua identità — per diciassette anni il mondo sapeva il volto ma non il nome — ha alimentato la mitologia dell’immagine. Quando nel 2002 National Geographic organizzò una spedizione in Afghanistan per ritrovare la donna nella fotografia, e Sharbat Gula fu identificata e fotografata di nuovo, l’operazione sollevò questioni etiche importanti: era giusto cercarla? Aveva lei beneficiato in qualche modo dalla fama mondiale della sua immagine? La risposta era chiaramente no: Sharbat Gula non aveva ricevuto alcun compenso, non era stata consultata sulla pubblicazione, non era stata informata della portata della fama della sua immagine. La fotografia era diventata un simbolo della tragedia dei rifugiati afghani; la persona fotografata aveva continuato a vivere come rifugiata.

Il Mistero come Struttura: Cosa Rende Iconica una Fotografia

Il mistero delle foto più iconiche della storia non è soltanto narrativo — non riguarda soltanto i retroscena, le identità nascoste, le circostanze ambigue — ma strutturale: riguarda il modo in cui certe immagini costruiscono al loro interno una tensione tra ciò che mostrano e ciò che nascondono, tra ciò che affermano e ciò che mettono in dubbio.

Le fotografie iconiche che abbiamo esaminato condividono quasi tutte questa struttura tensiva. Il bacio di Times Square mostra gioia e nasconde ambiguità morale. Il pranzo sul grattacielo mostra spontaneità e nasconde organizzazione pubblicitaria. L’entrata di Auschwitz mostra un cancello e nasconde — o piuttosto allude a — l’enormità di ciò che c’era oltre. L’ombra di Hiroshima mostra un’assenza e allude a una presenza annientata. Afghan Girl mostra un volto e nasconde una vita intera di cui non sappiamo quasi nulla.

Questa struttura di visibile e invisibile, di mostrato e taciuto, è forse la caratteristica più profonda della fotografia come medium: ogni fotografia mostra qualcosa e necessariamente esclude tutto il resto. I fotografi che producono icone sono quelli che riescono a fare in modo che ciò che includono nel fotogramma sia abbastanza ricco, abbastanza denso, abbastanza ambiguo da portare con sé, implicitamente, anche tutto ciò che escludono. Un’icona fotografica non è un’immagine completa: è un’immagine che fa sentire la propria incompletezza come una ferita, che stimola nello spettatore il desiderio di sapere di più, di capire il contesto, di conoscere la storia che c’è prima e dopo il momento immortalato.

Cosa Fotograferebbe Robert Frank con uno Smartphone

Una delle domande più stimolanti che si possono porre sulla fotografia contemporanea è quella che affronta in modo diretto il tema di cosa avrebbe fotografato Robert Frank con uno smartphone: non una domanda nostalgica, ma una domanda sul linguaggio. Frank (1924–2019) costruì la sua visione fotografica su strumenti precisi — la Leica, la pellicola in bianco e nero, il formato 35mm — che imponevano una serie di vincoli tecnici ed estetici che erano parte integrante del suo stile. La grana, il contrasto, la velocità di lavoro della Leica: tutto contribuiva a quella qualità di urgenza visiva e di verità scomoda che caratterizza The Americans.

Uno smartphone è un altro strumento, con altri vincoli e altre libertà. Elimina alcuni problemi tecnici — la grana fastidiosa, la difficoltà di lavorare con poca luce, i costi della pellicola — e ne introduce altri: la perfezione automatica che appiattisce le differenze, la tentazione della post-produzione filtrata, la sovrabbondanza di immagini che rende ogni singola fotografia meno pesante. La domanda su cosa avrebbe fotografato Frank con uno smartphone è in realtà una domanda più profonda: le icone fotografiche del futuro nasceranno da strumenti democratici e ubiqui, o la facilità tecnica renderà più difficile, non più facile, produrre immagini che durino nel tempo? La storia vera dietro le fotografie più iconiche del Novecento suggerisce che le icone non nascono dagli strumenti bensì dalla visione: e la visione è sempre, in ultima analisi, una questione umana.

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