Wilhelm von Gloeden

Wilhelm von Gloeden è una delle figure più singolari e più discusse della fotografia europea tra Ottocento e Novecento. Nato a Wismar, nel Meclemburgo, il 16 settembre 1856 e morto a Taormina il 16 febbraio 1931, aristocratico tedesco trapiantato in Sicilia per ragioni di salute, costruì in poco più di trent’anni un corpus fotografico che unisce nudo maschile, ricostruzione archeologica di maniera, ritratto etnografico e paesaggio mediterraneo. La sua opera si colloca all’incrocio tra il gusto pittorialista di fine secolo, la cultura classicista della borghesia nordeuropea e la nascita del turismo internazionale in Sicilia, e la sua ricezione ha attraversato fasi opposte, dalla celebrazione salottiera alla censura, dall’oblio alla riscoperta critica.

Indice dei Contenuti

In Sintesi

  • Wilhelm von Gloeden, barone tedesco nato nel 1856 a Wismar, si stabilisce a Taormina nel 1878 per curare una malattia polmonare e vi resta fino alla morte, avvenuta nel 1931.
  • Passa dalla pittura alla fotografia intorno al 1889, quando il dissesto finanziario familiare lo costringe a trasformare l’attività amatoriale in professione.
  • Il nucleo centrale del suo lavoro è il nudo maschile in ambientazione arcadica, realizzato con giovani del luogo e corredato di anfore, ghirlande, pelli di leopardo e frammenti architettonici.
  • Elabora accorgimenti tecnici personali per il trattamento della pelle e per il controllo dei cieli, tra cui filtri colorati e miscele applicate ai modelli.
  • Predilige la stampa al platino e all’albumina, con una resa tonale morbida coerente con l’estetica pittorialista europea.
  • Il suo atelier diventa una tappa obbligata per l’aristocrazia e l’intellettualità internazionale in visita a Taormina, contribuendo in modo determinante alla nascita del turismo locale.
  • Produce anche un vasto repertorio di ritratti di contadini, paesaggi e scene di vita siciliana, spesso trascurato dalla critica.
  • Nel 1936, cinque anni dopo la sua morte, gran parte delle lastre viene sequestrata e distrutta nel corso di un procedimento per oscenità a carico del suo erede Pancrazio Buciunì.

Wilhelm von Gloeden: biografia, trasferimento in Sicilia e nascita di un atelier

La vicenda di Wilhelm von Gloeden comincia in un ambiente aristocratico del nord della Germania. Nato nel 1856 nel Meclemburgo, figlio di un funzionario di corte, ricevette un’educazione classica e si dedicò inizialmente alla pittura e alla storia dell’arte, studiando a Rostock e frequentando ambienti artistici tedeschi. Una malattia polmonare, diagnosticata quando era poco più che ventenne, lo spinse a cercare un clima più favorevole. Nel 1878 giunse a Taormina, allora un piccolo borgo montano affacciato sullo Ionio, con una popolazione di poche migliaia di abitanti, un teatro antico in stato di semiabbandono e nessuna infrastruttura turistica. Vi si stabilì definitivamente.Il passaggio alla fotografia fu graduale e determinato da ragioni economiche. Von Gloeden aveva cominciato a fotografare per interesse personale intorno alla metà degli anni Ottanta, spinto anche dall’esempio del cugino Wilhelm von Plüschow, attivo tra Napoli e Roma con soggetti analoghi. Alla fine del decennio il dissesto delle finanze familiari in Germania lo privò della rendita su cui aveva vissuto fino a quel momento, e la vendita di stampe divenne la sua fonte di sostentamento. Da quel momento l’attività assunse una struttura professionale: uno studio, un archivio ordinato di negativi, un catalogo, una clientela internazionale e una rete di spedizione postale che raggiungeva Germania, Inghilterra, Francia e Stati Uniti.

Il soggetto che rese celebre l’atelier fu il nudo maschile in chiave arcadica. Giovani del luogo, quasi sempre adolescenti e ragazzi delle famiglie contadine di Taormina e dei paesi vicini, posavano tra rovine autentiche o ricostruite, appoggiati a colonne, seduti su lastre di pietra, con corone di alloro, anfore, tuniche, pelli ferine, rami di ulivo e strumenti musicali. Lo sfondo era spesso il mare o il profilo dell’Etna, elementi che collocavano la scena in una geografia riconoscibile e insieme atemporale. La chiave di lettura offerta dall’autore e accolta dalla clientela era quella del ritorno alla Grecia antica, del mito dell’Arcadia mediterranea, di una naturalità perduta che la modernità industriale nordeuropea aveva cancellato. Si trattava di una posizione culturale largamente condivisa nella Germania di fine Ottocento, che alimentava anche i movimenti di riforma della vita, il nudismo terapeutico e la riscoperta del corpo all’aria aperta.

Il successo commerciale fu notevole. Le stampe circolavano nelle esposizioni internazionali, dove ottennero premi e medaglie, e venivano acquistate da una clientela che comprendeva membri dell’aristocrazia europea, industriali, scrittori e artisti in viaggio. Taormina divenne meta di un turismo colto che si intrecciava strettamente con la fama dell’atelier, tanto che la storiografia locale considera von Gloeden uno dei principali artefici della trasformazione del borgo in centro di villeggiatura internazionale. Il fotografo si integrò profondamente nella comunità, sostenendo economicamente numerose famiglie, finanziando lavori pubblici e mantenendo per decenni un rapporto di collaborazione con Pancrazio Buciunì, entrato giovanissimo nel suo studio come modello e poi divenuto assistente, factotum e infine erede dell’archivio.

Tecnica, ambivalenza dei soggetti e vicende dell’archivio

Dal punto di vista tecnico von Gloeden fu un professionista meticoloso. Lavorò con banco ottico e lastre di vetro, prima al collodio e poi alla gelatina bromuro d’argento, in condizioni di luce naturale intensa che imponevano un controllo attento del contrasto. Per attenuare la resa eccessivamente chiara dei cieli e per evitare che le zone d’ombra risultassero impenetrabili utilizzava filtri colorati, in particolare gialli e azzurri, ottenendo una gradazione tonale insolitamente ampia per l’epoca. Ai modelli applicava miscele di latte, olio d’oliva e glicerina, che rendevano la pelle uniforme e leggermente riflettente, avvicinandone l’aspetto a quello del marmo levigato o del bronzo antico. La depilazione, l’acconciatura e la scelta delle pose completavano una costruzione della figura interamente orientata al riferimento scultoreo.

La stampa privilegiata fu quella al platino, procedimento costoso ma dotato di una scala tonale continua e di una notevole stabilità nel tempo, affiancata dall’albumina e da altre tecniche a contatto. Il risultato è una morbidezza generale, un’assenza di neri assoluti e una tessitura vellutata che colloca l’autore pienamente all’interno del gusto pittorialista europeo, quello che nelle stesse stagioni animava il Linked Ring in Inghilterra e la Photo-Secession negli Stati Uniti. Il confronto con la produzione contemporanea di ritrattisti e paesaggisti mostra come von Gloeden non fosse affatto un dilettante isolato ma un operatore consapevole delle tendenze internazionali.

La questione più delicata riguarda la natura dei soggetti e il rapporto tra il fotografo e i suoi modelli. La critica contemporanea ha smesso da tempo di accontentarsi della lettura arcadica proposta a suo tempo dall’autore, e legge quelle immagini all’interno di un quadro storico complesso, fatto di asimmetria economica tra un aristocratico straniero e famiglie contadine in condizioni di povertà, di codici visivi omoerotici destinati a una clientela specifica e di una cultura del viaggio in Italia che assegnava al Sud una funzione di territorio permissivo.

Il dibattito storiografico resta aperto e attraversa questioni di storia sociale, di storia della sessualità e di etica della rappresentazione, senza che una posizione univoca si sia imposta. Ciò che appare fuori discussione è che la produzione dell’atelier non può essere valutata prescindendo da queste condizioni materiali.Accanto al filone che ne determinò la fama esiste una parte considerevole e a lungo trascurata del corpus. Von Gloeden fotografò estesamente il paesaggio siciliano, l’Etna, le coste, i giardini e le architetture di Taormina, e realizzò centinaia di ritratti di contadini, pescatori, artigiani, donne anziane in abito tradizionale, scene di lavoro agricolo e di vita quotidiana.

In questa produzione, priva delle costruzioni mitologiche, emerge un’attenzione descrittiva notevole e un’immagine della Sicilia rurale di fine Ottocento che ha oggi un valore documentario di prim’ordine. Queste immagini circolarono anche come cartoline e illustrazioni per pubblicazioni di viaggio, contribuendo alla diffusione dell’iconografia turistica dell’isola.La sorte dell’archivio è la parte più drammatica della vicenda. Alla morte dell’autore, nel 1931, il fondo passò a Pancrazio Buciunì, che ne curò la conservazione e proseguì la vendita delle stampe. Nel 1936 il regime fascista, nel quadro di una campagna di moralizzazione pubblica, dispose il sequestro del materiale e avviò un procedimento per oscenità a carico dell’erede. Nel corso delle operazioni la grande maggioranza delle lastre, stimata in alcune migliaia, venne distrutta. Buciunì fu assolto alcuni anni più tardi, ma solo una frazione minoritaria dei negativi originali sopravvisse, insieme alle stampe già disperse presso collezionisti e istituzioni. La ricostruzione del catalogo si fonda perciò in larga parte su esemplari conservati all’estero.La ricezione critica ha seguito un percorso accidentato.

Dopo decenni di rimozione, la riscoperta è avvenuta a partire dagli anni Settanta del Novecento, in coincidenza con l’interesse per il pittorialismo, per la storia della fotografia italiana e per gli studi sulla cultura visiva. Mostre, ristampe e cataloghi hanno restituito all’autore una collocazione storica precisa, mentre il mercato collezionistico ha attribuito alle stampe originali quotazioni elevate. Le sue immagini sono oggi conservate in numerose istituzioni internazionali e continuano ad alimentare un dibattito che riguarda insieme la storia della fotografia, la storia del turismo e le questioni etiche della rappresentazione del corpo.

Le Opere principali

Il corpus di Wilhelm von Gloeden si articola in filoni tematici che convivono per l’intero arco della sua attività, dal 1889 circa fino agli anni Venti del Novecento.

  • Nudi maschili in ambientazione arcadica (dal 1889 circa). Nucleo centrale e più noto della produzione, con giovani del luogo ripresi tra rovine, anfore, ghirlande e pelli ferine, sullo sfondo del mare e dell’Etna. È il corpus che determinò la fama internazionale dell’atelier.
  • Serie con riferimenti mitologici e letterari. Composizioni ispirate all’idillio pastorale greco e alla poesia bucolica, con figure di pastori, suonatori di flauto e coppie di adolescenti disposte secondo schemi tratti dalla scultura antica e dalla pittura neoclassica.
  • Ritratti di contadini e artigiani siciliani. Ampio repertorio di figure del mondo rurale di fine Ottocento, ripreso senza apparato mitologico, di notevole interesse documentario per la storia sociale dell’isola.
  • Paesaggi di Taormina e dell’Etna. Vedute del teatro antico, delle coste, dei giardini e del profilo vulcanico, realizzate con lunghe esposizioni e attento controllo dei cieli mediante filtri colorati.
  • Scene di vita quotidiana e di lavoro. Immagini di pesca, raccolta, mercati e processioni, che circolarono anche attraverso cartoline e pubblicazioni destinate al viaggiatore straniero.
  • Ritratti della clientela internazionale. Fotografie di ospiti illustri di Taormina realizzate su commissione, che testimoniano il ruolo dell’atelier come centro della vita mondana del borgo.
  • Stampe al platino di grande formato. Esemplari da esposizione realizzati per le rassegne internazionali di fine Ottocento e inizio Novecento, che ottennero premi e medaglie e collocarono l’autore nel circuito pittorialista europeo.
  • Fondo Buciunì e lastre superstiti. Insieme dei negativi sopravvissuti al sequestro del 1936, base materiale su cui si fonda ogni ricostruzione filologica del catalogo originario.

Domande Frequenti su Wilhelm von Gloeden (FAQ)

Chi era Wilhelm von Gloeden? Un barone tedesco nato a Wismar nel 1856, trasferitosi a Taormina nel 1878 per motivi di salute e divenuto uno dei fotografi più noti d’Europa tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Perché si trasferì in Sicilia? Per curare una malattia polmonare in un clima più mite. Taormina era allora un piccolo borgo privo di strutture turistiche, che l’autore contribuì in modo determinante a trasformare in meta internazionale.

Quando cominciò a fotografare professionalmente? Intorno al 1889, quando il dissesto finanziario della famiglia in Germania lo privò della rendita di cui viveva e lo spinse a trasformare la pratica amatoriale in attività commerciale.

Che tecnica utilizzava? Banco ottico e lastre di vetro, con stampe prevalentemente al platino e all’albumina. Impiegava filtri gialli e azzurri per controllare la resa dei cieli e ottenere una scala tonale ampia.

Perché la pelle dei modelli appare così uniforme? Applicava miscele di latte, olio d’oliva e glicerina che rendevano l’incarnato omogeneo e leggermente riflettente, avvicinandone l’aspetto a quello della statuaria antica.

Chi erano i suoi modelli? Giovani delle famiglie contadine di Taormina e dei paesi vicini, retribuiti per le sessioni di posa. La critica contemporanea legge questo rapporto anche alla luce dell’asimmetria economica e sociale che lo caratterizzava.

Come va interpretato il riferimento all’Arcadia? Come una costruzione culturale tipica della borghesia nordeuropea di fine Ottocento, che proiettava sul Mediterraneo un ideale di naturalità perduta. È la chiave di lettura offerta dall’autore, oggi ritenuta insufficiente dalla critica.

Fotografò solo nudi? No. Realizzò un vasto repertorio di ritratti di contadini e artigiani, paesaggi dell’Etna e della costa, scene di lavoro e di vita quotidiana, oggi rivalutato per il suo valore documentario.

Che rapporto aveva con Wilhelm von Plüschow? Erano cugini e lavoravano su soggetti affini. Plüschow operò soprattutto tra Napoli e Roma e la sua attività influenzò l’avvio della pratica fotografica di von Gloeden.

Che cosa accadde all’archivio dopo la sua morte? Passò a Pancrazio Buciunì, suo assistente ed erede. Nel 1936 il regime fascista dispose un sequestro nel quadro di un procedimento per oscenità e la maggior parte delle lastre venne distrutta.

Dove si possono vedere oggi le sue fotografie? In numerose collezioni pubbliche e private internazionali, tra cui importanti fondi museali europei e statunitensi, oltre che nelle raccolte fotografiche italiane e nelle pubblicazioni critiche degli ultimi decenni.

Fonti

 

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Sono Marco Sollazzi, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un'esperienza decennale nell'analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia.

La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici del medium fotografico, esaminandone il funzionamento e l'evoluzione nel tempo: ritengo che la fotografia sia il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia con un approccio che privilegia la dimensione tecnica e scientifica, raccontando come ogni innovazione abbia trasformato non solo gli strumenti ma il linguaggio visivo stesso.

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