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Numero Guida del Flash: cos’è, formula di calcolo e distanza di illuminazione

Ogni sorgente di luce artificiale usata in fotografia pone al fotografo la medesima domanda fondamentale: quanta luce raggiungerà il soggetto, a questa distanza, con questa apertura di diaframma? La risposta a questa domanda, nel caso specifico del flash fotografico, è racchiusa in un singolo numero di riferimento che i costruttori di apparecchiature di illuminazione adottarono come standard convenzionale fin dagli albori della fotografia a lampeggiatore, e che ancora oggi, nell’era del controllo automatico TTL e dei processori di calcolo integrati nei corpi macchina, rimane il parametro primario per valutare e confrontare la potenza di un’unità flash. Questo numero è il numero guida, abbreviato nella pratica professionale italiana con la sigla NG e nella letteratura tecnica anglosassone con GN (Guide Number).

Il fondamento fisico del numero guida è la legge dell’inverso del quadrato della distanza, uno dei principi piú universali dell’ottica geometrica e della fisica delle radiazioni elettromagnetiche. Questa legge afferma che l’intensità luminosa di una sorgente puntiforme diminuisce proporzionalmente al quadrato della distanza dal punto di emissione: raddoppiando la distanza tra la sorgente e la superficie illuminata, l’illuminamento di quella superficie si riduce di quattro volte, non di due. La dimostrazione geometrica è immediata: la luce emessa da una sorgente puntiforme si propaga in tutte le direzioni uniformemente, e la quantità totale di energia radiante che attraversa una sfera immaginaria centrata sulla sorgente è costante indipendentemente dal raggio della sfera. Se la superficie di questa sfera è proporzionale al quadrato del raggio, l’energia per unità di superficie è inversamente proporzionale al quadrato del raggio stesso. Il flash fotografico non è una sorgente puntiforme ideale, poiché possiede una parabola riflettente e un tubo allo xenon con una certa estensione fisica, ma a distanze operative pratiche, superiori a circa un metro, si approssima sufficientemente a una sorgente puntiforme da rendere la legge quadratica inversa un modello valido e accurato per il calcolo pratico.

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Dalla legge quadratica inversa discende direttamente la formula fondamentale del numero guida. Se si definisce il numero guida come il prodotto tra la distanza dal flash al soggetto, espressa in metri, e il numero f del diaframma usato per una corretta esposizione a ISO 100 con il flash alla massima potenza, si ottiene una relazione triangolare tra tre variabili, ciascuna calcolabile a partire dalle altre due, la cui forma matematica è:

NG = distanza × diaframma

da cui si ricavano le due forme inverse di uso piú frequente nella pratica operativa:

distanza = NG / diaframma

diaframma = NG / distanza

La prima forma consente di calcolare la gittata utile di un flash di potenza nota a un dato diaframma; la seconda consente di determinare quale apertura sia necessaria per esporre correttamente un soggetto a distanza nota con un flash di potenza nota. Entrambe le forme presuppongono una sensibilità di ISO 100 e l’utilizzo del flash alla piena potenza (1/1), condizioni convenzionali che i costruttori adottano come standard internazionale per la dichiarazione del NG nei propri manuali tecnici.

Un esempio numerico chiarisce immediatamente la portata pratica di questa relazione. Un flash con NG 36 (valore tipico di uno Speedlite o Speedlight di fascia media) usato a ISO 100 alla piena potenza permette di illuminare correttamente un soggetto a 6,4 metri con un diaframma di f/5.6, oppure a 4,5 metri con f/8, oppure a 3,6 metri con f/10. Se lo stesso soggetto si trova a soli 2 metri, il diaframma necessario è f/18, valore che molti obiettivi non raggiungono e che comunque produrrebbe una diffrazione significativa su sensori moderni. La relazione non è lineare in senso aritmetico: al dimezzarsi della distanza, il soggetto riceve quattro volte piú luce, e il diaframma necessario raddoppia il proprio valore numerico.

Sviluppo Storico

La codificazione del numero guida come parametro standardizzato di riferimento per la potenza dei flash fotografici è un processo che si estende su quasi un secolo, intrecciandosi con la storia dello sviluppo delle sorgenti di illuminazione artificiale per la fotografia, dai lampadari al magnesio ai bulbi a combustione monouso fino all’attuale tubo allo xenon a gas rarefatto. Ricostruire questa cronologia significa ripercorrere il modo in cui i fotografi, per la prima volta nella storia del medium, si dotarono di uno strumento quantitativo per prevedere l’effetto della propria sorgente di luce prima dello scatto.

Leggi la storia completa del flash in fotografia

I primi sistemi di illuminazione artificiale per la fotografia, basati sull’accensione di polvere di magnesio in presenza di un ossidante, erano di una imprevedibilità operativa quasi totale. La quantità di luce prodotta dipendeva dalla massa di miscela accesa, dall’umidità dell’aria, dalla purezza del reagente e da una serie di variabili praticamente incontrollabili in situazione operativa. I fotografi dell’Ottocento calibravano le proprie esposizioni per tentativi empirici, accumulando esperienza personale non facilmente trasmissibile in forma di regole quantitative. L’introduzione del lampadario al magnesio compresso, negli ultimi decenni dell’Ottocento, portò una certa riproducibilità nella quantità di luce prodotta per unità di massa bruciata, ma la mancanza di un parametro universale di riferimento rendeva impossibile il confronto diretto tra sorgenti di produttori diversi.

La svolta verso la standardizzazione arrivò con l’introduzione dei bulbi flash a combustione nei primi anni Trenta del Novecento, prodotti in forma di lampadine a filamento di alluminio o zirconio in un’atmosfera di ossigeno, che venivano bruciati da un impulso elettrico proveniente dalla fotocamera. A differenza della polvere di magnesio, il bulbo flash produceva una quantità di luce riproducibile e misurabile: ogni tipo di bulbo aveva una curva di emissione caratteristica, una durata del lampo definita e una quantità totale di energia luminosa espressa in lumen per secondo. Fu in questo contesto che i costruttori americani di materiale fotografico, in particolare le grandi case come Sylvania e General Electric che dominavano il mercato dei bulbi flash negli anni Quaranta, introdussero il concetto di numero guida come etichetta sintetica della potenza di ogni modello, adottando come riferimento convenzionale la sensibilità ASA 10 (equivalente approssimativo di ISO 10 nella notazione moderna) e la distanza in piedi, sistema anglosassone che rimase standard negli Stati Uniti per decenni e che ancora oggi compare, accanto alla versione in metri, nelle specifiche tecniche dei flash commercializzati sul mercato nordamericano.

Il passaggio dal bulbo monouso al tubo allo xenon ricaricabile avvenne progressivamente nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, con lo sviluppo dei condensatori di alta capacità e dei circuiti di innesco ad alta tensione necessari per il funzionamento del tubo a gas. Il tubo allo xenon offriva un vantaggio decisivo rispetto al bulbo: era riutilizzabile per migliaia di scariche, eliminando il costo e l’ingombro dei bulbi di ricambio, e produceva un flash di breve durata, dell’ordine del millisecondo o inferiore, capace di congelare il movimento con una precisione impossibile per i bulbi a combustione, la cui durata era di alcune decine di millisecondi. L’adozione del tubo allo xenon impose la revisione della convenzione di riferimento per il numero guida, stabilizzandosi verso la fine degli anni Sessanta sul valore di ISO 100 come sensibilità di riferimento e sul metro come unità di misura della distanza nella normativa europea e internazionale, convenzione che è rimasta invariata fino a oggi.

La pubblicazione delle prime norme internazionali per la misurazione e la dichiarazione del numero guida dei flash elettronici avvenne attraverso la normativa ISO 2827, che stabiliva le condizioni di prova standardizzate per la determinazione del GN: flash alla massima potenza, soggetto riflettente bianco al 18% di grigio neutro (o equivalente calibrato), obiettivo di 50 mm su formato 24 × 36 mm, sensibilità ISO 100, senza diffusori o modificatori applicati alla testa del flash. Queste condizioni di prova, rigorose nella loro definizione ma difficili da verificare nella pratica, hanno reso il numero guida dichiarato dai costruttori un valore spesso ottimistico, misurato nelle condizioni piú favorevoli possibili: la parabola del flash puntata direttamente verso il soggetto in condizione di massima concentrazione del fascio, senza superfici di riflessione laterali che disperdano la luce. Il numero guida effettivo in condizioni operative reali, con il flash inclinato per un rimbalzo sul soffitto o con un pannello diffusore applicato, è invariabilmente inferiore al valore dichiarato.

Il brevetto del promo flash. Fonte: wikipedia
Il brevetto del promo flash. Fonte: wikipedia

Configurazioni e Varianti Tecniche

La variabile piú importante che modifica il numero guida effettivo di un’unità flash in condizioni operative reali è la posizione dello zoom del riflettore, la regolazione meccanica o motorizzata che modifica la geometria della parabola riflettente in funzione della focale dell’obiettivo usato, concentrando o allargando il fascio luminoso per adeguarlo all’angolo di campo del sistema. La relazione tra zoom del riflettore e numero guida è diretta e significativa: la stessa unità flash che dichiara un NG di 58 a 105 mm di zoom può avere un NG effettivo di 36 a 24 mm di zoom, perché allargando il fascio luminoso per coprire l’angolo di campo di un grandangolo, l’energia totale viene distribuita su una superficie molto piú ampia, riducendo l’illuminamento per unità di superficie nella direzione dell’asse ottico. I costruttori dichiarano solitamente il numero guida massimo, corrispondente alla posizione di massima concentrazione del fascio (zoom al valore piú lungo), e riportano in nota la focale di riferimento: ad esempio, il Nikon SB-800 ha un numero guida dichiarato di 38 m a ISO 100 riferito a una posizione di zoom di 35 mm con il pannello grandangolare rimosso.

La sensibilità ISO introduce nel calcolo del numero guida un fattore di scala preciso e matematicamente prevedibile. Il numero guida è proporzionale alla radice quadrata della sensibilità ISO, perché raddoppiare la sensibilità equivale a richiedere la metà dell’energia luminosa per la stessa esposizione, il che, attraverso la legge quadratica inversa, corrisponde a moltiplicare la distanza utile per la radice quadrata di 2, pari a circa 1,4. Un flash con NG 36 a ISO 100 ha dunque un NG effettivo di 36 × 1,4 = 50,4 a ISO 200, di 36 × 2 = 72 a ISO 400 e di 36 × 2,8 = 100,8 a ISO 800. Questa relazione è di fondamentale importanza nella pianificazione operativa: un reportage serale in interni dove la fotocamera è impostata a ISO 800 rende disponibile un NG quasi triplicato rispetto al valore dichiarato a ISO 100, aumentando la gittata utile in modo considerevole.

La riduzione della potenza del flash a valori frazionari rispetto alla piena potenza incide sul numero guida effettivo seguendo la stessa legge della radice quadrata. Un flash usato a 1/2 potenza ha un NG di NG_piena / √2, ovvero il 70% del valore massimo. Usato a 1/4 potenza, il NG scende al 50% del massimo, e a 1/16 potenza al 25%. Questo calcolo è fondamentale nella fotografia con flash manuale in studio: se a potenza piena il flash sovraillumina un soggetto a due metri con il diaframma desiderato, ridurre la potenza a 1/4 dimezza la distanza utile, portando il punto di esposizione corretta a un metro per lo stesso diaframma, oppure mantiene la distanza di due metri aumentando il diaframma di due stop.

Il flash rimbalzato su soffitto o parete introduce una ulteriore variabile che rende il numero guida dichiarato ancora meno direttamente applicabile. Quando la luce del flash non raggiunge il soggetto direttamente ma per riflessione su una superficie, la distanza che conta nella legge quadratica inversa non è quella tra flash e soggetto bensì la distanza totale percorsa dalla luce: flash-soffitto + soffitto-soggetto. Se il flash si trova a un metro dal soffitto e il soggetto a due metri sotto il soffitto, la distanza effettiva è tre metri, non due. A questo si aggiunge il fattore di assorbimento della superficie riflettente: un soffitto bianco in buone condizioni riflette il 75-80% della luce incidente, un soffitto giallognolo o di tinta scura può scendere al 50% o meno. Il risultato netto è che il flash rimbalzato richiede tipicamente 2-3 stop di compensazione rispetto al calcolo diretto con il numero guida, ovvero una potenza del flash da quattro a otto volte superiore per ottenere la stessa esposizione che si otterrebbe con il flash diretto alla stessa distanza dal soggetto.

Numero Guida del Flash: cos'è, formula di calcolo e distanza di illuminazione

Integrazione nei Sistemi Fotografici

Il numero guida non è un parametro astratto che vive soltanto sulle schede tecniche dei costruttori: è il nucleo computazionale intorno al quale si organizzano tutti i sistemi di esposizione automatica del flash, dal più semplice thiatrino-sensor dei flash analogici degli anni Ottanta fino agli algoritmi E-TTL II e i-TTL dei sistemi moderni. Comprendere come il numero guida si integri nei sistemi fotografici contemporanei significa capire sia la potenza dell’automazione attuale sia i suoi limiti strutturali.

I flash della generazione analogica degli anni Settanta e Ottanta disponevano di un sistema di automazione elementare basato su un sensore fotovoltaico esterno, montato sulla testa del flash, che misurava la luce riflessa dal soggetto durante il lampo stesso e troncava l’emissione non appena l’energia integrata raggiungeva il livello corrispondente alla corretta esposizione. Questo sistema, detto automatico a sensore esterno, richiedeva che il fotografo impostasse sul flash il valore di diaframma in uso e il valore ISO della pellicola: da questi parametri il circuito di controllo calcolava il valore di soglia energetica a cui interrompere il lampo, applicando di fatto la formula inversa del numero guida in tempo reale. Il numero guida in questo contesto entrava esplicitamente nel calcolo come parametro di calibrazione del circuito di quench, determinando la sensibilità del sensore esterno necessaria per i diversi diaframmi disponibili nelle varie zone di funzionamento automatico.

Nei sistemi TTL moderni, il numero guida rimane il parametro fisico di riferimento ma viene utilizzato in modo implicito, come variabile di calibrazione nell’algoritmo di calcolo del preflash. Il corpo macchina, ricevuta la misura della luce riflessa dal preflash di calibrazione, conosce la potenza nominale del preflash stesso (che è una frazione definita della potenza massima del flash, corrispondente a un numero guida ridotto calcolabile), la distanza dal soggetto comunicata dall’obiettivo attraverso i propri encoder, e la differenza tra la lettura del preflash e la lettura ambientale; dalla combinazione di queste variabili stima la potenza del lampo principale necessaria esprimendola in termini di numero guida ridotto. Il tutto avviene in pochi millisecondi tra la pressione del pulsante di scatto e l’apertura dell’otturatore, senza che il fotografo debba compiere alcun calcolo esplicito.

Il manuale del Nikon D4, disponibile nell’archivio della documentazione Nikon, specifica con precisione che il numero guida dello SB-800 a ISO 100 è di 38 m con zoom a 35 mm, e indica esplicitamente la formula da applicare per calcolare la distanza di illuminazione a piena potenza: dividere il numero guida per il valore f del diaframma impostato. Questo tipo di indicazione esplicita nei manuali fotografici professionali testimonia come i costruttori, pur promuovendo l’uso dei sistemi TTL automatici, considerino la comprensione del numero guida come competenza irrinunciabile per il fotografo che vuole operare con piena consapevolezza, soprattutto nelle situazioni in cui l’automazione TTL potrebbe essere messa in difficoltà da scene con riflessività anomala o da configurazioni di luce multipla.

Impatto sulla fotografia

La disponibilità di un parametro quantitativo standardizzato per esprimere la potenza dei flash ha avuto conseguenze profonde non soltanto nella pratica tecnica della fotografia professionale, ma nel modo stesso in cui i fotografi hanno imparato a pensare la luce artificiale come variabile controllabile e pianificabile piuttosto che come elemento imprevedibile da gestire empiricamente.

Il fotogiornalismo del dopoguerra, dominato dalla figura del fotografo di agenzia che operava con pellicole di media sensibilità e flash a bulbo o a tubo allo xenon portatile, fu il primo ambito nel quale la padronanza del numero guida divenne una competenza tecnica discriminante. Un fotografo dei rotocalchi degli anni Cinquanta e Sessanta che lavorava con pellicola ASA 400, un flash con NG 30 a ISO 100 e un obiettivo f/2 poteva calcolare in pochi secondi mentalmente che la sua gittata utile era di circa 30 × (√4) / 2 = 30 m, una distanza operativa notevole che gli permetteva di fotografare in ambienti vasti senza avvicinarsi eccessivamente ai soggetti. Questa capacità di calcolo rapido, che oggi sarebbe delegata all’automazione TTL, era allora una competenza manuale che distingueva il professionista esperto dall’appassionato.

La fotografia di studio commerciale, che richiede la gestione simultanea di piú unità flash con potenze diverse e distanze diverse dal soggetto, ha fatto del numero guida il linguaggio comune con cui il fotografo dialoga con i propri assistenti e con i produttori di materiale di illuminazione. Quando un direttore della fotografia specifica che una testa flash da 600 J con una softbox da 60 × 90 cm deve illuminare un soggetto a 2,5 metri producendo una esposizione di f/11 a ISO 100, sta implicitamente richiedendo un’unità con un numero guida effettivo di almeno 27,5 nella configurazione con il modificatore applicato, tenendo conto che la softbox riduce la potenza disponibile di circa 1,5 stop rispetto al numero guida dichiarato con testa nuda.

Analisi Comparativa e Stato dell’Arte

Il numero guida come parametro di riferimento per la potenza del flash è sopravvissuto a ogni ondata di innovazione tecnologica del mezzo fotografico perché non dipende da alcuna architettura elettronica specifica: è una conseguenza diretta di leggi fisiche immutabili, e dunque è destinato a conservare la propria rilevanza pratica indipendentemente dall’evoluzione dei sistemi di controllo automatico. Ciò detto, il modo in cui il fotografo contemporaneo utilizza il numero guida nella propria pratica operativa si è profondamente trasformato rispetto all’era analogica.

Il confronto tra costruttori rivela come le strategie di dichiarazione del numero guida siano raramente omogenee, rendendo arduo il confronto diretto tra prodotti diversi. Alcune aziende dichiarano il NG alla posizione di zoom piú estesa, corrispondente al fascio piú concentrato e al valore piú alto; altre lo dichiarano a una focale di riferimento intermedia come 50 mm o 35 mm; alcune misure sono effettuate secondo la normativa ISO 2827, altre secondo protocolli interni meno rigorosi. Il sito Nadir.it documentava già nei primi anni Duemila questa disomogeneità, avvertendo i lettori di verificare sempre le condizioni di prova associate al numero guida prima di confrontare prodotti di marca diversa. Nella pratica contemporanea, la soluzione piú affidabile per valutare la potenza effettiva di un flash rimane la misurazione diretta con un esposimetro flash, strumento che misura l’illuminamento prodotto dal lampo su una superficie di riferimento indipendentemente dai valori dichiarati dal costruttore.

I flash moderni di fascia professionale, come il Profoto B10 con potenza dichiarata di 250 Watt-secondo, o il Godox AD600Pro con 600 Ws, esprimono la propria potenza sia in watt-secondo sia in numero guida, con valori di NG spesso nell’ordine di 80-100 alle posizioni di zoom massime. Questi valori sono confrontabili con quelli degli Speedlite Canon e Speedlight Nikon di fascia alta, come lo Speedlite 600EX II-RT con NG 60 a ISO 100 e 200 mm di zoom, soltanto se si tiene conto delle differenti condizioni di prova e delle diverse geometrie di distribuzione del fascio. Un generatore a testa separata come il Profoto Pro-10 con 2400 Ws ha un numero guida teorico nell’ordine di 300 e oltre, un valore che nella pratica operativa con modificatori di grande formato si riduce significativamente ma che esprime comunque la capacità di illuminare soggetti a grandi distanze o con diaframmi molto chiusi necessari per la massima profondità di campo.

La comprensione profonda del numero guida rimane, anche nell’era dell’automazione pervasiva, la linea di demarcazione tra il fotografo che usa il flash come strumento empirico e quello che lo padroneggia come variabile quantitativa inserita in un sistema di equazioni risolvibili prima ancora di premere il pulsante di scatto. La Guida di fotografia Nadir.it lo sintetizza con efficacia: conoscere il numero guida non serve per calcolare l’esposizione automaticamente, perché a quello ci pensa il TTL; serve per capire se ciò che si vuole fotografare è fisicamente possibile con l’attrezzatura che si ha in mano, prima che la sessione di ripresa cominci e prima che la luce cambi. Nessun algoritmo di automazione può sostituire questa consapevolezza preventiva; può soltanto operare meglio quando chi la governa sa già, dall’inizio, su quali basi fisiche il sistema sta lavorando.

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