Per decenni la fotografia con il flash ha avuto un limite fisico preciso: il tempo di sincronizzazione X, o X-sync, cioè la velocità massima dell’otturatore alla quale il lampeggiatore illumina l’intero fotogramma. Capire le ragioni di questo limite è il primo passo per apprezzare la soluzione tecnica che porta il nome di High Speed Sync, abbreviato in HSS, e per usarla con giudizio. La questione tocca la meccanica dell’otturatore a tendina, la fisica del lampo, la geometria della luce e il rapporto tra luce artificiale e luce naturale.
Gli otturatori a tendina focale delle reflex e delle mirrorless funzionano con due tendine che scorrono davanti al sensore: la prima tendina scopre il piano di ripresa e, dopo un intervallo pari al tempo di esposizione, parte la seconda tendina che lo richiude. Con tempi lenti c’è un istante in cui il sensore è completamente scoperto, ed è in quell’istante che il flash può emettere il suo lampo unico e illuminare tutto il fotogramma. Con tempi più brevi del tempo X-sync, tipicamente 1/200 s o 1/250 s nelle fotocamere moderne, le due tendine non lasciano mai il sensore tutto libero. Il sensore viene esposto da una fessura mobile che scorre da un bordo all’altro, e un lampo brevissimo colpisce soltanto la fascia scoperta in quel momento: ne nasce la barra nera che taglia l’immagine, l’artefatto più riconoscibile di una sincronizzazione sbagliata.

In Sintesi
- Oltre il tempo X-sync (di norma 1/200 o 1/250 s) l’otturatore a tendina espone il sensore con una fessura mobile, e un lampo singolo illumina solo una fascia del fotogramma.
- L’HSS risolve il problema facendo emettere al flash una serie di impulsi ravvicinati per tutta la corsa della fessura: Canon la chiama HSS, Nikon Auto FP.
- La luce utile cala in proporzione al rapporto tra tempo di scansione dell’otturatore e tempo di posa: a 1/2000 s si perdono più di due stop, a 1/8000 s oltre quattro.
- La funzione richiede un dialogo digitale tra fotocamera e flash e funziona solo con unità compatibili; i sistemi radio come Godox X, nato nel 2015, l’hanno resa economica.
- Le alternative sono la HyperSync di PocketWizard, i filtri a densità neutra e il global shutter, presente per esempio sulla Sony A9 III con sincronizzazione fino a 1/80000 s.
- L’HSS permette diaframmi aperti in pieno sole con il flash come luce principale o di riempimento, a patto di lavorare vicini al soggetto.
- Con uno speedlight di numero guida 50, a f/2,8 e 1/3200 s l’HSS perde tre stop e la portata scende a circa 6,3 metri; un filtro ND da quattro stop per rientrare nell’X-sync la porta a circa 4,5 metri.
Il limite dell’X-sync
I numeri aiutano. Un otturatore moderno impiega tra 1/400 e 1/300 di secondo, cioè circa 2,5-3,3 millisecondi, ad attraversare il sensore. Il tempo minimo di esposizione compatibile con un lampo unico è la somma del tempo di scorrimento e della durata del flash, più gli eventuali ritardi di innesco. Un esempio pubblicato per la Nikon D850 mette in conto circa 2,4 ms di scorrimento e circa 1 ms di lampo a piena potenza, per un totale di 3,4 ms, vicino a 1/290 s. Con un X-sync di 1/250 s, pari a 4 ms, restano circa 0,6 ms per innescare il flash. Alcune reflex Nikon con otturatore fino a 1/8000 s offrono nel menu una voce che alza la sincronizzazione a 1/320 s con certi flash, ma con quel tempo restano appena 0,7 ms e la potenza massima si riduce.
Oggi i valori normali sono 1/200 e 1/250 s, con qualche modello fermo a 1/160 s e il medio formato più lento, sull’ordine di 1/125 s. Il limite era più severo nel passato: la serie Olympus OM aveva un X-sync di 1/60 s, come l’OM-4 del 1983.
La durata del lampo è l’altra metà del problema. Un flash lampeggia in genere tra 1/1000 s e frazioni molto più brevi, a seconda della potenza: un tipico speedlight a piena potenza dura circa 1/1000 s, e a potenze ridotte il lampo si accorcia in modo drastico. Questa brevità serve a congelare il movimento, ed è la ragione per cui un lampo singolo non riesce a coprire la scansione di una fessura stretta.

Come funziona l’HSS
La soluzione concettuale è trasformare il flash da sorgente impulsiva a sorgente quasi continua. Invece di un solo lampo, l’unità emette una serie rapida di impulsi ravvicinati, distribuiti lungo tutto il tempo in cui la fessura attraversa il sensore. Ogni zona del fotogramma riceve la sua dose di luce nel momento in cui viene esposta, e l’intero sensore risulta illuminato in modo uniforme. Canon chiama questa tecnica HSS, Nikon usa il nome Auto FP (FP sta per Focal Plane, il piano focale).
La funzione richiede un dialogo continuo con il corpo macchina. La fotocamera deve comunicare al flash il tempo di posa e la modalità, il flash deve calcolare durata e cadenza degli impulsi e agganciarli al movimento delle tendine. Per questo l’HSS lega l’unità flash a un sistema fotografico specifico, e funziona soltanto con apparecchi compatibili. Dove il tempo di posa lo consente, la fotocamera torna da sola al lampo singolo, che resta più efficiente.
Un punto da non trascurare: la modalità consuma molta energia. L’emissione di più impulsi per ogni scatto svuota le batterie del flash in fretta, e una raffica prolungata scalda il tubo. È il motivo per cui conviene tenere pronte pile cariche e non attivare l’HSS quando il tempo di posa non lo richiede.
Quanta luce si perde
La perdita di potenza è intrinseca al metodo. Un flash in modo normale concentra tutta l’energia in un lampo breve. In HSS la stessa energia viene distribuita su un intervallo più lungo, e ogni punto del sensore, che resta esposto soltanto per la durata del tempo di posa, ne cattura una frazione. Come regola di stima, la luce utile che arriva a un punto del fotogramma è proporzionale al rapporto tra tempo di posa e tempo di scorrimento delle tendine. Il numero guida diminuisce con la radice di quel rapporto: l’esempio classico di un flash con numero guida 100 e un otturatore con 5 ms di scorrimento, usato a 1/2000 s, vede il numero guida scendere a circa 32.
La tabella seguente applica la stima a un otturatore con 2,5 ms di scorrimento, un valore plausibile per una fotocamera moderna. Sono valori teorici, e le unità reali possono perdere di più. Un lampeggiatore Metz con numero guida 58 in modo normale scendeva a 20 in HSS, perdita di circa tre stop anche a tempi non estremi.
| Tempo di posa | Rapporto scorrimento / posa | Luce persa (stima) |
|---|---|---|
| 1/500 s | 1,25 | circa 0,3 stop |
| 1/1000 s | 2,5 | circa 1,3 stop |
| 1/2000 s | 5 | circa 2,3 stop |
| 1/4000 s | 10 | circa 3,3 stop |
| 1/8000 s | 20 | circa 4,3 stop |
Un esempio rende l’idea. Un flash con numero guida 50 a ISO 100 e piena potenza vede il numero guida scendere verso 22 a 1/2000 s. A f/2,8 la distanza massima per esporre correttamente il soggetto a piena potenza diventa allora 22 diviso 2,8, circa 8 metri. Con tempi ancora più brevi la portata si riduce in fretta, e il flash diventa utile come luce di riempimento su un soggetto vicino più che come sorgente principale su un soggetto distante. Per il calcolo di base del numero guida c’è l’articolo sul numero guida del flash.
Sviluppo storico: Olympus, Canon, Nikon e i produttori indipendenti
La sincronizzazione ad alta velocità nasce in Giappone, nella seconda metà degli anni Ottanta, in un contesto di forte competizione tra i costruttori. Olympus era alle prese con un limite noto del sistema OM, la sincronizzazione a 1/60 s dell’OM-4, e lo superò con la OM-4Ti, presentata tra il 1986 e il 1987 (le fonti non concordano sull’anno). Con il lampeggiatore dedicato F280 Full Synchro la OM-4Ti sincronizzava fino a 1/2000 s. L’F280 pulsava la propria luce in modo continuo per circa 40 millisecondi, in modo da coprire tutta la corsa della fessura, a spese della portata. Il metodo si basa su un lampo molto lungo, invece che su una serie di impulsi.
Canon e Nikon adottarono la funzione nei propri sistemi, con il nome di HSS la prima e di Auto FP la seconda. Il dialogo tra fotocamera e flash di Canon passa dal sistema E-TTL, che debuttò nel 1995 con le EOS 50 (Elan II) e 50e, e dall’E-TTL II, standard su tutte le EOS presentate dalla EOS-1D Mark II del 2004 in avanti. Nello stesso 2004 uscì il flash Speedlite 580EX, per anni il riferimento della linea. L’HSS è oggi riconosciuto anche dai trasmettitori Canon ST-E2 e ST-E3-RT, con una limitazione: l’ST-E2 non offre la sincronizzazione sulla seconda tendina in HSS. Nikon, con la sua Auto FP, ha reso la funzione comune su corpi e Speedlight moderni, dove si imposta dalla voce del menu dedicata al tempo di sincronizzazione del flash.
Il passaggio ai produttori indipendenti ha cambiato l’economia della tecnica. Godox, azienda cinese fondata nel 1993, ha lanciato nel 2015 il proprio sistema radio X a 2,4 GHz, nel 2016 il flash portatile da esterni AD200, con sincronizzazione ad alta velocità, e nel 2018 i modelli AD400Pro e AD600Pro con TTL. Con questo ecosistema l’HSS è diventato disponibile a prezzi molto più bassi di quelli dei sistemi dei costruttori delle fotocamere, ed è entrato nei kit di una generazione di fotografi che prima non poteva permetterselo. Si aggiunge la possibilità di controllare da remoto anche flash di una certa potenza, per cui il discorso dell’HSS si intreccia con quello dei flash off-camera e dei trigger wireless.

Varianti e alternative: HyperSync, filtri ND, global shutter
L’implementazione dell’HSS non è unica, e le differenze si sentono. Nella versione a impulsi, il flash spezza l’emissione in una serie di lampi brevissimi, con una cadenza agganciata alla velocità di scorrimento delle tendine. È la strada seguita dagli speedlight moderni. Nella versione a emissione prolungata, come nel Full Synchro di Olympus, la luce dura più a lungo e con una curva più piatta. Una regolarità imperfetta del circuito di controllo può provocare leggere variazioni di luminosità, o di tinta, tra le zone del fotogramma esposte in momenti diversi, specie nelle unità economiche.
La HyperSync, sviluppata da PocketWizard, segue un’altra logica. Non modifica il lampo, che resta unico, ma lo fa partire prima dell’apertura della prima tendina, in modo che la parte più luminosa dell’impulso coincida con il passaggio della fessura sulla zona centrale del fotogramma. Il trigger comunica con la fotocamera per anticipare l’innesco. Il suo vantaggio è che funziona con qualsiasi flash, da slitta o da studio, mentre l’HSS richiede unità specifiche e consuma più batteria. I risultati dipendono dalla dimensione del sensore e dalla durata del lampo: in teoria, un sensore piccolo e un flash con lampo lungo danno il meglio. Si usa con trasmettitori come i MiniTT1 e FlexTT5, e porta la sincronizzazione ben oltre l’X-sync: nel test descritto da Scrivere con la Luce, 1/1000 s con una Canon 6D e uno Speedlite 580EX. Possibile il prezzo di un calo di luce verso i bordi del fotogramma.
La seconda alternativa sono i filtri a densità neutra. Un ND da tre stop permette di passare, a parità di apertura e ISO, da 1/4000 s a 1/500 s, entro l’X-sync, e il flash lavora a piena potenza senza perdite. Ha un costo pratico: i filtri forti scuriscono il mirino elettronico o il live view, vanno montati e smontati, e rallentano chi si sposta tra luci molto diverse. Per molti fotografi ritrattisti all’aperto, tuttavia, il sistema combinato di ND e flash a piena potenza resta una scelta solida.
La terza alternativa è il global shutter, che trasferisce l’intero fotogramma in un colpo solo e cancella il problema della fessura. La Sony A9 III, presentata a fine 2023, è stata la prima fotocamera full frame con sensore a otturatore globale e dichiara una velocità massima di 1/80000 s con sincronizzazione del flash. Il vantaggio è evidente, ma il principio fisico non scompare: se il tempo di posa diventa più breve della durata del lampo, parte dell’energia cade fuori dall’esposizione, e la potenza utile cala comunque. Vale la pena distinguere il global shutter, in cui tutti i pixel vengono letti insieme, dall’otturatore elettronico dei sensori impilati, come quelli di alcune fotocamere professionali, che pur eliminando la tendina meccanica leggono il sensore riga per riga. Per un quadro più ampio si veda l’articolo sul global shutter.
Integrazione nei sistemi fotografici
Un flash convenzionale chiede al corpo macchina un solo segnale, il contatto che chiude il circuito di scarica quando il sensore è tutto scoperto. L’HSS impone un dialogo molto più fitto, e ogni costruttore lo gestisce con un protocollo proprietario. Il sistema Canon E-TTL II, introdotto nel 2004, trasporta attraverso la slitta il flusso di dati sull’obiettivo (per esempio la lunghezza focale), sull’esposizione e sul tempo di posa, e il sistema Nikon i-TTL con il CLS (Creative Lighting System) segue una logica affine. Sony ha il proprio sistema per i flash della linea HVL. Per i dettagli su come i flash dialogano con la fotocamera si rimanda all’articolo sul sistema E-TTL e i-TTL e a quello sul flash TTL e la compensazione FEC.
I trasmettitori di terze parti riproducono questo dialogo in versioni dedicate a ciascun sistema. Nel caso Godox, ogni trigger esiste in varianti per Canon, Nikon, Sony, Fujifilm e altri, in modo da rispettare il protocollo di ciascuna fotocamera. È una strategia che riduce il rischio di incompatibilità, anche se ogni aggiornamento del firmware di un corpo macchina può richiedere un aggiornamento del trigger. Su tempi di posa molto brevi, un sistema non originale può mostrare piccole irregolarità nell’illuminazione, e conviene provare l’accoppiata prima di un servizio importante.
Il lavoro intenso in HSS ha un risvolto termico. Il tubo e l’elettronica di controllo sono sollecitati più a lungo che con un lampo singolo, e le unità di costruzione economica riducono la cadenza o la potenza dopo una serie lunga di scatti per proteggersi. Le unità professionali, come quelle di Profoto e Broncolor, sono pensate per un uso intensivo. Il consiglio pratico è prevedere pause, usare potenze inferiori al massimo quando possibile e controllare lo stato delle batterie.
Impatto sulla fotografia
L’HSS ha cambiato la fotografia in modo più sottile di altre innovazioni, ma in profondità. Ha tolto un confine operativo, quello dell’X-sync, che obbligava a compromessi sull’estetica, e ha restituito il controllo simultaneo di due variabili in conflitto: la profondità di campo e il rapporto tra luce flash e luce ambiente.
Si prenda un ritratto in pieno sole con lo sfondo sfocato. Secondo la regola del 16, in pieno sole l’esposizione corretta a ISO 100 è f/16 a 1/100 s circa. Aprendo a f/2,8 servono circa 1/3200 s, a f/1,8 circa 1/8000 s, a f/1,4 ci si avvicina a 1/13000 s. Senza HSS il fotografo era costretto a chiudere il diaframma verso f/8 o f/11 per restare entro l’X-sync, e perdeva lo sfocato. Con un flash abbastanza potente in HSS può lavorare a f/2,8 e 1/3200 s e ottenere insieme lo sfondo morbido e il soggetto illuminato; a diaframmi più aperti di f/1,8 resta il limite del tempo massimo dell’otturatore, e serve un filtro ND.
Questa possibilità ha influenzato la fotografia di moda e di matrimonio degli anni Duemila e Duemiladieci, e ha diffuso un’estetica di sfondi sfocati e luminosi con soggetti illuminati a flash, un look prima possibile soltanto con attrezzatura da studio molto più costosa: grandi riflettori, generatori potenti, filtri ND sull’obiettivo. Joe McNally, fotografo noto per la padronanza del flash Nikon, ha mostrato in video didattici scatti a 1/2000 s e f/2 con flash Profoto in luce ambiente, dove il flash bilancia il sole invece di inseguirlo.
Nel fotogiornalismo l’impatto è stato più contenuto, per ragioni operative: il calo di potenza rende l’HSS poco efficace in spazi ampi, e i tempi di ricarica dopo scatti in sequenza limitano il ritmo. Nel ritratto ambientato, nei servizi editoriali all’aperto e nella fotografia di prodotto in esterni, invece, permette di mantenere una luce artificiale discreta su soggetti in movimento in condizioni di luce intensa, senza pannelli ingombranti. La fotografia sportiva ne ha tratto benefici limitati: a distanza grande la caduta di potenza pesa troppo, ma in discipline con soggetti vicini il flash di riempimento a tempi rapidi dà immagini più nitide e più illuminate.
L’HSS ha cambiato anche il modo di pensare il rapporto tra luce principale e luce di riempimento. Prima, in esterni, il flash faceva da riempimento a potenza ridotta con il sole come luce principale. Con l’HSS e modificatori come softbox e ottagonali, il rapporto si può invertire: il flash diventa luce principale e il sole scivola a controluce o a luce di separazione, con uno stile di illuminazione più controllato e da studio anche all’aperto.
Uso pratico all’aperto
Alcune regole di mestiere discendono da quanto visto. La prima è lavorare vicini: la perdita di potenza premia le distanze brevi, e un soggetto a due o tre metri lascia margine anche a 1/4000 s. La seconda è usare la potenza giusta, non quella massima, perché in HSS ogni stop in più si paga in tempo di ricarica e batteria. La terza è controllare il diaframma: la profondità di campo scelta decide il tempo di posa necessario, e il tempo decide quanto flash serve. Con la luce ambiente forte conviene partire dall’esposizione dello sfondo e poi aggiungere il flash fino al rapporto voluto, con la potenza manuale o con la compensazione FEC.
Conviene poi verificare l’impostazione di sincronizzazione sulla fotocamera. Su alcune macchine l’HSS si attiva da sola quando il tempo di posa supera l’X-sync, su altre va abilitata nel menu del flash o della fotocamera. In HSS la sincronizzazione sulla seconda tendina può essere limitata o assente con certi trasmettitori. In ritratto con luce naturale forte vale infine la pena ricordare che la luce dura del sole richiede modificatori adatti: l’HSS risolve la sincronizzazione, non la qualità della luce.
Un cenno ai casi in cui l’HSS non serve. Se la scena consente un diaframma intorno a f/8 e tempi vicini all’X-sync, il lampo singolo resta più efficiente e più economico. Se la luce è abbastanza bassa da far scendere il tempo sotto 1/250 s, l’HSS non entra in gioco. Se il budget è ridotto e la distanza lo permette, un flash di potenza modesta con un filtro ND dà risultati equivalenti. Per i confronti con altre sorgenti e per le scelte in ambito di ritratto, si rimanda a luci continue e flash.
Due esempi calcolati: sole pieno a f/2,8 e a f/1,8
Un conto completo mostra quando conviene l’HSS e quando conviene un’altra strada. Si parta dalla regola del sedici, che per una giornata di sole pieno a ISO 100 indica f/16 con un tempo di 1/100 s. Si assuma un otturatore con tempo di scansione di 2,5 millisecondi, come nelle stime della sezione sulla perdita di potenza, e uno speedlight con numero guida 50 a ISO 100. L’obiettivo è ritrarre una persona a 2 metri con lo sfondo ben esposto e il diaframma aperto.
Primo caso, diaframma f/2,8. Passando da f/16 a f/2,8 entra nell’obiettivo circa il doppio del rapporto, cioè cinque stop di luce in più: il rapporto dei diaframmi, 16 diviso 2,8, dà circa 5,7, che al quadrato fa circa 33, vicino a 32. Per mantenere lo sfondo identico il tempo deve scendere da 1/100 a circa 1/3200 s, cioè 0,31 millisecondi. Il tempo è molto più breve dei 2,5 millisecondi di scansione, e la perdita è il logaritmo in base due del rapporto, cioè il logaritmo di 8: tre stop. Il numero guida effettivo scende da 50 a circa 17,7, perché ogni dimezzamento della luce divide il numero guida per la radice di due, e tre stop equivalgono a dividere per circa 2,83. A f/2,8 la portata massima è di circa 6,3 metri. Il soggetto a 2 metri richiede un numero guida utile di 5,6, cioè 2 per 2,8, e il rapporto tra 5,6 e 17,7, al quadrato, dà circa un decimo: il flash lavora a poco meno di 1/8 della potenza. Il margine è ampio, e permette di aggiungere un modificatore che assorbe parte della luce.
Secondo caso, diaframma f/1,8, quello di molti obiettivi fissi da ritratto. Da f/16 a f/1,8 si guadagnano circa sei stop e un terzo, e il tempo per mantenere lo sfondo sale a circa 1/8000 s, cioè 0,125 millisecondi. La perdita è il logaritmo in base due di 20, circa 4,3 stop, e il numero guida effettivo diventa 50 diviso circa 5, cioè 10. La portata massima a f/1,8 scende a circa 5,6 metri. Per il soggetto a 2 metri servono 3,6 di numero guida utile, e il rapporto con 10, al quadrato, dà circa 0,13: il flash lavora a circa 1/8 di potenza. Funziona ancora, ma il margine è più stretto, e un soggetto a 4 metri richiederebbe 7,2 di numero guida utile, cioè oltre mezza potenza e fino a quasi tutta con un modificatore.
Resta il confronto con il filtro a densità neutra. Per portare il tempo di 1/3200 s del primo caso entro il tempo X-sync di 1/200 s servono quattro stop di filtro, perché il rapporto tra 3200 e 200 è sedici. Il filtro riduce di quattro stop anche la luce del flash, e il numero guida effettivo diventa 50 diviso 4, cioè 12,5, con una portata a f/2,8 di circa 4,5 metri. L’HSS, che nello stesso scenario perdeva tre stop e non quattro, offre una portata di 6,3 metri. Il risultato dipende dal tempo di scansione dell’otturatore: con una scansione più lunga la perdita dell’HSS cresce, con una più breve cala, e la scelta va rifatta per ogni fotocamera. Il conto indica anche che il filtro ha senso soprattutto quando serve la potenza piena per un altro motivo, per esempio un modificatore molto assorbente, oppure quando l’HSS non è disponibile sull’unità in uso.
Otturatori centrali e sincronizzazione a ogni tempo
Esiste una famiglia di otturatori che non ha il problema della fessura. Negli otturatori centrali, montati nell’obiettivo di molte fotocamere a telemetro, di medio formato e di grande formato, le lamelle si aprono dal centro e scoprono l’intero fotogramma, per poi chiudersi. Wikipedia osserva che in questi apparecchi la sincronizzazione del flash è possibile a tutti i tempi, perché l’otturatore si apre completamente. Il vantaggio è netto: il lampo normale, con tutta la sua potenza, illumina l’intero fotogramma anche a tempi brevi, e il fotografo può abbassare la luce ambiente senza perdere energia. Il limite sta nel tempo massimo dell’otturatore, che nei modelli meccanici non raggiunge i valori degli otturatori a tendina, e nel costo di un obiettivo che incorpora il meccanismo.
Con un otturatore centrale la sincronizzazione a tempi brevi consente di usare diaframmi aperti in pieno sole con un lampo normale, mentre con un otturatore a tendina la stessa condizione richiede l’HSS o un filtro. L’otturatore elettronico dei sensori moderni cambia ancora la situazione, ma con altri compromessi legati alla lettura progressiva del sensore, che l’articolo sul global shutter ha già descritto.
Errori comuni e rimedi
Il primo errore è dimenticare di attivare la modalità sul flash. Molte unità la abilitano solo se la fotocamera e il flash sono impostati in modo compatibile, e se ci si limita a scattare con un tempo superiore al tempo X-sync senza averla abilitata, compare la banda nera o la fascia illuminata e l’altra parte del fotogramma resta scura. Il rimedio è controllare, prima di cominciare una sessione, l’icona della modalità sul display del flash e sulla fotocamera, e fare una prova a un tempo breve.
Il secondo errore è sottovalutare la perdita di potenza. A 1/8000 s, come si è visto, un flash perde più di quattro stop, e chi imposta la potenza pensando al valore dichiarato si ritrova con soggetti sottoesposti. La regola operativa è avvicinare il flash, così che la riduzione di distanza compensi la perdita: dimezzare la distanza vale due stop. Un modificatore che assorbe luce va usato solo se la potenza residua lo consente, e il controllo si fa con il conto appena illustrato.
Il terzo errore è mescolare sistemi senza verificare la compatibilità. La modalità richiede un dialogo tra fotocamera e flash, e un trasmettitore radio pensato per un’altra marca di fotocamera può offrire solo il controllo manuale. Prima di acquistare un trasmettitore o un flash di un altro costruttore, conviene verificare sul sito del produttore che il modello esatto preveda la funzione per la propria fotocamera, e aggiornare il firmware.
Il quarto errore riguarda il calore. Una serie di scatti ravvicinati in questa modalità sollecita il tubo e l’elettronica più di un lampo singolo, e molte unità riducono la potenza o si spengono per protezione. Chi lavora in un servizio lungo deve prevedere pause, ridurre la potenza dove possibile e tenere una seconda unità di riserva. Infine, con l’otturatore elettronico e il flash va controllata la compatibilità della fotocamera: non tutte le macchine consentono il lampo con l’otturatore elettronico, e quando lo consentono possono limitare il tempo massimo di sincronizzazione.
Domande frequenti
Che cos’è l’High Speed Sync?
È la modalità con cui il flash emette una serie di impulsi ravvicinati per tutta la corsa dell’otturatore, in modo da illuminare l’intero sensore anche con tempi di posa più brevi dell’X-sync. Canon la chiama HSS, Nikon Auto FP.
Perché senza HSS compare una barra nera?
Oltre l’X-sync il sensore viene esposto da una fessura mobile, e un lampo singolo illumina soltanto la fascia scoperta in quel momento. La parte coperta dalla tendina resta scura.
Quanta potenza si perde in HSS?
La luce utile cala in proporzione al rapporto tra tempo di scorrimento dell’otturatore e tempo di posa. Per un otturatore con 2,5 ms di scorrimento la perdita stimata è di circa 1,3 stop a 1/1000 s, 2,3 stop a 1/2000 s e oltre quattro stop a 1/8000 s. Le unità reali possono perdere di più.
Qual è la differenza tra HSS e HyperSync?
L’HSS cambia il modo in cui il flash emette luce, con impulsi multipli, e richiede flash compatibili. La HyperSync lascia il lampo unico e anticipa l’innesco rispetto all’apertura della prima tendina, e funziona con qualsiasi flash, anche da studio.
Servono flash e trigger specifici?
Sì. L’HSS richiede un dialogo digitale tra fotocamera e flash, per cui flash e trasmettitore devono essere compatibili con il sistema della fotocamera. Dal 2015 i sistemi radio Godox X offrono questa funzione a costi più bassi dei sistemi dei costruttori.
Il global shutter rende inutile l’HSS?
Elimina il problema della fessura e consente la sincronizzazione a tempi molto brevi, fino a 1/80000 s sulla Sony A9 III. Se il tempo di posa scende sotto la durata del lampo, però, parte dell’energia viene comunque persa, e la diffusione di questi sensori resta limitata ai modelli più costosi.
Quando conviene un filtro ND al posto dell’HSS?
Quando si vuole la piena potenza del flash e si può lavorare a tempi entro l’X-sync. Un ND da tre stop porta, per esempio, da 1/4000 s a 1/500 s. Il costo è la perdita di luminosità nel mirino e la gestione dei filtri.
L’HSS consuma più batteria?
Sì. Emettere più impulsi per ogni scatto svuota in fretta le batterie del flash e scalda il tubo, quindi conviene prevedere pile di scorta e pause nelle raffiche.
Quanti stop si perdono con l’HSS a 1/3200 s?
Con una scansione dell’otturatore di 2,5 millisecondi la perdita è il logaritmo in base due del rapporto tra 2,5 ms e 0,31 ms, cioè tre stop. Il numero guida effettivo si divide per circa 2,83.
Quando conviene l’HSS rispetto a un filtro ND?
Quando gli stop persi dall’HSS sono meno di quelli del filtro necessario per rientrare nell’X-sync. A 1/3200 s l’HSS perde tre stop, mentre il filtro per tornare a 1/200 s ne richiede quattro.
Perché gli otturatori centrali sincronizzano a ogni tempo?
Perché si aprono completamente prima di richiudersi, e l’intero fotogramma è scoperto nell’istante del lampo.
Il quadro generale dell’evoluzione tecnica si trova nella sezione La tecnologia fotografica.
Fonti
- Flash (photography), Wikipedia
- Olympus OM-4, Wikipedia
- Canon EOS flash system, Wikipedia
- Shutter (photography), Wikipedia
- High Speed Sync e HyperSync: cosa sono e come funzionano, Scrivere con la Luce
- Auto FP High Speed Sync Explained, Nikonians
- Sony Alpha 9 III, Sony Italia
- Storia e tappe dell’azienda, Godox
Aggiornato Ottobre 2026



