La luce progettata in studio finisce in un file, e il file attraversa ancora diversi passaggi prima di diventare ciò che il pubblico vede: un RAW sul computer, un’anteprima sul monitor, un JPEG sul web, una stampa su carta. A ogni passaggio il colore e il tono possono cambiare, e in alcuni casi cambiano senza che nessuno se ne accorga, perché lo schermo su cui si giudica non è tarato o perché il profilo con cui si esporta non è quello giusto. La calibrazione serve a togliere il caso da questa catena. Chi ha speso ore a posizionare un softbox e a misurare il rapporto di luce vuole ritrovare sul foglio stampato lo stesso incarnato che aveva davanti all’obiettivo.
Questo capitolo chiude la guida seguendo la luce dopo lo scatto. Parte dalle scelte di ripresa che decidono la qualità del file, passa al bilanciamento del bianco con i riferimenti neutri, descrive gli spazi colore e i profili ICC, spiega come si calibra un monitor e come si prova una stampa a schermo, e arriva ai ritocchi di luce e ombra, dalle maschere di luminosità al dodging e burning.
Questo articolo è il sesto e ultimo capitolo della guida definitiva all’illuminazione da studio. Segue applicazioni verticali: still life avanzato e produzione video, dove la luce è stata applicata a prodotto e video, e rimanda per il quadro d’insieme a la luce in fotografia. I capitoli precedenti sono le sorgenti luminose, la sintassi del chiaroscuro e ingegneria dello spazio.
In Sintesi
- Il RAW conserva i dati del sensore, di norma a 12 o 14 bit per canale, e rinvia a dopo bilanciamento del bianco, colore e nitidezza; le modifiche non toccano i dati originali.
- Un riferimento neutro nella scena, come un cartoncino grigio o un ColorChecker da 24 patch, permette di bilanciare il bianco e di costruire un profilo della fotocamera.
- sRGB è lo spazio standard di web e schermi, Adobe RGB è più ampio nei cian-verdi e pensato per la stampa, ProPhoto RGB è il più esteso e va usato a 16 bit.
- Un profilo ICC descrive come un dispositivo o uno spazio gestisce il colore; la calibrazione del monitor con un colorimetro produce un profilo di correzione o una regolazione dello schermo.
- Il soft-proofing simula a schermo il risultato di stampa con il profilo di carta e stampante, e permette di correggere prima di stampare.
- Le maschere di luminosità e il dodging and burning ritoccano la luce per zone, con lo stesso principio della camera oscura; la luce ben progettata in studio riduce la quantità di correzioni.
RAW e JPEG: il file come materia prima
Un file RAW contiene i dati non elaborati del sensore: un convertitore li trasforma in un’immagine visibile solo in un secondo momento. La fotocamera in genere rinvia gran parte dell’elaborazione, quindi bilanciamento del bianco, colore e nitidezza si applicano dopo. Il punto bianco può essere impostato su qualsiasi valore, anche diverso dai preset come «luce diurna» o «tungsteno». I file RAW in genere memorizzano 12 o 14 bit di intensità per canale, cioè da 4.096 a 16.384 livelli, mentre un TIFF a 8 bit offre 256 livelli per canale e un JPEG usa in più una compressione con perdita.
La modifica di un RAW non intacca i dati di partenza: i programmi aggiornano soltanto i metadati che dicono al convertitore come rendere l’immagine, e l’originale resta intatto. Il formato DNG di Adobe, basato su TIFF e privo di royalty, è un tentativo di standard aperto che alcuni costruttori adottano, ma molti grandi marchi usano formati proprietari. I file RAW sono di solito da due a sei volte più grandi dei JPEG, e occupano più spazio e possono rallentare le raffiche.
Per il lavoro di studio il RAW è la scelta naturale, perché la luce è controllata e la qualità del colore è decisiva. Permette di correggere il bilanciamento del bianco senza perdere dettagli, di recuperare informazioni nelle ombre e di contenere le alte luci con margini molto più ampi di quelli di un JPEG già elaborato nella fotocamera. Molti professionisti scattano soltanto in RAW e generano i JPEG solo come passaggio finale, per l’output. In situazioni in cui conta la velocità, come uno scatto con consegna immediata, si può registrare RAW più JPEG, ma il file su cui si lavora a fondo resta il RAW.
Le scelte di ripresa che decidono il file
La qualità del file si decide in ripresa, prima di ogni correzione. Tre scelte pesano più delle altre: il formato del sensore con il diaframma, la sincronizzazione del flash e l’esposizione.
Formato del sensore e diaframma
Il formato del sensore incide sulla profondità di campo e quindi sulla luce che serve. A parità di inquadratura e di diaframma, un sensore più grande dà meno profondità di campo. Per ottenere la stessa profondità di campo di un full frame a f/8, un medio formato digitale richiede un diaframma più chiuso, di norma da mezzo stop a più di uno stop, secondo la dimensione del sensore, e questo vuol dire più luce o sorgenti più vicine al soggetto per non alzare la sensibilità ISO. Il medio formato si sceglie quando la micro-texture della pelle e la resa dei colori sono prioritarie e si può investire in flash più potenti e in modificatori più grandi. Il full frame offre un buon compromesso fra profondità di campo controllabile, costo e gestione dei file, ed è la base di gran parte della ritrattistica professionale.
Il diaframma è un equilibrio fra profondità di campo, risoluzione ottica e controllo dell’esposizione. Un obiettivo molto luminoso a f/1.4 o f/2.8 produce uno sfocato marcato, ma in studio la profondità di campo ridotta rende critica la messa a fuoco, soprattutto se il soggetto si muove. La luce artificiale permette di chiudere il diaframma senza lottare contro la luce ambiente, e per questo in studio si lavora spesso a diaframmi medi, attorno a f/8 e f/11, che coprono occhi, naso e bocca anche se la testa si inclina. Oltre una certa soglia la diffrazione riduce la nitidezza e consuma luce, e per questo la scelta si ferma di norma a diaframmi medi. Chiudere a f/11 presuppone potenza sufficiente e un buon controllo del rapporto fra luce principale e luce di riempimento, in modo che le ombre non diventino troppo dense. La distanza di un softbox cambia la morbidezza dell’ombra ma non la profondità di campo, che dipende da diaframma, focale e distanza di ripresa.
Sincronizzazione del flash
La luce di un flash è brevissima, e la fotocamera deve garantire che il lampo avvenga quando il sensore è tutto scoperto. Con un otturatore a tendina, che espone il fotogramma con una fessura in movimento, il sensore è scoperto per intero soltanto ai tempi lunghi, e il flash normale funziona entro il tempo di sincronizzazione della fotocamera. Alcuni modelli con otturatore elettronico non hanno questo limite meccanico e possono raggiungere tempi di sincronizzazione molto più brevi. Oltre il limite si usa la sincronizzazione ad alta velocità (HSS), in cui il flash emette una serie di lampi più brevi, così da illuminare tutto il fotogramma anche se l’otturatore non è mai completamente aperto, con una perdita di potenza. In studio, dove la luce ambiente è bassa e il flash domina, un tempo entro il limite di sincronizzazione è in genere sufficiente a congelare il movimento del soggetto, perché è la durata del lampo a fermare l’azione, e non il tempo di posa.
Esposizione e istogramma
L’esposizione è la scelta che più pesa sul file. L’istogramma mostra la distribuzione dei toni e segnala le zone a rischio, e la tecnica dell’esposizione a destra insegna a spostare i toni verso il lato chiaro, appena prima del clipping, per raccogliere più informazione. In studio, dove la luce si controlla, si misura con l’esposimetro a luce incidente, si verifica con un grigio al 18 per cento, come nel capitolo sull’esposimetria, e si controlla l’istogramma su uno scatto di prova. L’istogramma della fotocamera si calcola sull’anteprima, di solito più contrastata del RAW, e lascia quindi un piccolo margine in più di quello che sembra.
Bilanciamento del bianco e riferimenti neutri
Il bilanciamento del bianco stabilisce quale colore della scena debba apparire neutro, e quindi sposta tutti gli altri colori di conseguenza. In studio la luce è costante e nota, e si può impostare la temperatura di colore del flash o del pannello, ma il valore dichiarato dal costruttore è un riferimento e non una misura: due apparecchi con la stessa etichetta possono differire di tinta. Il modo sicuro è inserire nella scena, per un solo scatto, un riferimento neutro e correggere da lì. Per la scienza della temperatura di colore si veda la temperatura correlata di colore.
Il riferimento più semplice è il cartoncino grigio al 18 per cento, lo stesso che serve all’esposimetro, fotografato sotto la stessa luce del soggetto. In post-produzione, con il contagocce del bilanciamento del bianco, un clic sul grigio porta il punto neutro dove serve e fissa la correzione per tutta la serie. Un riferimento più completo è il ColorChecker, chiamato anche Macbeth ColorChecker, presentato nel 1976 in un articolo di C. S. McCamy, H. Marcus e J. G. Davidson e prodotto originariamente da Macbeth. È una tavola con ventiquattro campioni opachi dipinti, disposti in una griglia di quattro per sei e circondati da un bordo nero. Sei campioni formano una scala di grigi, dal quasi bianco al quasi nero, e gli altri sono colori di riferimento.
Fotografato una volta all’inizio della sessione, il ColorChecker serve a due scopi. Dà un grigio neutro per il bilanciamento del bianco, e permette, con il software adatto, di costruire un profilo della fotocamera confrontando i colori registrati con i valori di riferimento. Una sola foto del bersaglio può anche servire a correggere un’immagine in modo da farla corrispondere a un’altra scattata con lo stesso bersaglio. Con più fotocamere o con più sorgenti diverse nello stesso lavoro, il riferimento comune garantisce che i colori siano coerenti da una macchina all’altra e da una luce all’altra.
Spazi colore: sRGB, Adobe RGB, ProPhoto RGB
Uno spazio colore definisce l’insieme dei colori che si possono rappresentare e il modo in cui i numeri di un file corrispondono a quei colori. I tre spazi di lavoro più usati in fotografia sono sRGB, Adobe RGB e ProPhoto RGB, e differiscono per estensione. La differenza fra i primi due ha una trattazione dedicata in Adobe RGB e sRGB.
sRGB è lo spazio standard per monitor, stampanti e web. Fu proposto da HP e Microsoft nel 1996 e adottato dalla IEC come IEC 61966-2-1:1999. Usa gli stessi primari e lo stesso punto bianco D65 della Rec. 709 della televisione ad alta definizione, con una funzione di trasferimento che approssima un gamma di circa 2,2, scelto per i monitor a tubo catodico dell’epoca. Per questo è lo spazio predefinito del web e delle immagini prive di profilo incorporato: se un file non dichiara nulla, i programmi lo trattano come sRGB. Garantisce la massima compatibilità, e per questa ragione è il formato di consegna per schermi, social e siti.
Adobe RGB (1998) fu sviluppato da Adobe Systems a partire dal 1997 e pubblicato nel 1998; è stato poi standardizzato dalla IEC come IEC 61966-2-5 (opRGB) e dall’ISO come ISO 12640-4. Copre circa il 52,1 per cento dello spazio CIE 1931, contro circa il 35 per cento di sRGB, con il vantaggio principale nelle tinte cian-verdi, e occupa circa il 40 per cento di volume in più. Fu pensato per coprire la maggior parte dei colori che le stampanti CMYK sanno produrre, ed è uno spazio di lavoro disponibile in Photoshop. Sfruttarne l’intera gamma richiede software adatto e un flusso di lavoro più complesso; altrimenti i colori vengono compressi nella gamma più piccola di sRGB.
ProPhoto RGB, detto anche ROMM RGB (Reference Output Medium Metric), è stato sviluppato da Kodak per l’output fotografico. Ha una gamma molto ampia, che copre oltre il 90 per cento dei colori reali di superficie nello spazio CIE L*a*b*, e circa il 13 per cento dei colori che rappresenta è immaginario, cioè non corrisponde a colori visibili. Va usato a 16 bit, perché i gradienti a 8 bit possono presentare bande in una gamma così estesa, e non è visualizzabile per intero su dispositivi reali.
| Spazio | Origine | Gamma | Uso tipico |
|---|---|---|---|
| sRGB | HP e Microsoft, 1996; IEC 61966-2-1:1999 | circa 35% del CIE 1931 | Web, schermi, consegna standard |
| Adobe RGB (1998) | Adobe, 1998; IEC 61966-2-5 | circa 52,1% del CIE 1931 | Stampa, lavoro con gamma estesa |
| ProPhoto RGB | Kodak (ROMM RGB) | oltre il 90% dei colori di superficie in CIELAB | Lavoro a 16 bit con massimo margine |
La scelta pratica dipende dall’uso. Si lavora in uno spazio ampio, Adobe RGB o ProPhoto RGB a 16 bit, quando le correzioni sono pesanti e l’immagine andrà in stampa; si converte in sRGB al momento dell’esportazione per il web, perché è lo spazio che ogni schermo interpreta in modo coerente. Chi scatta in RAW non ha bisogno di decidere lo spazio in fotocamera, perché il RAW non lo contiene: lo spazio si sceglie nel convertitore, all’esportazione.
Profili ICC e conversioni
Un profilo ICC è un file di dati che descrive come un dispositivo, in ingresso o in uscita, o uno spazio colore gestisce il colore, secondo gli standard dell’International Color Consortium. Il principio è un passaggio in due tempi: i valori del dispositivo di partenza si convertono in uno spazio di collegamento (il Profile Connection Space), che è CIELAB oppure CIEXYZ, e da lì si convertono nei valori del dispositivo di arrivo. Ogni profilo è in sostanza una coppia di trasformazioni, una per verso. Lo spazio di collegamento usa come illuminante di riferimento una approssimazione a 16 bit del D50, e gli altri punti bianchi vengono adattati con la trasformazione di Bradford. Esistono due generazioni principali, ICCv2 e ICCv4, quest’ultima del dicembre 2001.
Un profilo può contenere più trasformazioni per scopi di resa diversi, i cosiddetti rendering intent: da un lato l’abbinamento più fedele possibile dei colori, dall’altro il rimappaggio dell’intera gamma per adattarla a un dispositivo più piccolo. La scelta conta quando si converte da uno spazio ampio a uno stretto, perché i colori fuori gamma devono andare da qualche parte. I formati di file come JPEG, PNG, TIFF e PDF/X possono portare un profilo incorporato, e l’esportazione con il profilo incorporato è l’abitudine che evita le sorprese: il programma che apre il file sa come interpretarlo.
La regola di base del flusso colore si dice in una frase: ogni immagine deve avere un profilo, ogni conversione deve essere dichiarata, e ogni schermo su cui si giudica deve avere il suo profilo. Saltare un anello della catena, cioè lavorare su un monitor non calibrato, esportare da uno spazio ampio senza convertire in sRGB, o consegnare un file senza profilo, significa perdere la coerenza fra lo scatto in studio e l’output finale. I toni della pelle, i riflessi e le micro-ombre appaiono diversi da ciò che il fotografo aveva progettato nella luce.
Calibrare il monitor
La calibrazione del monitor è il passaggio che dà senso a tutti gli altri, perché è il monitor a mostrare ciò che si sta facendo. Si esegue con un colorimetro, che si appoggia piatto sullo schermo, schermato dalla luce ambiente: il software invia colori di prova e confronta ciò che lo schermo mostra con le letture del sensore. Il risultato è di due tipi. Può essere un profilo ICC di correzione, che il sistema applica prima di visualizzare l’immagine, oppure una regolazione di luminosità, contrasto e canali RGB dal menu del monitor, o entrambi. Le condizioni di riferimento descritte dalla letteratura sono quelle di una carta stampata sotto luce D65 a 120 candele per metro quadrato, e i target più comuni degli schermi sono sRGB e DCI-P3.
Lo strumento di misura deve essere adatto allo schermo: se il sensore non è compatibile con le capacità del display, la calibrazione dà letture sbagliate. La luce della stanza pesa sul giudizio, quindi si lavora con luce ambiente moderata e stabile, senza finestre che cambiano colore durante la giornata, e con pareti neutre, come nello studio descritto nel capitolo sull’ingegneria dello spazio. Conviene ripetere la calibrazione a intervalli regolari, perché i pannelli cambiano con l’uso.
La stessa logica vale per gli altri dispositivi. Per una fotocamera si fotografa un bersaglio noto, come il ColorChecker, e si costruisce un profilo di correzione dalla differenza fra i valori registrati e quelli di riferimento; per far coincidere due o più fotocamere si usa una mappatura dei colori. Gli scanner si profilano con un bersaglio IT8 misurato con un fotometro. Le stampanti si profilano con una tavola di campioni noti, misurata con un fotometro o con uno scanner calibrato, e ogni combinazione di stampante, carta e inchiostro richiede un profilo proprio.

Correzione e color grading di base
La post-produzione di un ritratto o di un prodotto è collegata alla luce usata in studio, perché la luce è stata progettata per creare una certa atmosfera e una certa resa del colore. In programmi come Lightroom e Capture One il fotografo applica un color grading di base che amplifica o neutralizza quegli effetti, mantenendo la coerenza fra la luce dello studio e l’immagine finale. Il confine fra correzione e grading è trattato in color grading fotografico e correzione colore: la correzione porta l’immagine a un colore corretto e neutro, il grading le dà un carattere espressivo.
L’ordine delle operazioni conta. Si parte dal bilanciamento del bianco e dall’esposizione, si controllano le alte luci e le ombre, si regola il contrasto e solo dopo si interviene sul colore. In Lightroom i comandi di tinta e di colore correggono le dominanti residue dopo il bilanciamento del bianco, spostando l’immagine verso il verde o verso il magenta; in Capture One l’editor del colore permette di regolare tonalità, saturazione e luminosità di ciascuna gamma cromatica, e serve a migliorare le tonalità della carnagione senza alterare il resto. La correzione dev’essere leggera, perché la luce in studio è stata progettata per essere già quella voluta, e la flessibilità del RAW serve a rimediare ai piccoli errori senza tornare in studio.
La correzione selettiva lavora su singole aree con maschere: le tonalità della pelle, i capelli, i riflessi, lo sfondo. Una luce progettata con cura rende la selezione più efficace, perché le zone di luce e di ombra sono già ben definite. Il fotografo riduce la saturazione dei colori troppo vividi, come il rosso dei riflessi su una superficie lucida, oppure scalda o raffredda una zona per rafforzare l’atmosfera. Il criterio è sempre lo stesso: intervenire il meno possibile, e farlo con una maschera morbida, perché un bordo netto fra una zona corretta e una no tradisce il ritocco.
Maschere di luminosità e dodging and burning
La maschera di luminosità è una selezione costruita sul valore di luce dei pixel: permette di isolare i toni chiari, medi o scuri dell’immagine e di intervenire solo su quelli, senza toccare il colore. In una foto di studio la luce ha già disegnato zone precise di luce e di ombra, e la maschera permette di rafforzarle o di attenuarle con un controllo molto fine. Una maschera ricavata dalle alte luci serve a recuperare dettaglio in un riflesso, una dalle ombre ad aprire una zona scura senza alzare il rumore dei mezzitoni. La sfumatura della maschera decide il risultato: bordi troppo duri producono aloni attorno ai contorni.
Il dodging and burning viene dalla camera oscura, dove si regolava l’esposizione di zone specifiche di una stampa ottenuta da un negativo. Il dodging, o mascheramento, riduce l’esposizione nelle zone che devono risultare più chiare, bloccando la luce con un oggetto opaco. Il burning, o bruciatura, aggiunge esposizione alle zone che devono risultare più scure, dopo che la stampa ha ricevuto l’esposizione normale. Ansel Adams portò queste tecniche al livello di arte e ne parlò in The Print, inserendole nel suo sistema delle zone. W. Eugene Smith impiegò cinque giorni per riprodurre, con questi metodi, la gamma di toni dalla lampada luminosa all’ombra scura in Schweitzer with Lamp at His Desk (1954).
Il principio rimane identico nel digitale, e molti programmi hanno strumenti di schiarimento e di bruciatura che imitano l’effetto della camera oscura. La ragione è fisica: le scene naturali hanno una gamma dinamica più ampia di quella che una stampa o uno schermo possono contenere. Invece di abbassare il contrasto in modo uniforme, si schiariscono e si scuriscono zone diverse separatamente, così che ognuna mantenga il massimo contrasto. Il lavoro, in studio, esalta la luce che il fotografo ha costruito e non la sostituisce: una luce ben modellata si rinforza con piccoli ritocchi, una luce sbagliata non si salva con un grande intervento. Il tema è affine al tone mapping che si usa oggi nella fotografia ad alta gamma dinamica.
Soft-proofing e output per web e stampa
L’output finale, per schermo o per carta, è il momento in cui la luce creativa dello studio diventa un risultato visivo, e lì la differenza fra i due supporti si fa sentire. Lo schermo emette luce, e la carta la riflette: un’immagine sul web è in genere più luminosa e più vivace della stessa immagine stampata, perché l’emissione di un pannello raggiunge livelli di luminosità e di saturazione che una carta, che si limita a riflettere la luce che riceve, non può eguagliare. La stampa ha inoltre una gamma di colori diversa da quella dello schermo, con alcune zone più piccole e altre diverse.
Il soft-proofing è la tecnica che permette di vedere a schermo, in anticipo, come apparirà la stampa. Si attiva in programmi come Photoshop e Lightroom scegliendo il profilo ICC della combinazione di stampante e carta, e il programma simula sullo schermo i colori e i toni che quella carta sarà in grado di riprodurre. Un avviso di gamma segnala i colori che la stampa non può raggiungere, e il fotografo li corregge prima di stampare, riducendo la saturazione di quelle zone o scegliendo un’altra resa. Il risultato è una stampa più vicina a ciò che si è deciso a schermo, con meno prove e meno carta sprecata. Funziona soltanto con un monitor calibrato e con il profilo giusto della carta: senza questi due elementi, la simulazione dà un’idea sbagliata.
Per il web la regola è semplice: si converte in sRGB, si incorpora il profilo e si controlla il file a dimensione finale. Per la stampa si esporta con il profilo della carta, o si lascia la gestione al programma di stampa, in modo che la conversione avvenga una volta sola. Quando si consegna a un laboratorio, il profilo e le indicazioni di stampa del laboratorio hanno la precedenza. Un buon flusso mantiene un file master in alta qualità, in uno spazio ampio e a 16 bit, e ricava da quello le versioni per ogni uso, invece di modificare ripetutamente la stessa copia.
Un flusso di lavoro dalla luce all’immagine finale
Il percorso della luce, dalla sorgente al foglio, si può riassumere in una sequenza ordinata. In studio si progetta la luce partendo dalla scelta delle sorgenti, dall’ombra e dal rapporto di illuminazione studiati nel capitolo sul chiaroscuro, dall’ambiente e dall’impianto descritti in ingegneria dello spazio, e dalle applicazioni di genere trattate in applicazioni verticali. In ripresa si scatta in RAW, si misura la luce, si fotografa un riferimento neutro e si controlla l’istogramma.
Al computer si lavora su un monitor calibrato, si bilancia il bianco sul riferimento, si regolano esposizione e contrasto, si corregge il colore in modo leggero e si rifinisce la luce con maschere e con dodging and burning. Si salva un file master, e da quello si ricavano le versioni di consegna con il profilo corretto, provando a schermo la stampa quando serve. Ogni anello si appoggia sul precedente: una luce ben fatta riduce il lavoro di correzione, un file ben esposto permette correzioni leggere, uno schermo calibrato rende affidabili i giudizi, un profilo coerente conserva il risultato fino alla stampa.
La guida si chiude così, dove si apre: la luce è la materia prima della fotografia, e il resto è il modo di custodirla. Per rileggere i principi dal principio si può partire dalla guida definitiva, dalla fisica della luce e dall’articolo di sintesi la luce in fotografia.
Domande frequenti
Perché scattare in RAW in studio?
Perché il RAW conserva i dati del sensore, di norma a 12 o 14 bit per canale, e rinvia a dopo bilanciamento del bianco, colore e nitidezza. Le correzioni non toccano i dati originali, e il margine per recuperare ombre e alte luci è molto più ampio di quello di un JPEG.
Serve un ColorChecker se ho già un cartoncino grigio?
Il cartoncino grigio basta per bilanciare il bianco. Il ColorChecker, con i suoi 24 campioni, serve in più a costruire un profilo della fotocamera e a ottenere colori coerenti fra macchine e sorgenti diverse, ed è utile soprattutto per il prodotto e per le serie lunghe.
Quale spazio colore devo scegliere?
Per il web, sRGB. Per la stampa e per le correzioni pesanti, Adobe RGB o ProPhoto RGB a 16 bit, convertendo in sRGB all’esportazione per lo schermo. Un RAW non contiene uno spazio colore: lo si sceglie nel convertitore.
Che cos’è un profilo ICC?
È un file che descrive come un dispositivo o uno spazio colore gestisce il colore, e permette di convertire i valori fra dispositivi diversi passando per uno spazio di collegamento, CIELAB o CIEXYZ. I formati JPEG, PNG, TIFF e PDF/X possono portarlo incorporato.
Ogni quanto si calibra il monitor?
A intervalli regolari, perché i pannelli cambiano con l’uso. La calibrazione si fa con un colorimetro appoggiato sullo schermo, al riparo dalla luce ambiente, e produce un profilo di correzione o una regolazione dei comandi del monitor.
Perché la stampa è più scura dello schermo?
Perché lo schermo emette luce e la carta si limita a riflettere quella che riceve. A parità di file, l’immagine stampata risulta meno luminosa e meno vivace, e il soft-proofing con il profilo di carta e stampante mostra a schermo questa differenza prima di stampare.
Che differenza c’è fra dodging e burning?
Il dodging riduce l’esposizione nelle zone che devono risultare più chiare, il burning aggiunge esposizione in quelle che devono risultare più scure. Vengono dalla camera oscura, dove si usavano mani e sagome, e nel digitale li imitano appositi strumenti dei programmi di ritocco.
Una maschera di luminosità sostituisce il dodging and burning?
Sono strumenti vicini. La maschera seleziona le zone per valore di luce e consente un intervento molto preciso su toni definiti; il dodging and burning lavora a pennello e permette di decidere zona per zona. Spesso si usano insieme, la maschera per la base e il pennello per le rifiniture.
Il quadro generale dell’evoluzione tecnica è nella sezione La tecnologia fotografica.
Fonti
- sRGB, Wikipedia: origine, IEC 61966-2-1, primari Rec. 709 e punto bianco D65
- Adobe RGB color space, Wikipedia: anno, gamma rispetto a sRGB e standard IEC e ISO
- ProPhoto RGB color space, Wikipedia: gamma, primari immaginari e uso a 16 bit
- ICC profile, Wikipedia: profili, spazio di collegamento, versioni e formati di file
- Color calibration, Wikipedia: calibrazione di monitor, fotocamere, scanner e stampanti
- ColorChecker, Wikipedia: tavola di 24 campioni, origine del 1976 e uso fotografico
- Raw image format, Wikipedia: contenuto dei file RAW, profondità di bit e modifica non distruttiva
- Dodging and burning, Wikipedia: tecnica di camera oscura, Ansel Adams e W. Eugene Smith
Aggiornato Ottobre 2026



