Nobuyoshi Araki nacque a Tokyo nel 1940, in un Giappone ancora segnato dalle conseguenze della Seconda guerra mondiale e avviato verso la ricostruzione economica e culturale. Figlio di un impiegato statale e di una madre appassionata di fotografia amatoriale, Araki ebbe sin dall’infanzia un rapporto stretto con l’immagine fotografica. L’atmosfera familiare e la quotidianità urbana di Tokyo costituirono i primi soggetti che lo avrebbero accompagnato per tutta la sua carriera.
Si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria della Chiba University, dove conseguì nel 1963 la laurea in fotografia e cinematografia. Durante gli studi si avvicinò alle tecniche della fotografia analogica in bianco e nero, lavorando soprattutto con pellicole 35mm e sviluppando una sensibilità particolare verso i rapporti tra immagine, tempo e narrazione. Il suo lavoro accademico culminò in un cortometraggio, ma già in quegli anni Araki mostrava una predilezione per la fotografia come linguaggio più immediato e diretto.
Negli anni Sessanta, Tokyo era un laboratorio visivo in fermento: la modernizzazione accelerata, le proteste studentesche e l’influenza delle avanguardie artistiche occidentali crearono un contesto fertile per la sperimentazione. Araki iniziò a lavorare come fotografo pubblicitario presso Dentsu, la più grande agenzia pubblicitaria giapponese. Qui imparò le regole della fotografia commerciale, sviluppando padronanza tecnica nella gestione della luce artificiale, delle inquadrature e della composizione visiva. Tuttavia, parallelamente, coltivava un interesse personale per la fotografia privata e diaristica, in cui registrava momenti intimi della propria vita quotidiana.
La sua prima pubblicazione importante, Sentimental Journey (1971), documentava il viaggio di nozze con la moglie Yōko. L’opera, caratterizzata da un linguaggio diaristico e intimo, rappresentava una svolta rispetto alla fotografia documentaria tradizionale: il privato diventava materia estetica e il vissuto personale si trasformava in narrazione universale. Con questa serie, Araki inaugurò uno stile che avrebbe segnato tutta la sua produzione: unire la vita e l’arte senza filtri, facendo della fotografia un prolungamento del proprio vissuto.
Linguaggio visivo e sperimentazioni tecniche
Araki è noto per aver sviluppato un linguaggio fotografico che unisce documentazione diaristica, erotismo esplicito e teatralità simbolica. A livello tecnico, ha sempre sperimentato con diversi formati e supporti, passando dal 35mm alle fotocamere di medio formato, dalle stampe in gelatina d’argento alle tecniche di colore e, più tardi, al digitale.
Un aspetto centrale della sua poetica è l’uso della fotografia come diario: Araki scatta compulsivamente, accumulando immagini della vita quotidiana, delle strade di Tokyo, dei fiori, dei gatti e soprattutto delle donne che fotografa in pose intime o legate alla tradizione del kinbaku, la pratica giapponese di bondage estetico. Le sue fotografie mescolano dunque intimità privata, erotismo ritualizzato e osservazione urbana.
Sul piano tecnico, Araki non si limita a riprendere la realtà: spesso interviene sulle fotografie con pennellate di colore, collage e sovrapposizioni, trasformando l’immagine in un oggetto ibrido tra fotografia e pittura. Questa contaminazione di linguaggi dimostra la sua volontà di superare i confini tra media, esplorando le possibilità espressive oltre la mera riproduzione meccanica.
Negli anni Ottanta e Novanta, Araki iniziò a lavorare con la polaroid e con la fotografia a colori, sfruttando la saturazione cromatica per intensificare il carattere emotivo e sensuale delle sue immagini. In parallelo, utilizzava la sequenza fotografica come elemento narrativo, dando vita a veri e propri “romanzi fotografici” in cui le immagini sostituivano le parole. L’ossessione per il tempo e la caducità della vita emerge chiaramente nella serie Winter Journey (1990), dedicata alla morte della moglie Yōko, in cui la fotografia diventa strumento di elaborazione del lutto.
Araki ha sempre mantenuto un atteggiamento provocatorio nei confronti delle regole estetiche e morali, spingendo la fotografia giapponese verso territori spesso considerati tabù. La combinazione di tecnica impeccabile, sperimentazione formale e contenuto trasgressivo lo ha reso una delle figure più discusse e influenti del secondo Novecento.
Erotismo, censura e ricezione critica
Uno degli aspetti più controversi della produzione di Araki è la sua esplorazione dell’erotismo e della sessualità. Le sue immagini di donne nude, spesso legate con corde secondo la pratica del kinbaku, hanno suscitato reazioni contrastanti: da un lato, sono state celebrate come rappresentazioni artistiche e simboliche della condizione umana; dall’altro, sono state accusate di voyeurismo, pornografia e sfruttamento femminile.
In Giappone, dove la legislazione sulla rappresentazione del nudo è storicamente restrittiva, molte delle opere di Araki furono soggette a censura. Parti del corpo venivano oscurate o velate da tratti di inchiostro nero, in un processo che paradossalmente finiva per aumentare il potere evocativo delle immagini. Questa tensione tra desiderio e proibizione, tra mostrare e nascondere, è diventata parte integrante della sua estetica.
Dal punto di vista tecnico, Araki non ha mai considerato la fotografia erotica come un genere separato, ma come una componente naturale della vita quotidiana. Il suo approccio diaristico integra eros e morte, gioia e dolore, in una visione esistenziale in cui il corpo femminile diventa simbolo della vitalità e della caducità umana.
La ricezione critica delle sue opere è stata polarizzata: alcuni studiosi lo hanno paragonato a figure come Helmut Newton o Robert Mapplethorpe per la capacità di portare l’erotismo in galleria e nei musei, mentre altri lo hanno accusato di perpetuare stereotipi patriarcali. Negli anni Duemila, nuove generazioni di critici hanno iniziato a rileggere il suo lavoro alla luce del concetto di autorappresentazione e teatralità, sottolineando come molte delle sue modelle partecipino attivamente alla costruzione delle immagini, ribaltando la dinamica di potere tradizionale.
Nonostante le controversie, Araki è riuscito a imporre la sua visione in contesti internazionali. Le sue mostre sono state ospitate in musei e gallerie di tutto il mondo, dalla Tate Modern di Londra al MoMA di New York, contribuendo a legittimare l’erotismo come tema centrale della fotografia contemporanea.
Eredità, influenza e produzione sterminata
Con oltre 500 libri pubblicati, Nobuyoshi Araki è probabilmente il fotografo più prolifico della storia. La sua produzione monumentale ha influenzato intere generazioni di artisti, fotografi e registi, in Giappone e all’estero. La sua capacità di trasformare la fotografia in un linguaggio diaristico, capace di fondere vita privata ed estetica, ha aperto nuove prospettive sulla funzione del medium.
L’eredità di Araki si articola su diversi livelli. Sul piano tecnico, ha dimostrato che la fotografia può essere al tempo stesso documento e finzione, diario personale e opera d’arte. Le sue sperimentazioni con il colore, le polaroid, i collage e le manipolazioni manuali hanno arricchito il vocabolario fotografico contemporaneo. Sul piano culturale, ha posto domande scomode sulla rappresentazione del corpo, del desiderio e della morte, contribuendo a ridefinire i limiti del dicibile e del visibile.
La sua influenza si nota anche nel cinema e nella moda: numerosi registi giapponesi e occidentali hanno ripreso le sue atmosfere visive, caratterizzate da un misto di intimità e artificio. Nel mondo della moda, le sue immagini di donne in pose sensuali hanno ispirato intere campagne pubblicitarie e servizi editoriali.
Negli ultimi decenni, nonostante problemi di salute e accuse di comportamento scorretto sollevate da alcune ex modelle, Araki ha continuato a lavorare con la stessa energia di sempre, mantenendo un ruolo centrale nel dibattito artistico contemporaneo. La sua figura rimane emblematica di una fotografia che non teme di spingersi oltre i confini del lecito e del convenzionale, facendo del medium un terreno di scontro tra estetica, morale e politica.
Fonti
- https://www.britannica.com/biography/Nobuyoshi-Araki
- https://www.arakinobuyoshi.com/
- https://www.moma.org/artists/264
- https://www.tate.org.uk/art/artists/nobuyoshi-araki-264
- https://www.icp.org/browse/archive/constituents/nobuyoshi-araki
- https://www.fondazionefotografia.org/it/mostre/nobuyoshi-araki/
- https://www.foam.org/museum/programme/nobuyoshi-araki
- https://www.artforum.com/artists/nobuyoshi-araki-1223
Aggiornato Novembre 2025
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma anche come testimonianza storica e culturale. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica della fotografia. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine. Su storiadellafotografia.com condivido ricerche, approfondimenti e riflessioni, con l’obiettivo di trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


