HomeLa Storia della FotografiaIl “nuovo futuro”: tra blockchain e protezione del diritto d'autore

Il “nuovo futuro”: tra blockchain e protezione del diritto d’autore

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La storia dei diritti d’autore nella fotografia è quasi coeva alla fotografia stessa, e quasi altrettanto complicata. Fin dai primi decenni del mezzo, i fotografi hanno dovuto confrontarsi con la difficoltà di proteggere le proprie immagini dalla riproduzione non autorizzata, dalla pubblicazione senza attribuzione, dall’uso commerciale non compensato. Ogni nuova tecnologia di riproduzione ha amplificato quella difficoltà: la stampa offset ha reso economica la riproduzione di massa delle immagini, la fotocopiatrice ha portato la riproduzione nelle mani di chiunque, internet ha dissolto ogni barriera geografica e logistica alla distribuzione delle immagini, e i social media hanno creato un ecosistema nel quale la condivisione è il comportamento predefinito e chiedere il permesso è l’eccezione invece della regola. Il risultato è che oggi, nel secondo quarto del ventunesimo secolo, un fotografo professionista che pubblica le proprie immagini online può ragionevolmente aspettarsi che quelle immagini vengano riprodotte, condivise, scaricate e usate commercialmente senza il suo consenso e senza nessuna compensazione economica, non perché chi lo fa abbia necessariamente cattive intenzioni ma perché la cultura digitale ha normalizzato l’idea che ciò che è visibile sia disponibile. In questo contesto di crisi strutturale della proprietà intellettuale fotografica, la blockchain ha cominciato ad affacciarsi come una possibile soluzione tecnologica a un problema che le soluzioni legali tradizionali non sono riuscite a risolvere.

La crisi dell’autenticità fotografica e la crisi dei diritti d’autore fotografico sono due facce dello stesso problema, generato dalla stessa transizione tecnologica: il passaggio dell’immagine fotografica da oggetto fisico unico a file digitale infinitamente copiabile e distribuibile a costo zero. La prima crisi riguarda la fiducia — non sappiamo più se quello che vediamo è accaduto davvero. La seconda riguarda la proprietà — non sappiamo più chi ha il diritto di usare un’immagine e chi dovrebbe essere compensato per il suo uso. Entrambe richiedono soluzioni che il diritto tradizionale non è stato in grado di fornire, e che la tecnologia sta cercando, con risultati parziali e promettenti al tempo stesso, di costruire dal basso. Non è la prima volta nella storia della fotografia che una crisi tecnica ha richiesto una risposta tecnica: quando la fotografia di guerra rese evidente che le immagini potevano essere usate come propaganda, la risposta fu l’elaborazione di codici etici professionali; quando la riproduzione offset rese economica la copia di massa delle fotografie, la risposta fu il sistema delle agenzie stock e delle licenze collettive. La blockchain è la risposta tecnica del nostro tempo a una crisi tecnica del nostro tempo, con tutti i limiti e tutte le promesse che quella condizione comporta.

Per capire perché la blockchain potrebbe rilevare dove il diritto d’autore tradizionale ha fallito, è necessario capire cosa sia la blockchain e perché le sue caratteristiche tecniche fondamentali la rendano particolarmente adatta alla gestione della proprietà intellettuale. La blockchain è, nella propria definizione più essenziale, un registro distribuito di transazioni: un database che invece di essere conservato e gestito da un’unica entità centrale è distribuito su migliaia di computer connessi in rete, ciascuno dei quali conserva una copia identica dell’intero registro. Ogni volta che viene effettuata una nuova transazione, essa viene trasmessa a tutti i nodi della rete, verificata attraverso un meccanismo di consenso che richiede l’accordo della maggioranza dei nodi, e poi aggiunta al registro come un nuovo blocco collegato crittograficamente al blocco precedente, formando una catena di blocchi che è la blockchain. La caratteristica cruciale di questa architettura è l’immutabilità: una volta che una transazione è stata registrata e confermata dalla rete, non può essere alterata né cancellata senza modificare contemporaneamente tutti i blocchi successivi su tutti i nodi della rete, un’operazione che richiederebbe una potenza di calcolo superiore a quella di tutta la rete combinata e che è quindi praticamente impossibile.

Per illustrare il principio con un esempio concreto: immaginate di affittare un appartamento. Disponete di un contratto firmato, di una ricevuta del deposito, di un verbale di ispezione, di una registrazione dei pagamenti mensili. Il proprietario ha le proprie copie degli stessi documenti, e probabilmente anche la società di gestione immobiliare ha le proprie. Ma le copie di ciascuna delle tre parti possono differire leggermente nei dettagli, possono essere incomplete, possono essere alterate dopo il fatto; e quando alla fine del contratto sorge una disputa sul deposito o sullo stato dell’appartamento, ciascuna parte ha una versione leggermente diversa della stessa storia, e la risoluzione della disputa richiede tempo, denaro e spesso un arbitro esterno. Se tutti gli elementi di quel contratto di affitto fossero registrati su una blockchain, non ci sarebbero versioni diverse: tutti i partecipanti avrebbero accesso allo stesso registro immutabile, ogni modifica successiva sarebbe registrata come una nuova transazione verificabile, e alla fine del contratto la storia completa del rapporto sarebbe disponibile a chiunque avesse il diritto di vederla, senza possibilità di contestazione. È un principio che vale per qualsiasi tipo di accordo tra parti, e il diritto d’autore fotografico è esattamente il tipo di accordo che può beneficiare di questa caratteristica.

Applicata alla fotografia, la blockchain offre la possibilità di creare un registro permanente e immutabile della proprietà delle immagini: un sistema nel quale un fotografo può registrare le proprie immagini su una blockchain nel momento stesso in cui le produce, creando una prova crittograficamente verificabile di chi ha creato l’immagine, quando l’ha creata, e quali diritti intende riservare e quali intende concedere. Quella registrazione non può essere alterata né cancellata; chiunque voglia usare l’immagine può verificare chi ne è il proprietario e a quali condizioni la licenza è disponibile; e l’acquisto della licenza può avvenire attraverso un contratto intelligente, un programma informatico che risiede sulla blockchain e che esegue automaticamente le condizioni dell’accordo quando le parti soddisfano i requisiti stabiliti. Se un acquirente acquista una licenza d’uso di un’immagine attraverso un contratto intelligente, il pagamento viene trasferito automaticamente al fotografo nel momento in cui l’acquisto è confermato, senza nessun intermediario, senza nessuna attesa, senza nessuna possibilità che il pagamento venga trattenuto, ritardato o negato. Se la licenza è limitata a un certo numero di utilizzi o a un certo periodo di tempo, il contratto intelligente può registrare ogni utilizzo e terminare automaticamente la licenza quando il limite viene raggiunto.

Questo modello rappresenta una trasformazione radicale rispetto al modo in cui il mercato fotografico stock ha funzionato per decenni. Il modello tradizionale delle agenzie fotografiche stock, da Getty Images ad Alamy, da Shutterstock a Adobe Stock, si basa su un intermediario che raccoglie le immagini dai fotografi, le distribuisce agli acquirenti, gestisce la logistica delle licenze e trattiene una percentuale significativa dei proventi, che può variare dal 30 all’80% del prezzo di ogni licenza venduta. È un modello che ha una logica economica nella sua capacità di aggregare milioni di immagini in un catalogo ricercabile e di raggiungere milioni di potenziali acquirenti in tutto il mondo; ma è anche un modello che concentra il potere contrattuale nelle mani degli intermediari e lascia ai fotografi, specialmente a quelli più piccoli, una quota dei proventi spesso insufficiente a sostenere economicamente la propria attività professionale. Un sistema basato su blockchain e contratti intelligenti eliminerebbe o ridurrebbe drasticamente la necessità di questi intermediari: il fotografo potrebbe registrare le proprie immagini direttamente su una piattaforma blockchain, stabilire autonomamente il prezzo e le condizioni di ogni licenza, e ricevere il pagamento direttamente dall’acquirente, con la piattaforma che agisce come infrastruttura tecnica invece che come intermediario commerciale.

Le prime piattaforme che hanno cercato di implementare questo modello sono apparse nel mercato intorno al 2017-2018, sull’onda dell’esplosione di interesse per le criptovalute e le tecnologie blockchain che caratterizzò quel periodo. CopytrackKodakOne e Pixsy sono tra le più note tra quelle che hanno cercato di applicare la blockchain alla protezione e alla monetizzazione dei diritti fotografici. KodakOne merita una menzione particolare non soltanto per la qualità del proprio progetto tecnico ma per il nome che portava: il fatto che il marchio Kodak, il cui declino e fallimento erano stati raccontati nel capitolo precedente come il simbolo della fine dell’era analogica, cercasse di rinascere nella nuova economia delle criptovalute e della blockchain era una di quelle ironie storiche che sembrano costruite apposta. La piattaforma KodakOne prometteva ai fotografi un sistema di registrazione delle proprie immagini su blockchain, un motore di ricerca per il rilevamento automatico degli usi non autorizzati nel web, e un sistema di licenze automatizzato basato su contratti intelligenti; il lancio nel 2018 fu accompagnato dall’annuncio di una criptovaluta proprietaria, il KodakCoin, che avrebbe dovuto essere usata per le transazioni all’interno della piattaforma. L’entusiasmo iniziale fu notevole, ma la piattaforma faticò a raggiungere la scala critica di adozione necessaria per rendere il proprio modello economicamente sostenibile, e il KodakCoin non raggiunse mai la diffusione che i suoi promotori avevano previsto.

Il problema fondamentale che queste piattaforme hanno incontrato non è tecnico ma economico e culturale. Sul piano tecnico, la blockchain funziona esattamente come promette: i registri sono immutabili, le transazioni sono verificabili, i contratti intelligenti eseguono automaticamente le condizioni stabilite. Ma perché un sistema di gestione dei diritti fotografici basato su blockchain funzioni, è necessario che sia adottato da una massa critica di fotografi e di acquirenti sufficientemente grande da renderlo utile come punto di riferimento per il mercato; e costruire quella massa critica richiede convincere sia i fotografi a registrare le proprie immagini su una nuova piattaforma invece di continuare a usare le agenzie stock tradizionali, sia gli acquirenti a cercare e acquistare immagini su quella piattaforma invece di usare i cataloghi aggregati che già conoscono. È il classico problema dell’uovo e della gallina che accompagna il lancio di qualsiasi piattaforma di mercato: la piattaforma è utile soltanto se ha molti utenti, ma gli utenti arriveranno soltanto quando la piattaforma sarà già utile.

C’è anche un problema più profondo, che riguarda la natura stessa della violazione del diritto d’autore fotografico nel mondo digitale. La blockchain può registrare chi possiede i diritti su un’immagine e può gestire automaticamente le licenze per chi acquista l’immagine attraverso la piattaforma; ma non può impedire a qualcuno di fare uno screenshot di un’immagine visualizzata su qualsiasi schermo e di usarla senza acquistare nessuna licenza. La violazione del diritto d’autore fotografico online non avviene principalmente attraverso l’acquisto di licenze illegittime; avviene attraverso la riproduzione informale di immagini che non richiede nessuna piattaforma di distribuzione né nessuna transazione economica. Una persona che scarica un’immagine da un sito web e la usa in una presentazione aziendale, un blogger che copia un’immagine da un motore di ricerca per illustrare un articolo, un account di social media che riposta una fotografia senza credito: queste sono le forme più comuni di violazione del diritto d’autore fotografico, e nessuna di esse passa attraverso una piattaforma blockchain che possa registrare la transazione e farla rispettare automaticamente.

La risposta più sofisticata a questo problema è venuta dalla tecnologia del watermarking invisibile abbinata alla blockchain. Il principio è quello di incorporare nelle immagini un segno distintivo digitale invisibile all’occhio umano ma rilevabile algoritmicamente, che sopravvive alle operazioni di copia, ridimensionamento e compressione a cui le immagini sono normalmente sottoposte; e di collegare quel segno a una registrazione blockchain che identifica il proprietario dell’immagine, in modo che qualsiasi sistema di rilevamento automatico che scansioni il web possa identificare le immagini con quel watermark e verificare se la loro presenza su un sito o una piattaforma è autorizzata o meno. Aziende come Digimarc e Imatag offrono servizi di questo tipo che combinano watermarking persistente e monitoraggio automatico del web; e l’integrazione con la blockchain consente di mantenere un registro immutabile di tutti gli usi rilevati, facilitando sia la gestione delle licenze legittime sia il rilevamento e la documentazione delle violazioni per eventuali procedimenti legali.

Un capitolo a parte nella storia della blockchain e della fotografia è occupato dai NFT, acronimo di Non-Fungible Token, i certificati digitali di proprietà registrati su blockchain che hanno conosciuto un momento di straordinaria popolarità tra il 2020 e il 2022 prima di un altrettanto rapido declino dell’interesse generale. Un NFT è essenzialmente un record blockchain che attesta che una determinata persona possiede un determinato asset digitale, che può essere un’immagine, un video, un file audio o qualsiasi altro tipo di contenuto digitale; la caratteristica di non fungibilità indica che quel token è unico e non sostituibile con un altro token identico, a differenza delle criptovalute dove ogni unità è intercambiabile con qualsiasi altra. L’applicazione degli NFT alla fotografia d’arte ha consentito ad alcuni fotografi di vendere edizioni limitate di proprie opere direttamente ai collezionisti attraverso piattaforme come OpenSea e Foundation, senza intermediari e con la garanzia che la catena di proprietà dell’opera fosse registrata in modo permanente e verificabile. Fotografi come Justin Aversano, la cui serie Twin Flames raggiunse prezzi di mercato nell’ordine di centinaia di migliaia di dollari sul mercato NFT nel 2021, o come Cath Simard, che vendette i diritti NFT di una propria fotografia per oltre 200.000 dollari nello stesso anno, divennero simboli di un nuovo modello economico nel quale il fotografo poteva ricevere compensi prima impensabili per il proprio lavoro digitale.

Il crollo del mercato NFT nel corso del 2022 e del 2023, accompagnato dalla caduta dei prezzi delle principali criptovalute e dalla crescente disillusione sull’entità della speculazione finanziaria che aveva gonfiato i prezzi del mercato, non ha invalidato il principio tecnico degli NFT né la loro utilità come strumento di gestione della proprietà digitale; ma ha ridimensionato drasticamente le aspettative su quanto rapidamente e quanto completamente quel modello avrebbe trasformato il mercato dell’arte fotografica. Il mercato NFT rimane attivo nel 2026, con volumi molto inferiori al picco del 2021 ma con una comunità di collezionisti e di artisti che continua a usare la tecnologia come strumento di certificazione e di vendita diretta delle proprie opere; e la tecnologia blockchain sottostante continua a essere sviluppata e applicata in modi che vanno ben oltre la speculazione finanziaria che ha dominato il racconto pubblico del fenomeno nel suo periodo di massima visibilità.

Il quadro complessivo che emerge da questa storia è quello di una tecnologia con un potenziale genuino ma con sfide di adozione altrettanto genuinamente difficili da superare. La blockchain può offrire ai fotografi strumenti di protezione e di monetizzazione della propria proprietà intellettuale significativamente più efficaci di quelli disponibili con le tecnologie precedenti; ma la sua efficacia dipende da un ecosistema di adozione che richiede anni per costruirsi, da standard tecnici condivisi che richiedono accordi tra attori competitivi spesso riluttanti a collaborare, e da un cambiamento culturale nella comunità degli acquirenti di immagini che richiede incentivi chiari e convincenti per spostare le proprie abitudini consolidate verso nuovi strumenti e nuove piattaforme. Il percorso dalla promessa tecnologica alla soluzione pratica è, come quasi sempre nella storia della tecnologia, più lungo e più tortuoso di quanto i suoi sostenitori più entusiasti avessero previsto; ma la direzione è quella giusta, e i mattoni su cui costruire sono già disponibili per chiunque abbia la pazienza e la visione per assemblare l’edificio con la necessaria cura.

Il crollo del mercato NFT ha avuto, paradossalmente, un effetto chiarificatore: ha separato la speculazione finanziaria — che aveva gonfiato i prezzi e attirato attenzione per ragioni estranee alla fotografia — dagli usi genuinamente utili della certificazione crittografica dell’immagine. Ciò che rimane, una volta sgonfiata la bolla, è l’architettura tecnica: la possibilità di firmare crittograficamente un’immagine nel momento della sua creazione, di registrare quella firma in un sistema verificabile, e di collegare quella verifica a un’identità reale. È esattamente ciò che il C2PA — Coalition for Content Provenance and Authenticity — ha cercato di formalizzare come standard industriale dal 2021 in poi, con la differenza decisiva che il C2PA non richiede criptovalute, non richiede speculazione finanziaria e non richiede la costruzione di un mercato parallelo: richiede soltanto che le fotocamere firmino le proprie immagini al momento dello scatto e che i sistemi di distribuzione rispettino e trasmettano quella firma lungo tutta la catena di pubblicazione.

Il risultato pratico è che un’immagine scattata con una fotocamera che supporta il C2PA porta con sé, incorporata nei propri metadati crittografici, una risposta verificabile a domande che prima non avevano risposta certa: chi ha scattato questa fotografia, con quale strumento, in quale momento, e quali modifiche ha subito da quel momento in poi. Leica, Sony, Canon e Nikon hanno già integrato il supporto C2PA nei propri firmware più recenti, e Adobe ha introdotto il sistema di verifica Content Credentials direttamente in Photoshop e Lightroom, visualizzando un indicatore di autenticità verificabile per le immagini che portano una firma C2PA intatta. Non è la soluzione definitiva al problema della fiducia nell’immagine fotografica — le immagini senza firma rimangono verificabili soltanto attraverso analisi forensi tradizionali, e le immagini generate da AI possono teoricamente ricevere una firma C2PA che le identifica come tali soltanto se chi le genera sceglie di farlo. Ma è il primo mattone posato su fondamenta solide, il primo tentativo serio da parte dell’industria fotografica di rispondere alla crisi dell’autenticità non con dichiarazioni di principio ma con infrastruttura tecnica concreta e interoperabile. Gli anni del mercato NFT, nel loro modo caotico e spesso grottesco, hanno contribuito a identificare con precisione cosa serviva davvero: non un nuovo mercato speculativo, ma un nuovo strato di fiducia incorporato nell’immagine stessa fin dal momento del suo scatto.

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Aggiornato Maggio 2026

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