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La gelatina (1871-1910)

Come la gelatina sostituì il collodio nella fotografia: l'esperimento di Maddox del 1871, il riscaldamento dell'emulsione di Bennett nel 1878, Eastman e la nascita della pellicola flessibile.

La Redazione di Storia della Fotografia 10 min di lettura

I processi chimici

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gelatina fotografica
gelatina fotografica

La gelatina ai sali d’argento sostituì il collodio perché permetteva di preparare le lastre in anticipo, esporle quando serviva e svilupparle molto più tardi, con una sensibilità incomparabilmente maggiore. L’idea nasce nel 1871 con Richard Leach Maddox, trova la forma commerciale nel 1878 con il riscaldamento dell’emulsione di Charles Harper Bennett e, tra il 1879 e il 1889, con George Eastman diventa lastra industriale e poi pellicola flessibile. Da quel momento l’emulsione di gelatina è il cuore della fotografia in bianco e nero, e lo sarà per più di un secolo.

Lo sviluppo del processo al collodio aveva segnato una svolta, ma la lastra umida conservava un limite pesante. Questo capitolo racconta come si è superato.

In Sintesi

  • La lastra al collodio umido andava preparata, esposta e sviluppata nell’arco di circa 10-15 minuti, e richiedeva una camera oscura portatile.
  • L’8 settembre 1871 Richard Leach Maddox pubblicò sul British Journal of Photography il suo esperimento con il gelatino-bromuro, a cui è attribuita l’origine del processo.
  • Nel 1878 Charles Harper Bennett scoprì che il riscaldamento prolungato dell’emulsione ne aumentava molto la sensibilità, aprendo la strada alla fotografia istantanea.
  • George Eastman mise a punto una macchina per stendere l’emulsione sul vetro nel 1879 e nel 1885 vendette la prima pellicola flessibile in rotolo.
  • Con la gelatina nacquero la sensitometria di Hurter e Driffield (metodo descritto nel 1890) e le prime carte da sviluppo commerciali.
  • Sali d’argento sospesi in gelatina sono ancora oggi la base di pellicole e carte in bianco e nero.

Il problema del collodio umido

Frederick Scott Archer è accreditato come l’ideatore del collodio nel 1848 e ne pubblicò il metodo nel 1851. Il collodio diede immagini nitide su vetro, ma la lastra doveva essere stesa, sensibilizzata, esposta e sviluppata prima che lo strato si asciugasse, in circa 10-15 minuti. Per lavorare all’aperto il fotografo si portava dietro una camera oscura trasportabile: tenda, vaschette, bottiglie e lastre di vetro.

Per anni furono fatti tentativi per mantenere utilizzabile il collodio anche da asciutto. Si provarono additivi come glicerina, nitrato di magnesio, acido tannico, albume, tè, caffè, miele e birra. Nel 1861 Russell applicò il tannino alle lastre al collodio bromo-iodurato, un conservante che ne restituiva parte della sensibilità. Questi metodi, però, richiedevano esposizioni da tre a dieci volte più lunghe di quelle del collodio umido, e il vantaggio pratico era in gran parte annullato.

Nel 1864 Bolton e Sayce proposero di formare i sali d’argento fotosensibili direttamente nel collodio liquido, evitando il bagno di nitrato d’argento: ne nacquero le lastre ad emulsione, più regolari e lavabili. Le loro lastre al collodio-bromuro furono in vendita dal 1867, ma erano poco sensibili. Occorreva un legante diverso.

Richard Leach Maddox e l’esperimento del 1871

La gelatina era nota da tempo alla fotografia: già nel 1845 la gelatina si usava per copiare immagini dagherrotipiche e nel 1850 Alphonse Louis Poitevin descrisse positivi ottenuti da negativi su lastre di gelatina asciutte. Mancava un metodo che unisse questo legante ai sali d’argento in un’emulsione sensibile.

Il medico inglese Richard Leach Maddox (Bath, 4 agosto 1816 – Southampton, 11 maggio 1902) cercò una strada perché i vapori di etere usati nel collodio umido gli danneggiavano la salute. L’8 settembre 1871 comparve sul British Journal of Photography il suo articolo «An Experiment with Gelatino-Bromide»: propose di stendere su una lastra di vetro, in un’emulsione di gelatina, bromuro di cadmio e nitrato d’argento, al posto del collodio.

Il procedimento di Maddox, anche se rivoluzionario, produceva lastre ancora poco sensibili. Maddox non brevettò nulla e mise il suo metodo a disposizione di tutti. Dopo di lui la salute lo costrinse a interrompere gli esperimenti e gli ultimi anni furono segnati dalla povertà. Nel 1891 fu aperta una sottoscrizione per riconoscerlo come inventore: nel 1892 si erano raccolte 500 sterline, a cui la ditta Ilford aggiunse altre 100. L’amico W.J. Bolton analizzò la chimica del procedimento circa nove anni dopo l’articolo.

Charles Bennett e la lastra veloce

Fu l’inglese Charles Harper Bennett (1840-1927) a trasformare il metodo in un prodotto utilizzabile. Nel 1873 migliorò il processo di Maddox indurendo l’emulsione, in modo che resistesse meglio allo sfregamento. Nel 1878 scoprì che un riscaldamento prolungato dell’emulsione ne accresceva in modo straordinario la sensibilità. Con le lastre di Bennett erano possibili esposizioni di un venticinquesimo di secondo, e quel risultato aprì la strada all’istantanea. Bennett realizzò inoltre le prime lastre alla gelatina asciutta messe in vendita.

I vantaggi per i fotografi furono concreti. Non serviva più portare con sé la camera oscura e le sostanze chimiche. L’esposizione si faceva sul posto e lo sviluppo poteva attendere. Le lastre uscivano dalla fabbrica con caratteristiche costanti, e questo favorì la standardizzazione e un approccio più scientifico. Con tempi di posa tanto brevi, infine, si poteva fotografare a mano libera, senza treppiede.
Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta dell’Ottocento la lastra asciutta alla gelatina prese il posto di quella umida. Nel 1873 Hermann Wilhelm Vogel scoprì che certi coloranti estendevano la sensibilità dell’emulsione alla luce verde e gialla, e nel 1883 comparvero sul mercato le prime lastre sensibilizzate con coloranti. Nel 1894 i fratelli Lumière introdussero la lastra pancromatica.

George Eastman: dalla lastra alla pellicola

George Eastman (1854-1932) sviluppò nel 1879 una macchina per stendere l’emulsione sulle lastre di vetro, brevettata nel 1880, e nel 1881 fondò la Eastman Dry Plate Company. Il passo successivo fu abbandonare il vetro. Nel 1885 Eastman mise in vendita la prima pellicola fotografica flessibile in rotolo, con l’emulsione stesa su un supporto di carta. Nel 1888 presentò la fotocamera Kodak, che il cliente spediva alla ditta per lo sviluppo e che tornava indietro con le stampe e un nuovo rotolo.

Nel 1889 seguì la prima pellicola trasparente in plastica, di nitrato di cellulosa, molto infiammabile. Nel 1908 Kodak introdusse la pellicola di sicurezza all’acetato di cellulosa. Il procedimento che Maddox aveva intuito in laboratorio era diventato una produzione industriale: la ditta, riorganizzata nel 1889, nel 1892 prese il nome di Eastman Kodak. Il processo a lastra asciutta e la pellicola portarono la fotografia a un pubblico mai raggiunto prima.

Sensibilità e misura: Hurter e Driffield

Con l’emulsione costante di fabbrica diventò possibile misurare. Dal 1876 Ferdinand Hurter (1844-1898) e Vero Charles Driffield (1848-1915) studiarono la sensibilità alla luce delle emulsioni fotografiche con metodi quantitativi, dando vita alla sensitometria e alla densitometria. Inventarono l’actinografo, uno strumento per stimare l’esposizione, e nel 1890 descrissero i numeri di velocità H&D, all’origine dei sistemi di misura della sensibilità delle pellicole. La fotografia smetteva di essere un’arte di bottega, regolata dall’esperienza di chi stendeva il collodio, per diventare una tecnica con parametri riproducibili.

Come funziona l’emulsione di gelatina

La gelatina è una proteina di origine animale, trasparente e inodore, usata in molti processi alimentari. In fotografia funziona da legante: tiene sospesi i cristalli di alogenuro d’argento, di solito bromuro e cloruro, e li fissa a un supporto di vetro, plastica o carta. La luce libera pochi atomi d’argento per cristallo e forma l’immagine latente. Il rivelatore riduce poi attorno a questi atomi tutto l’alogenuro d’argento del granulo, trasformandolo in argento metallico: è un’amplificazione enorme. Il contrasto dipende dalla forza del rivelatore, dalla temperatura e dal tempo.

Un bagno d’arresto ferma lo sviluppo, il fissaggio con tiosolfato di sodio scioglie gli alogenuri non esposti e un lavaggio in acqua elimina i residui. Le immagini d’argento non protette sono soggette a ossidazione, che provoca ingiallimento e sbiadimento. La viratura con oro, selenio o zolfo ne migliora la stabilità.

La carta alla gelatina

La stessa emulsione si può stendere su carta. Le prime carte alla gelatina furono prodotte in commercio nel 1874, ma la qualità era scarsa. Verso la metà degli anni Ottanta le macchine permisero di sensibilizzare rotoli continui di carta, anche se la diffusione piena arrivò solo negli anni Novanta. Nel 1894 la stesura dello strato di baritina, un sottofondo bianco, divenne attività commerciale in Germania e Kodak vi si adeguò entro il 1900. Dagli anni Venti e Trenta del Novecento si affermarono le carte più lucide. Per approfondire la stampa si può leggere la scheda sul processo di sviluppo su carta gelatina-argento e quella sulla stampa aristotipica.

Eredità e conseguenze

La rivoluzione della gelatina a secco rese la fotografia più accessibile e più pratica, e aprì la strada alla pellicola moderna. La stabilità e la versatilità dell’emulsione permisero di esplorare il movimento, la fotografia di reportage e quella scientifica, perché per la prima volta il soggetto poteva essere fermato in una frazione di secondo. Con la gelatina arrivarono anche il rullino, la fotografia amatoriale di massa e, più tardi, il cinema su pellicola.

La famiglia delle emulsioni alla gelatina comprende oggi anche le pellicole a colori: i processi cromogenici stendono tre emulsioni sensibili in strati di gelatina sovrapposti. La concorrenza della fotografia digitale ha ridotto la produzione, ma pellicole e carte alla gelatina sono ancora fabbricate e usate.

Domande frequenti

Chi inventò la gelatina fotografica?

L’introduzione del processo è attribuita a Richard Leach Maddox, che la descrisse l’8 settembre 1871 sul British Journal of Photography. Il suo metodo fu poi reso pratico da Charles Harper Bennett nel 1878.

Perché il collodio asciutto non bastò?

Le lastre al collodio asciutte richiedevano da tre a dieci volte l’esposizione di quelle umide. Le lastre alla gelatina asciutta erano molto più sensibili, e per questo si imposero.

Che cosa fece Bennett?

Nel 1873 indurì l’emulsione rendendola più resistente all’abrasione, e nel 1878 scoprì che il riscaldamento prolungato ne aumentava molto la sensibilità, con esposizioni fino a 1/25 di secondo.

Quando comparve la pellicola flessibile?

Nel 1885 Eastman vendette la prima pellicola flessibile in rotolo, su supporto di carta. La pellicola trasparente in nitrato di cellulosa seguì nel 1889.

Perché la gelatina è adatta alla fotografia?

Tiene sospesi in modo uniforme i cristalli d’argento, si gonfia nei bagni di sviluppo lasciando penetrare i reagenti e poi si asciuga formando uno strato trasparente e stabile.

Le lastre alla gelatina si usano ancora?

Le lastre di vetro sono oggi pezzi da collezione, mentre le pellicole e le carte all’emulsione di gelatina sono ancora in produzione per la fotografia analogica.

Altri procedimenti storici sono raccolti nella sezione I processi chimici della fotografia.

Fonti

  1. Wikipedia, Dry plate
  2. Wikipedia, Richard Leach Maddox
  3. Wikipedia, Collodion process
  4. Wikipedia, Charles Harper Bennett
  5. Wikipedia, George Eastman
  6. Wikipedia, Gelatin silver process
  7. Wikipedia, Hurter and Driffield
  8. Wikipedia, Photographic film

Aggiornato Ottobre 2026

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