Arriva il digitale

Ci sono invenzioni che cambiano il mondo nel momento in cui vengono annunciate, con un impatto immediato e visibile che nessun osservatore può ignorare; e ci sono invenzioni che cambiano il mondo in silenzio, che passano inosservate al momento della propria nascita perché le conseguenze di ciò che è appena accaduto sono troppo remote, troppo condizionate da sviluppi futuri ancora non avvenuti, per essere riconoscibili nel contesto del proprio tempo. Il Charge-Coupled Device, il dispositivo a carica accoppiata che il mondo avrebbe poi conosciuto semplicemente come CCD, appartiene senza alcun dubbio alla seconda categoria: quando i fisici Willard S. Boyle e George E. Smith dei Bell Laboratories lo descrissero per la prima volta in un articolo pubblicato nel 1969, nessuna rivista fotografica del mondo dedicò alla notizia più di qualche riga, nessun costruttore di macchine fotografiche convocò riunioni di emergenza per valutare le implicazioni di quella scoperta, nessun fotografo professionista modificò i propri piani di acquisto in funzione di qualcosa che sembrava appartenerere al mondo dell’elettronica di laboratorio piuttosto che a quello delle immagini praticate ogni giorno. Eppure quella invenzione, nata in un laboratorio di ricerca del New Jersey come soluzione a un problema di memorizzazione elettronica dei dati, avrebbe nel giro di trent’anni demolito l’industria fotografica così come era esistita per centocinquant’anni e ricostruita su basi completamente diverse, avrebbe trasformato la pellicola di nitrocellulosa ricoperta di sali d’argento in un reperto da museo e avrebbe messo una macchina fotografica nella tasca di ogni essere umano sul pianeta che possedesse un telefono cellulare.

Il principio fisico sul quale il CCD si fondava era di una eleganza matematica che Boyle e Smith avevano sviluppato in una conversazione durata meno di un’ora, secondo la leggenda aziendale dei Bell Labs, annotando schizzi su una lavagna nel proprio ufficio. Un dispositivo a carica accoppiata era essenzialmente una fila di condensatori microscopici fabbricati su un substrato di silicio, ciascuno capace di accumulare una carica elettrica proporzionale alla quantità di fotoni di luce che lo colpiva; quando la luce cadeva sul dispositivo, ogni condensatore accumulava una carica che era la traduzione elettrica dell’intensità luminosa in quel punto preciso della superficie sensibile, e quella carica poteva essere letta, trasferita e convertita in un valore numerico che rappresentava la luminosità di quel pixel. Mettere insieme una griglia di questi condensatori produceva un sensore capace di tradurre un’immagine ottica in una matrice di valori numerici, una fotografia trasformata in numeri che potevano essere memorizzati, trasmessi, elaborati, modificati e riprodotti senza nessuna delle limitazioni fisiche che la chimica fotografica imponeva da centocinquant’anni. Boyle e Smith ricevettero per questa scoperta il Premio Nobel per la Fisica nel 2009, quarant’anni dopo averla compiuta; un ritardo che è esso stesso una misura di quanto tempo ci voglia talvolta perché il mondo riconosca l’importanza di ciò che ha già cambiato in modo irreversibile.

Mentre nei laboratori dei Bell Labs il seme della rivoluzione digitale aspettava silenzioso di germinare, il mondo fotografico del 1970 era impegnato in drammi molto più immediati e molto più visibili, drammi che riguardavano il declino di quella tradizione europea che per mezzo secolo aveva dominato il mercato fotografico mondiale. Il 1970 fu l’anno in cui la Rollei, l’azienda di Braunschweig che aveva costruito alcune delle macchine fotografiche più ammirate del Novecento, prese una decisione che fu percepita dall’industria fotografica europea come un segnale quasi apocalittico: chiuse le proprie fabbriche tedesche e trasferì la produzione a Singapore, dove il costo del lavoro era una frazione di quello tedesco e dove la manodopera qualificata nell’assemblaggio di strumenti di precisione elettronici era disponibile in quantità crescente. Era una decisione economicamente razionale e simbolicamente devastante, perché la Rollei non era soltanto un’azienda tedesca; era una delle incarnazioni più pure di quella tradizione manifatturiera tedesca che aveva fatto della precisione, della qualità dei materiali e della cura artigianale del dettaglio i propri valori fondamentali, e trasferire quella produzione in Asia sembrava una capitolazione davanti alla concorrenza giapponese che nessun argomento economico poteva rendere del tutto accettabile sul piano dell’identità industriale.

L’anno successivo, il 1971, portò un’altra notizia che confermava la direzione in cui si stava muovendo l’industria fotografica europea: la Carl Zeiss, la più gloriosa tra le case ottiche tedesche, quella che aveva fornito obiettivi alle più grandi macchine fotografiche del Novecento da Contax a Rolleiflex, annunciò che avrebbe cessato la produzione di macchine fotografiche complete per concentrarsi esclusivamente sulla produzione di ottiche. Era una scelta che riconosceva implicitamente quanto fosse diventato difficile per un costruttore europeo competere con i giapponesi sul terreno dei corpi macchina, dove la scala produttiva, l’integrazione verticale e i costi del lavoro dei costruttori di Tokyo e Osaka offrivano vantaggi strutturali che nessuna eccellenza ingegneristica tedesca poteva compensare; ma era anche una scelta che valorizzava ciò che Zeiss faceva meglio di chiunque altro al mondo, la progettazione e la produzione di ottiche di qualità assoluta, e che avrebbe consentito all’azienda di sopravvivere con la propria identità intatta in un mercato che stava cambiando in modo inarrestabile. Le ottiche Carl Zeiss avrebbero continuato per i decenni successivi a essere considerate tra le migliori disponibili al mondo, montate su macchine di costruttori diversi da Hasselblad a Sony, da Leica a Nikon; e quella sopravvivenza attraverso la specializzazione era, in un senso profondo, più fedele all’identità originale di Zeiss di quanto sarebbe stata una continuazione della produzione di corpi macchina mediocri in un mercato che non aveva più posto per la mediocrità europea.

Il 1972 fu uno degli anni più ricchi di eventi nella storia della fotografia del dopoguerra, un anno nel quale quasi ogni protagonista del mercato fotografico mondiale sembrava deciso a fare qualcosa di significativo contemporaneamente, come se una scadenza condivisa e invisibile stesse spingendo tutti a muoversi nello stesso momento. La Canon aprì le danze presentando la F-1, la prima vera reflex professionale dell’azienda giapponese, uno strumento progettato esplicitamente per competere con la Nikon F sul terreno del mercato professionale invece di limitarsi a servire il segmento semiprofessionale nel quale Canon si era fino ad allora concentrata. La F-1 era una macchina di qualità costruttiva eccellente, con un sistema di obiettivi e accessori già ampio al momento del lancio e destinato a crescere rapidamente, e la sua presentazione segnalava chiaramente che la battaglia per il mercato delle reflex professionali non sarebbe più stata soltanto tra i costruttori europei e Nikon, ma tra Nikon e Canon, una competizione tutta interna all’industria fotografica giapponese che avrebbe caratterizzato il mercato professionale per i successivi quarant’anni.

La Nikon rispose quasi immediatamente con la F2, il successore diretto della F originale del 1959 che aveva rivoluzionato il mercato delle reflex professionali. La F2 portava avanti la filosofia della F con una serie di miglioramenti tecnici significativi: otturatore più veloce, mirino più luminoso, sistema di accessori ancora più ampio, affidabilità meccanica ulteriormente migliorata. Era la conferma che Nikon non aveva nessuna intenzione di cedere terreno a Canon nel segmento professionale, e che la competizione tra i due costruttori giapponesi si sarebbe combattuta non soltanto sul prezzo ma sulla qualità tecnica, sull’ampiezza del sistema e sulla fiducia che i fotografi professionisti avevano accumulato verso ciascuno dei due marchi nel corso degli anni. Quella competizione sarebbe stata straordinariamente feconda per la fotografia mondiale, perché avrebbe spinto entrambi i costruttori a innovazioni che, in assenza di un rivale così capace e così determinato, probabilmente non sarebbero arrivate con la stessa velocità.

Il 1972 vide anche il lancio della Olympus OM-1, una macchina che merita un paragrafo a parte non tanto per la propria qualità tecnica, che era eccellente, quanto per la propria filosofia progettuale. La OM-1 era, nel momento del proprio lancio, la reflex 35mm più compatta mai prodotta al mondo, una macchina che riusciva a contenere un sistema ottico e meccanico di qualità professionale in dimensioni e un peso che nessun’altra reflex dell’epoca si avvicinava a raggiungere. Era il risultato di un ripensamento sistematico di ogni componente del corpo macchina, condotto dal progettista Yoshihisa Maitani con la stessa ossessione per la miniaturizzazione che Jobs avrebbe applicato al computer trent’anni dopo; e il risultato era una macchina che i fotografi che valutavano la portabilità come fattore prioritario adottarono con entusiasmo, aprendo un filone di reflex compatte che Olympus avrebbe coltivato per i decenni successivi. Nello stesso anno la Pentax presentò la Electro Spotmatic, evoluzione della già celebre Spotmatic con esposizione automatica a priorità di diaframmi e otturatore a controllo elettronico, una delle prime reflex al mondo a sostituire i meccanismi puramente meccanici dell’otturatore con un controllo elettronico che offriva maggiore precisione e maggiore ripetibilità delle esposizioni.

La Kodak non stette a guardare nel 1972 e presentò quello che sarebbe diventato probabilmente il suo prodotto commercialmente più riuscito dell’intera storia aziendale: la Pocket Instamatic, una macchina fotografica tascabile che usava una cartuccia di pellicola nel formato 110 ancora più piccola del formato 126 dell’Instamatic originale del 1963. La Pocket Instamatic era letteralmente tascabile, abbastanza piccola da stare nel taschino di una camicia, abbastanza semplice da usare che non richiedeva nessuna istruzione, abbastanza economica da essere accessibile a quasi qualsiasi famiglia americana. Nel corso del proprio ciclo vitale commerciale, che si estese per oltre un decennio, la Pocket Instamatic vendette in tutte le sue varianti oltre un miliardo di esemplari, un numero che non aveva precedenti nella storia dell’industria fotografica e che probabilmente non è mai stato eguagliato da nessun singolo formato di macchina fotografica nella storia successiva. Era la democratizzazione fotografica portata al suo limite logico: una macchina così economica, così piccola, così semplice da usare che la sua diffusione non era limitata da nessun fattore pratico se non dalla volontà individuale di fotografare.

La Polaroid aggiunse nel 1972 un contributo di natura molto diversa con la SX-70, una reflex istantanea pieghevole che Edwin Land aveva progettato come la sintesi più completa possibile di tutto ciò che la fotografia istantanea poteva essere. La SX-70 era una macchina che si piegava su sé stessa in un rettangolo piatto di dimensioni tascabili, si apriva con un movimento unico in una forma funzionale con obiettivo, specchio e mirino allineati, produceva fotografie a colori che si sviluppavano automaticamente in piena luce in pochi minuti senza nessuna carta di protezione da strappare e nessun residuo chimico da smaltire. Era tecnicamente uno dei prodotti più sofisticati che l’industria fotografica avesse mai prodotto, con un sistema chimico di una complessità straordinaria nascosto in un pacchetto di pellicola sottile come un foglio di carta; e il fatto che tutta quella complessità era completamente invisibile all’utente, che il fotografo non dovesse fare nulla se non puntare e premere il pulsante, era esattamente la misura dell’eccellenza progettuale che Land aveva perseguito con ostinazione per trent’anni. Nello stesso anno, in modo quasi beffardo rispetto a tutto ciò che l’industria fotografica convenzionale stava producendo, la Texas Instruments depositò un brevetto per una macchina fotografica senza pellicola che catturava le immagini su supporto elettronico; una macchina che non fu mai costruita, che rimase un esercizio teorico sulla carta del brevetto, ma che dimostrava che l’idea della fotografia digitale stava cominciando a circolare anche al di fuori dei laboratori di ricerca pura.

Il 1973 portò la conferma più eloquente del nuovo ordine fotografico mondiale: la Leica, l’azienda che aveva inventato il piccolo formato e che per quarant’anni aveva definito lo standard della macchina a telemetro professionale, annunciò che avrebbe fatto produrre le proprie macchine CL, le Compact Leica, dalla giapponese Minolta. Era una collaborazione commerciale che aveva una logica industriale precisa, perché Minolta aveva le capacità produttive e i costi di produzione che Leica non poteva più permettersi di ignorare; ma era anche, sul piano simbolico, qualcosa di più difficile da digerire per i fedeli del marchio tedesco, la conferma che anche la più intoccabile delle tradizioni fotografiche europee non era immune dalle pressioni economiche che stavano ridisegnando la mappa dell’industria fotografica mondiale.

Il 1974 fu l’anno in cui la teoria del CCD fece il proprio primo passo concreto verso la pratica con la realizzazione del primo sensore CCD effettivamente funzionante da parte della Fairchild Camera and Instrument: non un dispositivo di laboratorio esistente soltanto su carta ma un sensore fisico, costruito e testato, capace di catturare immagini con una risoluzione di 100 × 100 linee, diecimila pixel in tutto, un’immagine che nessuna rivista avrebbe mai pubblicato e che nessun fotografo avrebbe mai considerato accettabile ma che era la prova che il principio funzionava, che si poteva costruire qualcosa di reale su quella lavagna dei Bell Labs del 1969. Nello stesso anno, in Italia, un artigiano e imprenditore di nome Lino Manfrotto immise sul mercato il proprio primo treppiedi fotografico professionale, dando vita a un’azienda che sarebbe diventata il principale costruttore mondiale di supporti per macchine fotografiche e attrezzatura video, una di quelle storie di eccellenza manifatturiera italiana nel settore fotografico che il grande racconto dell’industria tende a trascurare concentrandosi sui costruttori di macchine.

L’anno 1975 fu probabilmente il più importante della storia della fotografia del Novecento, anche se nessuno lo seppe per trent’anni. Nel proprio laboratorio interno alla Eastman Kodak di Rochester, un ingegnere di nome Steven Sasson realizzò la prima fotografia digitale della storia usando un prototipo di macchina fotografica elettronica costruita con componenti disponibili in commercio: un sensore CCD da 0,01 megapixel, un nastro magnetico come supporto di memorizzazione, un convertitore analogico-digitale, un display per la visualizzazione. La macchina impiegò 23 secondi per salvare una singola immagine in bianco e nero sulla cassetta magnetica, produceva un’immagine di qualità irrisoria rispetto a qualsiasi pellicola fotografica dell’epoca, e pesava circa 3,6 chili. Sasson la portò ai propri superiori e illustrò il principio con l’entusiasmo di chi ha appena capito di avere fatto qualcosa di importante; la reazione dei dirigenti Kodak fu di interesse ma anche di profonda preoccupazione, perché il principio che Sasson aveva dimostrato funzionante era esattamente il principio che avrebbe reso obsoleta la pellicola fotografica, il prodotto sul quale Kodak fondava la quasi totalità dei propri profitti. La decisione che seguì fu una delle più costose della storia industriale americana: congelare il progetto, classificarlo come segreto aziendale, impedire qualsiasi pubblicazione o divulgazione esterna. Il mondo non avrebbe saputo nulla della fotografia digitale di Sasson fino al 2005, trent’anni dopo, quando il segreto fu finalmente svelato; e nel frattempo la storia era andata avanti senza aspettare Kodak, producendo la stessa rivoluzione che i dirigenti di Rochester avevano cercato di ritardare.

Vale la pena aggiungere qui una curiosità che rimette in prospettiva l’intera storia della fotografia digitale: la prima macchina fotografica digitale costruita da Sasson nel 1975 non produsse la prima immagine digitale della storia. Quasi vent’anni prima, nel 1957, un ricercatore americano di nome Russell Kirsch aveva creato un’immagine digitale di 176 × 176 pixel scansionando una fotografia del proprio figlio di tre mesi con uno scanner collegato a un computer. La risoluzione era bassissima non per limiti del principio ma per limiti della memoria del computer disponibile all’epoca, che non era in grado di immagazzinare più informazioni; ma il principio della conversione di un’immagine fotografica in una matrice di pixel numerici era già stato dimostrato funzionante quasi vent’anni prima che Sasson costruisse la propria macchina nel laboratorio Kodak.

 

Nikon FM - This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic license.
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Il 1976 fu l’anno di due contributi che avrebbero avuto conseguenze durature sulla fotografia degli anni successivi, uno commerciale e uno tecnico. Il contributo commerciale fu la Canon AE-1, una reflex 35mm con esposizione automatica a priorità di tempi che Canon costruì non soltanto come prodotto fotografico ma come oggetto di marketing di massa, accompagnandola con una campagna pubblicitaria televisiva senza precedenti nell’industria fotografica e posizionandola come la reflex per chi non aveva mai usato una reflex. Il risultato fu straordinario: la AE-1 vendette oltre 8 milioni di esemplari nel corso della propria vita commerciale, diventando la reflex più venduta della storia fino a quel momento e dimostrando che il mercato delle reflex poteva essere molto più grande di quanto i costruttori avessero mai immaginato se si fosse rinunciato alla complessità tecnica come requisito di accesso. Il contributo tecnico fu il filtro Bayer, inventato dal ricercatore Bryce Bayer ancora in forza alla Kodak: un pattern di filtri colorati da applicare sopra i sensori fotografici per consentire loro di catturare informazioni sul colore, distribuendo i filtri rossi, verdi e blu secondo una griglia nella quale il verde era rappresentato il doppio rispetto agli altri due colori, in proporzioni analoghe a quelle con cui l’occhio umano percepisce le diverse lunghezze d’onda della luce visibile. Il filtro Bayer è ancora oggi, mezzo secolo dopo la propria invenzione, il sistema standard usato dalla grande maggioranza dei sensori fotografici digitali del mondo; una persistenza tecnologica rara quanto quella della baionetta Leica o del formato 135.

La Carl Zeiss, che aveva abbandonato la produzione di macchine fotografiche nel 1971, trovò nel 1976 un modo di rientrare nel mercato attraverso una porta laterale: si accordò con la Yashica, il costruttore giapponese che aveva quasi dichiarato bancarotta l’anno precedente e che sopravviveva soltanto grazie all’intervento delle banche, per commissionarle la produzione di un nuovo sistema di macchine fotografiche che avrebbe portato il nome Contax, il marchio storico di Zeiss che era rimasto di proprietà aziendale dopo la fine della produzione. Le Contax prodotte da Yashica con ottiche Carl Zeiss rappresentavano un compromesso industriale interessante: la precisione manifatturiera giapponese abbinata alla qualità ottica tedesca, in macchine che occupavano una nicchia di mercato ben definita tra la qualità assoluta della Leica e la versatilità sistemica di Nikon e Canon. Era una soluzione che non avrebbe mai raggiunto il volume di vendite delle grandi reflex giapponesi, ma che avrebbe costruito una clientela fedele e appassionata che avrebbe seguito il marchio per i decenni successivi.

Il decennio si chiuse con due lanci significativi per la storia dell’automazione fotografica. La Minolta XD-7, presentata nel 1979, fu la prima reflex al mondo a offrire simultaneamente l’esposizione automatica a priorità di diaframmi e a priorità di tempi nello stesso corpo macchina, un passo avanti che semplificava radicalmente il processo decisionale del fotografo consentendogli di scegliere quale parametro controllare direttamente e lasciare all’automatismo la determinazione dell’altro. Nello stesso anno, la Konica presentò la C35AF, la prima compatta fotografica al mondo con sistema di messa a fuoco automatica integrato: il prototipo che Canon aveva costruito e poi abbandonato nel 1963 aveva impiegato sedici anni per trovare la propria forma commerciale definitiva, e quella forma era una compatta di fascia media che rendeva la messa a fuoco precisa accessibile a chiunque, indipendentemente dall’esperienza fotografica. Era l’inizio di qualcosa che avrebbe cambiato il rapporto tra i fotografi e le proprie macchine in modo permanente: l’inizio della fotografia di massa nel senso più pieno del termine, alla portata di chiunque avesse voglia di fotografare senza nessun requisito di competenza tecnica preliminare.

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Aggiornato Maggio 2026

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