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Lenti e Schemi Ottici: Storia delle Aberrazioni e delle Lenti Asferiche Moderne

C’è qualcosa di quasi commovente, a pensarci bene, nell’idea che un raggio di luce che viaggia da una stella o da un volto umano debba attraversare una serie di elementi di vetro sagomati con tolleranze al millesimo di millimetro prima di trasformarsi in immagine. La fotografia, nella sua essenza più fisica, è una battaglia continua contro la natura della luce stessa: la luce non vuole essere domata, non vuole convergere in un punto preciso su un piano preciso, tende a disperdersi, a sfrangersi, a colorarsi di tinte indesiderate ai bordi. E gli ottici, da Chevalier a Zeiss, da Dallmeyer a Canon, hanno trascorso quasi due secoli a combattere questa battaglia con strumenti sempre più sofisticati: prima con la geometria, poi con la chimica del vetro, poi con la matematica computazionale, infine con superfici che non sono più nemmeno sferiche ma seguono profili di curva calcolati al computer e lavorati con macchine a controllo numerico.

La storia degli schemi ottici fotografici è, in fondo, la storia di questa battaglia: ogni aberrazione scoperta è diventata un problema da risolvere, ogni soluzione ha aperto nuovi problemi, e il risultato di centocinquant’anni di ingegneria ottica è l’obiettivo fotografico moderno, un oggetto di complessità straordinaria che contiene dentro di sé tutta la fisica dell’ottica geometrica e una buona parte della chimica del vetro speciale. Capire come funziona, da dove viene, quali problemi ha risolto e quali compromessi ha accettato, significa capire qualcosa di fondamentale sulla fotografia come sistema tecnico e come linguaggio visivo.

Il Problema della Luce: Aberrazioni Ottiche e la Lunga Ricerca della Correzione

Ogni studente di fisica sa che una lente sferica semplice non forma un’immagine perfetta. È una delle verità fondamentali dell’ottica geometrica, nota fin dai tempi di Newton e Huygens, e ha rappresentato per secoli il principale ostacolo allo sviluppo di strumenti ottici ad alta precisione. Le aberrazioni ottiche sono deviazioni sistematiche rispetto alla formazione di un’immagine ideale: ogni raggio di luce che attraversa una zona diversa di una lente sferica converge in un punto leggermente diverso, producendo un’immagine sfocata o distorta anche quando lo strumento è perfettamente a fuoco. Come illustra la trattazione sulle aberrazioni ottiche nelle macchine fotografiche, queste imperfezioni si classificano in famiglie precise: l’aberrazione sferica, il coma, l’astigmatismo, la curvatura di campo, la distorsione e le aberrazioni cromatiche, sia longitudinale sia laterale.

aberrazioni ottiche
Esempio di aberrazioni ottiche

Ciascuna di queste aberrazioni ha una sua firma visiva nell’immagine finale. L’aberrazione sferica produce una mancanza di nitidezza globale, un alone morbido intorno ai dettagli fini; il coma distorce i punti luminosi fuori asse in strutture a forma di cometa con la coda orientata verso il centro del fotogramma; l’astigmatismo fa sì che linee verticali e orizzontali non siano mai simultaneamente a fuoco al medesimo piano; la distorsione incurva le linee rette, producendo l’effetto barilliforme tipico dei grandangoli non corretti o l’effetto a cuscinetto dei teleobiettivi. Le aberrazioni cromatiche sono forse le più visibili: nascono dal fatto che il vetro ordinario ha un indice di rifrazione diverso per lunghezze d’onda diverse, e quindi rifrange il rosso, il verde e il blu in punti leggermente diversi, producendo le caratteristiche frange colorate ai bordi dei contrasti netti.

I costruttori di ottiche del XIX secolo fronteggiavano questo arsenale di problemi con un’unica arma reale: la combinazione di più lenti con vetri di diversa dispersione ottica, calcolate in modo tale che i difetti di un elemento compensassero quelli dell’altro. Il principio era già stato enunciato da Chester Hall nel 1729 con il doppietto acromatico, che univa una lente convergente di crown glass a una divergente di flint glass per correggere l’aberrazione cromatica longitudinale. Ma la correzione dell’acromatico era parziale, e la ricerca di schemi più completi occupò l’intera seconda metà dell’Ottocento.

Un esempio particolarmente eloquente di questa ricerca è il Dagor, progettato da Carl Paul Goerz e il suo ottico Emil von Höegh nel 1892. Lo schema del Dagor era di una eleganza quasi matematica: due gruppi simmetrici, ciascuno composto da tre lenti cementate, disposti specularmente rispetto al diaframma. La simmetria era la chiave: in un sistema simmetrico che lavori a ingrandimento unitario, le aberrazioni di distorsione e di coma si cancellano automaticamente per effetto della simmetria stessa, e al progettista restano da correggere soltanto le aberrazioni che non dipendono dal verso di percorrenza della luce. Era uno schema che funzionava straordinariamente bene per la fotografia su lastra di grande formato, dove si lavora spesso a diaframmi chiusi e a campi angolari moderati, e che è rimasto in produzione per decenni senza modifiche sostanziali.

dagor
Il Dagor

Le aberrazioni ottiche non sono soltanto un problema tecnico da risolvere: sono anche, paradossalmente, una risorsa estetica. Certi fotografi cercano deliberatamente le aberrazioni residue delle ottiche vintage, il flare caratteristico di un vecchio Helios o la morbidezza un po’ velata di un Petzval, perché quelle imperfezioni conferiscono alle immagini una qualità pittorica che gli obiettivi moderni, corretti in modo quasi assoluto, non possono produrre. La comprensione tecnica delle aberrazioni ottiche è dunque necessaria non soltanto per sapere come evitarle, ma anche per sapere come usarle.

Non si può parlare di aberrazioni senza toccare la relazione tra il sistema ottico e il diaframma. Come spiega la trattazione sulle lenti e il diaframma nella macchina fotografica, il diaframma non è soltanto un regolatore dell’esposizione: è uno strumento di controllo delle aberrazioni. Chiudendo il diaframma si escludono i raggi marginali, che sono quelli che contribuiscono maggiormente all’aberrazione sferica e al coma, e si ottiene un’immagine mediamente più nitida, fino al punto in cui la diffrazione comincia a prendere il sopravvento. Il diaframma ottimale, quello che massimizza la nitidezza pratica, è il risultato di un equilibrio tra la riduzione delle aberrazioni geometriche e l’aumento della diffrazione: di solito si colloca due o tre stop al di sotto dell’apertura massima.

Le Lenti Asferiche e il Trattamento al Fluoro: la Fisica del Vetro Moderno

Per quasi tre secoli dopo la formulazione dei principi dell’ottica geometrica, i costruttori di obiettivi hanno lavorato esclusivamente con superfici sferiche. La ragione era pratica prima ancora che teorica: le superfici sferiche sono le uniche che possono essere lavorate e verificate con precisione usando gli strumenti tradizionali della lavorazione ottica, basati sulla rotazione simmetrica e sulla verifica interferometrica con calotte di riferimento. Una superficie non sferica non ha un centro di curvatura unico e non può essere verificata con i metodi tradizionali: richiede macchine a controllo numerico e interferometri computer-assisted che fino agli anni Settanta del Novecento non esistevano come strumenti di serie industriale.

Le lenti asferiche sono elementi ottici la cui superficie non segue un profilo sferico ma una curva di grado superiore, descritta matematicamente da un polinomio. Questa superficie variabile permette di correggere l’aberrazione sferica con un solo elemento là dove uno schema sferico tradizionale ne richiederebbe tre o quattro combinati, riducendo il numero totale di lenti nello schema, il peso dell’obiettivo, e le perdite di luce dovute alle riflessioni interne. Come spiega la guida alle lenti asferiche e ai loro vantaggi sulle immagini, il beneficio principale delle lenti asferiche non riguarda soltanto la correzione dell’aberrazione sferica in senso stretto: queste superfici permettono di aprire il diaframma massimo senza i compromessi di nitidezza che affliggono le ottiche sferiche equivalenti, rendendo possibile la costruzione di obiettivi f/1.2 e f/1.4 con una qualità di immagine che vent’anni fa sarebbe stata irraggiungibile.

Lenti asferiche
Lenti asferiche

La produzione industriale di lenti asferiche ha seguito due strade principali. La prima è la lavorazione diretta del vetro mediante macchine a controllo numerico, seguita da una lucitura di precisione controllata interferometricamente: un processo lento, costoso, ma capace di produrre superfici di altissima qualità su vetri speciali come il vetro fluorite. La seconda è lo stampaggio a pressione di vetro opticamente puro o di resine ottiche: un processo più rapido e meno costoso, adatto alla produzione di massa di elementi di qualità buona ma non eccellente. Gli obiettivi di fascia alta usano generalmente lenti asferiche lavorate in vetro; quelli di fascia media utilizzano spesso elementi asferici in resina. La distinzione non è sempre evidente nelle specifiche tecniche dichiarate dai produttori, e richiede una lettura attenta della documentazione per essere compresa appieno.

Accanto alle lenti asferiche, l’altro grande strumento di correzione delle aberrazioni cromatiche nella fotografia moderna è il trattamento al fluoro e l’utilizzo di vetri a bassa dispersione. Il fluoro, nella sua forma cristallina come fluorite di calcio, ha proprietà ottiche straordinarie: un indice di dispersione (numero di Abbe) molto alto, il che significa che refrange le diverse lunghezze d’onda in modo molto più uniforme rispetto al vetro ordinario. Come approfondisce la trattazione sul trattamento al fluoro sulle lenti frontali, Canon è stata la prima azienda fotografica a produrre in serie obiettivi con elementi in fluorite cristallina, a partire dal 1969, mentre altri produttori come Nikon hanno sviluppato vetri speciali con caratteristiche di dispersione simili, noti come vetri ED (Extra-Low Dispersion). Questi materiali permettono di correggere il cromatismo residuo dei teleobiettivi lunghi, che con i vetri ordinari producono frange viola e verdi fastidiose ai bordi dei contrasti netti, specialmente nelle fotografie di uccelli in volo o di soggetti sportivi su sfondo luminoso.

Non è soltanto la chimica del vetro ad aver trasformato le aberrazioni ottiche da limiti strutturali in variabili controllabili: anche la progettazione degli schemi ottici ha subito una rivoluzione grazie al calcolo numerico. Fino agli anni Sessanta, il progetto di un obiettivo fotografico era un lavoro che richiedeva mesi o anni di calcolo manuale, condotto da équipe di matematici specializzati che ottimizzavano gli schemi usando tavole logaritmiche e calcolatrici meccaniche. L’avvento del calcolo numerico ha cambiato tutto: oggi un ottimizzatore computerizzato può esplorare milioni di configurazioni di schema in poche ore, valutando le aberrazioni residue per ogni combinazione di raggi, di campi e di lunghezze d’onda. Il risultato è che gli obiettivi moderni sono corretti in modo molto più sistematico e completo rispetto a qualsiasi schema progettato a mano, anche da ottici di grandissimo talento.

Schemi Ottici, Gruppi Flottanti e la Meccanica degli Zoom

C’è una cosa che i non addetti ai lavori faticano spesso ad apprezzare: un obiettivo fotografico non è un insieme fisso di lenti, è un sistema dinamico in cui la posizione relativa degli elementi cambia con la messa a fuoco, con lo zoom, con la distanza di ripresa. Questa dinamica non è un dettaglio accessorio: è parte integrante della progettazione ottica, ed è ciò che rende la costruzione meccanica di un obiettivo un problema altrettanto complesso quanto la sua progettazione ottica.

I Rapporti Focali
I Rapporti Focali

Il sistema dei rapporti focali è il punto di partenza per capire come un obiettivo gestisce la messa a fuoco. Come illustra l’approfondimento sui rapporti focali, quando un obiettivo va da infinito alla distanza minima di messa a fuoco, gli elementi ottici si spostano lungo l’asse ottico, modificando la distanza tra gruppi e conseguentemente la lunghezza focale effettiva e i parametri di aberrazione. In un semplice schema a lente singola, la messa a fuoco avvicina o allontana l’intera lente dal piano focale; in uno schema complesso a gruppi separati, la messa a fuoco può coinvolgere soltanto alcuni gruppi, e la traiettoria di questi movimenti è un elemento critico del progetto.

Il gruppo ottico flottante nasce precisamente da questa necessità: correggere le aberrazioni non a una singola distanza di messa a fuoco ma su tutta la gamma operativa dell’obiettivo. Come spiega la trattazione sul gruppo ottico flottante per macrofotografia, nei normali obiettivi a struttura fissa le aberrazioni ottiche residue variano con la distanza di messa a fuoco: un obiettivo ottimizzato per l’infinito può avere prestazioni significativamente peggiori a distanze ravvicinate, e uno ottimizzato per il macro funziona male all’infinito. Il sistema flottante introduce un gruppo supplementare il cui movimento non è legato rigidamente a quello del gruppo principale di messa a fuoco, ma segue una legge di spostamento indipendente, calcolata in modo da mantenere le aberrazioni corrette per tutte le distanze operative. Nei moderni obiettivi macro di alta qualità, i sistemi flottanti possono coinvolgere due o tre gruppi con movimenti indipendenti, coordinati da un sistema di camme meccaniche o, nei modelli più recenti, da attuatori elettromagnetici a controllo numerico.

La questione degli zoom interni vs zoom esterni tocca un altro aspetto fondamentale della meccanica degli obiettivi, quello che più direttamente interessa il fotografo nell’uso quotidiano. Come analizza il confronto tra zoom interno e zoom esterno nelle differenze e nei vantaggi operativi, gli zoom a estensione esterna modificano la lunghezza fisica del barilotto al variare della focale, con i gruppi anteriori che scorrono all’esterno della struttura principale. Questo schema è meccanicamente più semplice e permette di costruire zoom compatti a focale corta, ma ha lo svantaggio di esporre i meccanismi interni all’aria e alla polvere, di modificare il baricentro dell’obiettivo durante lo zoom, e di non essere compatibile con i filtri polarizzatori rotanti, dato che la rotazione della lente anteriore cambia l’orientamento del filtro.

Gli zoom interni, al contrario, mantengono invariata la lunghezza esterna del barilotto durante tutta la gamma di focali: tutti i movimenti degli elementi ottici avvengono internamente, senza che nulla sporgesse o rientrasse dall’esterno. Questo schema è meccanicamente più complesso e in genere più costoso da produrre, ma offre vantaggi sostanziali in termini di solidità costruttiva, compatibilità con i filtri, e prestazioni ottiche più uniformi su tutta la gamma di focali. I professionisti che lavorano in condizioni ambientali difficili preferiscono quasi sempre gli zoom interni, anche a costo di peso e dimensioni maggiori. Questa preferenza si lega strettamente alla questione della protezione dagli agenti atmosferici, su cui torneremo nel capitolo successivo.

Una nota a parte meritano i paraluce, che non sono accessori secondari ma parte integrante del sistema ottico. Come illustra l’approfondimento sui tipi di paraluce e le loro funzioni principali, il paraluce non serve soltanto a bloccare la luce proveniente da sorgenti fuori campo che potrebbe causare flare o abbassare il contrasto: serve anche a proteggere meccanicamente la lente frontale da urti accidentali e dagli agenti atmosferici. La forma del paraluce è dettata dalla geometria del campo inquadrato: un paraluce petalo, con i lobi sagomati in modo da seguire l’angolo del fotogramma, permette di schermare la massima quantità di luce parassita senza vignettare i bordi del frame. Un paraluce circolare troppo profondo vignetta i grandangoli; uno troppo corto non scherma efficacemente un teleobiettivo. La progettazione del paraluce corretto è quindi un problema ottico a tutti gli effetti.

Diaframmi Elettromagnetici, Contatti Elettrici e la Tropicalizzazione: il Sistema Ottico come Oggetto Completo

Un obiettivo fotografico moderno è molto più di un sistema di lenti. È un dispositivo elettromeccanico complesso, in cui la meccanica di precisione si intreccia con l’elettronica di controllo e con la chimica della protezione ambientale. Questa complessità multistrato è il risultato di decenni di sviluppo parallelo su fronti diversi, e non può essere compresa se si guarda soltanto alla parte ottica in senso stretto.

Il diaframma elettromagnetico rappresenta uno dei progressi più significativi nella meccanica degli obiettivi degli ultimi trent’anni. Nei sistemi tradizionali, il diaframma era azionato da una serie di lamelle metalliche collegate a un anello meccanico che, attraverso una leva o un perno, riceveva il comando di chiusura dal corpo macchina al momento dello scatto. Questo sistema meccanico aveva precisione limitata, era soggetto a variazioni legate all’usura e alla temperatura, e non permetteva aggiustamenti dinamici durante la sequenza di scatto. Come spiega la trattazione sul diaframma elettromagnetico e il suo funzionamento, il diaframma elettromagnetico sostituisce il meccanismo meccanico con un attuatore elettromagnetico che controlla ogni lamella individualmente, con tempi di risposta nell’ordine dei millisecondi e una precisione di posizionamento che supera di molte volte quella del sistema meccanico. Questo permette la correzione automatica dell’esposizione durante le sequenze di scatto in burst, il controllo preciso del bokeh attraverso la forma delle lamelle, e la diagnostica elettronica del sistema diaframma attraverso la comunicazione con il corpo macchina.

La comunicazione tra obiettivo e corpo macchina è un capitolo in sé, di straordinaria complessità tecnica. Come illustra la trattazione sui contatti elettrici tra obiettivo e corpo macchina, i contatti elettrici sul baionetto non trasmettono soltanto il comando di apertura del diaframma: trasportano un flusso bidirezionale di dati che include la posizione degli elementi di messa a fuoco, i dati di correzione ottica (distorsione, vignettatura, aberrazione cromatica laterale) che il processore del corpo macchina usa per la correzione automatica delle immagini, i segnali di controllo per la stabilizzazione ottica, e i dati di identificazione dell’obiettivo che permettono al sistema di applicare i profili di correzione appropriati. Negli obiettivi più moderni, questo sistema di comunicazione avviene attraverso protocolli seriali ad alta velocità capaci di scambiare centinaia di parametri per secondo.

Guarnizioni tropicalizzate negli obiettivi
Guarnizioni tropicalizzate negli obiettivi

Tutta questa complessità elettronica e meccanica deve essere protetta dall’ambiente esterno, e qui entra in gioco la tropicalizzazione. Il termine, eredità del lessico militare e industriale, indica l’insieme delle misure costruttive adottate per rendere un dispositivo resistente agli agenti atmosferici: umidità, pioggia, polvere, temperature estreme. Come approfondisce la trattazione sulle guarnizioni tropicalizzate negli obiettivi, la tropicalizzazione di un obiettivo fotografico professionale è un sistema articolato di guarnizioni in gomma O-ring posizionate in corrispondenza di tutti i punti di accesso: il baionetto, l’anello di messa a fuoco, l’anello di zoom, il selettore autofocus/manuale, e ogni altra apertura nella struttura meccanica. Le guarnizioni tropicalizzate non sono semplicemente guarnizioni stagne: sono progettate per resistere a deformazioni cicliche mantenendo la tenuta, per non indurre attrito eccessivo nei movimenti di rotazione degli anelli, e per conservare le loro proprietà su un intervallo di temperature da meno venti a più cinquanta gradi Celsius.

Ci sono obiettivi per cui la tropicalizzazione è soltanto un accessorio di qualità, un segno di cura costruttiva; ve ne sono altri per cui è la condizione di sopravvivenza. Un fotogiornalista che copre zone di conflitto o di disastro naturale, un fotografo naturalista che lavora in ambienti umidi o sabbiosi, un fotografo di sport acquatici: in tutti questi casi le guarnizioni tropicalizzate non sono un plus ma una necessità. La differenza tra un obiettivo tropicalizzato e uno non tropicalizzato, in queste condizioni, non è di prestazione ottica ma di sopravvivenza dello strumento.

Guardando indietro all’intera traiettoria che abbiamo percorso, da Chevalier al Dagor, dalle superfici sferiche alle lenti asferiche, dal vetro ordinario al trattamento al fluoro, dal diaframma meccanico al diaframma elettromagnetico, si ha la netta sensazione di assistere a qualcosa che somiglia a un racconto epico: quello dell’intelligenza umana che si misura con le leggi fondamentali della fisica, non per cambiarle, ma per piegarle il più possibile alle proprie esigenze. Le aberrazioni ottiche non sono state eliminate, non lo saranno mai del tutto, perché nascono dalla natura stessa della luce e della materia. Ma sono state ridotte, controllate, comprese in modo così profondo che oggi un obiettivo fotografico di fascia alta produce immagini che i grandi ottici del XIX secolo avrebbero considerato semplicemente impossibili. Questo è il risultato di centocinquant’anni di progresso negli schemi ottici: non la perfezione, ma una lucidissima approssimazione ad essa.

Fonti di approfondimento

  1. ZEISS – What Makes a Great Lens — Documentazione tecnica ufficiale Zeiss sulle aberrazioni ottiche, gli schemi ottici e i materiali di vetro speciale usati nella progettazione degli obiettivi fotografici moderni.
  2. Nikon – Optical Technology Design — Sezione tecnica ufficiale Nikon dedicata alle tecnologie ottiche: lenti asferiche, vetri ED, trattamenti al fluoro, schemi di correzione delle aberrazioni e sistemi di costruzione degli obiettivi della linea Nikkor.

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