HomeLa Storia della FotografiaStoria della fotografia nel mondoLa fotografia francese, dalla madre di tutte le invenzioni alla scuola umanista

La fotografia francese, dalla madre di tutte le invenzioni alla scuola umanista

Ogni storia della fotografia comincia in Francia. Non perché la Francia sia stata l’unico paese in cui si sperimentava la fissazione dell’immagine luminosa nei primi decenni dell’Ottocento, Talbot lavorava in Inghilterra, Bayard in Francia, Hercules Florence in Brasile, Gerber in Svizzera, ma perché fu un francese, Louis Daguerre, a presentare il primo processo fotografico pratico e stabile davanti all’Académie des Sciences il 19 agosto 1839, e fu il governo francese a fare la scelta storica di rendere quell’invenzione pubblica e libera da brevetti, donandola al mondo con la formula rimasta celebre: “libera a tutti, senza compenso”. Quella decisione politica, presa per ragioni di prestigio nazionale, di politica scientifica e di lungimirante consapevolezza che un’invenzione così radicale non si poteva contenere in un brevetto, trasformò la fotografia da invenzione privata in rivoluzione culturale globale, e fece di Parigi il centro mondiale della nuova arte per i decenni successivi.

hippolyte bayard Immagini Positive Dirette di Bayard
hippolyte bayard

Ma la centralità della Francia nella storia della fotografia non si esaurisce nell’atto fondativo. È una centralità che si rinnova generazione dopo generazione: il pittorialismo di Gustave Le Gray, il reportage sociale di Eugène Atget, il surrealismo fotografico di Man Ray e Brassaï, la fotografia umanista del dopoguerra con Cartier-Bresson, Doisneau, Ronis, Boubat e Izis, ciascuna di queste stagioni fotografiche è, in modo diverso, una risposta alle possibilità del mezzo che solo la Francia, con la sua cultura visiva, la sua tradizione intellettuale e la sua densità di vita urbana e artistica, poteva produrre in quella forma. La storia della fotografia francese è la storia della fotografia mondiale vista da dentro, narrata da chi era presente all’inizio e non ha mai smesso di rinnovarsi.

Niépce e Daguerre: la lunga gestazione di un’invenzione

La fotografia non nacque in un giorno di ispirazione improvvisa: nacque da vent’anni di tentativi paralleli, di esperimenti falliti e di intuizioni parziali che si avvicinavano progressivamente alla soluzione del problema. Nicéphore Niépce, farmacista, litografo dilettante, inventore per vocazione, cominciò a sperimentare la fissazione dell’immagine della camera oscura attorno al 1816, usando come superficie fotosensibile il bitume di Giudea, una sostanza resinosa che si indurisce sotto l’azione della luce.

Nel 1826 o 1827, la data precisa è ancora discussa, Niépce ottenne quella che oggi riconosciamo come la prima fotografia permanente della storia: la “Veduta dalla finestra a Le Gras”, un’immagine della corte della sua proprietà di Chalon-sur-Saône, ottenuta su una lastra di stagno con un’esposizione di circa otto ore. L’immagine era sfocata, di basso contrasto, lontanissima dalla nitidezza del dagherrotipo che sarebbe arrivato dodici anni dopo: era un’immagine quasi illeggibile, ma era permanente, era reale, era il futuro ancora in forma embrionale.

”Vista dalla finestra a Le Gras” - La foto fu realizzata da Nicéphore Nièpce nel 1826-1827 a Saint-Loup-de-Varennes. Catturata su una lastra di bitume grande 20cm × 25 cm trattata con olio. A causa dell'esposizione lunga otto ore, i palazzi furono illuminati dal sole sia dalla sinistra che dalla destra. Foto di pubblico dominio tramite Wikipedia
”Vista dalla finestra a Le Gras” – La foto fu realizzata da Nicéphore Nièpce nel 1826-1827 a Saint-Loup-de-Varennes. Catturata su una lastra di bitume grande 20cm × 25 cm trattata con olio. A causa dell’esposizione lunga otto ore, i palazzi furono illuminati dal sole sia dalla sinistra che dalla destra. Foto di pubblico dominio tramite Wikipedia

Niépce si associò con Daguerre nel 1829, attratto dalle competenze di quest’ultimo nella costruzione del Diorama, lo spettacolo di immagini proiettate su tele trasparenti con effetti di luce che simulavano il passaggio dal giorno alla notte, dalla pioggia al sole, che dimostrava una comprensione pratica degli effetti della luce sulle superfici visive. Niépce morì nel 1833, prima di vedere il risultato del loro lavoro comune; fu Daguerre a portare la ricerca a compimento, raggiungendo nel 1837 il procedimento definitivo, la lastra d’argento sensibilizzata con vapori di iodio, sviluppata con vapori di mercurio e fissata con iposolfito di sodio, che avrebbe preso il suo nome.

La presentazione del dagherrotipo il 19 agosto 1839 fu uno degli eventi culturali più importanti del XIX secolo. L’entusiasmo fu immediato e universale: i giornali di tutto il mondo diedero la notizia, i curiosi si affollarono davanti agli ottici parigini per acquistare i primi apparecchi, i pittori proclamarono che la pittura era morta, i filosofi si interrogarono sulle implicazioni per la percezione e per la memoria. In poche settimane, la fotografia era già ovunque: ad Amsterdam, a Londra, a Berlino, a New York, in America Latina, in Asia.

La Francia aveva partorito un’invenzione che non le apparteneva più.

Gustave Le Gray e il pittorialismo del Secondo Impero

Il decennio che seguì il 1839 fu dominato dall’entusiasmo tecnico: si moltiplicavano i procedimenti, si acceleravano le esposizioni, si estendeva il campo di applicazione della fotografia in ogni direzione possibile. Ma già negli anni Cinquanta, una nuova consapevolezza cominciava a maturare: la fotografia non era soltanto una tecnica, era un linguaggio visivo con le proprie regole e le proprie possibilità espressive. E il primo fotografo che lo capì davvero, in Francia, fu Gustave Le Gray.

Le Gray, nato a Villiers-le-Bel nel 1820, formatosi come pittore nello studio di Paul Delaroche, portò nella fotografia la formazione visiva del pittore e la rigore tecnico del ricercatore. Inventò il procedimento alla carta cerata, che permetteva di preparare i negativi in anticipo e di trasportarli in campagna senza la necessità di svilupparli immediatamente: una soluzione pratica che aprì la strada alla fotografia di paesaggio e di viaggio. Ma la sua contribuzione tecnica più importante fu la tecnica della stampa combinata: due negativi, uno per il cielo, uno per il mare o la terra, stampati insieme per ottenere un’immagine con esposizione corretta in tutte le aree, che con un singolo negativo sarebbe stata impossibile da ottenere.

Le sue marine dell’Atlantico e del Mediterraneo, grandi vedute di cielo e di mare in cui le nuvole si riflettono nell’acqua con una precisione e una drammaticità che le contemporanee pitture di Turner sembrano quasi timide, sono tra le immagini fotografiche più belle del XIX secolo. Non erano documentazione: erano arte, deliberatamente concepita come tale, con la stessa ambizione formale che un pittore portava alle proprie tele. Le Gray aprì con questi lavori lo spazio di possibilità che il pittorialismo del fine Ottocento avrebbe poi occupato: la fotografia come disciplina artistica autonoma, con una estetica propria che non doveva niente alla pittura pur riconoscendo il proprio debito formativo.

Nadar: il volo, la luce, il ritratto

Félix Tournachon, che il mondo avrebbe conosciuto con il solo pseudonimo di Nadar, è una delle figure più straordinarie di tutta la storia della fotografia, e uno dei personaggi più irripetibili dell’intellighenzia parigina del secondo Ottocento. Caricaturista, scrittore, giornalista, aeronauta, fotografo: Nadar era tutto questo contemporaneamente, con la stessa energia instancabile e la stessa curiosità illimitata per ogni forma di novità.

Il suo studio fotografico di boulevard des Capucines, aperto nel 1854, con quella facciata rossa e il nome scritto in caratteri giganteschi che era di per sé un manifesto estetico prima ancora di una insegna commerciale, divenne il luogo di incontro dell’intellighenzia parigina, lo studio dove ogni personaggio della Parigi letteraria, artistica e politica del Secondo Impero si faceva ritrarre. I ritratti di Nadar, Baudelaire, Delacroix, Courbet, Berlioz, Dumas, Sarah Bernhardt, Jules Verne, sono qualcosa di più dei semplici ritratti che i suoi colleghi producevano a dozzine ogni giorno. Sono interpretazioni visive di personalità, tentativi di cogliere nella postura del corpo, nell’espressione del viso, nella disposizione della luce, qualcosa dell’essenza intellettuale e morale del soggetto. Nadar non fotografava volti: fotografava intelligenze.

nadar

Nel 1858, Nadar realizzò le prime fotografie aeree della storia, scattate da una mongolfiera sopra i sobborghi di Parigi. Non fu il primo a immaginarlo, l’idea di fotografare dall’alto circolava già da anni, ma fu il primo a farlo davvero, con tutta la logistica che un’impresa del genere richiedeva: l’aerostato, il laboratorio per sviluppare le lastre a bordo, il collodio che si asciugava troppo in fretta nell’aria aperta. Le fotografie che ne risultarono erano di qualità tecnica modesta, ma il gesto intellettuale era immaginativo e anticipatorio: la visione aerea della città come nuova forma di conoscenza, la fotografia come strumento di una modernità che stava imparando a guardare il mondo da angolazioni mai esplorate prima.

Eugène Atget e la malinconia del mondo che scompare

Nessun fotografo ha amato Parigi come Eugène Atget, e nessuna fotografia di Parigi dice di quella città ciò che le fotografie di Atget dicono. Nato nel 1857 a Libourne, vicino a Bordeaux, Atget si stabilì a Parigi nella maturità e cominciò a fotografare sistematicamente la città nei primissimi anni del Novecento, con un progetto di documentazione così vasto e così metodico che ci vollero quasi trent’anni per completarlo.

Atget fotografava ciò che stava scomparendo: i vicoli medievali, le insegne degli antichi mestieri, le botteghe artigiane, i cortili interni, le prostitute nei loro vani di porta, i venditori ambulanti, le vetrine dei magazzini all’alba, i giardini all’abbandono, le statue nei parchi reali sotto la pioggia o la neve. Non era sentimentalismo né nostalgia: era archivio, catalogazione sistematica di un mondo che la modernizzazione stava cancellando, documentazione di ciò che sarebbe altrimenti scomparso senza traccia. Atget vendeva le proprie fotografie ai pittori come référence, documentazione visiva degli ambienti che volevano riprodurre, e alle biblioteche e agli archivi pubblici come materiale storico.

Riconosciuto in vita soltanto da una ristretta cerchia di artisti, Atget fu scoperto dai surrealisti, Man Ray pubblicò alcune sue fotografie su “La Révolution surréaliste” nel 1926, due anni prima della sua morte, che videro nelle sue immagini quella qualità onirica, quell’atmosfera di realtà trasfigurata che cercavano nella loro arte. La rivalutazione posticcia di Atget da parte del movimento surrealista è uno dei casi più interessanti di appropriazione culturale nella storia della fotografia: Atget non era surrealista in nessun senso, fotografava con un approccio rigorosamente documentarista, eppure le sue immagini possedevano quella qualità di realtà doppia, contemporaneamente concreta e onirica, presente e già perduta, che il surrealismo cercava come programma estetico.

I Lumière e l’industria fotografica francese

La Francia non fu soltanto la madre intellettuale della fotografia: fu anche, almeno per alcune decadi decisive, la sua principale potenza industriale. La fabbrica fotografica dei fratelli Lumière a Lione, fondata da Antoine Lumière nel 1882 e rapidamente sviluppata dai figli Auguste e Louis, era negli anni Novanta dell’Ottocento la più grande industria fotografica d’Europa, con oltre duecento cinquanta dipendenti e una capacità produttiva di milioni di lastre all’anno.

I Lumière non erano solo fabbricanti di materiali fotografici: erano ricercatori e inventori. Louis Lumière a diciassette anni aveva inventato l’Étiquette Bleue, una lastra fotografica di sensibilità eccezionale per l’epoca, che aveva trasformato l’azienda di famiglia da piccola bottega artigianale in industria di rilievo europeo. Poi vennero il Cinématographe, presentato il 28 dicembre 1895 al Grand Café di Parigi, data convenzionale della nascita del cinema, e l’Autochrome, il primo procedimento fotografico a colori pratico mai realizzato, brevettato nel 1903 e messo in commercio nel 1907. L’Autochrome, una lastra di vetro ricoperta di granuli microscopici di amido di patata colorati in rosso-arancio, verde e blu-violetto, permise per la prima volta di produrre fotografie a colori di straordinaria qualità cromatica, a un prezzo accessibile alla fotografia dilettantistica seria.

autochrome
autochrome

Accanto ai Lumière, la Pathé Frères, fondata da Charles Pathé nel 1896 inizialmente come produttrice di fonografi e poi convertita al cinema dopo aver acquistato un Cinématographe dai Lumière, divenne il principale studio cinematografico del mondo nei primi anni del Novecento, distribuendo film in tutto il pianeta con una rete commerciale che non aveva uguali. La Pathé produceva anche apparecchi fotografici e cinematografici, e il suo logo del gallo diventò uno dei marchi più riconosciuti dell’industria visiva mondiale.

La Compagnie Française de Photographie, poi la Lumière, poi altri produttori minori: la Francia aveva costruito attorno alla fotografia un ecosistema industriale che era, nei primissimi anni del Novecento, il più sviluppato del mondo. L’ascesa dell’industria tedesca, Agfa, Zeiss, Voigtländer, avrebbe progressivamente eroso questo primato industriale, ma la centralità culturale della Francia nella fotografia mondiale non ne soffriva: era troppo radicata nella tradizione intellettuale di Parigi per dipendere dalla capacità produttiva di qualche fabbrica.

Il surrealismo fotografico e la Parigi degli anni Venti

Parigi negli anni Venti era il centro del mondo artistico, e la fotografia ne era parte integrante. Man Ray, americano di nascita, parigino di adozione, surrealista di programma, portò nel linguaggio fotografico la stessa libertà radicale che il movimento surrealista applicava alla pittura, alla poesia e al cinema. I suoi “rayogrammi”, fotografie ottenute senza macchina fotografica, posando oggetti direttamente sulla carta fotosensibile e illuminandoli in modi insoliti, erano immagini di una bellezza formale e di una stranezza concettuale che sfidavano ogni definizione tradizionale di fotografia.

Accanto a Man Ray, Brassaï, di cui si è già parlato nella sezione ungherese, essendo di origine transilvana, realizzava le sue fotografie notturne di Parigi con quella qualità alchemica che trasformava gli angoli più banali della città in paesaggi onirici. Jacques-André Boiffard, Eli Lotar, Germaine Krull: altri fotografi che gravitavano attorno ai circoli surrealisti e dadaisti parigini e portavano nella fotografia le inquietudini visive di un’epoca che stava decostruendo ogni certezza rappresentativa.

Il surrealismo fotografico non era soltanto sperimentazione formale: era una riflessione filosofica sulla natura dell’immagine, sulla sua capacità di rivelare ciò che l’occhio non vede, di portare in superficie le strutture inconsce della realtà visibile. La fotografia, per i surrealisti, era lo strumento ideale di questa rivelazione: meccanica, automatica, libera dall’intenzione deliberata del pittore, la macchina fotografica poteva cogliere la realtà di sorpresa, prima che la coscienza potesse organizzarla in forme rassicuranti. Questa concezione, la fotografia come strumento dell’inconscio visivo, è una delle più fertili della storia del mezzo, e ha radici profonde nella Parigi surrealista degli anni Venti.

Man Ray
Man Ray Di Carl Van Vechten – Van Vechten Collection at Library of Congress, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28953

Henri Cartier-Bresson e il momento decisivo

Henri Cartier-Bresson, nato a Chanteloup-en-Brie nel 1908, morto a Montjustin nel 2004, è il fotografo il cui nome è diventato quasi sinonimo di fotografia d’autore nel Novecento, e la cui teoria del “momento decisivo” ha definito per decenni il modo in cui il fotogiornalismo e la fotografia umanista concepivano il proprio compito. Formatosi come pittore cubista con André Lhote, Cartier-Bresson scoprì la fotografia nel 1931, durante un viaggio in Costa d’Avorio, e riconobbe immediatamente in essa lo strumento che cercava: qualcosa di più immediato della pittura, più direttamente collegato alla realtà, capace di rispondere alla velocità del mondo moderno senza per questo rinunciare alla precisione della visione.

L’acquisto di una Leica, la piccola fotocamera 35mm che permetteva di fotografare senza essere visti, di muoversi nella folla senza richiamare l’attenzione, di rispondere in una frazione di secondo all’evento che si stava svolgendo, fu la svolta decisiva. Con la Leica, Cartier-Bresson sviluppò quello stile che sarebbe diventato il suo: la ricerca del momento in cui forma e contenuto, geometria e gesto, struttura visiva e significato emotivo si allineano in un equilibrio instabile e perfetto. Il “momento decisivo”, titolo del suo libro del 1952, Images à la sauvette nella versione originale francese, è la teoria fotografica più influente del Novecento: l’idea che esista per ogni situazione un istante in cui tutti gli elementi si combinano nella loro massima espressività, e che il compito del fotografo sia trovarsi in quel luogo, con quella macchina, pronto a scattare in quell’istante e non in nessun altro.

Con Robert Capa, con cui fondò la Magnum nel 1947 insieme a Seymour, Rodger e Vandivert, Cartier-Bresson definì non solo uno stile fotografico ma un’etica: il rispetto del soggetto, la proprietà dell’archivio da parte del fotografo, il rifiuto del fotomontaggio e di qualsiasi manipolazione dell’immagine. La Magnum fu anche, e rimane, una risposta a una domanda che il fotogiornalismo si poneva: come si fa a documentare il mondo con onestà in un’epoca in cui le immagini sono diventate uno strumento di propaganda potentissimo?

La fotografia umanista del dopoguerra

Il dopoguerra fu, per la fotografia francese, una stagione di straordinaria fertilità. Parigi stava ricostruendo non solo i suoi edifici ma il suo spirito, e la fotografia era uno degli strumenti di questa ricostruzione: un modo di testimoniare che la vita continuava, che la bellezza era ancora possibile, che gli uomini e le donne della città sapevano ancora ridere, amare, giocare, sedersi ai caffè e ballare per strada nonostante tutto ciò che era accaduto.

Robert Doisneau, nato a Gentilly nel 1912, figlio e fotografo di quella periferia operaia parigina che la fotografia ufficiale ignorava, costruì nel dopoguerra un archivio di immagini della Parigi minuta e popolare che è diventato una delle iconografie più riconoscibili del Novecento. Le sue fotografie di bambini che giocano, di coppie che si baciano, di anziani che bevono il vino rosso ai tavoli dei bistrot di periferia, di operai che tornano dal lavoro, tutto questo era fotografia di quotidianità, di ciò che accade ogni giorno senza clamore, di quel tessuto invisibile di gesti e relazioni che è la vera sostanza della vita urbana. La fotografia più celebre di Doisneau, “Il bacio dell’Hôtel de Ville” del 1950, si scoprì decenni dopo essere stata messa in scena con modelli pagati, una rivelazione che scosse la reputazione di autenticità del fotografo ma non cambiò il fascino inesauribile di quell’immagine: diceva qualcosa di vero su Parigi anche se non aveva colto un momento reale.

Willy Ronis fotografava con la stessa delicatezza di Doisneau ma con un senso più esplicito della giustizia sociale, attento alle condizioni di lavoro, alle lotte sindacali, alla dignità dei lavoratori che la fotografia borghese tendeva a invisibilizzare. Édouard Boubat aveva invece una vena più lirica e più intima, vicina alla poesia, letteralmente, dato che era amico di Jacques Prévert e condivideva con lui quella visione del mondo in cui la semplicità del quotidiano si trasforma in grazia quando è guardata con abbastanza attenzione. Sabine Weiss, Janine Niépce, Izis Bidermanas, altri nomi di quella scena umanista che aveva Parigi come centro ma guardava il mondo intero.

Insieme, questi fotografi costruirono quella che viene chiamata “la scuola francese” della fotografia umanista: non una scuola nel senso istituzionale, ma una sensibilità condivisa, il rispetto del soggetto, l’attenzione alla vita quotidiana, il rifiuto dello spettacolo in favore del dettaglio autentico, la convinzione che la fotografia debba testimoniare la vita degli uomini e delle donne comuni con la stessa serietà con cui la storia tradizionale descriveva le gesta dei potenti.

Il Centre Pompidou e la fotografia come arte

La Francia fu tra i primi paesi europei a riconoscere istituzionalmente la fotografia come arte degna del museo e della tutela pubblica. Il Centre Pompidou, aperto a Parigi nel 1977, fu uno dei primi grandi musei al mondo a includere la fotografia nella propria collezione permanente accanto alla pittura e alla scultura, riconoscendola come disciplina artistica di pari dignità.

La Bibliothèque nationale de France conserva uno degli archivi fotografici più importanti del mondo, con collezioni che vanno dai dagherrotipi originali di Daguerre fino alla fotografia contemporanea, raccolte e tutelate con la stessa cura riservata ai manoscritti e alle stampe d’arte. La Maison Européenne de la Photographie, aperta a Parigi nel 1996, è diventata uno degli spazi espositivi fotografici di riferimento internazionale, con una collezione permanente e un programma di mostre temporanee che copre tutta la produzione fotografica mondiale.

Questa istituzionalizzazione non è soltanto questione di burocrazia culturale: è il riconoscimento che un paese che ha inventato la fotografia ha una responsabilità particolare nella sua conservazione e valorizzazione. La France, con le proprie leggi di tutela del patrimonio culturale, con i propri archivi pubblici, con le proprie istituzioni di ricerca e formazione, ha costruito attorno alla fotografia una rete istituzionale che nessun altro paese ha nella stessa misura, e che riflette la consapevolezza, mai del tutto esplicitata ma sempre presente, di custodire qualcosa che appartiene all’intera umanità oltre che alla nazione.

La fotografia francese contemporanea

La fotografia francese contemporanea è una scena di grande vivacità, in cui si mescolano le eredità delle tradizioni storiche, il documentarismo sociale, la street photography urbana, la riflessione surrealista sulla natura dell’immagine, con i linguaggi della fotografia concettuale, dell’installazione e dell’arte visiva d’avanguardia.

Sophie Calle è forse il nome più riconoscibile della fotografia concettuale francese a livello internazionale: le sue opere, che mescolano testo e immagine in investigazioni degli aspetti più oscuri e più intimi delle relazioni umane, hanno trasformato la fotografia in un mezzo letterario e filosofico oltre che visivo. Luc Delahaye ha portato la fotografia di guerra in territori formali vicini alla pittura storica, con immagini di grandissimo formato che collocano i conflitti contemporanei nella tradizione iconografica del tableau. Raymond Depardon ha costruito in cinquant’anni di lavoro un archivio di fotografia documentaria e di reportage che copre il mondo intero con una continuità e una coerenza che hanno pochi equivalenti nella storia del fotogiornalismo mondiale.

Dall’invenzione di Niépce e Daguerre alla fotografia concettuale di Sophie Calle, dalla Parigi notturna di Atget ai set costruiti di Doisneau, dalla teoria del momento decisivo di Cartier-Bresson ai grandi formati di Delahaye: la fotografia francese è, nel suo insieme, la storia più lunga e più densa della fotografia mondiale. Non perché i fotografi francesi siano sempre stati i migliori, non lo sono, ma perché la Francia è stato il paese in cui la fotografia ha sempre trovato il contesto culturale più ricco, il dibattito critico più vivo, le istituzioni più attente, la capacità di riconoscere la propria grandezza senza trasformarla in accademia.

Quella luce che Daguerre fissò per la prima volta su una lastra d’argento lucidata nell’inverno del 1837 è ancora, in qualche modo, la luce che ogni fotografo del mondo cerca ogni volta che alza la propria macchina fotografica. È una luce parigina, e lo sarà per sempre.

Non perderti la nostra offerta di benvenuto

Iscrivendoti alla nostra newsletter non solo avrai, una volta a settimana, il riassunto dei nostri articoli nella tua casella di posta, ma avrai diritto ad un codice sconto del 50% da impiegare nel nostro negozio* . Riceverai il codice

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

*Su una selezione di libri

amazon

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere contenuti fantastici nella tua casella di posta, ogni mese.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Articoli Recenti

Categorie Principali

Articoli correlati