Emanuel Ringelblum (Buczacz, Galizia, 1900 – Varsavia, 1944) è una delle figure più straordinarie e commoventi della storia della documentazione visiva e archivistica del XX secolo. Storico, intellettuale, attivista sociale e archivista eroico, Ringelblum è il fondatore e l’animatore dell’Oyneg Shabes (in yiddish: Gioia del Sabato), il progetto di documentazione sistematica della vita ebraica nel Ghetto di Varsavia che costituisce uno degli archivi documentari più importanti mai creati in condizioni di persecuzione e di sterminio. Benché la sua attività specifica fosse quella dello storico e del coordinatore archivistico piuttosto che quella del fotografo in senso stretto, il corpus dell’Oyneg Shabes include materiali fotografici di eccezionale valore e costituisce il punto di riferimento imprescindibile per qualsiasi studio sulla documentazione visiva della vita ebraica in Polonia durante la Seconda guerra mondiale, collocando Ringelblum tra i protagonisti essenziali della storia dell’immagine documentaria del Novecento.
Nato a Buczacz, oggi in Ucraina, in una famiglia di cultura ebraica tradizionale, Ringelblum si forma come storico all’Università di Varsavia, dove si laurea nel 1927 con una tesi sulla storia degli ebrei di Varsavia nel Medioevo. Docente e ricercatore, militante del movimento socialista ebraico Poalei Tsion (Lavoratori di Sion), direttore dell’organizzazione di assistenza sociale ebraica americana AJDC per la Polonia, Ringelblum è alla vigilia della guerra una delle figure intellettualmente più attive e politicamente più impegnate della comunità ebraica polacca. Il suo approccio alla storia è quello di uno storico sociale che crede nella centralità della vita quotidiana, del documento primario e della testimonianza diretta: questo orientamento metodologico si rivelerà determinante nella costruzione dell’Oyneg Shabes.
Dopo l’invasione tedesca della Polonia nel settembre 1939 e la creazione del Ghetto di Varsavia nel novembre 1940, Ringelblum organizza in condizioni di estrema clandestinità un gruppo di intellettuali, scrittori, giornalisti, pedagoghi, medici e fotografi con il compito di documentare ogni aspetto della vita nel ghetto. Il gruppo, che si riunisce il sabato sera, da cui il nome ironico dell’organizzazione, raccoglie diari, lettere, rapporti statistici, disegni, manifesti, fotografie e ogni genere di documento scritto e visivo che possa testimoniare la realtà quotidiana dei 400.000 ebrei rinchiusi nel ghetto.

L’archivio come atto di resistenza: l’Oyneg Shabes
Il progetto dell’Oyneg Shabes va compreso nel suo contesto storico con la massima precisione. Ringelblum e i suoi collaboratori sapevano, man mano che le notizie delle deportazioni e degli stermini si diffondevano nel ghetto, che stavano assistendo e vivendo un crimine di proporzioni storiche senza precedenti, e che le autorità naziste stavano attivamente cancellando ogni traccia documentaria dei loro crimini. La creazione dell’archivio era dunque un atto di resistenza intellettuale e morale: non un gesto di disperazione passiva ma una risposta organizzata, metodica e consapevole al tentativo di cancellazione totale. “Vogliamo che il mondo sappia” è la sintesi del mandato etico che animava il progetto.
La componente fotografica dell’Oyneg Shabes è una delle più preziose e al tempo stesso più tragicamente incompleta. Le fotografie scattate nel ghetto, alcune clandestine e realizzate a rischio della vita dei fotografi, altre prodotte da fotografi tedeschi con intenti propagandistici poi acquisite dall’archivio, documentano la vita quotidiana nel ghetto con una crudezza e una pienezza che nessun documento scritto potrebbe eguagliare. Le immagini del rabbino Henryk Ross — fotografo ufficiale del Judenrat di Łódź che nascose circa 6.000 negativi sotto terra prima della liquidazione del ghetto — e i materiali visivi raccolti dall’Oyneg Shabes di Varsavia costituiscono insieme il nucleo visivo della documentazione dell’universo concentrazionario ebraico polacco.
Ringelblum capì con chiarezza che la fotografia aveva una forza testimoniale diversa e complementare rispetto alla scrittura: mentre il testo poteva essere frainteso, interpretato, relativizzato, l’immagine fotografica imponeva la presenza fisica della realtà con una immediatezza che sfidava ogni negazionismo. Per questo l’archivio dell’Oyneg Shabes cercò sistematicamente di raccogliere non solo documenti scritti ma ogni forma di testimonianza visiva disponibile. Questo approccio multimediale ante litteram fa di Ringelblum un precursore del pensiero archivistico contemporaneo sulla pluralità dei media documentari.
I documenti dell’Oyneg Shabes furono nascosti in tre tranche in bidoni di latta e casse metalliche sepolti sotto gli edifici del ghetto. I bidoni di latta furono dissotterrati in parte nel 1946 e in parte nel 1950, dopo la fine della guerra, e costituiscono oggi la fonte storica primaria per la conoscenza della vita nel Ghetto di Varsavia. Ringelblum stesso non sopravvisse: catturato dai tedeschi dopo essersi nascosto nel bunker di un polacco che lo proteggeva, fu fucilato nel marzo 1944 insieme alla moglie, al figlio e a tutte le persone rifugiate nello stesso rifugio. La sua morte è una delle perdite più gravi della cultura ebraica polacca del Novecento.
Il riconoscimento del valore storico, culturale e documentario dell’archivio dell’Oyneg Shabes è stato progressivo e costante nel dopoguerra. L’iscrizione dell’archivio nel Registro della Memoria del Mondo dell’UNESCO nel 1999 ha sancito ufficialmente la sua importanza come patrimonio documentario dell’umanità. Gli studi più recenti, in particolare quelli condotti da Samuel Kassow nell’opera fondamentale “Who Will Write Our History?” (2007), hanno ricostruito con grande precisione la storia della creazione dell’archivio, i metodi di lavoro di Ringelblum e le storie individuali dei collaboratori dell’Oyneg Shabes, molti dei quali perirono nell’Olocausto.
La riflessione sul lavoro di Ringelblum si inserisce nel più ampio dibattito sulla fotografia come strumento di memoria e testimonianza nei contesti di persecuzione e genocidio. La questione se le immagini prodotte nei ghetti e nei campi abbiano una funzione testimoniale primaria o se siano irrimediabilmente compromesse dal contesto della loro produzione — alcune realizzate da fotografi nazisti con intenti propagandistici, altre strappate clandestinamente al controllo dei carnefici — è una delle questioni teoriche più complesse della storia della fotografia documentaria del Novecento. Ringelblum aveva intuito questa complessità e aveva costruito un archivio che cercava di rispondervi non attraverso la purezza formale ma attraverso la quantità, la varietà e la complementarità delle fonti.
Le Opere principali
- Oyneg Shabes – Archivio del Ghetto di Varsavia (1940–1943): Il corpus documentario complessivo, comprendente diari, rapporti, lettere, statistiche e materiali fotografici. Conservato all’Instytut Historyczny im. Emanuela Ringelbluma di Varsavia.
- Kronike fun Varshever Geto (Cronaca del Ghetto di Varsavia, 1952–1963): Pubblicazione postuma dei diari e dei resoconti di Ringelblum, a cura di Ber Mark. Fonte storica primaria sulla vita nel ghetto.
- Materiali fotografici dell’Oyneg Shabes (1940–1943): Corpus di fotografie scattate nel ghetto da fotografi anonimi e da collaboratori del progetto, alcune delle poche immagini sopravvissute della vita quotidiana nel Ghetto di Varsavia.
- Bidoni di latta – prima tranche (ritrovamento 1946): Prima parte dell’archivio dissotterrata dopo la fine della guerra. Conteneva oltre tremila documenti originali.
- Bidoni di latta – seconda tranche (ritrovamento 1950): Seconda parte dell’archivio, comprendente ulteriori migliaia di documenti e materiali visivi.
- Iscrizione UNESCO Registro della Memoria del Mondo (1999): Riconoscimento del valore universale dell’archivio come patrimonio documentario dell’umanità.
- Instytut Historyczny im. Emanuela Ringelbluma, Varsavia: L’istituzione che conserva e studia l’intero corpus dell’archivio Oyneg Shabes, fondata nel dopoguerra in memoria del suo creatore.
- “Who Will Write Our History?” di Samuel Kassow (2007): Monografia fondamentale sulla storia dell’Oyneg Shabes, tradotta in numerose lingue. Base indispensabile per qualsiasi studio sull’archivio.
Fonti
- Żydowski Instytut Historyczny im. E. Ringelbluma, Varsavia
- USHMM – Emanuel Ringelblum e l’Oyneg Shabes
- Yad Vashem – Ringelblum Archive
- UNESCO – Registro della Memoria del Mondo, Oyneg Shabes
- POLIN Museum of the History of Polish Jews – Oyneg Shabes
- Samuel Kassow – “Who Will Write Our History?”, Indiana University Press
- Polona – Digitalizzazione archivi storici polacchi
questo articolo fa parte della sezione I maestri della fotografia
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine.
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