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Il Gruppo Misa: da Senigallia la Rivoluzione del Bianco e Nero Italiano

Il gruppo Misa è il laboratorio in cui la teoria della fotografia di poesia elaborata dalla Bussola milanese si trasforma in qualcosa di radicalmente diverso, un’estetica del contrasto violento e della grana pesante che avrebbe segnato per sempre la fotografia italiana d’autore. Fondato a Senigallia nel 1953 da Giuseppe Cavalli, lo stesso teorico che quattro anni prima aveva guidato la nascita della Bussola, il gruppo prende il nome dal piccolo fiume che attraversa la cittadina marchigiana e riunisce un manipolo di fotografi giovani e in larga parte autodidatti, tra cui Mario Giacomelli, destinato a diventare una delle voci più originali e più studiate della fotografia italiana del secondo Novecento. La sua storia, breve ma densissima, dimostra come una stessa premessa teorica possa generare, nelle mani di autori diversi, esiti visivi opposti e ugualmente rilevanti.

Indice dei Contenuti

In Sintesi

 

  • Il gruppo Misa nasce a Senigallia nel 1953 per iniziativa di Giuseppe Cavalli, che vi si era trasferito dopo aver fondato La Bussola a Milano.
  • Prende il nome dal fiume Misa, che attraversa la città marchigiana sede del sodalizio.
  • Tra i membri fondatori figurano Mario Giacomelli, Piergiorgio Branzi, Alfredo Camisa, Silvio Pellegrini e Ferruccio Ferroni.
  • Condivide con la Bussola il rifiuto della fotografia di cronaca a favore dell’autonomia estetica dell’immagine, ma ne rovescia radicalmente gli esiti stilistici.
  • Sviluppa un’estetica fondata su contrasti tonali estremi, grana visibile e marcata, deformazioni prospettiche e un uso drammatico del bianco assoluto e del nero pieno.
  • È il contesto in cui Mario Giacomelli realizza i primi corpus che lo renderanno celebre a livello internazionale, dai paesaggi agrari ai ritratti di seminaristi.
  • L’attività organizzata del gruppo ha una durata relativamente breve, ma la sua influenza si estende ben oltre la vita formale del sodalizio.
  • Rappresenta oggi un caso di studio privilegiato per comprendere la dialettica interna alla fotografia italiana d’autore tra rigore teorico e libertà stilistica individuale.

La fondazione a Senigallia e il legame con la Bussola milanese

La storia del gruppo Misa non può essere raccontata separatamente da quella della Bussola, di cui costituisce insieme la prosecuzione e il superamento. Nel 1953 Giuseppe Cavalli, l’avvocato e fotografo che quattro anni prima aveva guidato a Milano la nascita della Bussola, si trasferisce stabilmente a Senigallia, città marchigiana affacciata sull’Adriatico dove già mantenevano legami familiari e professionali. È qui che decide di dare vita a un nuovo sodalizio fotografico, distinto dal circolo milanese ma esplicitamente ispirato ai medesimi principi teorici.

Il nome scelto, Misa, deriva dal piccolo corso d’acqua che attraversa Senigallia e sfocia nell’Adriatico proprio nei pressi della città. La scelta di un toponimo così circoscritto, rispetto al nome più astratto e programmatico della Bussola milanese, segnala già una differenza di impostazione: il nuovo gruppo si radica in un territorio specifico e in una comunità locale, anziché proporsi come istanza teorica generale valida per l’intera fotografia nazionale.

Il Gruppo Misa: da Senigallia la Rivoluzione del Bianco e Nero Italiano
Mario Giacomelli, Un uomo una donna un amore, 1960.jpg — Mario Giacomelli, 1960. Fonte: Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Attorno a Cavalli si raccoglie un piccolo nucleo di fotografi, per lo più giovani e in larga parte privi di formazione accademica specifica. Il membro destinato alla maggiore notorietà internazionale è Mario Giacomelli, nato a Senigallia nel 1925, di professione tipografo, autodidatta sia in fotografia sia in pittura, che aveva già cominciato a fotografare negli anni precedenti sviluppando un interesse personale per il territorio agricolo circostante. Accanto a lui figurano Piergiorgio Branzi, che unirà negli anni successivi la pratica fotografica al giornalismo internazionale lavorando per la Rai, Alfredo Camisa, Silvio Pellegrini e Ferruccio Ferroni, ciascuno impegnato a sviluppare, a partire dagli stessi presupposti teorici, un proprio linguaggio personale.

Il rapporto con la Bussola è dichiarato e insieme problematico. Il gruppo Misa condivide pienamente il rifiuto teorico della fotografia di cronaca, l’insistenza sull’autonomia estetica dell’immagine, l’idea che il valore di una fotografia non dipenda dal soggetto rappresentato ma dalla sua costruzione formale. In questo senso può essere descritto, senza forzature, come una vera e propria filiazione diretta del pensiero di Cavalli. Ma proprio la libertà interpretativa lasciata ai singoli autori, unita alla giovane età e alla formazione autodidatta di molti di essi, produce nel giro di pochi anni un risultato visivo che si allontana radicalmente dall’estetica della Bussola milanese.

Dalla delicatezza tonale al contrasto assoluto: l’estetica del gruppo

Se la Bussola aveva fatto del contrasto morbido e della gamma tonale continua il proprio tratto distintivo, prediligendo stampe delicate in cui il grigio dominava incontrastato, il gruppo Misa sviluppa una direzione opposta, che porta alle estreme conseguenze la componente espressiva insita nella stessa teoria della fotografia di poesia. È soprattutto nel lavoro di Mario Giacomelli che questa evoluzione raggiunge la propria formulazione più radicale e più influente.

Giacomelli comincia a fotografare il paesaggio agrario delle colline marchigiane attorno a Senigallia, riprendendolo dall’alto e restituendone la trama attraverso un uso estremo del contrasto assoluto: neri pieni e densissimi si alternano a bianchi bruciati privi di dettaglio, in composizioni che riducono il territorio a una scrittura quasi astratta fatta di segni, solchi e macchie. Questo procedimento, sviluppato in serie che diventeranno celebri a livello internazionale, trasforma il paesaggio agricolo in una superficie grafica che deve moltissimo alla sensibilità pittorica dell’autore, prima ancora che alla tradizione fotografica del paesaggio.

Parallelamente Giacomelli sviluppa un lavoro sul ritratto altrettanto radicale, dedicato ai giovani seminaristi di un istituto religioso locale, colti nei momenti di gioco e di ricreazione con un uso della grana fotografica volutamente pesante e visibile, che rifiuta ogni pretesa di levigatezza tecnica in favore di un’espressività quasi grafica, vicina all’incisione. Le figure appaiono spesso mosse, sfocate, tagliate ai bordi dell’inquadratura, in una costruzione che privilegia l’intensità emotiva sulla correttezza formale convenzionale.

Ciò che rende questa evoluzione teoricamente interessante è che essa non tradisce affatto i presupposti della fotografia di poesia teorizzata da Cavalli, ma ne rivela piuttosto una conseguenza non prevista dal fondatore. Se il valore dell’immagine risiede nella sua costruzione formale autonoma e non nel soggetto rappresentato, allora quella costruzione può orientarsi tanto verso l’equilibrio delicato quanto verso il contrasto drammatico, tanto verso la levigatezza quanto verso la ruvidezza materica. Il gruppo Misa dimostra, con la propria stessa esistenza, che l’autonomia estetica rivendicata dalla Bussola era una premessa più ampia e più aperta di quanto lo stile personale di Cavalli lasciasse intuire.

Accanto a Giacomelli, gli altri membri del gruppo sviluppano proprie direzioni di ricerca. Piergiorgio Branzi lavora su un registro più descrittivo, che negli anni successivi confluirà nella sua attività di corrispondente giornalistico internazionale, mantenendo tuttavia un’attenzione formale rigorosa ereditata dall’esperienza senigalliese. Alfredo Camisa sviluppa un linguaggio fotografico attento alla figura umana e al paesaggio marchigiano, mentre Silvio Pellegrini e Ferruccio Ferroni contribuiscono a definire, con opere meno note ma coerenti, l’identità collettiva del gruppo negli anni della sua attività più intensa.

Durata dell’esperienza, ricezione critica ed eredità

L’attività organizzata del gruppo Misa in senso stretto ha una durata relativamente contenuta rispetto alla lunghezza delle carriere individuali dei suoi membri. Il sodalizio si scioglie formalmente nella seconda metà degli anni Cinquanta, ma la sua influenza si prolunga ben oltre la vita ufficiale del gruppo, sia attraverso la carriera successiva di Mario Giacomelli, che proseguirà per decenni a sviluppare e ad approfondire i temi elaborati negli anni senigalliesi, sia attraverso l’effetto che quella breve esperienza collettiva ha esercitato sull’intera cultura fotografica italiana.

La ricezione critica del gruppo Misa è stata a lungo subordinata alla fama individuale di Giacomelli, che ha finito per oscurare la dimensione collettiva dell’esperienza da cui pure la sua opera prende origine. Solo negli ultimi decenni, grazie a mostre retrospettive e a studi dedicati specificamente alla storia dei circoli fotografici italiani del dopoguerra, si è cominciato a restituire al gruppo Misa la propria identità storica autonoma, distinta sia da quella della Bussola milanese sia dalla biografia del suo membro più celebre.

Il rapporto con gli altri circoli fotografici italiani del periodo merita di essere collocato correttamente. Mentre la Bussola manteneva un’impostazione più rigorosamente teorica e milanese, e mentre a Venezia La Gondola, fondata nel 1948 da Paolo Monti, sviluppava una sensibilità più aperta alla descrizione del reale, incline a un dialogo con il neorealismo che la Bussola aveva esplicitamente rifiutato, il gruppo Misa occupa una posizione originale: parte dagli stessi presupposti teorici della Bussola ma li porta verso un esito visivo che anticipa, per intensità espressiva e per uso drammatico della materia fotografica, sensibilità che diventeranno centrali nella fotografia italiana ed europea dei decenni successivi. In questo senso il gruppo Misa funziona da cerniera tra il formalismo raffinato della prima generazione del dopoguerra e le ricerche più espressioniste che caratterizzeranno la fotografia d’autore italiana degli anni Sessanta e Settanta.

Va inoltre segnalato il ruolo che l’esperienza di Senigallia ha giocato nella definizione di un modello alternativo di circolo fotografico rispetto a quello, più istituzionale e di lunga durata, rappresentato dal Circolo Fotografico Milanese, attivo fin dai primi decenni del secolo e capace di attraversare intere generazioni di fotografi con un’identità meno legata a un singolo programma teorico. Il gruppo Misa dimostra, al contrario, come un sodalizio di vita breve, fortemente identitario e guidato da un progetto estetico preciso, possa produrre un’eredità sproporzionata rispetto alla propria durata cronologica, proprio in virtù dell’intensità e della coerenza della ricerca condotta al proprio interno.

Oggi il gruppo Misa è considerato, insieme alla Bussola e alla Gondola, uno dei tre laboratori fondamentali attorno a cui si è strutturata la fotografia italiana d’autore del secondo dopoguerra, e il suo studio è imprescindibile per comprendere non soltanto la formazione di Mario Giacomelli ma l’intera dialettica tra rigore teorico e libertà espressiva che ha attraversato la cultura fotografica italiana del Novecento.

Le Opere principali

L’attività del gruppo Misa si concentra soprattutto nel decennio compreso tra la fondazione e la seconda metà degli anni Cinquanta, e trova il proprio esito più influente nelle prime grandi serie di Mario Giacomelli.

  • Paesaggio marchigiano di Mario Giacomelli (anni Cinquanta). Serie di riprese aeree e ravvicinate delle colline agricole attorno a Senigallia, costruite su un contrasto tonale assoluto che trasforma il territorio in una composizione quasi astratta di segni e macchie. È l’opera che porta alle estreme conseguenze l’estetica del gruppo.
  • Scanno di Mario Giacomelli (anni Cinquanta). Serie dedicata al piccolo borgo abruzzese, realizzata con lo stesso uso drammatico del contrasto e della grana, che consolida il linguaggio distintivo dell’autore all’interno dell’esperienza del gruppo.
  • Serie sui seminaristi di Mario Giacomelli. Corpus dedicato ai giovani religiosi di un istituto locale, colti nei momenti di gioco con un uso della grana pesante e della composizione dinamica che rifiuta ogni levigatezza formale convenzionale.
  • Opere fotografiche di Piergiorgio Branzi. Corpus caratterizzato da un registro più descrittivo rispetto a Giacomelli, che anticipa la sua successiva carriera di corrispondente giornalistico internazionale mantenendo un rigore formale ereditato dall’esperienza senigalliese.
  • Opere fotografiche di Alfredo Camisa. Lavori dedicati alla figura umana e al paesaggio marchigiano, sviluppati parallelamente a quelli di Giacomelli all’interno del medesimo sodalizio.
  • Opere fotografiche di Silvio Pellegrini e Ferruccio Ferroni. Corpus meno noto ma coerente con l’identità collettiva del gruppo, che contribuisce a definirne il profilo storico complessivo negli anni di maggiore attività.
  • Prosecuzione della carriera di Mario Giacomelli oltre il gruppo. Sviluppo, nei decenni successivi allo scioglimento formale del sodalizio, dei temi e delle tecniche elaborate a Senigallia, che porteranno l’autore a una notorietà internazionale ben oltre i confini dell’esperienza collettiva originaria.
  • Dialogo e distanza rispetto alla Bussola milanese. Rapporto teorico e stilistico tra il gruppo Misa e il sodalizio fondato da Cavalli a Milano, che costituisce la chiave interpretativa per comprendere l’intera vicenda del gruppo senigalliese.

Domande Frequenti sul Gruppo Misa (FAQ)

Che cos’è il gruppo Misa?

Il sodalizio fotografico fondato a Senigallia nel 1953 da Giuseppe Cavalli insieme a un gruppo di giovani fotografi, tra cui Mario Giacomelli, che prende il nome dal fiume che attraversa la città marchigiana.

Chi ha fondato il gruppo Misa?

Giuseppe Cavalli, lo stesso teorico che quattro anni prima aveva guidato a Milano la nascita della Bussola, insieme a Mario Giacomelli, Piergiorgio Branzi, Alfredo Camisa, Silvio Pellegrini e Ferruccio Ferroni.

Che rapporto c’è tra il gruppo Misa e La Bussola?

Il gruppo Misa nasce come diretta prosecuzione del programma teorico della Bussola, condividendone il rifiuto della fotografia di cronaca, ma ne rovescia radicalmente gli esiti stilistici, passando dalla delicatezza tonale al contrasto assoluto.

In che cosa consiste l’estetica del gruppo Misa?

Contrasti tonali estremi, neri pieni e bianchi bruciati, grana fotografica pesante e visibile, deformazioni prospettiche e composizioni dinamiche che privilegiano l’intensità espressiva sulla correttezza formale convenzionale.

Chi era Mario Giacomelli?

Un tipografo autodidatta nato a Senigallia nel 1925, membro fondatore del gruppo Misa, che vi realizza le prime serie sul paesaggio agrario marchigiano e sui seminaristi destinate a renderlo celebre a livello internazionale.

Che cosa raccontano le serie di Giacomelli sul paesaggio marchigiano?

Riprese aeree e ravvicinate delle colline agricole attorno a Senigallia, costruite su un contrasto tonale assoluto che trasforma il territorio in una composizione quasi astratta di segni e macchie.

Perché il gruppo Misa è considerato importante nella storia della fotografia italiana?

Perché dimostra come una stessa premessa teorica, quella dell’autonomia estetica della fotografia rivendicata dalla Bussola, possa generare esiti visivi opposti e ugualmente rilevanti a seconda della sensibilità dei singoli autori.

Quanto è durata l’attività organizzata del gruppo?

Relativamente poco, sciogliendosi formalmente nella seconda metà degli anni Cinquanta, ma la sua influenza si è prolungata ben oltre la vita ufficiale del sodalizio, soprattutto attraverso la carriera successiva di Giacomelli.

Che differenza c’è tra il gruppo Misa e La Gondola di Venezia?

La Gondola, fondata nel 1948 da Paolo Monti, sviluppò una sensibilità più aperta alla descrizione del reale, in dialogo con il neorealismo, mentre il gruppo Misa portò alle estreme conseguenze l’autonomia formale teorizzata dalla Bussola.

Che ruolo ha avuto Piergiorgio Branzi nel gruppo?

Sviluppò un registro fotografico più descrittivo rispetto a Giacomelli, che anticipava la sua successiva carriera di corrispondente giornalistico internazionale, mantenendo comunque il rigore formale ereditato dall’esperienza del gruppo.

Perché la dimensione collettiva del gruppo Misa è stata a lungo trascurata?

Perché la fama individuale di Mario Giacomelli ha finito per oscurare l’esperienza collettiva da cui la sua opera prende origine, e solo studi recenti hanno restituito al gruppo la propria identità storica autonoma.

Fonti

 

 

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Mi chiamo Donatella Colantuono, ho 29 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, nata tra le aule universitarie e cresciuta attraverso studi accademici in Storia dell'arte e Beni culturali. Dopo una laurea magistrale con tesi incentrata sulla fotografia del secondo Novecento, ho deciso di dedicare il mio percorso alla divulgazione critica del medium fotografico in tutte le sue dimensioni, dalla storia alle tecnologie contemporanee. Su storiadellafotografia.com mi occupo della storia della fotografia nelle sue fasi fondamentali: dalle origini ottocentesche fino alle trasformazioni del Novecento e alla rivoluzione digitale dei nostri giorni, con particolare attenzione ai contesti culturali e sociali che hanno determinato l'evoluzione del linguaggio fotografico. Curo gli approfondimenti sulle ottiche e sulle attrezzature fotografiche, perché credere che la storia della fotografia sia separabile dalla storia degli strumenti che l'hanno resa possibile sarebbe un errore: ogni obiettivo, ogni corpo macchina, ogni innovazione tecnica ha aperto possibilità visive nuove che i fotografi hanno poi trasformato in linguaggio. Mi occupo inoltre di fotografia digitale, analizzando come la transizione dal digitale all'analogico abbia trasformato non solo la tecnica ma il modo stesso di concepire, produrre e distribuire le immagini. Il mio approccio resta quello della ricercatrice: rigore storico e chiarezza espositiva, per rendere accessibile anche agli appassionati non specialisti la profondità di un medium che ha cambiato il modo in cui il mondo si vede e si racconta.

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