Per capire che cos’è un profilo logaritmico (log video) e perché abbia cambiato la produzione video professionale degli ultimi quindici anni conviene partire da lontano. Il problema di fondo è antico: l’occhio umano non percepisce la luminosità in proporzione all’intensità fisica della luce. La psicofisica ottocentesca ne ha dato una prima descrizione con la legge di Weber e Fechner, che lega la sensazione al logaritmo dello stimolo, e nel Novecento Stevens l’ha riformulata come legge di potenza. In entrambi i casi la conclusione pratica è la stessa: la soglia con cui si nota una variazione di luminosità dipende dal livello di partenza, e le differenze tra toni scuri si vedono molto meglio di quelle tra toni chiari.
In Sintesi
- Un profilo log comprime logaritmicamente la gamma dinamica del sensore in un file a 10 bit: l’immagine appare piatta e desaturata, ma conserva ombre e alte luci che la codifica standard taglierebbe.
- Il log nasce dal sistema Cineon di Kodak dei primi anni Novanta e arriva alle fotocamere con S-Log, C-Log, V-Log e N-Log, tutti profili diversi con curve e spazi colore propri.
- Si espone tenendo conto che la curva comprime le alte luci e che le ombre sono la zona più rumorosa: si usano waveform e false color, e spesso si espone un po’ più chiaro del normale.
- Conoscere l’ISO nativo del sensore conta: sulla Sony A7S III in S-Log2 e S-Log3 la base è 640 e il secondo guadagno parte da 12800.
- In postproduzione servono LUT tecniche di conversione, una gestione del colore coerente e un monitor calibrato; il log è anche la porta d’ingresso per le consegne HDR.
- Il log non conviene sempre: con codec a 8 bit, scene a basso contrasto o consegne rapide, un profilo standard o l’HLG possono essere più sensati.

Gamma, gamma dinamica e perché serve una curva logaritmica
Un segnale video che registra la luminanza in modo lineare, cioè con valori numerici proporzionali all’intensità fisica della luce, spreca la maggior parte dei bit sulle alte luci, dove l’occhio distingue poco, e ne lascia troppo pochi alle ombre, dove la sensibilità visiva è massima. Come spiega la voce sulla correzione gamma, senza una codifica non lineare si destinano troppi bit o troppa banda a zone chiare che le persone non sanno distinguere. Per questo la televisione ha sempre usato una curva di codifica non lineare, la gamma. All’origine c’era anche la fisica dei monitor a tubo catodico, la cui emissione di luce non è proporzionale alla tensione (con un esponente tra 2,35 e 2,55), ma oggi il motivo principale resta l’efficienza percettiva: passi uguali nel valore codificato corrispondono a passi di luminosità percepiti come simili.
La codifica televisiva standard, definita per l’alta definizione dalla raccomandazione ITU-R BT.709, con il monitor di riferimento a gamma 2,4 descritto dalla BT.1886, risolve il problema della distribuzione dei bit ma non quello della gamma dinamica, l’intervallo tra il livello massimo registrabile e quello minimo distinguibile dal rumore. I sensori CMOS delle fotocamere moderne catturano gamme dinamiche dell’ordine di molti stop (uno stop corrisponde a un raddoppio della luce), mentre la curva BT.709 è pensata per rappresentare bene soltanto una frazione di quell’intervallo, quella compatibile con i display tradizionali. Tutto ciò che sta fuori viene troncato: le alte luci si saturano in un bianco senza dettaglio, le ombre sprofondano nel nero e la ricchezza tonale registrata dal sensore va perduta.
Il profilo logaritmico, o più semplicemente log, risponde a questo problema con una curva che comprime l’intera gamma dinamica del sensore nello spazio numerico di un file a 10 bit. Come riassume Wikipedia, un profilo log è una curva di ripresa che offre un’ampia gamma tonale e più margine per le scelte di colore e di stile, conserva dettagli di ombre e alte luci che un profilo lineare taglierebbe, e produce un filmato dall’aspetto «slavato» che richiede color grading in postproduzione. La forma generale della curva è del tipo f(x) = a·log(b·x + c) + d, con coefficienti scelti da ogni produttore in funzione del sensore e degli obiettivi di gamma dinamica. L’immagine piatta, con toni medi schiariti, colori desaturati e poco contrasto, è una scelta di progetto: il log è una rappresentazione grezza, ottimizzata per essere trasformata.
Il prezzo è la necessità di un trattamento successivo. Il file log non è pronto per essere guardato, e va convertito con una LUT o con la gestione del colore. In cambio il margine di correzione è molto più ampio, e il materiale resta valido anche per consegne diverse, dalla televisione standard alle versioni HDR. Per apprezzare il vantaggio serve un codec con profondità di colore adeguata: i 10 bit sono il minimo ragionevole, perché una curva tanto compressa distribuisce poche tacche di valore su ogni stop e un file a 8 bit mostrerebbe rapidamente banding nelle sfumature, quando i colori vengono espansi in grading.
Genealogia dei profili log: da Cineon a S-Log, C-Log, V-Log e N-Log
Le radici dei profili log precedono le mirrorless e le cineprese digitali degli anni Duemila e stanno nel lavoro di digitalizzazione del cinema su pellicola che Kodak portò avanti all’inizio degli anni Novanta con il sistema Cineon, nato per la scansione e il compositing digitale dei fotogrammi 35mm. Il formato Cineon memorizza ogni canale a 10 bit, con dati codificati in modo logaritmico che rappresentano la densità di stampa e non la luce lineare. Sulla scala dei codici da 0 a 1023, la convenzione colloca il punto di nero a 95 e il punto di bianco a 685, e i valori sopra 685 sono più luminosi del bianco di riferimento: è un modo di conservare le alte luci della pellicola negativa oltre il bianco. Il Cineon è storicamente importante perché fu il primo sistema di codifica logaritmica diffuso in un flusso di lavoro professionale.
Il formato DPX (Digital Picture Exchange) deriva direttamente dal Cineon. La prima versione fu pubblicata da SMPTE come standard 268M nel febbraio del 1994, e lo standard è oggi aggiornato in ST 268-1:2014, con estensioni per l’alta gamma dinamica e la gamma di colori ampia nella parte ST 268-2:2018. Il DPX conserva spesso la codifica logaritmica della densità del negativo, ed è rimasto uno dei formati di scambio dell’industria degli effetti visivi e della postproduzione cinematografica. La cultura tecnica e gli strumenti software nati attorno a Cineon e DPX hanno poi reso più rapida l’adozione dei profili log nelle fotocamere.
Nel mondo delle cineprese digitali la prima curva log di rilievo è la Log C di Arri, offerta dalla D-20 nel 2005 sull’uscita HD-SDI. Sony introdusse S-Log nel 2008 con la cinepresa CineAlta F35, che registrava su nastro HDCAM-SR. L’evoluzione è stata S-Log2, che arrivò nelle mirrorless con la serie Alpha 7, e poi S-Log3, associata a spazi colore ampi come S-Gamut3.Cine e progettata per distribuire in modo più uniforme le ombre e rendere il grading più prevedibile. Per S-Log3 Sony dichiara fino a 15 stop di gamma dinamica, e DPReview, misurando la A7S III, ritiene che sia disponibile «poco più di 13 stop» a seconda della tolleranza al rumore, ricordando che non tutta la gamma codificata è necessariamente utilizzabile.
Canon portò la registrazione log al mercato prosumer con la Cinema EOS C300 e il suo C-Log (chiamato anche Canon Log). Le versioni successive, C-Log2 e C-Log3, ampliano la gamma dinamica e cambiano la distribuzione dei toni: la seconda punta alla massima estensione, la terza cerca un compromesso con ombre meno rumorose e un grading più semplice. Il C-Log3 è oggi disponibile su cineprese Cinema EOS e su diversi modelli della serie EOS R. Panasonic ha sviluppato V-Log per le videocamere VariCam e la variante V-Log L per le mirrorless Lumix, che in una prima fase è stata offerta come aggiornamento a pagamento su alcuni modelli e poi inclusa di serie in quelli successivi, nello spazio colore V-Gamut. Nikon è arrivata più tardi con N-Log, inizialmente disponibile attraverso l’uscita HDMI per registratori esterni sulle prime mirrorless Z, e poi registrabile internamente a 10 bit su modelli come Z9, Z8 e Z6 III. Esistono poi profili di altri costruttori, come D-Log di DJI, F-Log di Fujifilm e REDlogFilm di RED.
L’esposizione in log: ETTR, waveform, false color e ISO nativo
L’esposizione corretta di un profilo log è una delle competenze più critiche, e più fraintese, per chi si avvicina alla produzione professionale. L’equivoco principale è credere che il log si esponga come un profilo standard, accettando soltanto che l’immagine sul monitor appaia più piatta. La curva logaritmica, invece, distribuisce l’informazione tonale in modo particolare e questa distribuzione interagisce con il rumore del sensore.
La curva comprime le alte luci molto più delle ombre, e colloca il grigio medio più in alto sulla scala del segnale rispetto a un profilo standard. Secondo la documentazione dei costruttori, il grigio medio al 18% sta intorno al 41% del segnale in S-Log3 e intorno al 42% in V-Log, a fronte di valori più bassi nelle codifiche gamma tradizionali. Giudicare a occhio un’immagine log schiarita porta quasi sempre alla sottoesposizione, perché si tende a scurire per evitare una sensazione di sovraesposizione. La sottoesposizione in log è più dannosa di una moderata sovraesposizione, perché le ombre sono la zona del sensore con il peggior rapporto segnale/rumore: recuperare due stop in grading amplifica il rumore in modo spesso inaccettabile. DPReview lo conferma nelle prove della A7S III, dove le tonalità più scure risultano molto rumorose già all’ISO di base.
Per questo la tecnica consigliata per il log è una variante dell’ETTR (Expose To The Right): esporre il più a destra possibile senza saturare le alte luci importanti, per massimizzare il segnale nelle ombre. In pratica molti operatori sovraespongono di circa uno stop rispetto a una ripresa standard, e le indicazioni del costruttore e delle LUT ufficiali vanno controllate sul modello in uso. Con luce forte questo può richiedere filtri ND per mantenere l’apertura del diaframma voluta e rispettare la regola del doppio del frame rate per il tempo di esposizione.

Lo strumento fondamentale è il waveform monitor, una sorta di oscilloscopio del segnale video che mostra la luminanza sull’asse verticale e la posizione orizzontale nel fotogramma su quello orizzontale. A differenza dell’istogramma, il waveform permette di vedere dove si trovano le zone corrette e quelle a rischio di clipping. Molte fotocamere professionali lo integrano nell’LCD e nel mirino, e in alternativa lo offrono i monitor esterni da campo. Il false color è il secondo strumento: sovrappone all’immagine una mappa di colori che associa un colore a ciascun intervallo di esposizione. Tipicamente il rosso indica il clipping, il giallo la zona di quasi clipping, il verde il livello adatto a pelle e grigi medi e il blu o il viola le ombre a rischio rumore. Le mappe variano da produttore a produttore, e vanno studiate nel menu della propria macchina. Con il false color si elimina quasi del tutto l’incertezza che nasce dal giudicare un’immagine piatta su un monitor non calibrato.
Il concetto di ISO nativo è strettamente legato all’esposizione in log, e spesso sottovalutato. Molti sensori moderni hanno due guadagni di conversione, e il passaggio dall’uno all’altro riduce il rumore di lettura. DPReview descrive il caso della Sony A7S III: con S-Log2 o S-Log3 la base è ISO 640 e il secondo guadagno entra a ISO 12800, mentre con i profili standard le cifre sono ISO 80 e ISO 1600. Il passaggio avviene circa 4,33 EV sopra la base e la fotocamera non lo segnala, per cui in prossimità della soglia può convenire salire al guadagno più alto, che dà meno rumore di lettura. Per chi gira in log, sapere dove stanno questi valori è una scelta di esposizione: impostare un valore leggermente più basso del nativo può ridurre la gamma dinamica effettiva, e il compromesso difficilmente è spiegato nel materiale promozionale.
S-Log3, C-Log3, V-Log e N-Log a confronto
I quattro profili più diffusi tra le fotocamere ibride non sono intercambiabili. Ognuno ha una curva specifica, uno spazio colore nativo associato e conseguenze diverse sul flusso di lavoro di grading. Conoscere le differenze serve a scegliere gli strumenti di conversione e le LUT giuste.
S-Log3 è associato soprattutto a S-Gamut3.Cine e S-Gamut3, entrambi più ampi del Rec.709. S-Gamut3.Cine è pensato per essere convertito facilmente in P3, lo spazio del cinema digitale, mentre S-Gamut3 copre un gamut ancora più ampio, adatto a conversioni verso il Rec.2020. DaVinci Resolve gestisce S-Log3 nel suo sistema di gestione del colore, con trasformazioni dirette verso lo spazio di lavoro. Per la registrazione la A7S III offre codec a 10 bit: DPReview indica 200 Mbps in 4:2:2 con H.265 a 60p, 280 Mbps a 120p, e fino a 600 Mbps in XAVC S-I All-I a 60p, formati utili quando si prevede un grading impegnativo.
C-Log3 di Canon è associato agli spazi Cinema Gamut e BT.2020. È distinto da C-Log e C-Log2 per una distribuzione dei toni pensata per ombre meno rumorose e per un grading più agevole. Canon mette a disposizione LUT ufficiali per convertire il C-Log3 in Rec.709, e il profilo è gestito dalle trasformazioni di spazio colore dei principali programmi di montaggio. Un vantaggio pratico rispetto a C-Log2 sta nelle ombre meno compresse, che richiedono correzioni meno aggressive per ottenere un aspetto naturale e riducono il rischio di amplificare il rumore.
V-Log di Panasonic, nelle varianti V-Log e V-Log L, ha la propria curva e lo spazio V-Gamut. Il grigio medio sta circa al 42% del segnale, e il nero è collocato più in alto rispetto a S-Log3, con il risultato che le ombre dell’immagine grezza appaiono più chiare. La scelta è coerente con una filosofia di protezione delle ombre, e richiede in grading una compressione delle ombre più decisa rispetto ad altri log. La gamma dinamica dichiarata per le mirrorless Lumix è inferiore a quella dei sistemi Sony di fascia più alta, ma adeguata alla gran parte delle situazioni di ripresa.
N-Log di Nikon ha anch’esso una curva propria, e il suo grigio medio si colloca più in basso rispetto a S-Log3 e a V-Log. Per questo un’esposizione ritenuta corretta in base ai valori di un altro log può risultare sottoesposta in N-Log, e conviene riferirsi sempre ai valori indicati da Nikon e alle LUT ufficiali, che il costruttore distribuisce dal proprio sito di supporto. I programmi di postproduzione includono ormai profili N-Log nelle loro librerie di gestione del colore, anche se il supporto è arrivato dopo quello per Sony e Canon.
La regola pratica è una sola: ogni profilo va trattato con la trasformazione corretta. Applicare una LUT pensata per S-Log3 a un file V-Log produce colori sbagliati e contrasto alterato, anche se l’immagine sembra in qualche modo «normale». Conviene anche etichettare le clip con il profilo usato e organizzare il progetto in modo da assegnare in un solo passaggio la trasformazione giusta a ogni gruppo di clip.
Il workflow completo: gestione del colore, LUT e HDR
Il log è il punto di partenza di un flusso di lavoro che prosegue nella postproduzione fino alla consegna nel formato richiesto da cliente o piattaforma. Capirlo per intero aiuta a decidere quando il log sia giustificato e quando la semplicità di una registrazione in gamma standard sia preferibile.
La LUT (Look-Up Table) è l’elemento centrale. È una tabella di corrispondenze che mappa ogni valore di ingresso, definito dalle tre coordinate R, G e B, a un valore di uscita prestabilito, e permette di eseguire una trasformazione tonale e cromatica complessa in un solo passaggio. Si distinguono le LUT tecniche, che convertono un profilo log in uno spazio standard come il Rec.709 o il Rec.2020, e le LUT creative, che aggiungono un look estetico: toni caldi, contrasti da pellicola, resa complementare. L’ordine conta. Prima si normalizza il materiale con la LUT tecnica, poi si applica la creativa, perché una LUT creativa pensata per il Rec.709 applicata direttamente a un file log produce risultati imprevedibili.
Il color grading si compone, come ricorda Wikipedia, di una correzione primaria, che agisce sull’intero fotogramma regolando le curve dei canali, e di correzioni secondarie, che isolano un intervallo di tonalità, saturazione o luminosità con maschere, forme e chiavi di colore. Con il materiale log la correzione primaria è il primo passaggio, e le secondarie arrivano dopo. Un monitor e una catena del colore calibrati contano, perché le correzioni risentono dell’ambiente di visione e del dispositivo.
DaVinci Resolve, nella versione gratuita che include le funzioni di grading professionali, è uno strumento molto diffuso per gestire il log. Il suo flusso con colore gestito si basa su spazio colore di ingresso, di timeline e di uscita e automatizza le conversioni tra profili diversi, consentendo di mescolare nella stessa timeline clip di fotocamere diverse, per esempio Sony in S-Log3, Canon in C-Log3 e un drone in D-Log, e di ottenere un risultato coerente con un solo set di impostazioni. Questo approccio, definito scene-referred, semplifica la gestione di produzioni con materiale eterogeneo, ed è considerato una buona pratica nella postproduzione moderna.
La compatibilità con l’HDR è un’altra ragione per cui il log è diventato il formato di acquisizione standard nella produzione seria. La raccomandazione ITU-R BT.2100 definisce i parametri delle immagini per la televisione ad alta gamma dinamica nella produzione e nello scambio internazionale di programmi, ed è oggi nella sua terza edizione, del febbraio 2025. Un materiale registrato in gamma standard non può diventare un autentico prodotto HDR, perché l’informazione tonale necessaria è andata persa in ripresa. Il materiale log contiene invece la gamma dinamica del sensore e può essere convertito sia per una consegna SDR sia per una consegna HDR, senza rifare le riprese.
Il profilo HLG (Hybrid Log-Gamma) è un’alternativa pratica. È nato da uno sviluppo congiunto di BBC e NHK, annunciato il 15 maggio 2015 e poi approvato in Giappone da ARIB come standard STD-B67, ed è una delle due funzioni di trasferimento HDR definite dalla BT.2100, insieme alla PQ. Il suo vantaggio è che non usa metadati e che i valori bassi del segnale seguono la curva gamma SDR, quindi un televisore standard mostra un’immagine normale, con in più un po’ di dettaglio nelle alte luci. Per questo l’HLG è adatto a chi produce per la televisione e il web con tempi ridotti, anche se, con primari Rec.2020, i dispositivi che supportano solo il Rec.709 possono mostrare desaturazione e variazioni di tinta. Molte mirrorless offrono un profilo HLG interno, che dà file corretti a vista, senza grading, e preserva più gamma dinamica della curva standard.
Il flusso con il log richiede infine attenzione alla calibrazione del monitor di postproduzione. Valutare materiale log su un monitor non calibrato o impostato su uno spazio colore sbagliato dà giudizi fuorvianti, che si traducono in grading imprecisi. La catena minima per un lavoro serio comprende un monitor con ampia copertura dello spazio DCI-P3, calibrato con una sonda hardware, impostato sulla luminanza adatta al lavoro SDR o HDR e collegato con un’uscita video dedicata, separata dall’output del desktop. Un tempo questo livello di precisione era riservato alle sale di postproduzione con hardware dedicato, mentre oggi è alla portata di un videomaker indipendente, e rappresenta uno degli investimenti più redditizi per chi lavora regolarmente con materiale log.
Quando usare il log e gli errori più comuni
Il log è uno strumento da usare quando serve. Conviene quando la scena ha un contrasto elevato, con cieli e interni, controluce o luci miste, quando si prevede un grading accurato, quando si lavora con più fotocamere da uniformare e quando la consegna può includere versioni HDR. Conviene meno in scene a basso contrasto, dove l’aggiunta di un profilo piatto non offre vantaggi evidenti, in riprese rapide destinate a consegne immediate e con codec a 8 bit, dove la compressione della curva può causare banding. In questi casi un profilo standard ben regolato, o un HLG, è una scelta più efficiente.
Gli errori più frequenti sono pochi e prevedibili. Il primo, e il più comune, è la sottoesposizione, dovuta alla tentazione di giudicare l’immagine piatta come sovraesposta: la risposta è usare waveform e false color, e verificare in prova la resa del proprio sensore. Il secondo è applicare la LUT sbagliata, ad esempio la conversione di un altro profilo, o una LUT creativa su materiale non normalizzato. Il terzo è girare in log con un codec inadeguato, a 8 bit o con compressione troppo spinta: la curva espande i toni in grading e rende visibili gli artefatti che il materiale standard nasconderebbe, e per questo conviene scegliere formati a 10 bit con bitrate adeguato, come quelli intra-frame o i profili H.265 di qualità più alta.
Il quarto errore è trascurare la ripresa in ambienti con poca luce. Il rumore delle ombre, già critico in log, aumenta quando si lavora con sensibilità elevate, e a volte un profilo standard con una buona esposizione dà un risultato più pulito di un log sottoesposto e poi schiarito. Il quinto è dimenticare la coerenza tra le fotocamere: mescolare profili diversi richiede una gestione del colore ordinata, con ogni clip associata al suo spazio di origine, altrimenti i colori divergono da una macchina all’altra.
Un’indicazione operativa per chi comincia è semplice. Si sceglie una scena difficile, con alte luci e ombre, la si riprende in log e in profilo standard con la stessa esposizione di partenza e con variazioni di uno stop, e si confrontano i risultati in grading con una LUT ufficiale e con una correzione manuale. L’esercizio, che richiede un’ora, insegna molto più di qualsiasi tabella: mostra quanta informazione in più dà il log nelle alte luci, quanto rumore compare nelle ombre sottoesposte e quanto lavoro in più serve per portare l’immagine a un risultato finale convincente.
Domande frequenti
Che cos’è un profilo log nelle fotocamere?
È una curva di ripresa che comprime logaritmicamente la gamma dinamica del sensore in un file a 10 bit. L’immagine risulta piatta e desaturata, ma conserva dettagli nelle ombre e nelle alte luci che la codifica standard taglierebbe, e richiede color grading in postproduzione.
Perché le immagini in log sembrano slavate?
Perché la curva schiaccia il contrasto per fare spazio a tutta la gamma dinamica. L’aspetto piatto è voluto: serve a conservare informazione, che viene poi espansa con una LUT di conversione o con la gestione del colore.
Come si espone correttamente in log?
Si tende a esporre un po’ più chiaro di quanto indicherebbe un profilo standard, per proteggere le ombre dal rumore, usando waveform e false color per controllare le alte luci. Conviene anche conoscere l’ISO nativo del sensore: sulla Sony A7S III in S-Log la base è 640 e il secondo guadagno parte da 12800.
S-Log3, C-Log3, V-Log e N-Log sono intercambiabili?
No. Ogni profilo ha una curva, uno spazio colore e valori di riferimento diversi, e va convertito con la trasformazione corretta. Usare la LUT di un altro profilo produce colori e contrasto sbagliati.
Meglio il log o l’HLG?
Dipende dal lavoro. Il log offre il massimo margine di grading ed è la base delle consegne HDR di qualità, ma richiede esposizione attenta e postproduzione. L’HLG dà file già presentabili su display SDR e HDR, senza metadati, ed è adatto a chi ha tempi di consegna ridotti.
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Fonti
- Wikipedia: Log profile, profili log delle fotocamere e loro storia
- Wikipedia: Cineon, il sistema di scansione e codifica logaritmica di Kodak
- Wikipedia: Digital Picture Exchange, il formato DPX e lo standard SMPTE 268M
- Wikipedia: Gamma correction, perché la codifica non lineare
- Wikipedia: Hybrid log-gamma, lo standard HDR di BBC e NHK
- ITU-R: Raccomandazione BT.2100, parametri delle immagini HDR per la televisione
- DPReview: Sony A7S III, S-Log3, doppio ISO nativo e codec a 10 bit
- Wikipedia: Color grading, correzione primaria e secondaria
Aggiornato Ottobre 2026



