C’è un momento preciso in cui il fotogiornalismo smette di essere un mestiere e diventa qualcosa di più difficile da definire. È il momento in cui il fotografo si trova davanti a una scena che nessun essere umano dovrebbe dover guardare, e deve decidere se abbassare la macchina o premere il pulsante. Non è una decisione tecnica. Non riguarda il diaframma o il tempo di esposizione. È una decisione etica, che coinvolge la responsabilità verso il soggetto fotografato, verso il pubblico che vedrà l’immagine, verso la verità dell’evento e verso la propria coscienza. Ed è una decisione che i grandi fotogiornalisti hanno affrontato decine, centinaia di volte nel corso delle loro carriere, spesso senza avere il tempo di rifletterci.
Il fotogiornalismo e il diritto di cronaca si fondano su un presupposto che sembra semplice ma non lo è: che il pubblico abbia il diritto di vedere ciò che accade nel mondo, e che il fotografo abbia il diritto, talvolta il dovere, di mostrarglielo. Questo presupposto entra in tensione costante con altri principi altrettanto legittimi: il diritto alla privacy, la dignità delle vittime, il rischio che un’immagine venga strumentalizzata per fini opposti a quelli con cui è stata realizzata. Navigare queste tensioni è il lavoro quotidiano del fotogiornalista, e la storia del genere è in larga misura la storia di come diversi fotografi abbiano trovato risposte diverse alla stessa domanda fondamentale.
Le Radici Documentarie: Walker Evans e la Costruzione di uno Sguardo
Prima che il fotogiornalismo si codificasse come genere autonomo con le sue regole, i suoi premi e le sue agenzie, esisteva la fotografia documentaria: un’idea di immagine come strumento di conoscenza e di denuncia sociale che ha le sue radici negli anni Trenta del Novecento americano.
Walker Evans è la figura che più di ogni altra incarna quella tradizione nella sua forma più rigorosa e consapevole. Incaricato dalla Farm Security Administration di documentare le condizioni dei contadini poveri del Sud durante la Grande Depressione, Evans sviluppò un approccio che rifiutava deliberatamente qualsiasi sentimentalismo: le sue fotografie mostrano volti, case, oggetti, ambienti con una chiarezza frontale e quasi impietosa che non cerca la simpatia del pubblico ma ne richiede la comprensione intellettuale. Non voleva commuovere: voleva far capire. La distinzione è fondamentale, e definisce una linea di pensiero che attraversa tutta la storia del documentarismo fotografico fino ai giorni nostri.
Evans lavorava con una macchina di grande formato, spesso montata su cavalletto, con tempi di posa lunghi che richiedevano la collaborazione del soggetto. Quella lentezza era anche una scelta etica: nessuna fotografia rubata, nessuna cattura di un momento di debolezza. I soggetti di Evans guardano in macchina consapevoli di essere fotografati, e in quello sguardo diretto verso l’obiettivo risiede gran parte della forza delle sue immagini.
Il Corpo a Corpo con la Realtà: Nachtwey, McCurry, Battaglia
Se Evans aveva costruito il suo metodo sulla distanza e sul controllo, la generazione di fotogiornalisti che ha operato nelle zone di conflitto della seconda metà del Novecento ha sviluppato un approccio radicalmente diverso: il corpo a corpo con la realtà, la presenza fisica nel luogo del pericolo o della sofferenza come condizione necessaria per produrre immagini vere.
James Nachtwey è probabilmente il fotografo di guerra più rispettato della sua generazione: attivo dagli anni Ottanta in ogni teatro di conflitto significativo del mondo, dall’America Centrale all’Africa sub-sahariana, dai Balcani all’Asia, ha costruito un corpo di lavoro che è al tempo stesso un documento storico di inestimabile valore e un’opera artistica di grande coerenza formale. Nachtwey lavora a distanze ravvicinate, spesso pericolosamente vicino ai soggetti e agli eventi che fotografa, e questa vicinanza si traduce in immagini che non permettono allo spettatore di mantenersi al sicuro nella propria distanza emotiva. Non si può guardare una fotografia di Nachtwey restando indifferenti: è una qualità tecnica e umana insieme, il risultato di anni di lavoro su come avvicinarsi a una scena senza violarla e senza fuggirla.
Una vicinanza diversa, geograficamente e culturalmente radicata, caratterizza il lavoro di Letizia Battaglia: fotografa palermitana, ha documentato per decenni la Sicilia della mafia, delle stragi, della povertà e della resilienza quotidiana con uno sguardo che è insieme quello di una testimone esterna e quello di una donna che appartiene al luogo che fotografa. Le sue immagini dei luoghi delle esecuzioni mafiose, dei funerali, dei bambini nei quartieri poveri di Palermo, non sono fotografie di un’osservatrice che arriva, scatta e riparte: sono le fotografie di qualcuno che vive dentro quella realtà e ne porta il peso. L’appartenenza al luogo è per Battaglia ciò che la distanza è per Evans: non un limite ma uno strumento, una fonte di conoscenza che nessun reporter esterno potrebbe acquisire.
Steve McCurry occupa un territorio diverso ancora: il suo lavoro, principalmente realizzato in Asia meridionale e sud-orientale nel corso di quarant’anni, è caratterizzato da una ricerca formale del colore e della composizione che lo colloca a metà strada tra il documentarismo puro e la fotografia d’autore. La sua fotografia più famosa, la ragazza afgana dagli occhi verdi pubblicata sulla copertina di National Geographic nel 1985, è diventata una delle immagini più riprodotte della storia della rivista: un ritratto di una forza straordinaria che deve la sua potenza tanto alle caratteristiche fisiche del soggetto quanto alla capacità di McCurry di costruire un rapporto di fiducia sufficiente a ottenere quello sguardo diretto e penetrante. McCurry è stato anche oggetto di critiche per la manipolazione di alcune fotografie, un episodio che ha riaperto il dibattito su dove si trovi il confine tra il ritocco accettabile e l’alterazione del documento fotografico.
Le Voci Marginali: Tomatsu, Hugo, Price
Il fotogiornalismo e il documentarismo non si occupano solo di guerre e catastrofi. Alcuni dei lavori più importanti del genere riguardano comunità, condizioni di vita, realtà sociali che la grande narrazione mediatica ignora o marginalizza, e che la fotografia è in grado di rendere visibili con una precisione e un’immediatezza che nessun altro mezzo possiede.
Shomei Tomatsu ha dedicato gran parte della sua carriera alle conseguenze dell’occupazione americana in Giappone e, soprattutto, alle conseguenze a lungo termine delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Il suo lavoro, realizzato tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, mostra i sopravvissuti alle bombe con i loro corpi segnati, le città in trasformazione, la cultura giapponese in una fase di radicale ridefinizione identitaria sotto l’influenza americana. È una fotografia che lavora sulla memoria corporea del trauma: il corpo come archivio della storia, come superficie su cui si incidono eventi che le parole non riescono a descrivere con altrettanta precisione.
Pieter Hugo ha costruito il suo lavoro sulle contraddizioni e sulle complessità dell’Africa contemporanea, rifiutando tanto la rappresentazione pittoresca e folkloristica quanto quella catastrofista e vittimizzante che spesso caratterizza la fotografia africana prodotta per il pubblico occidentale. I suoi ritratti, realizzati in Nigeria, Ghana, Ruanda e in altri paesi africani, mostrano individui con una presenza fisica e psicologica di grande forza, inseriti in contesti che spesso mescolano elementi tradizionali e modernità consumistica in modi che risultano stranianti per uno sguardo occidentale non abituato a quella complessità. Hugo lavora sull’identità come costruzione continua, non come dato fisso, e questa prospettiva teorica si traduce in immagini di grande densità visiva.
Hannah Price ha affrontato un tema specificamente americano con uno strumento specificamente fotografico: la sua serie “City of Brotherly Love” mostra gli uomini che la molestano per strada a Philadelphia, ripresi immediatamente dopo il gesto con una macchina che Price portava sempre con sé. L’inversione del rapporto di potere implicita nel gesto fotografico, la decisione di rendere visibile chi si aspetta di agire nell’invisibilità, ha dato al suo lavoro una dimensione politica precisa. La fotocamera come strumento di restituzione dello sguardo: non più soggetto passivo dell’obiettivo altrui, ma detentrice di un proprio potere di documentazione.
Intimità e Distanza: Mark, Scianna, Depoorter
La relazione tra il fotografo e il soggetto fotografato è uno dei temi centrali dell’etica documentaria, e diversi autori hanno sviluppato approcci radicalmente diversi a questa questione fondamentale.
Mary Ellen Mark è nota soprattutto per i suoi lavori su comunità ai margini della società americana: prostitute, tossicodipendenti, pazienti psichiatrici, senzatetto. La caratteristica distintiva del suo approccio è il tempo: Mark non arrivava, fotografava e ripartiva. Si fermava, a volte per settimane o mesi, costruendo relazioni reali con le persone che ritraeva. Il risultato sono fotografie in cui la fiducia tra fotografa e soggetto è visibile nell’immagine stessa: non c’è la tensione difensiva di chi viene ripreso da uno sconosciuto, ma la disponibilità di chi ha scelto di farsi conoscere.
Ferdinando Scianna porta nella fotografia documentaria una formazione letteraria e una sensibilità mediterranea che lo distinguono nel panorama del fotogiornalismo italiano e internazionale. Il suo lavoro sulla Sicilia degli anni Sessanta e Settanta, realizzato in stretta collaborazione con lo scrittore Leonardo Sciascia, stabilisce un modello di integrazione tra immagine e testo che ha avuto grande influenza sulla fotografia documentaria italiana. Per Scianna la fotografia non è mai solo documento: è interpretazione, elaborazione, selezione di ciò che vale la pena di essere visto tra la quantità infinita di ciò che accade davanti all’obiettivo.
Bieke Depoorter porta questa logica alle sue conseguenze estreme: la fotografa belga bussa alle porte di sconosciuti e chiede di passare la notte nella loro casa, condividendo la vita quotidiana prima di fotografarla. È un metodo che trasforma radicalmente il rapporto tra osservatore e osservato, eliminando la distanza che normalmente separa il fotografo documentario dal suo soggetto. Le immagini che ne risultano hanno quella qualità di intimità autentica che non si può simulare: momenti di vita privata resi pubblici con il consenso e la partecipazione di chi li vive.
Il Presente del Fotogiornalismo: Una Professione in Trasformazione
Il declino e il possibile futuro del fotogiornalismo sono temi che attraversano il dibattito sul giornalismo visivo da almeno due decenni. La crisi economica dei media tradizionali ha ridotto drasticamente i budget per la fotografia documentaria; la diffusione degli smartphone ha moltiplicato il numero di immagini disponibili di qualsiasi evento, rendendo meno necessario il fotografo professionista presente sul luogo; i social media hanno creato canali di distribuzione alternativi che bypassano le agenzie e le redazioni tradizionali, con conseguenze ambivalenti sulla qualità e sulla verifica delle immagini.
A queste trasformazioni strutturali si aggiunge una questione etica nuova e complessa: nell’era della post-produzione digitale avanzata e dei software di intelligenza artificiale capaci di generare immagini fotorealistiche di eventi mai avvenuti, la credibilità del documento fotografico è messa in discussione in modo più radicale di quanto non sia mai accaduto nella storia del mezzo. La fotografia ha sempre potuto mentire, almeno dalla camera oscura in poi, ma mai con questa facilità e con questa perfezione tecnica.
Eppure i fotogiornalisti continuano a partire per le zone di guerra, a vivere nelle comunità che documentano, a portare a casa immagini che nessun algoritmo potrebbe generare perché nessun algoritmo può essere presente, può rischiare, può costruire un rapporto di fiducia con un essere umano in difficoltà. La presenza fisica del fotografo come condizione della verità fotografica è, paradossalmente, rafforzata dalla possibilità tecnica di simulare quella presenza. In un mondo in cui tutto può essere falsificato, il documento autentico vale di più, non di meno. E la capacità di distinguerlo, di riconoscere la differenza tra un’immagine realizzata da un essere umano presente e una generata da una macchina assente, è la competenza critica che il pubblico del fotogiornalismo dovrà sviluppare nei prossimi decenni.
Sono Manuela, autrice e amministratrice del sito web www.storiadellafotografia.com. La mia passione per la fotografia è nata molti anni fa, e da allora ho dedicato la mia vita professionale a esplorare e condividere la sua storia affascinante.
Con una solida formazione accademica in storia dell’arte, ho sviluppato una profonda comprensione delle intersezioni tra fotografia, cultura e società. Credo fermamente che la fotografia non sia solo una forma d’arte, ma anche un potente strumento di comunicazione e un prezioso archivio della nostra memoria collettiva.
La mia esperienza si estende oltre la scrittura; curo mostre fotografiche e pubblico articoli su riviste specializzate. Ho un occhio attento ai dettagli e cerco sempre di contestualizzare le opere fotografiche all’interno delle correnti storiche e sociali.
Attraverso il mio sito, offro una panoramica completa delle tappe fondamentali della fotografia, dai primi esperimenti ottocenteschi alle tecnologie digitali contemporanee. La mia missione è educare e ispirare, sottolineando l’importanza della fotografia come linguaggio universale.
Sono anche una sostenitrice della conservazione della memoria visiva. Ritengo che le immagini abbiano il potere di raccontare storie e preservare momenti significativi. Con un approccio critico e riflessivo, invito i miei lettori a considerare il valore estetico e l’impatto culturale delle fotografie.
Oltre al mio lavoro online, sono autrice di libri dedicati alla fotografia. La mia dedizione a questo campo continua a ispirare coloro che si avvicinano a questa forma d’arte. Il mio obiettivo è presentare la fotografia in modo chiaro e professionale, dimostrando la mia passione e competenza. Cerco di mantenere un equilibrio tra un tono formale e un registro comunicativo accessibile, per coinvolgere un pubblico ampio.


