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EditorialiDeclino e futuro del fotogiornalismo

Declino e futuro del fotogiornalismo

Il fotogiornalismo, una volta pilastro della cultura visiva globale, ha vissuto decenni d’oro in cui immagini iconiche raccontavano eventi, crisi e trasformazioni sociali. Oggi, tra digitalizzazione, televisione e cultura della celebrità, affronta una fase di profonda trasformazione e incertezza.

Le “grandiose stagioni” del fotogiornalismo

Il fotogiornalismo, nella sua età d’oro, può essere visto come un fenomeno di massa radicato nel tessuto sociale, culturale e tecnologico del Novecento. In quei decenni, settimanali come Life, Look, Picture Post – per citare alcuni esempi – assumono la fotografia non come semplice ornamento, ma come vettore di informazione, testimonianza, estetica visiva. Le redazioni reclutavano fotografi capaci non solo di documentare eventi, ma di raccontarli visivamente con potenza, autorevolezza, stile. Pensiamo a figure come Walker Evans (le cui immagini furono pubblicate su Fortune) oppure a Alfred Eisenstaedt, W. Eugene Smith, Robert Capa, etc., che incarnavano un approccio visivo e narrativo molto forte.
In quel contesto, la fotografia aveva una funzione sociale ampia: dalla cronaca alla documentazione storica, dalla testimonianza alla riflessione estetica. Il lettore medio acquistava la rivista anche per la qualità delle immagini, per il potere iconico della fotografia che restava impressa.
È importante sottolineare che questa “grandiosità” non è dovuta solo alla bravura dei fotografi: è anche il frutto delle condizioni materiali dell’industria editoriale (budget elevati, organici fotografici robusti, accesso alle risorse) e di una cultura visiva che attribuiva valore – economico e simbolico – alla fotografia.
In un certo senso, la fotografia documentaria era integrata nella vita quotidiana: l’immagine fermava il tempo, suscitava riflessione, amplificava la notizia oltre il semplice testo. Quando il testo scriveva un fatto, la fotografia lo rendeva visibile, tangibile, emotivo.
Tuttavia, come suggerito dal testo guida che hai fornito, queste “glorie” non sono più ciò che erano: il fotogiornalismo non è morto, ma non è più quello di una volta. Le stagioni in cui una singola immagine – un fermo immagine – poteva fare epoca, sono diventate più rare.
Questo ci porta a chiederci: cosa è cambiato? Quali sono le cause di un mutamento così radicale? Non basta dire che “la televisione ha ucciso il fotogiornalismo”. Occorre un’analisi più articolata che consideri cambiamenti tecnologici, economici, culturali.
Nel prossimo capitolo esploreremo questi fattori: la rapidità della televisione, la digitalizzazione, la cultura della celebrità e della superficialità visiva, la perdita delle condizioni materiali che oggi permettevano grandi reportage.

Tecnologie, cultura e declino: i fattori chiave

Il testo guida individua alcuni fattori che hanno contribuito al “declino” del fotogiornalismo in senso tradizionale. Qui cerchiamo di metterli a fuoco, ampliandoli alla luce della letteratura recente.

La televisione e la rapidità visiva

Una tesi spesso evocata è che la televisione abbia “ucciso” il fotogiornalismo ­– o quanto meno gli abbia inflitto un grave colpo. Si sostiene che la velocità con cui le troupe televisive registrano, trasmettono e mostrano eventi a milioni di spettatori renda difficile ai fotografi concorrenza sul piano dell’immediatezza. Il fotogiornalismo “fermo” (la fotografia) appare meno adatto alla rapidità televisiva “in movimento”.
Ma questa spiegazione, sebbene verosimile, è solo parziale. La televisione ha indubbiamente portato una nuova logica visiva: video, audio, montaggio. Ma ciò che la fotografia offriva di diverso — la forza dell’immagine congelata, la possibilità di sostare sull’inquadratura, la riflessione che essa apre — resta un vantaggio. Il problema è che il contesto editoriale ed economico in cui la fotografia operava non è rimasto lo stesso.

La digitalizzazione dell’immagine

Uno studio recente del European Journalism Observatory rileva che la digitalizzazione ha trasformato l’intero processo della produzione fotogiornalistica: dal punto di vista tecnico (sensibilità più alta, autofocus più rapido, capacità di scattare centinaia di immagini), dal punto di vista dei flussi editoriali (tempi ridotti, minor margine per reportage lunghi), dal punto di vista della posizione sociale dell’immagine nel giornalismo.
Ad esempio: il “momento decisivo” di cui parlava Henri Cartier‑Bresson, ovvero l’attimo perfetto catturato su pellicola, viene spesso sostituito da una logica “cinematografica” di scatti in sequenza rapida. La capacità di scattare senza limiti porta però un paradosso: l’iperproduzione d’immagini può ridurre la qualità narrativa e concettuale.
Inoltre, la digitalizzazione porta anche a un cambiamento dell’archivio: le immagini diventano file, facilmente trasmissibili, ma anche facilmente dimenticabili. Il controllo sulla selezione, sulla conservazione, sulla circolazione viene diversificato.

La cultura della celebrità e il mercato visivo

Il testo che hai indicato sottolinea un fattore di natura culturale: la “seduzione” del fotografo verso il ritratto della celebrità, lo stile di vita, il “fashion‑lifestyle” più che la cronaca, il reportage. La cultura visiva contemporanea tende a valorizzare l’immagine che mostra volti, corpi, ambienti “di successo” o “interessanti”, piuttosto che la documentazione dura degli eventi o delle condizioni umane difficili.
In pratica: molte riviste che un tempo commissionavano reportage seri oggi sono più interessate a servizi sull’apparenza, sull’intrattenimento, sul glamour. Questo significa che le condizioni (editoriali, finanziarie, associative) che una volta sostenevano il fotogiornalismo con impegno e budget non ci sono più allo stesso livello.

Le condizioni economiche e strutturali

Oltre ai punti tecnici e culturali, occorre considerare le condizioni materiali: diminuzione delle risorse per le testate, riduzione dei budget fotografici, aumento del freelance, esternalizzazione. I tempi delle redazioni si accorciano e la figura del fotografo “embedded”, che ha tempo per “andare sul posto”, attendere, riflettere, appare oggi più rara.
Un altro aspetto: come suggerito, la digitalizzazione consente al fotografo di scattare, editare e trasmettere più rapidamente — ma questo riduce la distanza “tra evento e immagine” e può diminuire la riflessione, la selezione critica, la profondità del progetto.
In sintesi: tecnologie più rapide, cultura visiva più “flash”, mercato orientato all’apparenza, risorse diminuite = un sistema che fatica a sostenere il fotogiornalismo come era concepito fino a poco tempo fa.
Nel capitolo seguente analizzeremo come questi cambiamenti abbiano influito sui modelli di produzione del fotogiornalismo e sulla natura stessa del racconto fotografico.

Cambiamenti nei modelli di produzione e nel racconto visivo

Con la trasformazione delle condizioni viste nel capitolo precedente, il fotogiornalismo ha dovuto adattarsi — e spesso in modo doloroso. Ci sono mutamenti profondi nei modelli di produzione, nei finanziamenti dei progetti, nella veicolazione dell’immagine e nel rapporto con il pubblico.

Dal reportage lungo al “scatto rapido”

Un tempo le riviste commissionavano reportage di ampia portata: il fotografo partiva per più settimane o mesi, documentava, tornava, impiegava tempo in post‑produzione, la redazione gli dava spazio e risorse. Oggi, la tendenza è verso il “flash news”: immagini che coprono un evento e vengono pubblicate rapidamente, spesso in tempo reale, con costi contenuti e tempi stretti.
Questo produce inevitabilmente una perdita di profondità: meno tempo sul campo, meno possibilità di costruire una narrazione visiva complessa, meno budget per spostamenti, assistenza, ricerca. Lo studio sopra citato sulla digitalizzazione rileva proprio che «i fotogiornalisti affermano di avere meno o nessun tempo per formati tradizionali come saggi fotografici, reportage o documentari».

Finanziamenti, modelli commerciali, “celebrità” della fotografia

Un tema che emerge chiaramente dal testo guida riguarda la seduzione del fotografo verso lavori più facili, più “luce”, più appeal commerciale, a scapito della documentazione seria. Le pubblicazioni che un tempo ospitavano reportage imponenti oggi tendono a privilegiare storie più “leggere” o “glam”.
Allo stesso tempo, progetti di lungo periodo come quelli del fotografo brasiliano Sebastião Salgado (vedi capitolo 4) dimostrano che oggi bisogna cercare altre forme di finanziamento: collaborazioni, sponsorizzazioni, libri d’arte, mostre, esclusivi diritti territoriali. Il modello tradizionale “una rivista commissiona -> fotografo produce -> immagini pubblicate” è diventato molto più fragile.

Veicolazione dell’immagine: dalle riviste alle gallerie, dal web allo smartphone

Un altro aspetto cruciale è dove e come le immagini vengono viste. Un tempo la fotografia usciva su carta – riviste settimanali, quotidiani –, raggiungeva un grande pubblico. Oggi gran parte dell’attenzione visiva si è spostata su schermi: tablet, web, smartphone. Il che pongono sia nuove opportunità (maggiore accessibilità, diffusione globale), sia problemi: minore attenzione alla singola immagine, più “scrolling”, più distrazione.
Il testo guida nota con acume che progetti potentissimi, come le mostre di Salgado, oggi «riescono a raggiungere solo un pubblico di nicchia» se restano confinati alla galleria, mentre la loro efficacia sarebbe maggiore se fossero “pubblicati sui giornali, riviste o in televisione”. E questo rimane un punto centrale di riflessione: se l’immagine fotografica perde la dimensione “popolare” che aveva un tempo, quale è la sua funzione sociale?

Nuove tecnologie e nuove forme di racconto

Infine, è opportuno citare come nuove tecnologie – droni, VR/360°, social media – stiano cambiando il modo stesso di fare e fruire il fotogiornalismo. Un blog recente individua tra i trend per il futuro: fotografie aeree via drone, esperienze immersive in realtà virtuale, narrazioni cross‑mediali. 
Queste innovazioni offrono potenzialità, ma anche rischi: l’attenzione potrebbe frammentarsi ulteriormente; la fotografia come immagine singola potrebbe perdere centralità; la domanda economica per progetti lunghi potrebbe restare debole.
In definitiva: la produzione visiva giornalistica ha cambiato pelle. E chi lavora sul campo — fotografi, editori, curatori — deve orientarsi verso nuovi modelli. Nel capitolo seguente guarderemo a un caso esemplare, quello di Salgado, per capire cosa può significare oggi “fare fotogiornalismo” al di là dell’immediatezza.

Il paradigma di Sebastião Salgado: progetto lungo, testimonianza, estetica

Il testo guida fa riferimento al lavoro di Sebastião Salgado come paradigma di quanto può significare un impegno visivo documentario oggi: lungo periodo, ambizione, finanziamento complesso, diffusione ridotta, ma potenziale alto. Esaminiamo più da vicino.

Chi è Salgado e cosa ha fatto

Salgado è un fotografo brasiliano-francese che ha realizzato progetti monumentali: tra questi i libri e le mostre Workers, Migrations e Genesis.  Lavori che hanno richiesto anni di impegno in decine di paesi, affrontando questioni globali: dislocamento, migrazioni, lavoro manuale, natura.
In “Migrations” (2000) ad esempio, Salgado ha fotografato per sette anni in oltre trenta paesi soggetti come rifugiati, esiliati, famiglie senza terra — con l’intento di documentare la vastità del fenomeno delle migrazioni.

Modello produttivo e finanziario

Il modello Salgado mostra cosa serve oggi per fare reportage serio: individuare un tema globale (“migrazioni”, “lavoro”, “natura”), raccogliere fondi importanti, stipulare accordi editoriali — ad esempio, in Workers, Salgado e la moglie Lélia «assemblarono un consorzio di riviste: ognuna pagava i diritti esclusivi territoriali per la pubblicazione mentre il progetto andava avanti». Il testo guida lo descrive bene.
Questo modello – che richiede tempo, risorse, coordinamento internazionale – appare oggi più raro, perché le testate tradizionali non garantiscono più finanziamenti consistenti per lunghe durate. E ancora oggi molti lavori di qualità rischiano di restare confinati a mostre o libri d’arte, piuttosto che raggiungere un vasto pubblico tramite media generalisti.

Estetica, testimonianza, e “pericolo” della galleria

Nel testo guida emerge una riflessione importante: quando la fotografia documentaria migra verso la galleria o il libro d’arte, rischia di perdere la sua funzione di “massa”, di comunicazione a largo spettro. Salgado produce immagini di enorme forza come testi di testimonianza — eppure, se la loro veicolazione diventa prevalentemente “arte da esposizione”, si riduce il pubblico potenziale.
Questo non significa che la via della galleria sia negativa: al contrario, garantisce visibilità, prestigio, conservazione. Ma il punto è che quella visibilità contrattava un tempo con media più popolari (riviste, quotidiani), mentre oggi questa connessione è più debole.

Cosa ci insegna il paradigma Salgado per il futuro

Il modello Salgado ci ricorda alcune strategie che possono aiutare oggi il fotogiornalismo:

  • scegliere tematiche rilevanti a livello globale, che trascendono l’immediato e richiedono tempo;

  • cercare fonti di finanziamento alternative (non solo la rivista o il quotidiano) e accordi di diffusione diversificati;

  • considerare l’immagine non solo come prodotto “giornalistico”, ma anche come opera che può entrare nel circuito dell’arte, del libro, della mostra — pur tenendo salda la dimensione di testimonianza;

  • riflettere sul pubblico: non solo gli “addetti ai lavori”, ma ampliare la portata visiva verso un pubblico ampio, cercando modalità che riducano la segregazione dell’immagine nei circuiti elitari.
    Tuttavia, il modello presenta sfide: la barriera d’ingresso è alta (tempi, costi, gestione), e non tutti i fotografi o le redazioni possono attuarlo. E quindi rimane da chiedersi: quali altre “vie d’uscita” esistono? Questo ci conduce al prossimo capitolo, in cui guardiamo al futuro.

Futuro incerto e vie potenziali del fotogiornalismo

Se il passato del fotogiornalismo appare chiaramente segnato da trasformazioni, il futuro non è affatto scritto — ci sono molte incognite, ma anche potenzialità. Il testo guida conclude infatti che “il fotogiornalismo sopravviverà … dove lo troveremo, chi lo pagherà, non si sa ancora”. Possiamo provare a interpretare queste dimensioni.

Tecnologia, piattaforme e nuove modalità di visione

Come accennato, la digitalizzazione ha modificato profondamente il mezzo. Ma insieme alle minacce, sorgono anche opportunità: la diffusione di internet ad alta velocità, la maggiore accessibilità delle piattaforme visive, la possibilità per un fotografo di autoprodursi, di pubblicare online, di raggiungere un pubblico globale senza passare per la mediazione della rivista. Il testo guida evoca questo passaggio: «un fotografo può realizzare il suo sito personale, galleria online, vendite di stampe».
In più, gli strumenti: droni, VR, 360°, realtà aumentata. Secondo un blog sulla “future of photojournalism” queste tecnologie possono espandere le modalità narrative e potenzialmente attrarre nuovi pubblici. 
Tuttavia, come già sottolineato, l’attenzione del pubblico è spesso più breve, la saturazione di immagini elevata, e la remunerazione incerta. Il problema non è solo “fare foto”, ma inserirle in un ecosistema che le valorizzi davvero.

Modelli economici alternativi e indipendenza

Il futuro richiede nuovi modelli: collaborazioni internazionali, crowdfunding, sponsorizzazioni, accordi editoriali innovativi, ibridazione con l’arte, progetti multimediali. Il modello tradizionale “testata con budget elevato commissiona reportage” è ridimensionato. Il fotografo può anche pensare in termini di micro‑editoria, pubblicazioni online, autoprodotto.
Ad esempio, il fotografo che ha un forte tema, un pitch ben definito, può riuscire a raccogliere fondi e portare avanti un progetto indipendente. Ma la sfida rimane: chi “acquista” queste immagini? Chi le distribuisce? Quanto sono visibili al grande pubblico?

Il pubblico, la diffusione e l’efficacia dell’immagine

Un aspetto cruciale: la diffusione dell’immagine e la relazione con il pubblico. La fotografia documentaria ha senso se viene vista, se provoca riflessione, se entra nel discorso pubblico. Se invece resta confinata a gallerie o libri di nicchia, perde parte della sua potenza comunicativa. Il testo guida lo osservava con chiarezza: «sarebbe un peccato se questo fosse l’unico futuro del fotogiornalismo».
Questo chiama a riflettere su come raggiungere un pubblico più ampio: non solo professionisti o appassionati d’arte, ma lettori, cittadini, spettatori “comuni”. Forse via media digitali, piattaforme visive integrate, esposizioni nei contesti urbani, progetti cross‑mediali. Ma anche qui: serve budget, visione, capacità distributiva.

Qualità, profondità, resistenza alla superficialità visiva

Un rischio che emerge dall’analisi è che la fotografia giornalistica possa diventare ancora più “usa e getta”, in un contesto visivo iper-saturo. Se la quantità lassa il posto alla qualità, il fotogiornalismo rischia di perdere la sua ragion d’essere: non più semplicemente “immagine splendida” o “istantanea efficace”, ma narrazione visiva, impegno, tempo, riflessione.
Come già rilevato dallo studio sulla digitalizzazione: la quantità di immagini disponibili può diminuire il loro valore narrativo e la selezione professionale. Il futuro richiede dunque attenzione alla profondità, ai temi, alla metodologia, al significato.

Un crocevia professionale

Non possiamo chiudere con un’affermazione definitiva („il fotogiornalismo vivrà così“), perché come diceva il testo guida, siamo in un crocevia: «troppi fotografi, tante lotte contro grandi odds» ma non c’è garanzia che i modelli tradizionali resistano. Va quindi pensato un nuovo paradigma: che tenga conto della tecnologia, del pubblico, dell’economia, della cultura visuale e della missione del fotogiornalismo.
Il futuro è probabilmente ibrido: parte reportage, parte installazione, parte rete; parte indipendente, parte collaborativa; parte utilizzato nei media tradizionali, parte diffuso via nuovi canali. E la vera domanda rimane: chi pagherà per il tempo, la riflessione, la qualità visiva? Quale pubblico deciderà che queste immagini hanno ancora valore? E quali modelli editoriali/letti re saranno in grado di sostenerle?
Ciò che è certo è che la fotografia documentaria – con il suo potere di comunicare attraverso barriere linguistiche, culturali e nazionali – non può essere relegata a fenomeno di nicchia se vuole mantenere la sua rilevanza sociale. Le condizioni sono mutate, ma la funzione rimane: informare, testimoni­are, emozionare, far riflettere. Sta al fotogiornalismo reinventarsi senza tradire la propria ragione d’essere.

Fonti:

Curiosità Fotografiche

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