Londra, 17 aprile 2026. La 19ª edizione dei Sony World Photography Awards, il più grande concorso fotografico del pianeta, ha chiuso i battenti con una premiazione che resterà nella memoria come il momento in cui la fotografia globale ha definitivamente spostato il suo centro di gravità. Oltre 430.000 immagini inviate da più di 200 Paesi hanno raccontato un mondo in trasformazione: crisi climatiche, migrazioni, identità culturali in bilico, resilienza comunitaria. La giuria, presieduta da Monica Allende, ha scelto di premiare non solo l’eccellenza tecnica, ma soprattutto la capacità delle immagini di restituire voce a chi è stato storicamente silenziato. Il risultato è un palmares straordinariamente diversificato per genere, provenienza geografica e approccio narrativo.
Al vertice assoluto, Fotografo dell’Anno nella categoria Professional, è salita Citlali Fabián, artista visiva zapoteca originaria di Yalálag, nella Sierra Norte di Oaxaca, Messico. Il suo progetto Bilha, Stories of my Sisters ha conquistato la giuria per la forza etica prima ancora che estetica. Non si tratta di un reportage tradizionale: è un lavoro corale, costruito in stretta collaborazione con le protagoniste – donne indigene che ogni giorno ridefiniscono il futuro delle loro comunità. Attraverso ritratti intensi arricchiti da elementi grafici e testi in lingue indigene, Fabián restituisce alle “sorelle” il controllo sulla propria narrazione. Yasnaya Elena Aguilar, linguista mixe che difende la sopravvivenza delle lingue native; Elvira Ayuuk, avvocata che combatte la violenza di genere e la difesa del territorio; Luna Maran, regista che documenta le cicatrici ambientali lasciate dallo sfruttamento estrattivo. Ogni immagine è il frutto di mesi di dialogo: le donne hanno scelto simboli, pose, testi. Il risultato è un’opera che rifiuta l’estrattivismo visivo e diventa invece strumento di empowerment intergenerazionale. Fabián, che vive tra Londra e Oaxaca, ha dichiarato: «Queste donne non sono soggetti da fotografare. Sono co-autrici della storia che raccontiamo insieme».

Il premio non è solo un riconoscimento personale. È un segnale forte: la fotografia contemporanea sta finalmente dando spazio a voci del Sud globale, a narrazioni indigene, a prospettive femminili e comunitarie. Fabián ha vinto anche il premio speciale per la Creatività, confermando come il suo approccio ibrido – ritratto fotografico + grafica tradizionale + testo in lingua madre – stia ridefinendo i confini del medium.
Ma l’edizione 2026 non si esaurisce nella vittoria di Fabián. Il palmares Professional è un mosaico di storie potenti che attraversano continenti e tematiche urgenti.
- Nella categoria Architettura, ha trionfato Joy Saha dal Bangladesh con un lavoro sulle abitazioni sopraelevate della regione di Haor. Immagini che documentano ingegnerie popolari nate per convivere con le inondazioni stagionali: case di bambù e fango sollevate su pali, veri e propri villaggi sospesi sull’acqua. Saha ha catturato non solo la bellezza formale di queste architetture vernacolari, ma anche la resilienza di comunità che si adattano al cambiamento climatico senza aspettare soluzioni dall’alto. La giuria ha lodato la capacità dell’autore di trasformare l’architettura in narrazione umana.
- Nella sezione Documentary, il colombiano Santiago Mesa ha vinto con Under the Shadow of Coca, un’indagine profonda sull’economia della coca nelle regioni del Cauca e del Putumayo. Non un reportage sensazionalistico sulla droga, ma un ritratto complesso di contadini, famiglie, bambini che vivono all’ombra di questa pianta: opportunità economica, stigma sociale, violenza paramilitare. Mesa ha lavorato per anni sul campo, costruendo fiducia con le comunità, e le sue immagini mostrano volti, mani, case, campi – la vita quotidiana di chi è intrappolato in un sistema più grande di lui.
- Isadora Romero dall’Ecuador ha conquistato la categoria Environment con una serie sulle foreste amazzoniche intese non come risorse naturali ma come territori culturali plurimi. Le sue immagini intrecciano paesaggi, rituali, persone e piante in una visione olistica che rifiuta la separazione tra natura e cultura. Romero, attiva da anni nella difesa dei diritti indigeni, ha usato la fotografia per mostrare come le comunità Waorani e Shuar stiano resistendo alle pressioni estrattive.

- Nella categoria Portrait, la coppia italiana Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni ha portato a casa il premio con una serie straordinaria scattata in piazza San Pietro durante il passaggio tra due pontificati. Non immagini di folla anonima, ma ritratti individuali di pellegrini, curiosi, devoti, turisti: volti segnati dalla speranza, dalla stanchezza, dalla fede o dalla semplice curiosità. Un lavoro che trasforma un evento globale in una galleria di umanità individuale.
- Todd Antony dalla Nuova Zelanda ha vinto nella sezione Sport con immagini mozzafiato del Buzkashi, l’antico sport equestre tagiko in cui i cavalieri si contendono una carcassa di capra. Antony ha catturato la violenza controllata, la polvere, la concentrazione assoluta dei giocatori, trasformando uno sport poco conosciuto in un’epica contemporanea.
- Nella categoria Still Life, la norvegese Vilma Taubo ha stupito la giuria con un lavoro che trasforma oggetti quotidiani in simboli di protesta: pentole, scope, scarpe usate, utensili di cucina disposti come installazioni minimali. Ogni composizione è un atto di denuncia silenziosa contro la violenza domestica e la disuguaglianza di genere. Taubo ha dichiarato di voler «rendere visibile ciò che avviene dietro porte chiuse».
- Will Burrard-Lucas dal Regno Unito ha dominato la categoria Wildlife con immagini realizzate grazie a fototrappole innovative. Le sue foto di leoni, elefanti e ghepardi in Tanzania non sono semplici ritratti animali: sono narrazioni drammatiche di un ecosistema sotto pressione, realizzate con tecnologia che permette agli animali di “scattarsi” da soli.
- Nella sezione Perspectives, il sudcoreano Seungho Kim ha vinto con un ritratto intimo e ironico della propria famiglia multigenerazionale, esplorando i conflitti tra tradizione confuciana e modernità digitale nella Corea del Sud contemporanea.
- Nella categoria Creativity (oltre alla vittoria di Fabián) ha brillato Dafna Talmor dal Regno Unito con paesaggi astratti costruiti a partire da negativi personali tagliati, sovrapposti e ricomposti. Un lavoro che interroga la memoria familiare e la costruzione del paesaggio interiore.
- Nel concorso Open, dedicato ai singoli scatti più potenti, ha vinto Elle Leontiev dall’Australia con The Barefoot Volcanologist: il ritratto di un vulcanologo autodidatta che studia l’Etna a piedi nudi, simbolo di dedizione totale alla scienza popolare.
- Nella sezione Youth (under 19) il premio è andato allo svedese Philip Kangas per una serie sui vigili del fuoco che salvano opere d’arte durante gli incendi boschivi in Scandinavia: immagini che uniscono eroismo quotidiano e valore culturale.

- Nella categoria Student, il bangladeshi Jubair Ahmed Arnob ha documentato la trasformazione del quartiere della sua infanzia a Dacca, mostrando come l’urbanizzazione selvaggia stia cancellando memorie collettive.
- Infine, il premio Outstanding Contribution to Photography è stato assegnato a Joel Meyerowitz, il maestro americano che negli anni Settanta ha rivoluzionato la street photography a colori. Le sue immagini iconiche di Cape Cod, di Ground Zero dopo l’11 settembre e dei paesaggi urbani americani saranno al centro di una mostra speciale alla Somerset House di Londra, dove l’intera esposizione dei vincitori rimarrà aperta al pubblico fino al 4 maggio 2026.
Questa edizione 2026 segna un punto di svolta. Per la prima volta il podio principale è dominato da voci non europee e non statunitensi. Bangladesh, Colombia, Ecuador, Messico, Corea del Sud, Australia: la geografia del premio riflette una fotografia globale che sta finalmente decolonizzando il proprio sguardo. I temi dominanti – resilienza climatica, diritti indigeni, violenza di genere, memoria collettiva, adattamento urbano – mostrano come il medium stia rispondendo alle urgenze del presente senza rinunciare alla bellezza formale.
La World Photography Organisation ha registrato una partecipazione record, con un aumento del 18% rispetto al 2025. Il direttore dell’organizzazione, Scott Gray, ha commentato: «Queste immagini non documentano solo il mondo: lo stanno cambiando. Ci ricordano che la fotografia resta uno degli strumenti più potenti che abbiamo per costruire empatia e immaginare futuri alternativi».
L’edizione 2026 non è solo una premiazione. È uno specchio del nostro tempo: frammentato, doloroso, ma anche pieno di energie creative che nascono dalle periferie del mondo. Citlali Fabián e le sue sorelle, insieme a tutti gli altri vincitori, ci insegnano che la vera fotografia del futuro sarà quella capace di ascoltare prima di scattare, di restituire prima di mostrare, di curare prima di raccontare.
Sono Manuela Parangelo, autrice e amministratrice di storiadellafotografia.com, uno dei principali siti italiani dedicati alla storia e alla cultura fotografica. La mia passione per la fotografia è nata molti anni fa e da allora ho dedicato la mia vita professionale a esplorare, ricercare e condividere tutto ciò che riguarda questo straordinario linguaggio visivo.
Con una solida formazione accademica in storia dell’arte e una lunga esperienza nella cura di mostre fotografiche e nella pubblicazione di articoli su riviste specializzate, ho sviluppato una visione ampia e critica della fotografia in tutte le sue dimensioni. Su storiadellafotografia.com mi occupo dei brand fotografici che hanno fatto la storia del mezzo: Leica, Hasselblad, Kodak, Nikon, Canon e tutti i marchi che con le proprie innovazioni hanno reso possibile la fotografia così come la conosciamo oggi.
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