La fotografia “Raising the Flag on Iwo Jima”, realizzata dal fotografo statunitense Joseph John Rosenthal (1911–2006) il 23 febbraio 1945 sul Monte Suribachi, costituisce uno degli scatti più iconici dell’intera storia della fotografia di guerra. L’immagine, pubblicata poche ore dopo dall’Associated Press attraverso il suo circuito internazionale, divenne immediatamente un simbolo visivo della determinazione americana durante la battaglia di Iwo Jima, una delle più sanguinose campagne del teatro del Pacifico nella Seconda guerra mondiale. La sua forza comunicativa deriva non solo dalla composizione e dall’estrema tensione simbolica, ma anche dalla capacità di sintetizzare in un’unica immagine eroismo, sacrificio, propaganda militare e costruzione dell’immaginario nazionale.
L’importanza di questo scatto non può essere compresa senza la consapevolezza della complessità del contesto in cui nacque. Rosenthal non stava semplicemente documentando un evento militare, ma operava all’interno di un sistema comunicativo più ampio, in cui la fotografia era ormai riconosciuta come strumento di informazione, persuasione e legittimazione politica. L’isola di Iwo Jima – un punto strategico per il controllo aereo statunitense – rappresentava un obiettivo fondamentale per la campagna nel Pacifico, e la conquista del Monte Suribachi possedeva un valore fortemente simbolico per i Marines impegnati sul fronte.
La fotografia va quindi interpretata anche come documento della crescente professionalizzazione del fotogiornalismo bellico intrapresa dalle forze armate statunitensi. Le unità combattenti erano accompagnate da reporter accreditati, spesso integrati nei reparti, che seguivano protocolli rigorosi sull’uso dell’attrezzatura, sulla trasmissione delle immagini e sulla gestione della censura militare. Rosenthal apparteneva a quella generazione di fotografi che avevano affinato tecniche di ripresa capaci di combinare rapidità, resistenza fisica, precisione e narrazione visiva, elementi indispensabili per operare in condizioni estreme come quelle delle spiagge vulcaniche di Iwo Jima.
Nel corso dei decenni, “Raising the Flag on Iwo Jima” si è trasformata in una vera e propria icona culturale. Molto più di una semplice fotografia, l’immagine è diventata oggetto di studi approfonditi dedicati alla rappresentazione del patriottismo, alle dinamiche della propaganda in tempo di guerra e ai processi di mitizzazione tipici dei media moderni. Parallelamente, il dibattito sull’autenticità dello scatto – spesso confuso con la prima “raising” avvenuta qualche ora prima – ha contribuito a inserirlo nel più vasto discorso critico che riguarda le fotografie storiche, la loro natura documentaria e la loro funzione narrativa.
Il valore storico e simbolico dell’immagine dipende anche dal fatto che essa racchiude diversi livelli di significato: la fatica dei Marines, la conquista militare, la celebrazione dell’unità nazionale e la costruzione di un mito visivo replicato in affreschi, sculture, manifesti e pubblicazioni. Non sorprende che la fotografia venne utilizzata per la campagna del Settimo War Loan Bond Drive, contribuendo in modo decisivo alla raccolta economica necessaria allo sforzo bellico.
In questa prospettiva, lo studio della fotografia di Rosenthal si colloca all’intersezione tra storia militare, teoria dell’immagine, antropologia del simbolo patriottico e analisi delle tecniche fotogiornalistiche in condizioni operative. Lo scatto non è soltanto una testimonianza, ma un artefatto culturale che agisce attivamente nel plasmare la memoria collettiva del conflitto. La sua straordinaria fortuna iconografica deriva proprio da questa capacità di trascendere il momento contingente per diventare una rappresentazione archetipica dell’azione eroica.
Informazioni Base
Fotografo: Joseph John Rosenthal (1911–2006)
Fotografia: Raising the Flag on Iwo Jima
Anno: 1945
Luogo: Iwo Jima, Monte Suribachi, Seconda guerra mondiale
Temi chiave: costruzione del mito patriottico; dibattito su autenticità e messa in scena; uso propagandistico; tecniche fotogiornalistiche; ricezione critica e funzione simbolica
Contesto storico e politico
Per comprendere la portata dello scatto, è necessario collocarlo nel quadro strategico e politico del 1945. L’isola di Iwo Jima costituiva un avamposto cruciale per il comando giapponese, dotata di postazioni sotterranee, artiglieria pesante e un’estesa rete di gallerie progettate per resistere ai bombardamenti. Gli Stati Uniti consideravano il controllo dell’isola indispensabile per garantire l’operatività dei bombardieri diretti verso il Giappone e, soprattutto, come punto di appoggio per gli aircraft danneggiati durante le missioni — un fattore determinante nelle scelte dell’US Marine Corps e dell’US Navy.
Il contesto politico era profondamente segnato dalla volontà americana di accelerare la fine della guerra. Le perdite subite nelle battaglie di Saipan, Peleliu e Tarawa avevano dimostrato la resistenza giapponese e la difficoltà di conquistare territori fortificati. Nel febbraio del 1945, l’avvio dell’operazione Detachment — nome in codice per l’invasione di Iwo Jima — rappresentava uno degli ultimi passaggi della campagna del Pacifico prima della pianificata invasione del Giappone metropolitano.
La presa del Monte Suribachi possedeva un peso strategico enorme. Dalle sue alture era possibile controllare l’intera isola e colpire le forze americane sulla spiaggia. La montagna divenne quindi uno degli obiettivi prioritari dei Marines della 4ª e 5ª Divisione. Nelle prime quarantotto ore dallo sbarco, l’avanzata fu lenta, segnata da imboscate e combattimenti ravvicinati in un ambiente estremamente ostile, caratterizzato da sabbia vulcanica nera, terreno instabile e un labirinto sotterraneo impenetrabile ai bombardamenti.
Parallelamente al contesto militare, gli Stati Uniti avevano compreso la necessità di mantenere alto il morale della popolazione. La guerra era stata lunga e costosa, e nelle metropoli americane si percepiva un crescente desiderio di ritorno alla normalità. La fotografia di guerra rappresentava, in questo quadro, uno strumento essenziale di comunicazione nazionale: le immagini pubblicate sui giornali e sulle riviste illustrate alimentavano la percezione pubblica del conflitto e contribuivano alla raccolta dei fondi necessari per sostenere l’economia bellica.
L’organizzazione dell’informazione visiva in guerra era gestita attraverso un sistema complesso di controlli e autorizzazioni. L’Office of War Information (OWI) e gli uffici stampa delle forze armate lavoravano in parallelo per coordinare la produzione e la diffusione delle immagini. Ai fotografi veniva richiesto di documentare il conflitto in modo fedele, ma anche di fornire materiale in grado di rinforzare la narrativa nazionale. L’equilibrio tra documento e propaganda diventava quindi un aspetto centrale della missione dei reporter.
All’interno di questo scenario, la fotografia di Rosenthal assume una valenza duplice. Da un lato, si tratta di una testimonianza diretta della conquista del Monte Suribachi, dall’altro rappresenta l’incarnazione delle aspettative politiche statunitensi. Lo scatto offriva un’immagine chiara di vittoria e avanzamento, proprio nel momento in cui la campagna del Pacifico si avvicinava alla sua fase finale. La popolazione civile, stanca del prolungarsi della guerra, ricevette l’immagine come un segnale di imminente successo.
La materia propagandistica non fu secondaria: la fotografia venne immediatamente adottata per la più imponente campagna finanziaria dell’epoca, il Settimo War Loan Bond Drive, che dipendeva in larga parte dalla capacità di mobilitare emozioni patriottiche. L’immagine dei Marines intenti a sollevare la seconda e definitiva bandiera divenne un catalizzatore emotivo, trasformandosi in un simbolo universalmente riconosciuto.
Il clima culturale del tempo favorì questa ricezione. Nel 1945, la fotografia godeva di un’autorità documentaria senza precedenti: era percepita come un medium oggettivo, capace di restituire la verità dei fatti bellici meglio delle parole. L’immagine di Rosenthal venne quindi interpretata come un frammento di realtà incontestabile, anche se il dibattito successivo avrebbe messo in evidenza la complessità del rapporto tra evento, rappresentazione e costruzione narrativa.
In questo scenario, la fotografia non fu soltanto un documento della battaglia, ma divenne un elemento essenziale della strategia comunicativa statunitense, contribuendo in modo significativo alla percezione pubblica della guerra, alla definizione dell’identità nazionale e alla costruzione della memoria iconografica del conflitto.
Il fotografo e la sua mission
Joe Rosenthal, nato nel 1911 a Washington D.C. da una famiglia di immigrati, sviluppò fin da giovane una forte inclinazione per il fotogiornalismo. Dopo aver collaborato con piccoli giornali locali, entrò nell’Associated Press, dove affinò la capacità di lavorare con rapidità operativa, qualità essenziale per affrontare situazioni imprevedibili. La sua carriera si svolse in un periodo in cui la fotografia di guerra era in piena trasformazione, grazie allo sviluppo di tecnologie come macchine a telemetro compatte, pellicole più sensibili e metodi di trasmissione sempre più rapidi.
Quando Rosenthal venne inviato nel teatro del Pacifico, la sua missione non era soltanto quella di documentare gli scontri armati, ma di fornire materiale visivo destinato alla stampa internazionale. Il reporter operava con un equipaggiamento essenziale, tipico dei fotogiornalisti dell’epoca: una Graflex Speed Graphic 4×5, utilizzata in condizioni di luce difficili, spesso in mezzo alla sabbia e al fuoco nemico. L’uso della pellicola in lastre richiedeva precisione e tempismo perfetto: lo scatto decisivo non poteva essere replicato con facilità.
La sua missione era inserita in una struttura militare rigorosa. I fotografi civili accreditati dovevano rispettare i piani operativi dei Marines, seguire le unità combattenti e muoversi senza ostacolare le operazioni. La documentazione fotografica doveva fornire una testimonianza attendibile, ma doveva anche supportare la narrativa dell’eroismo americano. Questa tensione tra documento e rappresentazione costituiva una delle sfide principali per chi operava al fronte.
Rosenthal mostrò una capacità straordinaria nel muoversi all’interno di questo sistema. Le sue fotografie della battaglia di Iwo Jima riflettono una profonda comprensione del linguaggio visivo: l’attenzione per la gestualità, l’uso di linee diagonali, la ricerca del dinamismo e la capacità di catturare momenti ad alta intensità emotiva. Il suo approccio non era mai casuale, ma frutto di una combinazione di intuizione e disciplina, tipica di chi aveva imparato a operare in ambienti estremi.
L’etica di Rosenthal si basava su un principio chiaro: raccontare gli eventi con la massima aderenza possibile alla realtà osservata. Nonostante ciò, la sua fotografia più celebre sarebbe stata successivamente coinvolta in un dibattito sulla messa in scena, un equivoco nato dalla sovrapposizione tra la prima e la seconda issata della bandiera. Rosenthal sempre sostenne la spontaneità dello scatto, coerente con la sua missione professionale e con la rapidità necessaria per fotografare un gesto improvviso in un contesto di combattimento.
Il ruolo che ricopriva comportava anche una costante pressione psicologica. Il fotogiornalista era esposto agli stessi rischi dei soldati, ma doveva mantenere lucidità tecnica e capacità decisionali immediate. Questo aspetto contribuì a creare, nei fotografi dell’epoca, una consapevolezza profonda della responsabilità associata alle immagini prodotte: ogni scatto poteva influenzare la percezione pubblica del conflitto, determinare il tono delle notizie e contribuire alla costruzione della memoria nazionale.
Nello stesso tempo, Rosenthal operava con un senso di appartenenza alla comunità dei reporter di guerra, consapevole del valore storico del suo lavoro. Le sue fotografie non erano soltanto materiale giornalistico, ma parte di un archivio visivo destinato a documentare uno dei momenti più significativi della storia militare del Novecento. La missione del fotografo, in questo senso, trascendeva la cronaca quotidiana: si trattava di incidere nella storia un frammento di realtà, attraverso una immagine capace di sopravvivere al tempo e alla retorica del momento.
La genesi dello scatto
Ricostruire la genesi della fotografia di Joe Rosenthal significa addentrarsi in uno dei processi documentari più analizzati nella storia della fotografia di guerra. L’immagine dell’innalzamento della bandiera sul Monte Suribachi non fu infatti la prima issata della giornata, e questa stratificazione di eventi ha alimentato per decenni discussioni, incomprensioni e revisioni. Per comprendere come Rosenthal sia arrivato a realizzare lo scatto, occorre partire non solo dal momento esatto della fotografia, ma dall’intera dinamica operativa in cui il fotografo si trovò immerso.
Il 23 febbraio 1945, la cima del Monte Suribachi era già da ore teatro di operazioni intense. I Marines della 5ª Divisione avevano iniziato la sua conquista nei giorni precedenti, risalendo il terreno scosceso e ostacolati da numerose postazioni sotterranee giapponesi. Il primo gruppo che raggiunse la vetta, nelle ore del mattino, si portava dietro una piccola bandiera da issare come segnale per le truppe alla base del monte. Fu questo gruppo a compiere la prima issata, documentata da un altro fotografo presente sul campo, Louis R. Lowery, del Leatherneck Magazine. Rosenthal non era ancora sulla scena: si trovava sulla parte bassa del monte, impegnato a documentare le fasi dell’avanzata.
Il momento che lo avrebbe reso famoso iniziò a delinearsi quando il capitano della compagnia, constatata la visibilità limitata della prima bandiera, ordinò che venisse issata una bandiera più grande, più adatta a essere vista da tutti i reparti impegnati sull’isola. Questa decisione, dettata da esigenze operative, avrebbe generato l’equivoco che in seguito alimentò la controversia sulla presunta messa in scena. Rosenthal, informato dai Marines del cambio in corso, decise di raggiungere la cima insieme a due colleghi: il cameraman militare Bill Genaust e il fotografo Bob Campbell.
La risalita del Suribachi non fu semplice. Le condizioni del terreno erano ostili e la possibilità di imboscate era ancora concreta. Rosenthal avanzò trasportando la sua Graflex Speed Graphic 4×5, una macchina che, pur robusta, richiedeva diverse operazioni manuali per essere pronta allo scatto. Una volta vicino alla vetta, trovò i Marines impegnati a predisporre il palo che avrebbe sostenuto la seconda bandiera. Rosenthal non arrivò con l’intenzione di costruire una scena; il suo obiettivo era documentare un evento in corso, seguendo il principio del tempismo reattivo tipico del fotogiornalismo bellico.
La fotografia fu realizzata in un unico istante, senza prove, senza repliche e senza alcuna direzione da parte del fotografo. Rosenthal non chiese ai Marines di ripetere il gesto, né li posizionò: si limitò a individuare rapidamente l’angolo migliore e a scattare non appena percepì il movimento del gruppo che sollevava il palo. La sua descrizione successiva dell’evento chiarisce la rapidità dell’azione: lo scatto fu istintivo, eseguito in frazioni di secondo, mirando con la Graflex tenuta all’altezza del petto per guadagnare velocità.
La presenza di Genaust, che filmò la scena in movimento 16 mm, conferma l’autenticità della sequenza. Il video mostra esattamente la stessa dinamica registrata da Rosenthal, senza alcuna differenza significativa nella postura dei Marines, nel ritmo dell’azione o nella disposizione degli elementi. Questo filmato è fondamentale perché permette di comprendere l’intera scena come un evento spontaneo, privo di costruzione artificiale, e rappresenta una delle testimonianze più preziose sulla genesi del celebre scatto.
Dopo aver fotografato la seconda issata, Rosenthal realizzò un’immagine di gruppo dei Marines presenti sulla vetta, la celebre “Gung Ho shot”, che contribuì involontariamente al malinteso sulla messa in scena. La foto di gruppo, per forza di cose posata, venne pubblicata insieme al celebre scatto, generando l’idea che entrambi fossero stati costruiti. Fu questa sovrapposizione editoriale – e non un’azione fraudolenta – a generare la leggenda secondo cui Rosenthal avrebbe orchestrato l’issata.
La fotografia venne affidata alla procedura di trasmissione rapida dell’Associated Press. Lo sviluppo preliminare e l’invio via radio alla sede AP avvennero poche ore dopo. Nonostante la fretta e l’ambiente ostile, lo scatto risultò perfettamente esposto, nitido e dotato di una composizione dinamica straordinaria, elementi che contribuirono alla sua immediata diffusione.
La genesi dello scatto è quindi legata a una dimensione di contingenza operativa, di istinto professionale e di rigorosa integrazione nel dispositivo informativo militare. Il valore documentario della fotografia nasce dalla capacità di Rosenthal di cogliere un momento di forte tensione simbolica in un ambiente instabile, utilizzando strumenti tecnici che richiedevano estrema competenza manuale. È anche un caso emblematico in cui le condizioni del campo, la casualità dell’attimo e le scelte editoriali successive si combinano nel produrre un’immagine destinata a diventare uno dei simboli più potenti e persistenti del XX secolo.
Analisi visiva e compositiva
L’analisi visiva della fotografia di Rosenthal rivela una costruzione formale sorprendentemente solida, nonostante la sua natura spontanea. La forza dell’immagine deriva dalla combinazione di elementi compositivi, gestuali e simbolici, che ne hanno determinato l’immediato impatto. Al centro della composizione si trova la diagonale dominante formata dal palo della bandiera, una linea ascendente che guida lo sguardo dal basso a sinistra verso l’alto a destra. Questa direzione suggerisce dinamismo, tensione ascensionale e progresso, tre elementi che, nel linguaggio visivo occidentale, sono tradizionalmente associati alla vittoria e alla conquista.
I corpi dei Marines si dispongono lungo questa diagonale, consolidando la struttura dell’immagine. La spinta collettiva è visivamente percepibile nella convergenza delle posture: nessuno dei soldati è isolato, e ogni gesto contribuisce a una forza corale. La fotografia esprime così una forma di eroismo collettivo, molto diversa dalle iconografie belliche centrate su un individuo‐eroe. La scelta involontaria, ma perfettamente efficace, di mostrare i volti poco riconoscibili amplifica ulteriormente il valore simbolico dell’immagine, trasformando i Marines in rappresentanti anonimi di un’intera nazione.
La composizione utilizza anche il contrasto tra il terreno scuro e irregolare del Monte Suribachi e il cielo chiaro sullo sfondo. Tale rapporto chiaro/scuro, unito alla posizione elevata dei soggetti, crea una struttura visiva che separa nettamente il gesto eroico dal caos della battaglia sottostante. La mancanza di combattimenti visibili, di fumo o di nemici contribuisce a rendere l’immagine universale: non si tratta di mostrare la violenza del conflitto, ma un momento di affermazione simbolica.
L’uso della luce naturale è determinante. La fotografia è caratterizzata da un’illuminazione diffusa che riduce le ombre dure, rendendo il dettaglio più leggibile senza sacrificare la drammaticità. Il cielo, privo di elementi di distrazione, amplifica la percezione di monumentalità e concentra l’attenzione sull’azione. È una luce tipica delle ore centrali della giornata, e nonostante l’imprevedibilità delle condizioni meteorologiche del Pacifico, Rosenthal riuscì a sfruttarla in modo esemplare.
Dal punto di vista tecnico, la Graflex Speed Graphic permise di ottenere una nitidezza superiore, pur richiedendo al fotografo rapidità operativa inconsueta per una 4×5. Il formato ampio accentuò la profondità e la definizione dei dettagli, contribuendo all’impressione di solidità fisica della scena. Il tempo di esposizione relativamente rapido congelò l’azione in un momento di equilibrio dinamico, creando una sospensione gestuale che sarebbe diventata il cuore dell’interpretazione iconografica dello scatto.
La fotografia trova inoltre forza nella sua struttura triadica. Gli elementi principali – i Marines, il palo e la bandiera – costituiscono una triade iconica perfettamente leggibile. La bandiera, pur non ancora completamente dispiegata, appare come un elemento vivo, in movimento, e il suo posizionamento nell’angolo superiore destro suggerisce un traguardo raggiunto ma ancora in via di consolidamento. È un simbolo in ascesa, non ancora pienamente disteso, e proprio questa incompletezza contribuisce alla tensione narrativa dell’immagine.
Sul piano della retorica visiva, lo scatto incorpora molte caratteristiche tipiche delle rappresentazioni eroiche della tradizione occidentale: la diagonale ascendente richiama la composizione di alcune opere pittoriche neoclassiche e romantiche; la coralità ricorda le iconografie del lavoro collettivo; la monumentalità suggerisce un pantheon laico di valori nazionali. È una fotografia che, pur nata senza alcuna costruzione estetica consapevole, risuona con secoli di codici iconografici.
Un altro aspetto interessante riguarda l’assenza di un punto focale singolo. La fotografia non privilegia un volto, una figura o un gesto esatto, ma distribuisce l’attenzione lungo un asse dinamico. Questo rende l’immagine aperta a molteplici letture e consente allo spettatore di percepirla come un insieme armonico e indivisibile. Da questa pluralità percettiva deriva uno dei suoi elementi più riconoscibili: la capacità di incarnare un’azione collettiva, idealizzata ma non decontestualizzata.
L’analisi della strutturazione spaziale permette anche di comprendere la potenza narrativa implicita nell’immagine. La scena è priva di elementi che rimandino al caos della battaglia, e allo stesso tempo non mostra segni di costruzione artificiale. L’ambiente è ridotto all’essenziale: terra, rocce, uomini, un palo, un drappo. Questa riduzione iconografica amplifica l’efficacia comunicativa, perché elimina tutto ciò che potrebbe attenuare l’impatto emotivo. La fotografia diventa così un condensato visivo di propaganda patriottica, un emblema collettivo capace di sopravvivere alla dimensione cronachistica per entrare in quella simbolica.
Il peso iconografico dello scatto deriva quindi da una convergenza di elementi tecnici, compositivi e simbolici. Rosenthal non costruì nulla di ciò che vediamo: fu il contesto stesso, unito al suo istinto professionale, a generare una delle immagini più potenti del Novecento. L’analisi visiva non può prescindere da questa consapevolezza: ciò che appare perfettamente equilibrato non è frutto di calcolo, ma della capacità del fotografo di riconoscere e catturare un momento che, pur imprevedibile e irriproducibile, possedeva una struttura formale straordinariamente coerente.
Autenticità e dibattito critico
La questione dell’autenticità dell’immagine scattata da Joe Rosenthal sull’isola di Iwo Jima rappresenta uno dei passaggi più discussi della storia della fotografia di guerra, sia per il valore intrinseco dello scatto sia per la sua trasformazione immediata in fotografia iconica di propaganda nazionale. La sua fama travolgente creò presto un terreno fertile per sospetti, critiche, accuse di ricostruzione scenica e interrogativi sulle reali condizioni di produzione. Il dibattito nacque immediatamente dopo la pubblicazione dell’immagine sui quotidiani americani, alimentato dalla sua composizione perfettamente ordinata, dalla postura eroica dei Marines e dall’idea che una tale precisione visiva potesse difficilmente essere catturata in modo spontaneo nel mezzo di uno scontro ancora in corso. Alcuni commentatori espressero dubbi sulla possibilità che Rosenthal fosse arrivato esattamente nel momento decisivo, senza alcuna preparazione preliminare. La questione si legò poi alla diffusione di un secondo scatto, noto come Gung Ho, che mostrava i Marines in una posa celebrativa e che venne erroneamente interpretato da molti come prova di una messa in scena generale.
La centralità del dibattito sull’autenticità si fonda sullo sforzo di comprendere fino a che punto il fotografo avesse voluto enfatizzare l’evento, trasformandolo in simbolo, e fino a che punto la scena fosse frutto del caso. Rosenthal, interrogato più volte nel corso degli anni, ribadì la natura spontanea dell’azione e la sua condizione di testimone diretto. Secondo la sua ricostruzione, la bandiera issata nello scatto non era la prima installata sul Monte Suribachi; una precedente, più piccola, era già stata issata la mattina stessa, ma la decisione di sostituirla con un vessillo più grande generò l’occasione a cui il fotografo assistette. La differenza fra i due momenti della bandiera provocò confusione e alimentò l’idea che Rosenthal avesse orchestrato l’atto. In realtà, documenti coevi dimostrano che lo scopo della sostituzione era strettamente pratico e comunicativo: il comando militare desiderava che la bandiera fosse visibile a una maggiore distanza, affinché le truppe impegnate sulla costa potessero riconoscere l’avvenuto controllo dell’altura.
Le analisi successive, prodotte da storici, archivisti e specialisti dell’immagine, confermarono la veridicità degli accadimenti narrati da Rosenthal, valorizzando la testimonianza di altri corrispondenti di guerra presenti nella zona e di alcuni dei Marines immortalati nello scatto. Il dibattito prese quindi una nuova direzione, interrogandosi non tanto sulla veracità dell’azione quanto sui processi che trasformarono una fotografia di reportage in un simbolo nazionale immediatamente riconoscibile. Fu proprio la dimensione simbolica, più che quella documentaria, a suscitare sospetti. La capacità narrativa della fotografia, con la diagonale ascendente della bandiera, la tensione plastica dei corpi e la dimensione collettiva dell’atto, appariva talmente costruita da essere considerata, da alcuni critici, frutto di un gesto consapevole e non di un semplice colpo d’occhio.
Molti storici della fotografia hanno osservato che la discussione sull’autenticità fu alimentata da un equivoco semantico: la fotografia venne interpretata come un’immagine dell’atto originario della conquista, mentre rappresentava un momento successivo e meno drammatico. Questo scarto tra percezione pubblica e realtà documentaria alimentò la convinzione che vi fosse stata una volontà deliberata di manipolare la narrazione militare. In realtà, la fotografia non nascose mai la presenza di una prima bandiera; fu l’interpretazione giornalistica a sovrapporre i due momenti, producendo una confusione storica difficile da dissolvere.
La questione dell’autenticità, quindi, diventa un terreno di riflessione sulla natura stessa del foto-giornalismo in tempo di guerra, sui rapporti tra racconto visivo e costruzione simbolica e sull’evoluzione del concetto di prova fotografica. Il fatto che questa immagine sia stata al centro del dibattito sull’autenticità della fotografia di Iwo Jima rappresenta un elemento centrale nella comprensione del suo valore culturale. Il dibattito non si limitò al contesto immediato della guerra, ma attraversò i decenni successivi, trovando nuova linfa attraverso studi archivistici, restauri digitali delle pellicole originali e revisioni storiche che analizzarono nuovamente le testimonianze dei protagonisti.
Un ulteriore aspetto che incise sulla discussione fu il rapporto della fotografia con la produzione cinematografica e mediatica dell’epoca. La presenza di cineoperatori accanto a Rosenthal contribuì a generare ulteriori intrecci interpretativi. Alcuni fotogrammi filmati testimoniavano chiaramente che il fotografo arrivò sulla scena qualche istante prima dell’azione decisiva; tuttavia, la successiva diffusione disordinata di queste sequenze alimentò dubbi sulla sincronia dei tempi e sulla possibilità che lo scatto costituisse una parziale rielaborazione di quanto realmente accaduto. Il chiarimento definitivo giunse anni dopo, quando gli archivi militari vennero riordinati e le sequenze filmiche cronologicamente ricostruite.
Il capitolo dell’autenticità è parte integrante della storia stessa dell’immagine e della biografia di Rosenthal, ed è ciò che permette alla fotografia di essere analizzata non solo come documento visivo ma come testo complesso, soggetto a interpretazioni mutevoli. In questo contesto, l’immagine continua a costituire un riferimento fondamentale nella discussione sulla credibilità del reportage, sull’autorità dello sguardo fotografico e sulla sua relazione con la dimensione politica. La lunga disputa critica che ne derivò dimostra come lo statuto della fotografia nel conflitto sia costantemente influenzato da fattori esterni: la retorica patriottica, l’uso istituzionale delle immagini, la costruzione dell’eroismo nazionale e la necessità di fornire alla popolazione simboli facilmente riconoscibili e mobilitanti.
Impatto culturale e mediatico
L’impatto culturale dell’immagine di Joe Rosenthal fu immediato, massiccio e per certi versi irripetibile nella storia della Seconda guerra mondiale. La fotografia catturò l’attenzione del pubblico americano in un momento in cui l’opinione pubblica cercava simboli di avanzamento, vittoria e determinazione dopo mesi di combattimenti costosi in vite umane. La figura dei Marines che innalzano la bandiera su Iwo Jima si impose come una rappresentazione collettiva di resilienza e sacrificio nazionale, superando rapidamente il suo ruolo documentario per assumere i contorni di un mito visivo. Le redazioni dei grandi quotidiani statunitensi compresero immediatamente la forza comunicativa dello scatto e lo collocarono in prima pagina, trasformandolo nel più potente artefatto iconografico prodotto durante il conflitto nel teatro del Pacifico.
Il successo mediatico generò conseguenze politiche significative. L’immagine venne utilizzata nelle campagne per il prestito bellico, contribuendo in modo determinante alla raccolta di fondi essenziali per gli ultimi mesi di guerra. L’impatto propagandistico fu tanto evidente che la fotografia divenne un pilastro della comunicazione governativa, integrata in volantini, poster, cinegiornali e persino ricostruzioni tridimensionali per eventi pubblici. La potenza visiva della scena offriva una sintesi efficace della partecipazione collettiva al conflitto, rendendo la figura dei Marines una metafora nazionale che si prolungò ben oltre la fine delle ostilità.
Dal punto di vista culturale, la fotografia si radicò nella memoria visiva americana attraverso una molteplicità di media: illustrazione, cinema, scultura monumentale e successivamente televisione. La realizzazione del celebre Marine Corps War Memorial, ispirato direttamente alla foto, contribuì a consolidare la trasformazione dell’immagine da documento di guerra a simbolo identitario. La monumentalizzazione dello scatto, tradotto in un’opera scultorea permanente, dimostra come la fotografia abbia valicato il suo contesto originario, diventando un riferimento stabile e riconosciuto per generazioni.
L’uso mediatico dell’immagine non fu privo di implicazioni critiche. Alcuni studiosi osservarono come la forte carica simbolica della fotografia potesse oscurare la complessità del contesto militare dell’operazione, riducendo la percezione pubblica della battaglia a un gesto isolato e trionfale. L’immediatezza narrativa dello scatto alimentò una lettura semplificata del conflitto, trasformando un episodio circoscritto in una metafora totale della campagna nel Pacifico. Da un punto di vista sociologico, questa dinamica evidenzia la capacità delle immagini di guerra di condensare eventi complessi in forme iconografiche facilmente riconoscibili, contribuendo alla costruzione di una memoria collettiva spesso selettiva.
L’influenza della fotografia di Rosenthal si manifesta anche nella discussione contemporanea sul ruolo del fotografo come mediatore sociale ed emotivo. Il suo lavoro viene considerato un punto di riferimento nella riflessione sul potere delle immagini di documentare e, allo stesso tempo, di modellare la percezione storica. Il fatto che il dibattito pubblico si concentri ancora oggi non solo sulla forza visiva dell’immagine, ma anche sulle sue implicazioni politiche e morali, è indicativo della capacità della fotografia di superare la propria funzione primaria e di modellare, nel lungo periodo, il modo in cui un’intera società percepisce un evento storico.
L’impatto mediatico della fotografia non si esaurì nel dopoguerra. Nel contesto contemporaneo, l’immagine continua a essere utilizzata come riferimento nella comunicazione politica, nella cultura popolare e nelle analisi accademiche che trattano la rappresentazione visiva della guerra. La sua presenza nelle nuove piattaforme digitali dimostra la longevità del suo valore simbolico, mentre la diffusione di progetti di restauro e digitalizzazione ne garantisce la fruizione alle generazioni future.
L’immagine mantiene un ruolo determinante anche nella discussione sulle relazioni tra visione fotografica e identità nazionale. La sua stabilizzazione come fotografia iconica implica una forte interazione con la sfera emotiva dello spettatore, che tende a riconoscere nella scena non solo un episodio militare, ma un momento di definizione collettiva. Le interpretazioni più recenti sottolineano come la fotografia abbia contribuito a creare una narrazione di eroismo condiviso, amplificando la percezione del sacrificio dei Marines e collocando la battaglia di Iwo Jima nel pantheon degli eventi fondativi della nazione americana.
La presenza costante della fotografia nell’immaginario visivo statunitense conferma dunque l’ampiezza del suo impatto mediatico. Essa rimane uno dei principali esempi della forza narrativa del foto-giornalismo, capace di travalicare i confini temporalmente limitati del reportage per diventare un archetipo culturale durevole. In questa prospettiva, l’immagine di Rosenthal non rappresenta solo un documento della guerra nel Pacifico, ma un caso studio fondamentale nella comprensione dei processi di costruzione dell’identità nazionale attraverso la fotografia.
Fonti
U.S. National Archives – Iwo Jima Flag Raising
Pulitzer Prize – Joe Rosenthal 1945
United States Marine Corps History Division – Raising the Flag on Iwo Jima
Library of Congress – Raising the Flag on Iwo Jima (Original Photograph)
Associated Press – Analysis of the Iwo Jima Flag Raising Photograph
Naval History & Heritage Command – The Second Flag Raising on Iwo Jima
Smithsonian Magazine – The Truth Behind the Iwo Jima Photograph
Marine Corps Heritage Foundation – Iwo Jima Historical Resources
Sono Manuela, autrice e amministratrice del sito web www.storiadellafotografia.com. La mia passione per la fotografia è nata molti anni fa, e da allora ho dedicato la mia vita professionale a esplorare e condividere la sua storia affascinante.
Con una solida formazione accademica in storia dell’arte, ho sviluppato una profonda comprensione delle intersezioni tra fotografia, cultura e società. Credo fermamente che la fotografia non sia solo una forma d’arte, ma anche un potente strumento di comunicazione e un prezioso archivio della nostra memoria collettiva.
La mia esperienza si estende oltre la scrittura; curo mostre fotografiche e pubblico articoli su riviste specializzate. Ho un occhio attento ai dettagli e cerco sempre di contestualizzare le opere fotografiche all’interno delle correnti storiche e sociali.
Attraverso il mio sito, offro una panoramica completa delle tappe fondamentali della fotografia, dai primi esperimenti ottocenteschi alle tecnologie digitali contemporanee. La mia missione è educare e ispirare, sottolineando l’importanza della fotografia come linguaggio universale.
Sono anche una sostenitrice della conservazione della memoria visiva. Ritengo che le immagini abbiano il potere di raccontare storie e preservare momenti significativi. Con un approccio critico e riflessivo, invito i miei lettori a considerare il valore estetico e l’impatto culturale delle fotografie.
Oltre al mio lavoro online, sono autrice di libri dedicati alla fotografia. La mia dedizione a questo campo continua a ispirare coloro che si avvicinano a questa forma d’arte. Il mio obiettivo è presentare la fotografia in modo chiaro e professionale, dimostrando la mia passione e competenza. Cerco di mantenere un equilibrio tra un tono formale e un registro comunicativo accessibile, per coinvolgere un pubblico ampio.


