Il sensore stacked è il sensore CMOS che ha cambiato la velocità delle fotocamere moderne. Il nome significa «impilato» e descrive la struttura: lo strato che cattura la luce sta sopra, i circuiti che leggono e convertono il segnale stanno sotto, in uno o più strati separati. In un sensore CMOS tradizionale fotodiodi e circuiti convivono sullo stesso piano. Separarli libera spazio per la luce e, soprattutto, accorcia il percorso dei dati verso l’elettronica di lettura.
Per capire perché la cosa conti serve partire da un limite della fotografia digitale che i fotografi di sport e natura conoscono bene: la lettura del sensore riga per riga richiede tempo, e in quel tempo il mondo si muove. Il risultato sono distorsioni, raffiche limitate e mirini che si spengono mentre si scatta. Il sensore stacked affronta il problema alla radice. In questa guida vediamo come è fatto, come è nato, che cosa cambia in pratica con i modelli che lo montano e quando conviene davvero pagarne il prezzo.
In Sintesi
- Il sensore stacked separa fotodiodi e circuiti di lettura su strati sovrapposti, collegati verticalmente: il segnale percorre meno strada e viene letto in parallelo.
- Sony annunciò il primo sensore impilato nel gennaio 2012 e lo commercializzò come Exmor RS nell’agosto dello stesso anno; nelle fotocamere ha debuttato con la Sony α9 nel 2017.
- Letture rapide significano meno rolling shutter, otturatore elettronico utilizzabile e mirino senza blackout durante la raffica.
- Le raffiche arrivano a 20 fps (α9), 30 fps (Canon EOS R3), 40 fps (Fujifilm X-H2S) e, con risoluzione ridotta, fino a 120 fps (Nikon Z9).
- Il prezzo di questa architettura è maggiore complessità produttiva, costi più alti e più calore da gestire, soprattutto in video.
- Per chi fotografa soggetti fermi, paesaggio o ritratto in studio, il vantaggio è limitato e un buon sensore retroilluminato basta.
Come è fatto un sensore stacked
In un sensore stacked la luce incontra il primo strato, quello dei fotodiodi, progettato per raccoglierne il più possibile. Sotto, collegato da connessioni verticali, c’è uno strato dedicato ai circuiti di lettura e di conversione analogico-digitale e all’elaborazione del segnale. Fotografia Moderna sintetizza il punto dicendo che il circuito di lettura viene spostato su un secondo strato, così tutta la superficie superiore resta disponibile per i fotodiodi. Camera Times lo descrive come un sensore retroilluminato a cui si aggiunge uno strato di elaborazione completamente separato.
Alcune versioni aggiungono un terzo strato con memoria DRAM integrata. Sugarpulp, nella sua serie sui sensori, descrive proprio questa suddivisione in tre livelli: fotodiodi per la cattura della luce, circuiti di elaborazione per la conversione del segnale e memoria per gestire i dati. Non tutti i sensori impilati hanno la memoria, ed è un dettaglio da non dare per scontato quando si legge una scheda tecnica.
La separazione porta due conseguenze. La prima è che ogni strato può essere progettato e fabbricato con il processo più adatto al suo compito: il pixel per la sensibilità, la logica per la velocità. La seconda è che la distanza tra il punto in cui il segnale nasce e quello in cui viene elaborato si accorcia di molto, e con essa i tempi di lettura. Dal punto di vista del fotografo conta il secondo effetto, che si traduce in velocità.
Dalla retroilluminazione ai sensori impilati: la storia
Il sensore stacked è l’erede del sensore retroilluminato, o BSI, in cui la luce raggiunge il fotodiodo senza attraversare il cablaggio. I primi BSI-CMOS di grande diffusione arrivarono tra il 2008 e il 2009, con l’OV8810 di OmniVision e con l’Exmor R di Sony. Il BSI migliorava la sensibilità, soprattutto con pixel piccoli, ma non cambiava il modo in cui i dati lasciavano il sensore: i circuiti stavano ancora sullo stesso chip, e la lettura restava lenta.
Secondo la ricostruzione di Wikipedia, Sony annunciò il primo sensore impilato nel gennaio 2012, dichiarando un aumento del 30% della luce catturata, e lo commercializzò nell’agosto dello stesso anno con il nome Exmor RS, in versioni da 13 e 8 megapixel effettivi, pensate per i telefoni. Per vedere la tecnologia in una fotocamera a ottiche intercambiabili bisogna attendere il 2017. La Sony α9 fu annunciata il 19 aprile 2017, con disponibilità da maggio, e portò nel formato pieno un sensore Exmor RS capace di raffiche a 20 fotogrammi al secondo con otturatore elettronico, fino a 1/32.000 di secondo, e di farlo senza oscurare il mirino a ogni scatto.
Il 2021 è l’anno in cui il sensore stacked diventa una scelta di sistema per più marchi. Canon annuncia la EOS R3, con un sensore full frame BSI stacked dual pixel da 24,1 megapixel. Nikon presenta la Z9 il 28 ottobre 2021, in vendita dal 24 dicembre, con un sensore stacked BSI da 45,7 megapixel fabbricato da Sony. Nel maggio 2022 Fujifilm porta la tecnologia nel formato APS-C con la X-H2S, e il sensore X-Trans 5 HS. Camera Times cita oggi tra i modelli con sensore impilato anche Canon EOS R5 Mark II, Sony A9 II e A9 III, Nikon Z8, OM System OM-1 e OM-3, a conferma di una diffusione che ha superato le sole fotocamere da reportage sportivo.
Perché è veloce: lettura, rolling shutter e otturatore elettronico
La velocità del sensore dipende dal tempo di lettura, cioè dal tempo che serve per portare fuori dal chip il segnale di tutti i pixel. In un sensore tradizionale i dati percorrono il sensore fino ai bordi, dove si trovano i circuiti di conversione, e vengono letti in sequenza. Con l’architettura impilata la lettura può essere parallela: molte colonne di pixel comunicano contemporaneamente con la logica sottostante attraverso connessioni verticali. Camera Times riassume i vantaggi in un percorso del segnale più breve e in un’elaborazione parallela.
Il fenomeno che questo risolve in parte è il rolling shutter. Quando l’otturatore è elettronico, il sensore viene esposto e letto riga dopo riga, dall’alto verso il basso. Se il soggetto o la fotocamera si muovono, ogni riga registra una posizione leggermente diversa, e le linee verticali si inclinano, le pale di un’elica si deformano, le ruote di un’auto diventano ellissi. Più rapida è la lettura, minore è la distanza percorsa dal soggetto tra la prima riga e l’ultima, e minore la distorsione. Fotografia Moderna indica la riduzione del rolling shutter tra i benefici principali, e Wikipedia riferisce che per la Canon EOS R3 la lettura del sensore è stata progettata proprio per ridurlo.
Con una lettura abbastanza veloce, l’otturatore elettronico diventa un’alternativa credibile a quello meccanico. Si guadagna silenzio, utile in teatro, in cerimonie e nella fauna selvatica, e tempi di scatto molto brevi: la α9 arriva a 1/32.000 di secondo in elettronico contro 1/8.000 in meccanico. Il limite resta fisico, perché anche con un sensore impilato la lettura richiede ancora un intervallo non nullo. Per annullare del tutto la distorsione serve un otturatore globale, che espone tutti i pixel nello stesso istante. Marcello Moresco ricorda, a proposito della X-H2S, che esistono sensori a otturatore globale di Sony più veloci dei sensori stacked di Fujifilm.
Raffiche, autofocus e mirino senza blackout
Il vantaggio più evidente nell’uso quotidiano riguarda le raffiche. La Sony α9 raggiunge 20 fotogrammi al secondo in elettronico (e 5 in meccanico), con un buffer indicato in 240 file raw o 362 JPEG. La Canon EOS R3 arriva a 30 fps con otturatore elettronico e, dopo l’aggiornamento firmware 1.2.0 del luglio 2022, a 195 fps in una modalità ad alta velocità personalizzata, per un massimo di 50 fotogrammi a piena risoluzione. La Fujifilm X-H2S raggiunge 40 fps in elettronico. La Nikon Z9 offre fino a 120 fps a 11 megapixel, 60 fps a 19 megapixel, 30 fps a piena risoluzione in JPEG e 20 fps in RAW.
Questi numeri hanno un’importanza pratica specifica per chi lavora con soggetti imprevedibili. Alla velocità di una raffica da 30 fotogrammi al secondo il fotografo sceglie il fotogramma migliore tra quelli registrati, senza dover indovinare l’attimo con il dito. Nelle discipline in cui una frazione di secondo decide la composizione, come lo sprint, il volo di un uccello o il contatto in una partita, la differenza si traduce in immagini che altrimenti non esisterebbero. Chi pratica la fotografia sportiva ne coglie il valore immediatamente.
C’è poi il mirino. Nella α9 la raffica a 20 fps avviene, riporta Wikipedia, senza oscurare temporaneamente il mirino a ogni esposizione. Nella Nikon Z9 una tecnologia a doppio flusso usa percorsi distinti per catturare l’immagine e per aggiornare il mirino, eliminando il blackout e riducendo il ritardo. Il fotografo vede la scena in modo continuo, e questo rende molto più facile seguire un soggetto che cambia direzione.
L’autofocus trae vantaggio dalla stessa velocità. Se il sensore fornisce dati più spesso, gli algoritmi di tracciamento hanno più informazioni per ogni fotogramma e possono correggere la messa a fuoco con maggiore frequenza. Camera Times indica un autofocus più rapido e più preciso tra i benefici elencati. Va aggiunto che la qualità del tracciamento dipende anche dal processore e dal software, come ricorda Sugarpulp: il sensore è una sola parte della catena.
Il sensore stacked nel video
Nel video la lettura veloce permette frame rate elevati e risoluzioni alte con meno distorsione di movimento. Nikon dichiara per la Z9 registrazioni 8,3K fino a 60 fps in N-RAW a 12 bit e 8K fino a 30 fps con N-Log, la prima volta per una fotocamera Z. La Canon EOS R3 registra fino a 6K a 60p in RAW con Canon Log 3. La Fujifilm X-H2S offre video 6,2K con F-Log2, secondo la prova di Moresco. Camera Times osserva che alcuni modelli offrono anche 4K o 8K ad alti frame rate, con meno distorsione di movimento.
Per chi lavora con movimenti di camera rapidi, panoramiche e riprese a mano, la riduzione del rolling shutter è un beneficio concreto, perché le linee verticali restano verticali. La possibilità di filmare slow motion con alti frame rate senza troppi compromessi dipende invece da più fattori insieme: velocità del sensore, capacità di elaborazione e di scrittura del processore e della scheda di memoria. La stessa Camera Times avverte che per il video statico o su treppiede il vantaggio di uno stacked è piccolo, e che in quei casi un sensore BSI può offrire un miglior rapporto qualità-prezzo.
Il ruolo della memoria integrata
La memoria DRAM, quando presente, funziona come un serbatoio temporaneo ad alta velocità tra il sensore e il processore. I dati letti dai pixel vengono parcheggiati in questa memoria e poi inviati al processore a un ritmo che questo riesce a sostenere. Il sensore può così lavorare a velocità superiore a quella del collegamento con il resto della macchina, senza strozzature. È una delle ragioni per cui le raffiche molto lunghe a piena risoluzione sono diventate possibili.
Per il fotografo la memoria non è un dettaglio nascosto: si vede nel comportamento dell’otturatore elettronico, nella capacità di mantenere l’autofocus attivo durante la sequenza e nella possibilità di registrare video senza perdita di fotogrammi. I costruttori non sempre specificano se un modello abbia o meno la DRAM. Per questo, quando si confrontano due fotocamere, conviene guardare ai risultati misurabili, cioè alla velocità di raffica, alla dimensione del buffer e al comportamento in video, più che all’elenco dei componenti.
Costi, calore e altri limiti
Il primo limite è il costo. Camera Times indica il prezzo più alto come principale svantaggio e colloca le fotocamere con sensore stacked nella fascia alta del mercato. La produzione richiede più strati da allineare e collegare con precisione, e ogni imperfezione può comportare lo scarto del componente. Lo stesso ragionamento vale per il sensore retroilluminato, che per anni ha pagato in rese più basse la fragilità del silicio assottigliato.
Il secondo limite è il calore. Più elettronica che lavora a velocità elevata vicino ai pixel significa più energia dissipata, e il calore, nel video lungo o nelle raffiche prolungate, può imporre limiti di durata o richiedere sistemi di raffreddamento. È un aspetto che i costruttori affrontano con la progettazione del corpo macchina, e che conviene verificare nelle prove, soprattutto per chi registra in alta risoluzione per lunghi periodi.
Il terzo limite riguarda l’utilità effettiva. Camera Times osserva che chi fotografa paesaggio, ritratto, still life o scatti singoli trae un vantaggio limitato da un sensore stacked. In quei casi contano altri parametri: la gamma dinamica, la qualità dell’ottica, il peso della macchina. Fotografia Moderna cita tra i vantaggi anche una maggiore efficienza energetica e una gamma dinamica più ampia, effetti che variano molto da una macchina all’altra. Sul rumore e sulla gamma dinamica pesano molto anche il convertitore, il processore e le scelte di taratura del costruttore.
Modelli a confronto
La Sony α9 è la capostipite. Annunciata nell’aprile 2017, mostrò per la prima volta in formato pieno che si poteva scattare a 20 fps in silenzio e senza blackout, e ancora oggi è un riferimento per la fotografia di cronaca. La Canon EOS R3 ha un sensore da 24,1 megapixel pensato per la velocità, con 30 fps in elettronico e video fino a 6K a 60p in RAW. La Nikon Z9 sceglie un sensore da 45,7 megapixel e un’architettura senza otturatore meccanico: è descritta come la prima fotocamera full frame di punta senza otturatore meccanico, e offre la combinazione più ampia di risoluzione e velocità.
La Fujifilm X-H2S è interessante perché porta lo stacked nel formato APS-C. Ha un sensore da 26 megapixel e un processore X-Processor 5, raggiunge 40 fps in elettronico e, secondo Moresco, è la mirrorless Fujifilm più veloce finora, anche se non supera i sensori a otturatore globale di Sony. Le sue dimensioni e il prezzo più contenuto rispetto alle full frame di punta la rendono una porta d’ingresso al mondo degli stacked per chi non vuole il formato pieno. Questa varietà di soluzioni mostra che la velocità si può ottenere con sensori molto diversi per dimensione, e che la scelta dipende da quale compromesso si preferisce tra risoluzione, formato e peso.
Quando serve davvero
Un sensore stacked ripaga quando il lavoro dipende dalla velocità: sport, fauna, aviazione, reportage in cui il momento decisivo dura frazioni di secondo, eventi in cui il silenzio dell’otturatore elettronico è una condizione. Ripaga nel video con movimenti di camera, dove il rolling shutter si vede, e in ogni situazione in cui il mirino senza blackout cambia il modo di seguire il soggetto. In questi campi la differenza è concreta e immediata.
Non ripaga allo stesso modo in studio, in paesaggio, in ritratto posato o in video su treppiede. In quei contesti un buon sensore retroilluminato offre qualità d’immagine equivalente a un costo inferiore. Un errore frequente è pagare per la velocità senza averne bisogno, e un altro è dimenticare che la qualità finale dipende dall’insieme: ottica, processore, stabilizzazione e anche la capacità di chi scatta di sfruttare le raffiche senza sommergersi di file da selezionare. Anche la fotografia naturalistica, dove l’otturatore silenzioso e la raffica contano molto, resta il caso in cui lo stacked mostra tutto il suo valore.
Prospettive
La direzione di sviluppo è chiara. L’otturatore globale, che espone tutti i pixel nello stesso istante, elimina la distorsione alla radice, e alcuni modelli già lo adottano. La memoria integrata e le interconnessioni più dense permettono letture ancora più rapide, e la tendenza è portare questa architettura su modelli di fascia media. Un capitolo a parte è l’elaborazione vicino al sensore, che potrebbe ospitare funzioni di riconoscimento del soggetto o di correzione della distorsione in tempo reale; i produttori ne parlano come direzione di ricerca, e il rapporto tra fotografia e intelligenza artificiale è già al centro di molti dibattiti. Un sensore veloce e un buon processore sono anche la base per applicazioni di realtà aumentata e per la visione artificiale. Sul fronte dei marchi, i sensori impilati sono oggi nelle mani di più costruttori, e le fonti di settore ne segnalano la presenza in modelli Canon, Nikon, Sony, Fujifilm e OM System.
Per la tecnologia da cui tutto parte, il sensore CMOS, il percorso è lo stesso da vent’anni: più funzioni vicino al pixel, più strati, più velocità. Il sensore stacked è l’ultima tappa di questa strada, per ora.
Domande frequenti
Che cos’è un sensore stacked?
È un sensore CMOS a strati sovrapposti: sopra i fotodiodi che raccolgono la luce, sotto i circuiti di lettura e, in alcuni modelli, una memoria DRAM. Le connessioni verticali tra gli strati accorciano il percorso del segnale e permettono una lettura più veloce.
Qual è la differenza tra BSI e stacked?
Il BSI riguarda il modo in cui la luce arriva al fotodiodo, dal lato posteriore del silicio. Lo stacked riguarda la disposizione dei circuiti su strati diversi. Sono indipendenti, e molte fotocamere recenti li combinano.
Quale fu la prima fotocamera con sensore stacked?
Tra le fotocamere a ottiche intercambiabili full frame, la Sony α9, annunciata il 19 aprile 2017. Prima, Sony aveva già commercializzato sensori impilati nel campo mobile con l’Exmor RS, nell’agosto 2012.
Uno stacked elimina il rolling shutter?
Lo riduce molto, non lo annulla. Per eliminarlo del tutto serve un otturatore globale, che espone tutti i pixel nello stesso istante.
Quanto sono veloci le raffiche?
La Sony α9 arriva a 20 fps, la Canon EOS R3 a 30 fps, la Fujifilm X-H2S a 40 fps e la Nikon Z9 fino a 120 fps a 11 megapixel. Sono valori in elettronico, e la risoluzione del file può cambiare con la velocità.
Serve uno stacked per il paesaggio o il ritratto?
Di solito no. Con soggetti fermi o in studio il vantaggio è limitato, e un buon sensore retroilluminato offre qualità equivalente a un prezzo inferiore.
Perché le fotocamere con sensore stacked costano di più?
Perché la produzione richiede più strati da allineare e collegare, con rese più basse e una gestione termica più complessa. Per questo, secondo le fonti di settore, restano in gran parte nella fascia alta.
Per il quadro generale dell’evoluzione tecnica si veda la sezione La tecnologia fotografica.
Fonti
- Fotografia Moderna: cos’è un sensore stacked e come funziona
- Sugarpulp: sensori BSI e CMOS stacked, l’evoluzione tecnologica della fotografia digitale
- Camera Times: what is a stacked sensor, pros, cons and whether you need one
- Marcello Moresco: sensore stacked della Fujifilm X-H2S
- Wikipedia: back-illuminated sensor, sezione sui sensori CMOS stacked
- Wikipedia: Sony α9
- Wikipedia: Nikon Z9
- Wikipedia: Canon EOS R3
Aggiornato Ottobre 2026




