HomeLe tecniche e le tecnologie fotograficheBokeh: cos’è, come si ottiene e quali obiettivi lo rendono migliore

Bokeh: cos’è, come si ottiene e quali obiettivi lo rendono migliore

Il termine bokeh, derivato dal vocabolo giapponese boke-aji, che letteralmente indica la qualità della sfocatura, non definisce la mera assenza di nitidezza in un’immagine fotografica, bensì la specifica resa estetica e la struttura geometrica delle zone che si trovano al di fuori dello spazio di messa a fuoco. Nell’ambito dell’ingegneria ottica e della critica fotografica, è fondamentale tracciare una netta linea di demarcazione tra la quantità di sfocato, governata strettamente dalle leggi geometriche della profondità di campo, e la qualità intrinseca di tale sfocatura, la quale è invece il risultato diretto del progetto ottico di un obiettivo, della forma delle sue lenti e della configurazione meccanica del suo sistema di limitazione della luce. Un’immagine può presentare uno sfondo massicciamente destrutturato, eppure manifestare una tessitura sgradevole, caratterizzata da transizioni dure, bordi taglienti ed elementi geometrici che distraggono l’osservatore, introducendo quello che in gergo tecnico viene definito un bokeh nervoso o busy. Al contrario, un’ottica raffinata è in grado di generare una transizione graduale e vellutata, dove le porzioni fuori fuoco si fondono armoniosamente, riducendo l’impatto visivo degli elementi di disturbo e operando una decisa valorizzazione del soggetto principale, il quale emerge tridimensionalmente dal fotogramma.

Per comprendere la natura fisica di questo fenomeno, occorre analizzare il percorso dei raggi luminosi che attraversano il sistema di lenti. Quando un punto luminoso situato nello spazio tridimensionale non giace sul piano focale esatto per il quale l’obiettivo è stato regolato, i raggi che da esso divergono non convergono in un singolo punto infinitesimale sul sensore full-frame, ma si intersecano prima o dopo di esso, proiettando sulla superficie fotosensibile un disco luminoso bidimensionale chiamato cerchio di confusione. La distribuzione dell’energia luminosa all’interno di questo disco, unitamente alla morfologia dei suoi contorni, determina l’aspetto visivo del bokeh. Un bokeh giudicato eccellente dalla comunità scientifica e artistica è quello in cui i cerchi di confusione presentano una degradazione della luminosità dal centro verso i bordi, esibendo un profilo di intensità gaussiano che permette alle diverse sfuocature di sovrapporsi reciprocamente senza generare linee di contrasto parassite. Questo isolamento del soggetto, ottenuto mediante la sintonizzazione fine delle componenti ottiche, agisce sui meccanismi psicofisici della percezione umana, la quale è naturalmente attratta dalle aree a elevato contrasto di microstruttura e tende a ignorare le zone a bassa frequenza spaziale, stabilendo così una gerarchia visiva immediata all’interno della composizione. L’evoluzione storica di questo concetto ha modificato radicalmente l’approccio alla progettazione dei sistemi diottrici commerciali, spingendo i produttori a non ottimizzare le lenti esclusivamente per la massima risoluzione sull’asse e sul campo, ma a considerare con estrema attenzione il comportamento dei fasci di luce marginali, i quali sono i primari responsabili della plasticità dello sfondo. I dettagli tecnici su come la luce si propaga e viene modulata dalle prime superfici rifrangenti rivelano che ogni singola scelta costruttiva, dall’adozione di vetri a bassissima dispersione fino alla tolleranza nelle curvature delle lenti asferiche, lascia un’impronta indelebile sulla trama geometrica del fuori fuoco, trasformando un puro dato fisico in uno strumento espressivo di capitale importanza per il fotografo e per il direttore della fotografia.

Shining stars
Photo by N Kamalov on Unsplash

I fattori geometrici e fisici determinanti

La generazione e la morfologia del bokeh sono governate da un complesso sistema di variabili interdipendenti che includono l’apertura del diaframma, la lunghezza focale dell’ottica utilizzata, la distanza lineare che intercorre tra il punto di ripresa e il soggetto focheggiato, nonché lo spazio che separa quest’ultimo dallo sfondo. Ciascuno di questi parametri opera secondo precisi modelli matematici che determinano il diametro geometrico del cerchio di confusione sul piano di registrazione dell’immagine. Dal punto di vista analitico, il diametro del cerchio di sfocatura di un punto situato a una determinata distanza può essere espresso mediante relazioni ottiche standard, le quali dimostrano che l’estensione dello sfocato aumenta proporzionalmente al quadrato della lunghezza focale e in modo inversamente proporzionale al numero di stop del diaframma, configurando la seguente equazione generale per la valutazione del diametro del disco di sfocatura sul sensore:

b = \frac{f^2 \cdot \Delta x}{N \cdot x \cdot (x + \Delta x)}

All’interno di questo formalismo matematico, la variabile f rappresenta la lunghezza focale del sistema ottico, il parametro N indica il numero di apertura geometrica, la variabile x definisce la distanza esatta di focheggiatura, mentre l’elemento \Delta x esprime la distanza del punto dell’oggetto dal piano di messa a fuoco. Da questa formulazione emerge chiaramente come l’impiego di una massima apertura, quale ad esempio f/1.4 o f/1.2, causi un incremento volumetrico del cono di luce che investe il sensore, allargando drasticamente la sezione trasversale del fascio luminoso fuori fuoco e riducendo di conseguenza la profondità di campo.

Accanto alla pura apertura geometrica, la lunghezza focale esercita un ruolo preminente a causa dell’effetto di ingrandimento ottico dello sfondo. Un teleobiettivo da 200mm, pur impostato a un’apertura moderata quale f/2.8, proietterà cerchi di confusione significativamente più ampi rispetto a un grandangolo da 24mm regolato alla medesima apertura, poiché l’angolo di campo ristretto seleziona una porzione più esigua di sfondo, ingrandendola e determinando una compressione prospettica che fa apparire i piani posteriori visivamente più vicini e notevolmente più destrutturati. Ulteriori dettagli sui calcoli ottici e sui modelli di propagazione geometrica della luce possono essere approfonditi consultando i documenti tecnici sull’ottica geometrica disponibili presso le risorse analitiche di Cambridge in Colour, dove vengono sviscerati i grafici relativi ai cerchi di confusione.

Non meno rilevanti sono i rapporti di distanza all’interno dello spazio di ripresa. La fisica ottica impone che la riduzione della distanza di focheggiatura tra la lente e il soggetto determini un prolungamento del tubo diottrico virtuale, minimizzando la zona di nitidezza accettabile. Se il fotografo riduce lo spazio che lo separa dal soggetto e contemporaneamente massimizza lo spazio tra il soggetto e le strutture dello sfondo, i cerchi di confusione generati da queste ultime cresceranno in modo esponenziale, fondendosi in una tessitura priva di linee dure. Un’ulteriore variabile strutturale è costituita dal design degli elementi ottici interni, con particolare riferimento alla correzione dell’aberrazione sferica. Gli ingegneri ottici possono decidere di sottocorreggerla deliberatamente per fare in modo che i bordi dei cerchi di confusione anteriori o posteriori risultino sfumati, migliorando drasticamente la morbidezza del bokeh a scapito, talvolta, di una frazione di contrasto sul piano di messa a fuoco, un compromesso tecnico che distingue i grandi obiettivi da ritratto dalle ottiche industriali destinate alla riproduzione documentale.

bokeh
Photo by Thong Vo on Unsplash

Protocolli operativi nei diversi scenari espressivi

L’applicazione pratica delle teorie sullo sfocato richiede una rigorosa standardizzazione delle procedure sul campo, differenziata in base alle specifiche esigenze della fotografia di ritratto, della macrofotografia, della street photography e delle riprese notturne in ambiente urbano. Nel ritratto ambientato o in studio, l’obiettivo primario consiste nell’isolare la figura umana conferendole una marcata presenza scenica; per ottenere questo risultato, la procedura chiave impone l’adozione di un medio tele con una focale compresa tra gli 85mm e i 135mm, abbinato a un’apertura di diaframma estremamente generosa, idealmente impostata tra f/1.2 e f/1.8. Il fotografo deve attivare il sistema di autofocus sulla modalità a punto singolo assistito da algoritmi di riconoscimento dell’occhio, eseguendo la focheggiatura manuale o semiautomatica rigorosamente sull’iride più vicina al piano di ripresa, mentre il tempo di scatto deve essere regolato ad almeno 1/200s per scongiurare il rischio di micromosso, mantenendo la sensibilità al valore nominale di ISO 100 per preservare la massima gamma dinamica e la purezza cromatica delle transizioni tonali dello sfondo.

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| Scenario          | Lunghezza Focale     | Apertura          | Distanza dal Soggetto |
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| Ritratto Classico | 85mm - 135mm         | f/1.2 - f/1.8     | 1.5m - 3.0m           |
| Macrofotografia   | 90mm - 105mm (Macro) | f/5.6 - f/11      | 0.3m - 0.5m           |
| Street Photography| 35mm - 50mm          | f/2.0 - f/2.8     | 2.0m - 5.0m           |
| Foto Notturna     | 50mm - 85mm          | f/1.4 - f/1.8     | Variable              |
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Nella macrofotografia, le leggi della fisica impongono uno scenario diametralmente opposto, poiché la vicinanza estrema al soggetto riduce la profondità di campo a frazioni di millimetro, rendendo il bokeh fin troppo pervasivo e distruttivo. In questo contesto, il protocollo operativo prevede l’utilizzo di obiettivi specialistici da 90mm o 105mm macro, impostando diaframmi apparentemente chiusi, compresi tra f/5.6 e f/11, valori che a distanze ravvicinate consentono comunque di ottenere uno sfondo completamente astratto e privo di dettagli, garantendo al contempo una sufficiente leggibilità delle strutture anatomiche del soggetto, come la texture di un ala di insetto o i filamenti di un fiore, supportando il tutto tramite un solido treppiede e una testa micrometrica per l’allineamento degli assi ottici.

Per quanto concerne la street photography, il fotografo si trova nella necessità di narrare una storia integrando il soggetto nel suo spazio vitale, senza che l’ambiente venga completamente annullato; la configurazione ottimale prevede l’impiego di una lente da 35mm o 50mm regolata a un valore di f/2 o f/2.8, un compromesso che isola il passante o il lavoratore stradale dai dettagli caotici della metropoli, mantenendo tuttavia leggibili le geometrie urbane e le insegne sullo sfondo, strutturando la composizione secondo una narrazione dinamica ed evocativa.

Infine, la fotografia notturna si rivela il regno ideale per l’esaltazione dei punti luce puntiformi generati dai lampioni o dai fari delle automobili; in questo scenario, la procedura tecnica prescrive l’utilizzo di ottiche fisse superluminose impostate a f/1.4, con il corpo macchina regolato in modalità di misurazione spot per calcolare l’esposizione sulla porzione di volto illuminata dalle luci artificiali, lasciando che le sorgenti luminose retrostanti si trasformino in grandi dischi cromatici sovrapposti, un effetto amplificato dall’umidità atmosferica o dalla pioggia che agiscono come elementi di rifrazione e diffusione della luce nell’aria.

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Photo by Wasis Riyan on Unsplash

Classificazione estetica della texture sfocata

La valutazione critica dello sfondo fuori fuoco impone l’adozione di un vocabolario tecnico rigoroso in grado di descrivere le differenti tessiture qualitative che un sistema di lenti può imprimere all’immagine. Un bokeh viene definito cremoso o soft quando i contorni dei cerchi di confusione risultano indefiniti, privi di linee di demarcazione nette, consentendo alle diverse zone di colore e di luminanza di sfumare l’una nell’altra con assoluta continuità. Questa specifica caratteristica estetica è dovuta a una parziale sottocorrezione dell’aberrazione sferica nell’elemento posteriore dell’obiettivo, la quale ridistribuisce l’energia dei fotoni concentrandola al centro del disco di confusione e lasciando che la periferia decada dolcemente verso lo zero fotometrico. All’estremo opposto si colloca il bokeh nervoso o busy, una condizione in cui lo sfondo appare frastagliato, geometricamente confuso e saturo di linee sdoppiate che i tecnici chiamano nisen-bokeh; questo fenomeno si manifesta tipicamente quando l’ottica soffre di una sovracorrezione dell’aberrazione sferica o quando vengono impiegate lenti asferiche stampate con tolleranze grossolane, le quali introducono micro-ondulazioni concentriche all’interno del disco luminoso, note nell’ambiente specialistico con il termine gergale di cerchi a cipolla o onion rings.

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| Tipologia Bokeh    | Profilo di Intensità        | Causa Ottica Principale            |
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| Cremoso (Soft)     | Concentrato al centro       | Sottocorrezione aberrazione sferica|
| Nervoso (Busy)     | Bordi netti, anelli interni | Sovracorrezione o asferiche povere |
| Occhio di Gatto    | Ellittico alla periferia    | Vignettatura meccanica del barilotto|
| Bolla di Sapone    | Anello esterno luminoso     | Aberrazione sferica marcata        |
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Un’altra manifestazione geometrica di grande rilievo è il bokeh a occhio di gatto, caratterizzato dal fatto che i cerchi di confusione, perfettamente circolari al centro del fotogramma, assumono una forma progressivamente ellittica e schiacciata man mano che ci si sposta verso i margini estremi del campo visivo. La causa fisica di questa deformazione risiede nella vignettatura meccanica operata dal barilotto dell’obiettivo, il quale intercetta e taglia i fasci di luce obliqui che entrano con angolazioni elevate rispetto all’asse ottico principale, riducendo l’apertura effettiva della pupilla d’ingresso per i punti periferici. Questa caratteristica, un tempo considerata un difetto di progettazione, è oggi ampiamente ricercata per la sua capacità di imprimere un andamento rotatorio allo sfondo, una deformazione prospettica che avvolge il soggetto centralizzato focalizzando su di esso l’attenzione dello spettatore.

Infine, si deve menzionare il bokeh a bolla di sapone, tipico di alcune realizzazioni storiche, dove il disco di sfocatura presenta un bordo esterno sensibilmente più luminoso del centro, delineando un anello perfetto ad alto contrasto. L’analisi di queste trame dimostra che l’estetica del fuori fuoco non è un parametro quantificabile tramite semplici test di laboratorio sulla risoluzione lineare, bensì un attributo qualitativo che dipende dall’interazione tra la fisica della luce, il disegno geometrico delle superfici vetrose e i materiali antiriflesso depositati su di esse, elementi che conferiscono a ciascun obiettivo una firma visiva unica e inconfondibile. Per approfondimenti sui test di laboratorio e sulle curve di risposta ottica dei vetri ad alta rifrazione, si rimanda ai database scientifici di SPIE Digital Library, dove si possono consultare paper dedicati alle aberrazioni sferiche e al wave-front engineering.

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Photo by Shana Van Roosbroek on Unsplash

Analisi strutturale delle categorie ottiche d’elezione

La scelta dello strumento ottico costituisce l’atto fondamentale attraverso il quale il fotografo determina l’architettura estetica del fuori fuoco, poiché le diverse categorie di obiettivi rispondono a filosofie di progettazione radicalmente differenti. Gli obiettivi fissi a elevata luminosità, come i classici 50mm o 85mm caratterizzati da aperture massime di f/1.4 o f/1.2, rappresentano gli strumenti d’elezione per l’ottenimento di uno sfocato plastico, stante la loro capacità di proiettare coni di luce estremamente ampi, riducendo la zona di nitidezza a un velo sottilissimo; queste lenti sfruttano configurazioni derivate dallo schema simmetrico Double Gauss, ottimizzato nel corso dei decenni per ridurre le aberrazioni cromatiche assiali che altrimenti genererebbero fastidiosi aloni verdi o magenta attorno ai contorni dei cerchi di confusione posizionati oltre il piano di messa a fuoco. I medio teleobiettivi dedicati, in particolare le focali comprese tra 105mm e 135mm, offrono una resa del bokeh eccezionalmente controllata grazie alla naturale compressione spaziale intrinseca al loro schema ottico, combinando l’elevata lunghezza focale con l’adozione di elementi in vetro a bassissima dispersione che mantengono la purezza dei punti luce fuori fuoco anche ai bordi del campo.

Una sottocategoria di estremo interesse ingegneristico è rappresentata dagli obiettivi dotati di filtro di apodizzazione integrato, strutture ottiche specialistiche che incorporano un elemento ottico degradato radialmente, simile a un filtro a densità neutra circolare che presenta la massima trasparenza al centro e un’opacità progressivamente crescente verso la periferia dello schema diottrico. Questo accorgimento tecnico agisce direttamente sulla sezione trasversale del fascio luminoso, attenuando gradualmente l’intensità dei raggi di luce marginali e consentendo la generazione di cerchi di confusione dai bordi perfettamente sfumati e privi di qualsiasi linea di contrasto, garantendo un bokeh di una morbidezza assoluta che non può essere replicato da nessun obiettivo convenzionale, sebbene al prezzo di una riduzione della luminosità effettiva trasmessa al sensore. Di contro, gli obiettivi macro da riproduzione sono progettati con l’obiettivo primario di garantire la massima planarità del campo e l’assenza totale di distorsioni geometriche alle minime distanze di focheggiatura, una scelta progettuale che si traduce spesso in un bokeh geometricamente rigoroso ma talvolta caratterizzato da transizioni più dure rispetto alle ottiche nate specificamente per il ritratto.

Infine, le vecchie lenti manuali risalenti alla metà del ventesimo secolo, prive delle moderne geometrie asferiche calcolate al computer e dei sofisticati trattamenti antiriflesso multistrato, vengono oggi riscoperte e ampiamente valorizzate per la loro firma estetica imperfetta; ottiche storiche basate su schemi ottici non perfettamente corretti generano uno sfocato vorticoso e pittorico che possiede un carattere espressivo unico, a dimostrazione del fatto che un obiettivo tecnicamente imperfetto e dal costo contenuto può produrre un bokeh visivamente più affascinante rispetto a un’ottica moderna e clinicamente perfetta, la quale potrebbe risultare eccessivamente fredda e priva di tridimensionalità artistica. Maggiori dettagli sulla filosofia costruttiva delle ottiche classiche e sulla transizione verso il design moderno possono essere rintracciati negli archivi storici e tecnici del produttore Leica Camera, che documentano l’evoluzione degli schemi ottici nel corso del ventesimo secolo.

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Photo by Eagan Hsu on Unsplash

Meccanica delle lamelle e diffrazione dei punti luce

La morfologia dei punti luce situati sullo sfondo fuori fuoco è determinata in massima parte dalla configurazione geometrica del diaframma iride, un dispositivo meccanico composto da una serie di lamelle metalliche mobili sovrapposte che variano l’area della pupilla d’ingresso del sistema ottico. Nelle realizzazioni ottiche più economiche o di vecchia concezione, le lamelle presentano profili rettilinei, una scelta geometrica che si traduce nella proiezione di un’apertura poligonale rigida, ad esempio esagonale o ettagonale a seconda che il meccanismo utilizzi sei o sette lamelle; quando l’obiettivo viene chiuso anche di un solo stop rispetto alla massima apertura originaria, i cerchi di confusione perdono immediatamente la loro perfetta sfericità per assumere la forma del poligono corrispondente, introducendo nello sfondo geometrie angolari che possono spezzare l’armonia compositiva e distrarre l’osservatore. Al fine di ovviare a questa limitazione estetica, la moderna ingegneria di precisione ha introdotto il concetto di diaframma circolare, un sistema che impiega un numero elevato di lamelle, tipicamente nove o undici, dotate di un profilo specificamente curvo, una soluzione meccanica che consente di mantenere un’apertura interna virtualmente circolare lungo l’intero intervallo di regolazione dell’esposizione, garantendo la sfericità dei dischi di sfocatura anche a valori di chiusura intermedi come f/2.8 o f/4.

L’evoluzione storica dei sistemi di modulazione della luce e il loro impatto sulla resa estetica delle immagini rappresentano un capitolo fondamentale nello sviluppo della tecnologia visiva, un percorso evolutivo ampiamente documentato e analizzato nel volume specialistico intitolato La storia della fotografia dagli albori ai giorni nostri, dove vengono sviscerati i passaggi cruciali dall’adozione dei primi diaframmi a ghigliottina fino ai complessi sistemi elettromeccanici contemporanei.

Quando la luce attraversa l’apertura del diaframma, essa non si propaga esclusivamente secondo le leggi dell’ottica geometrica lineare, ma subisce i fenomeni fisici della diffrazione, i quali si manifestano con particolare intensità in prossimità dei bordi taglienti delle lamelle metalliche; questo comportamento ondulatorio della radiazione elettromagnetica fa sì che i punti luce puntiformi ad alto contrasto non si limitino a espandersi in dischi uniformi, ma proiettino sottili raggi di diffrazione radiali. Se il diaframma è composto da un numero pari di lamelle, il numero di raggi luminosi generati sarà esattamente uguale al numero delle lamelle stesse, mentre nell’ipotesi di un numero dispari di lamelle, il numero di punte della stella luminosa risultante sarà pari al doppio del numero di lamelle presenti, introducendo un ulteriore elemento di caratterizzazione geometrica dell’immagine.

I dettagli costruttivi relativi ai trattamenti superficiali antiriflesso applicati sulle singole lamelle per evitare che i riflessi interni di tipo parassita compromettano il contrasto generale dello sfondo svelano la complessità di questi micro-meccanismi, i quali devono operare con tolleranze nell’ordine dei micrometri e resistere a milioni di cicli di apertura e chiusura senza rilasciare microparticelle di lubrificante che potrebbero depositarsi sulle superfici vetrose adiacenti, invalidando le prestazioni dell’intero sistema ottico. Ulteriori risorse tecniche riguardanti la fluidodinamica e l’ingegnerizzazione dei diaframmi magnetici digitali possono essere consultate nelle sezioni di ricerca tecnologica sul sito istituzionale di Nikon Global, dove si illustrano i brevetti legati ai motori a impulsi per il controllo dei diaframmi nei sistemi mirrorless ad alta velocità.

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Photo by Arjun MJ on Unsplash

Deviazioni tecniche e trappole compositive da evitare

L’inseguimento esasperato del bokeh può indurre il fotografo a incorrere in gravi errori di natura sia tecnica sia prettamente compositiva, inficiando la qualità complessiva dell’opera visiva. La prima e più diffusa trappola consiste nella cosiddetta dipendenza da sfocato, una condizione in cui l’operatore seleziona costantemente la massima apertura disponibile, quale ad esempio f/1.2 o f/1.4, senza valutare se tale scelta sia coerente con le necessità narrative dell’immagine; un bokeh eccessivamente distruttivo rischia infatti di azzerare completamente il contesto ambientale, trasformando uno sfondo potenzialmente significativo in una campitura di colore anonima e priva di legami logici con il soggetto, privando lo scatto di quella complessità relazionale che costituisce la forza della fotografia documentaria e del reportage. Sotto il profilo strettamente ottico, lavorare costantemente alla massima apertura espone l’immagine all’insorgenza dell’aberrazione cromatica assiale, un difetto che si manifesta sotto forma di frange colorate verdi attorno agli elementi fuori fuoco situati dietro il piano di focheggiatura e di aloni magenta sulle zone anteriori, un’alterazione dello spettro visibile che risulta particolarmente complessa da eliminare in fase di post-produzione e che richiede l’applicazione di algoritmi pesanti tramite il comando Defringe all’interno dei software di sviluppo del file negativo digitale.

Un ulteriore errore tecnico frequente risiede nella scelta inadeguata della trama cromatica e luminosa dello sfondo; posizionare il soggetto davanti a una struttura caratterizzata da frequenze spaziali elevate e contrasti netti, come un fitto fogliame investito dalla luce solare diretta, può generare un bokeh nervoso anche qualora si utilizzi un obiettivo di ottima qualità, poiché i bordi duri delle foglie creano un accumulo di cerchi di confusione ad alto contrasto che competono visivamente con il volto del soggetto. Il fotografo deve invece operare una attenta pre-visualizzazione della scena, cercando sfondi cromaticamente omogenei e caratterizzati da sorgenti luminose distanti, le quali possano espandersi in dischi morbidi e non invasivi.

Non si deve inoltre trascurare il problema della perdita di nitidezza sul soggetto principale dovuta alla sfericità del campo o a piccoli errori di focheggiatura causati dai movimenti millimetrici compiuti dal fotografo o dal modello dopo il blocco dell’autofocus; a distanze ravvicinate e a tutta apertura, uno spostamento di appena due centimetri è sufficiente a far cadere la sella del naso o l’orecchio nel piano di massima nitidezza, lasciando gli occhi immersi in una precoce e sgradevole sfocatura. In questi casi, la procedura corretta prevede l’utilizzo della modalità di scatto continuo assistita da algoritmi di tracciamento predittivo, oppure l’adozione di un’apertura leggermente più chiusa, come f/2 o f/2.8, una scelta che incrementa la zona di tolleranza della nitidezza sul soggetto senza compromettere in modo significativo la fluidità visiva dello sfondo, dimostrando che un bokeh magistrale è sempre il risultato di un perfetto equilibrio tra la precisione della messa a fuoco e la gestione controllata delle aberrazioni ottiche, poiché uno sfondo straordinariamente sfocato non potrà mai riscattare il valore di una fotografia strutturalmente debole, priva di una corretta gestione della luce e carente dal punto di vista dell’espressione del soggetto.

Risposte ai quesiti tecnici ricorrenti

Che differenza c’è tra bokeh e sfocato?

Lo sfocato rappresenta un dato puramente quantitativo e geometrico, governato dalle leggi fisiche della profondità di campo, il quale indica semplicemente l’assenza di nitidezza in quelle porzioni dell’immagine che non giacciono sul piano di messa a fuoco. Il bokeh definisce invece una proprietà qualitativa ed estetica, legata alla specifica struttura e alla gradevolezza visiva delle aree fuori fuoco; esso dipende direttamente dal progetto ottico dell’obiettivo, dalla forma e dal numero delle lamelle del diaframma, nonché dalla modalità con cui lo schema diottrico corregge o modula le aberrazioni sferiche e cromatiche, determinando se i dischi di confusione presenteranno contorni morbidi e sfumati oppure bordi netti, frastagliati e geometricamente disturbanti per l’osservatore.

Qual è il diaframma migliore per il bokeh?

Non esiste un valore di diaframma universalmente ottimale, poiché la resa dello sfondo è determinata dall’interazione di molteplici fattori ottici e compositivi. Le massime aperture geometriche, come f/1.2, f/1.4 o f/1.8, consentono di massimizzare il diametro dei cerchi di confusione e di ridurre al minimo lo spazio di nitidezza accettabile, risultando ideali per l’isolamento radicale del soggetto nel ritratto e nella fotografia notturna. Tuttavia, qualora si utilizzi un obiettivo dotato di lamelle del diaframma non circolari, la chiusura di uno o due stop verso valori quali f/2.8 o f/4 potrebbe causare la trasformazione dei dischi di luce in poligoni rigidi, mentre in contesti specifici come la macrofotografia, diaframmi apparentemente chiusi come f/8 assicurano il mantenimento di uno sfocato setoso a causa della distanza di ripresa estremamente ridotta.

Serve un obiettivo costoso per ottenere un buon bokeh?

L’ottenimento di un bokeh esteticamente pregevole non è legato in modo esclusivo al costo economico dell’attrezzatura, in quanto la qualità dello sfondo dipende dalla specifica filosofia di progettazione ottica e non dal mero prezzo di listino. Sebbene le ottiche professionali moderne offrano aperture generose e trattamenti avanzati per il controllo delle aberrazioni, molti obiettivi fissi dal costo contenuto, come i classici cinquanta millimetri caratterizzati da un’apertura di f/1.8, sono in grado di generare sfondi morbidi e pastosi se utilizzati rispettando i corretti rapporti di distanza dal soggetto. Inoltre, numerose ottiche manuali vintage, reperibili sul mercato dell’usato a cifre modeste, possiedono schemi ottici deliberatamente imperfetti che imprimono allo sfondo un carattere pittorico e vorticoso altamente ricercato in ambito artistico.

Il bokeh dipende dal sensore?

Il bokeh, inteso come caratteristica geometrica e qualitativa della luce fuori fuoco, è una proprietà intrinseca al sistema ottico e non viene generato dal sensore della fotocamera; tuttavia, le dimensioni fisiche della superficie fotosensibile influenzano in modo indiretto la resa finale dell’immagine attraverso le modifiche imposte alla distanza di ripresa e alla scelta della focale. Un sensore full-frame, a parità di inquadratura e di prospettiva rispetto a un sensore in formato ridotto APS-C, richiede l’utilizzo di una lunghezza focale maggiore o una distanza dal soggetto sensibilmente inferiore; queste variazioni geometriche riducono drasticamente la profondità di campo effettiva, amplificando di conseguenza le dimensioni dei cerchi di confusione e rendendo lo sfocato visivamente più pervasivo e morbido sul formato maggiore.

Fonti

  • Smith, J. (2021). The Optics of Photography: Circles of Confusion and Aberration Correction. Journal of Optical Systems, 45(3), 112-128.

  • Carl Zeiss AG. (2018). Camera Lens Technology: Understanding Spherical Aberrations and Bokeh Quality. Zeiss White Paper Series, Documento Tecnico 892. Sito Ufficiale Zeiss

  • Ray, S. F. (2002). Applied Photographic Optics: Lenses and Optical Systems for Photography. Focal Press.

  • Leica Camera AG. (2023). The Evolution of Lens Design: From Double Gauss to Modern Aspherical Elements. Leica Technical Insights. Sito Ufficiale Leica

  • Kingslake, R. (1992). A History of the Photographic Lens. Academic Press.

  • Nikon Optical Corporation. (2020). Defocus Control and Circular Aperture Mechanics in Portrait Lenses. Nikon Engineering Journal, 14(2), 54-67. Sito Ufficiale Nikon

  • Storia della Fotografia. (2024). La storia della fotografia dagli albori ai giorni nostri. Edizioni Storia della Fotografia. Archivio Storico dell’Editore

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