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La fotografia olandese, dalla pittura del Secolo d’oro alla Nuova Visione

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Vi sono paesi in cui la fotografia sembra arrivare come un’invenzione straniera da assorbire e adattare. I Paesi Bassi non sono uno di questi: quando la fotografia raggiunse Amsterdam e L’Aia nel 1839, trovò un paese che aveva già inventato, due secoli prima, qualcosa di straordinariamente simile. La pittura olandese del Seicento — il cosiddetto Secolo d’oro — era stata la prima tradizione pittorica europea a fare della luce radente su superfici ordinarie, della profondità spaziale, del dettaglio quotidiano e della descrizione oggettiva del reale i propri valori fondativi. Vermeer, Rembrandt, de Hooch, Steen: tutta la grande pittura olandese del Seicento condivide con la fotografia quella stessa passione per il mondo così com’è, quella stessa fiducia nella capacità dell’immagine di catturare il reale senza idealizzarlo né trasformarlo. È come se i Paesi Bassi avessero inventato la fotografia con i pennelli duecento anni prima che Daguerre e Talbot inventassero quella con l’obiettivo.

Questa continuità profonda tra la tradizione pittorica olandese e la pratica fotografica non è solo una suggestione estetica: è una chiave interpretativa reale per capire alcune delle caratteristiche più persistenti della fotografia olandese, dal pittorialismo di fine Ottocento alla Nuova Fotografia degli anni Venti, dalla fotografia di documentazione sociale del dopoguerra alla scena contemporanea. I fotografi olandesi hanno sempre guardato la luce in modo particolare — quella luce bassa, diffusa, che entra obliqua dalle finestre nelle giornate nuvolose del Nord, che è la stessa luce di Vermeer e di Rembrandt — e l’hanno fotografata con una consapevolezza visiva che porta i segni di una tradizione pittorica lunga e radicata.

Ma la fotografia olandese non è soltanto pittura riconvertita. È anche storia industriale, è storia politica, è storia di resistenza e di trauma — la Seconda guerra mondiale e la persecuzione degli ebrei olandesi sono presenti nella fotografia dei Paesi Bassi con un peso che non lascia spazio all’estetica decorativa. Ed è storia di innovazione tecnica e concettuale, da quella piccola fabbrica amsterdamse — la Vena — che tentò nell’immediato dopoguerra di costruire fotocamere olandesi, fino alle più recenti sperimentazioni che fanno dei Paesi Bassi uno dei centri europei più vivi della fotografia contemporanea.

Le origini: la luce del Nord e i primi fotografi olandesi

La fotografia raggiunse i Paesi Bassi quasi contemporaneamente al suo annuncio parigino: già nel 1839 si producevano dagherrotipi ad Amsterdam e a L’Aia, e nel 1841 fu realizzato quello che è considerato uno dei primissimi dagherrotipi olandesi sopravvissuti fino a noi. I primi fotografi erano prevalentemente ritrattisti: aprirono studi nelle grandi città, si rivolsero alla borghesia mercantile e professionale che era il principale bacino di domanda, e produssero ritratti di qualità tecnica via via crescente seguendo i modelli degli studi parigini e londinesi.

La specificità della fotografia olandese ottocentesca si manifestò però non tanto nei ritratti di studio — sostanzialmente comparabili a quelli di qualsiasi altra capitale europea — quanto nella fotografia di paesaggio. Il paesaggio olandese aveva caratteristiche visive del tutto particolari: piatto, dominato dal cielo, attraversato da canali e mulini, immerso in una luce che non aveva nulla della spettacolarità alpina né della durezza mediterranea. Era un paesaggio difficile da fotografare con i mezzi tecnici dell’Ottocento, che si prestava meglio alle grandi esposizioni e alle composizioni pittoresche che non alla ripresa diretta di una pianura senza punti focali evidenti.

I fotografi che seppero meglio interpretare questo paesaggio appartengono alla corrente pittorialista di fine Ottocento, che traduceva nella fotografia i valori estetici della Scuola dell’Aia — il gruppo di pittori olandesi che nel secondo Ottocento aveva sviluppato una pittura di paesaggio di tono romantico, attenta all’atmosfera, ai chiaroscuri, all’effetto del cielo nuvoloso sulla pianura. Adriaan Boer, Berend Zweers e Henri Berssenbrugge furono i principali esponenti di questa fotografia pittorialista olandese, che cercava di fare del paesaggio dei Paesi Bassi un equivalente fotografico delle tele della Scuola dell’Aia. Le loro immagini di mulini nell’alba nebbiosa, di canali invernali, di campi di tulipani sotto cieli pesanti costruirono un’idea del paesaggio olandese che divenne iconografia turistica e insieme riflessione estetica seria.

Il Fotoclubs e il pittorialismo olandese di fine Ottocento

L’istituzionalizzazione della fotografia d’arte nei Paesi Bassi passò attraverso la fondazione di fotoclubs amatoriali che seguivano il modello delle associazioni analoghe già attive in Gran Bretagna, Germania e Austria. Il movimento pittorialista olandese si organizzò in associazioni come la Nederlandse Fotografen Kunstkring e i vari club fotografici che fiorirono nelle principali città tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, organizzando mostre, pubblicando riviste e definendo un canone estetico che promuoveva la fotografia come arte equivalente alla pittura.

Questo movimento non era privo di contraddizioni. Da un lato, sosteneva la dignità artistica della fotografia e lavorava per farla accettare nelle istituzioni culturali accanto alle arti tradizionali. Dall’altro, lo faceva subordinando la fotografia ai modelli pittorici preesistenti — il pittorialismo era, in fondo, la fotografia che cercava di sembrare pittura — e rinunciando così a sviluppare il linguaggio specifico del mezzo fotografico. Questa tensione tra legittimazione culturale e autonomia estetica percorre tutta la storia della fotografia d’arte, e la versione olandese non fa eccezione.

La mostra “Fotografia diventa arte. La secessione delle immagini nei Paesi Bassi 1890-1937” — esposta al Gemeentemuseum dell’Aia nel 2019 — ha mostrato che il passaggio dal pittorialismo alla Nuova Fotografia olandese degli anni Venti e Trenta fu meno una rottura improvvisa di quanto si credesse, e più un cambiamento graduale in cui alcune caratteristiche della nuova visione — il ritaglio insolito, le composizioni geometriche, la sfocatura del movimento — erano già presenti, in forma embrionale, nel lavoro dei migliori pittorialisti. Una continuità che dice qualcosa di importante sulla fotografia olandese: la sua capacità di rinnovarsi senza rinnegare, di cambiare senza traumatismi, di trovare nella modernità non una rottura con la tradizione ma la sua prosecuzione con altri mezzi.

Piet Zwart e la Nuova Fotografia: il linguaggio del Moderno

La modernità irruppe nella fotografia olandese con la forza di un vento nordico nei primi anni Venti, portando con sé le idee del costruttivismo russo, del Bauhaus tedesco e del movimento De Stijl — il gruppo fondato nel 1917 da Mondrian, van Doesburg e Rietveld che teorizzava la riduzione dell’arte ai suoi elementi primari: linee, piani, colori primari.

Piet Zwart — grafico, designer e fotografo, una delle figure più originali della modernità olandese — portò in fotografia le intuizioni del costruttivismo e del Neue Sehen con la stessa radicalità intellettuale con cui le applicava al design tipografico e pubblicitario. Le sue fotografie dei primi anni Trenta, prodotte principalmente per scopi pubblicitari e editoriali, mostrano angoli insoliti, dettagli ingranditi fino all’astrazione, composizioni geometriche rigorose che trasformano gli oggetti quotidiani in elementi di un linguaggio visivo puro. Zwart non era solo un fotografo: era un pensatore visivo che usava la fotografia come uno degli strumenti disponibili per costruire una nuova cultura visiva adeguata alla modernità industriale.

Accanto a Zwart, Paul Schuitema — anch’egli grafico e fotografo — sviluppò un linguaggio fotografico di grande freschezza compositiva, applicato prevalentemente alla comunicazione pubblicitaria e alla grafica editoriale. La collaborazione tra Zwart, Schuitema e i fotografi che orbitavano attorno ai circoli modernisti olandesi degli anni Venti e Trenta produsse un corpo di opere che rappresentano il contributo più originale dei Paesi Bassi alla fotografia d’avanguardia europea, un contributo che ha ricevuto negli ultimi decenni il riconoscimento critico che meritava.

L’influenza del De Stijl sulla fotografia olandese non fu solo formale: fu anche concettuale. L’idea che l’arte debba ridursi ai propri elementi costitutivi essenziali, eliminando tutto ciò che è accidentale, decorativo, aneddotico, si ritrova nella fotografia modernista olandese come principio di selezione e di composizione. Non il momento spettacolare né il gesto pittoresco, ma la struttura sottostante del visibile: la geometria della luce, il ritmo degli spazi, la forma pura degli oggetti liberati dal loro contesto narrativo.

L’Occupazione tedesca e la fotografia come resistenza

La Seconda guerra mondiale rappresenta per la fotografia olandese — e per la cultura olandese in senso più ampio — uno spartiacque traumatico che divide il Novecento in due parti nette. L’occupazione tedesca dal maggio 1940 all’estate del 1945 fu per i Paesi Bassi una delle più devastanti di tutta l’Europa occidentale: la persecuzione degli ebrei olandesi fu particolarmente efficace — circa il settantacinque per cento degli ebrei olandesi fu deportato e assassinato, la proporzione più alta di qualsiasi paese dell’Europa occidentale — e l’inverno della fame del 1944-45 causò la morte per starvation di decine di migliaia di civili olandesi.

In questo contesto, la fotografia svolse funzioni molto diverse da quelle che la cultura le attribuiva normalmente. Da un lato, la fotografia di propaganda tedesca usò le immagini per costruire e diffondere la visione nazista dell’ordine occupato; dall’altro, fotografi olandesi lavorarono clandestinamente per documentare la resistenza, le deportazioni, le condizioni di vita sotto l’occupazione, produrre documenti falsi per salvare ebrei in fuga, conservare una memoria visiva di ciò che stava accadendo per un futuro in cui sarebbe stato possibile testimoniarla.

Vena

È in questo contesto che la storia della Vena (Optische en Fotografische Apparatenfabrik) acquista la propria piena dimensione. La Vena fu fondata ad Amsterdam nel 1940 — all’inizio dell’occupazione tedesca — da Evert Verlegh e Samuel Naarden, il cui nome è incorporato nell’acronimo aziendale stesso: VE da Verlegh e NA da Naarden. Era un momento terribile per fondare un’azienda, e la storia personale dei fondatori porta il peso dell’occupazione: Samuel Naarden era impegnato nella produzione di lenti ottiche per l’Old Delft Company, mentre molti dei dipendenti ebrei della nuova impresa furono deportati durante gli anni dell’occupazione.

La produzione vera e propria non poté iniziare durante la guerra, per ragioni ovvie: i materiali mancavano, le condizioni erano impossibili, la priorità era sopravvivere. Fu solo nel 1947-48, a guerra finita e con la lenta ripresa dell’economia olandese, che la Vena cominciò a produrre fotocamere. La prima fu la Venaret: una fotocamera di medie dimensioni progettata da F. Kochmann, ex costruttore della Reflex-Korelle tedesca che si era nel frattempo trasferito nei Paesi Bassi. Il nome del progettista era esso stesso una garanzia di competenza, come recitava il manuale d’istruzione della fotocamera: “La sua lunga esperienza nel campo della costruzione di fotocamere è già una garanzia per la buona salute del neonato”.

Nel 1949 la Vena produsse due semplici fotocamere a scatola — la Vena Box e la Sport Box — destinate al mercato amatoriale di massa, e si stimò che l’azienda produsse complessivamente tra i ventimila e i trentamila esemplari prima di dover chiudere i battenti per fallimento nel 1951. La brevità della storia Vena — undici anni di esistenza, meno di quattro anni di produzione effettiva, un catalogo di sole poche fotocamere — non ne sminuisce il significato storico: è la testimonianza di come, nell’immediato dopoguerra olandese, ci fosse la volontà di costruire un’industria fotografica nazionale, di non dipendere esclusivamente dai produttori stranieri, di riaffermare attraverso la manifattura un’identità industriale e culturale che l’occupazione aveva cercato di cancellare.

La Vena non fu l’unica iniziativa fotografica olandese del dopoguerra: i Paesi Bassi ospitavano una ventina di costruttori di fotocamere, tra cui la Old Delft Company per le ottiche e la Cambo per le fotocamere a banco ottico professionale — quest’ultima ancora attiva e riconosciuta internazionalmente come produttrice di fotocamere di grande formato di alta qualità.

Il dopoguerra: Cas Oorthuys e la fotografia documentaria olandese

Nel dopoguerra, la fotografia olandese trovò la propria voce più autentica nella documentazione: della ricostruzione del paese, della trasformazione sociale, del volto mutato di una nazione che stava cercando di elaborare il trauma dell’occupazione e di costruire una società più giusta.

Cas Oorthuys fu il fotografo di documentazione più importante dei Paesi Bassi nel dopoguerra, autore di ritratti di un paese in ricostruzione che univano la precisione visiva della tradizione pittorialista con una sensibilità umanistica attenta alle dimensioni concrete della vita quotidiana. Le sue fotografie di Amsterdam, dei cantieri navali, dei lavoratori, dei bambini nelle strade, delle famiglie nelle case appena ricostruite costruirono un archivio visivo della rinascita olandese che ha valore storico e fotografico insieme. La sua collaborazione con le maggiori riviste illustrate olandesi e internazionali portò la fotografia documentaria dei Paesi Bassi in circuiti di distribuzione ampi, contribuendo a costruire quella reputazione di serietà e di qualità che la fotografia olandese mantiene ancora oggi.

Emmy Andriesse documentò i mesi della fame del 1944-45 ad Amsterdam con immagini di straordinaria intensità, che mostravano i volti degli affamati, le code ai rubinetti dell’acqua, le strade vuote di una città sull’orlo del collasso. Le sue fotografie dell’occupazione — scattate con enorme rischio personale — sono tra i documenti fotografici più importanti della Seconda guerra mondiale in Europa occidentale, testimonianze dirette di una catastrofe umanitaria che la storia ufficiale ha spesso trattato con distanza statistica ma che le fotografie di Andriesse mostrano nella sua dimensione individuale e irreducibilmente umana.

Ed van der Elsken: la strada come teatro del desiderio

Ed van der Elsken occupa nella fotografia olandese un posto del tutto particolare: è il fotografo che porta nei Paesi Bassi la lezione della street photography internazionale — da Cartier-Bresson a Robert Frank — e la rielabora con una vitalità e una libertà formale che non hanno equivalenti nella tradizione fotografica del paese. Il suo libro “Een liefdesgeschiedenis in Saint Germain des Prés” del 1956 — pubblicato in italiano come “Amore a Saint Germain des Prés” — è uno dei libri fotografici più importanti del dopoguerra europeo: una storia d’amore narrata attraverso fotografie scattate nei bistrot e nelle strade di Parigi, con un ritmo narrativo che anticipa il romanzo fotografico e una fisicità visiva che non ha timori estetici.

Van der Elsken fotografò con uguale intensità Tokyo, Hong Kong, Amsterdam, il Messico, costruendo nel corso di trent’anni un archivio di immagini che celebra la vita — nella sua dimensione di eros, di festa, di eccesso, di malinconia — con una generosità e una partecipazione che lo distinguono nettamente dalla fredda osservazione di molti contemporanei. La sua fotografia non è mai distaccata: è sempre dentro il soggetto, fisicamente vicina, emotivamente coinvolta. È una fotografia che rischia il sentimentalismo e che sfugge al sentimentalismo grazie alla forza delle sue immagini e alla sicurezza del suo sguardo formale.

Il Nederlands Fotomuseum e la memoria nazionale

I Paesi Bassi hanno costruito attorno alla fotografia istituzioni di rilievo internazionale che riflettono la serietà con cui il paese considera il proprio patrimonio visivo. Il Nederlands Fotomuseum di Rotterdam — fondato nel 2003 come risultato della fusione tra diverse collezioni fotografiche preesistenti — conserva oltre zecento milioni di fotografie e oggetti fotografici, costituendo uno degli archivi fotografici più grandi d’Europa.

La Gallery of Honour of Dutch Photography, inaugurata nel gennaio 2021, ospita in modo permanente cento fotografie selezionate come le più rappresentative e iconiche della storia della fotografia olandese, dai dagherrotipi del 1841 fino all’era digitale. La scelta delle cento immagini — operata attraverso un processo di consultazione che ha coinvolto esperti, storici e il pubblico — ha reso visibile la struttura della memoria fotografica olandese: le fotografie dell’occupazione accanto a quelle della ricostruzione, i paesaggi pittorialisti accanto alle composizioni moderniste di Zwart, i reportage di Oorthuys accanto alla street photography di van der Elsken.

A questi si affiancano il Foam Museum di Amsterdam — spazio espositivo dedicato alla fotografia contemporanea, con un programma di mostre di respiro internazionale che ha fatto di Amsterdam una delle capitali europee della fotografia — e la Fotodienst, il servizio fotografico del principale quotidiano olandese, che conserva un archivio di immagini giornalistiche di straordinario valore storico.

Rineke Dijkstra e la fotografia olandese nel mondo contemporaneo

Se c’è un nome che rappresenta la fotografia olandese sulla scena internazionale contemporanea, quello è Rineke Dijkstra — nata a Sittard nel 1959, riconosciuta come una delle fotografe più importanti della sua generazione. I suoi ritratti frontali di adolescenti sulle spiagge europee e americane — figure vulnerabili e dignitose al tempo stesso, fotografate con una luce piatta che non concede ombre né drammatismi, con una distanza rispettosa che è al tempo stesso vicinanza emotiva — portano nella fotografia contemporanea quella stessa capacità di vedere il reale con precisione non fredda che era al centro della grande pittura olandese del Seicento.

In Dijkstra, come in altri fotografi olandesi della sua generazione, si ritrova quella continuità profonda con la tradizione visiva nazionale che percorre tutta la storia della fotografia dei Paesi Bassi: non come ripetizione nostalgica ma come riattivazione consapevole, come capacità di usare il passato per fare fotografia del presente. La luce di Vermeer non è nella fotografia di Dijkstra come citazione colta: è nella fotografia di Dijkstra come struttura profonda dello sguardo, come modo di vedere che il territorio, la cultura e la tradizione hanno sedimentato in generazioni di occhi olandesi abituati a quella luce particolare, bassa, laterale, che non abbaglia ma rivela.

La Vena di Amsterdam, con la sua storia breve e significativa, appartiene a questo stesso paesaggio: il tentativo di costruire strumenti per vedere, in un paese che aveva fatto della visione la propria forma di sapere più alta. Che quei strumenti abbiano avuto vita brevissima non ne cancella il significato: testimoniavano, nell’immediato dopoguerra, la volontà di un paese di riprendersi il diritto di produrre immagini, di non dipendere dagli strumenti altrui per guardare il proprio mondo.

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