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La fotografia svizzera, dalla precisione degli strumenti alla neutralità come sguardo

Vi sono paesi in cui la fotografia sembra quasi un’invenzione naturale del territorio: paesi di luce drammatica, di contrasti violenti, di paesaggi che gridano di essere fissati. La Svizzera, con la sua luce alpina chiara e tagliente, con i suoi ghiacciai e i suoi laghi e i suoi panorami che sembrano costruiti apposta per essere fotografati, potrebbe sembrare uno di questi paesi. Eppure la fotografia svizzera non è, in primo luogo, fotografia di paesaggio: è, almeno nelle sue espressioni più originali e più significative, qualcosa di molto più complesso, che riflette la natura peculiare di un paese che è al tempo stesso uno spazio fisico straordinario, un crocevia culturale tra tradizioni linguistiche diverse e una posizione geopolitica di neutralità che ha fatto della Svizzera, in certi momenti storici decisivi, un laboratorio di modernità per tutta l’Europa.

La storia della fotografia svizzera è intrecciata con la storia più ampia della cultura europea in modi che si rivelano solo a uno sguardo attento. Zurigo fu il luogo in cui nacque il Dada nel 1916, nel pieno della Prima guerra mondiale, e il Dada fu, tra le altre cose, una riflessione radicale sull’immagine, sulla rappresentazione, sulla possibilità stessa di fare arte in un mondo che si stava distruggendo. La Svizzera ospitò nei decenni drammatici del Novecento una quantità straordinaria di intellettuali, artisti e fotografi in fuga dai regimi totalitari europei, trasformandosi in un luogo di transito e di rifugio in cui le idee si mescolavano e si moltiplicavano. E la Svizzera produsse, nella propria tradizione manifatturiera di precisione meccanica e ottica, strumenti fotografici, obiettivi, fotocamere, accessori, di qualità eccellente, la cui storia è strettamente legata a quella dell’industria relojera e dello strumentarismo scientifico che sono tra i contributi più originali del paese alla modernità tecnologica.

Il filo che unisce tutto questo, la fotografia d’arte e l’industria ottica, il paesaggio alpino e l’avanguardia dadaista, la neutralità geopolitica e la precisione degli strumenti, è quella che si potrebbe chiamare la qualità svizzera del fare: l’attenzione al dettaglio, la cura per la forma, il rifiuto della sciatteria tecnica come forma di rispetto verso il mezzo e verso il soggetto. Una qualità che si trova tanto negli obiettivi della Kern & Company di Aarau quanto nelle fotografie di Werner Bischof, tanto nei paesaggi di apertura dell’Ottocento quanto nelle più sperimentali fotografie concettuali di oggi.

I pionieri: Johann Baptist Isenring e i primi anni della fotografia svizzera

La fotografia arrivò in Svizzera quasi contemporaneamente alla sua proclamazione parigina del 1839. Il primo acquirente svizzero di un apparecchio fotografico fu Johann Baptist Isenring di San Gallo, che ordinò direttamente a Daguerre un dagherrotipo già nello stesso anno dell’annuncio ufficiale dell’invenzione: un fatto che dice molto della vivacità culturale e dell’apertura verso le novità tecnologiche della borghesia svizzera dell’epoca. Isenring era pittore di formazione e adottò la nuova tecnica con la naturalezza di chi vede in essa un prolungamento delle proprie possibilità espressive piuttosto che una minaccia alla propria professione.

Prima ancora della diffusione pubblica della dagherrotipia, il professore bernese Andreas-Friedrich Gerber aveva già fissato immagini nella camera oscura nel 1836, anticipando l’invenzione ufficiale con esperimenti autonomi che mostrano come l’impulso verso la fissazione fotografica dell’immagine fosse nell’aria in tutta Europa negli anni Trenta dell’Ottocento. Gerber era professore di medicina veterinaria, un dato che illumina bene il contesto culturale in cui la fotografia nasceva in Svizzera: non nell’ambiente degli artisti o degli intellettuali bohémien, ma in quello degli scienziati e dei professionisti che vedevano nel nuovo mezzo uno strumento di conoscenza prima ancora che di espressione.

In Ticino, la regione di lingua italiana della Svizzera, in contatto diretto con la cultura fotografica lombarda e italiana, i primi fotografi aprirono studi già nei primissimi anni Quaranta: Antonio Rossi aprì nel 1841 a Locarno un gabinetto fotografico per dagherrotipi, e Angelo Monotti fu autore delle prime vedute panoramiche ticinesi. A Lugano, Grato Brunel e il fratello gemello Ludovico aprirono nel 1862 il primo “salone” di fotografia della città, avviando una tradizione di fotografia professionale che avrebbe caratterizzato la città lacustre per decenni. La particolarità del Ticino, frontiera linguistica e culturale tra la Svizzera alemanna e l’Italia, si rifletteva in una fotografia che mescolava gli stili pittorialisti italiani con la precisione tecnica tipicamente svizzera.

Nella Svizzera tedesca, la diffusione della fotografia fu altrettanto rapida. Nel giro di pochi anni dai primi esperimenti, nei principali centri svizzeri si aprirono studi fotografici che soppiantarono i fotografi itineranti; nel 1889 erano già attivi oltre duecento atelier che occupavano complessivamente circa seicento impiegati. Questo dato dice di un mercato fotografico già maturo e strutturato, in un paese di meno di tre milioni di abitanti: una densità di offerta fotografica che riflette la ricchezza relativa della borghesia svizzera e la sua domanda di immagini di ritratto e di documentazione.

Il paesaggio alpino e la sua trasformazione in icona fotografica

Nessun paese al mondo ha un rapporto così stretto tra identità nazionale e paesaggio come la Svizzera, e nessun paesaggio al mondo è stato fotografato con tanta continuità e tanta intensità quanto quello alpino svizzero. Le Alpi erano già prima della fotografia un luogo di pellegrinaggio estetico per artisti e viaggiatori europei, il Romanticismo aveva trasformato la montagna da spazio ostile in spazio sublime, teatro di elevazione spirituale e di confronto con l’infinito, e la fotografia si inserì in questa tradizione con una naturalezza che rese il paesaggio alpino il soggetto più ovvio e più ambizioso per i fotografi svizzeri dell’Ottocento.

La fotografia di alta montagna presentava difficoltà tecniche enormi: i pesi degli apparecchi e dei materiali chimici, le temperature estreme, la luce intensa e difficile da controllare, l’accessibilità limitata dei siti più spettacolari rendevano ogni scatto una piccola impresa logistica oltre che artistica. I fotografi che si dedicavano alla montagna erano necessariamente alpinisti capaci, persone che combinavano la competenza tecnica fotografica con la resistenza fisica e la conoscenza del territorio. Questa doppia competenza produsse fotografie di qualità eccezionale, in cui la padronanza del mezzo si fondeva con la conoscenza intima del soggetto.

La Photoglob di Zurigo, fondata nel 1889 come produttrice di carte postali illustrate, divenne uno degli attori più importanti nella diffusione delle immagini del paesaggio svizzero nel mondo. Le sue fotografie a colori (prodotte con la tecnica del fotocromo, un processo di stampa litografica che applicava i colori ai negativi in bianco e nero) mostravano la Svizzera come luogo di bellezza quasi irreale: ghiacciai azzurri, laghi cristallini, villaggi dai tetti spioventi incastonati tra montagne innevate. Queste immagini costruirono nella mente di milioni di europei e americani un’idea della Svizzera che era al tempo stesso documentazione e invenzione, realtà e proiezione di desiderio.

Ma il paesaggio alpino non era soltanto un soggetto pittoresco per il turismo fotografico: era anche, per i fotografi più seri, un campo di sperimentazione formale di grande interesse. La luce alpina, rarefatta, chiara, con ombre nette e alte luci luminosissime, poneva al fotografo problemi di esposizione e di resa tonale che richiedevano una padronanza tecnica eccellente. I migliori fotografi svizzeri dell’Ottocento svilupparono in risposta a queste sfide una sensibilità tonale raffinata che si manifesta nella qualità delle stampe e nella gestione precisa della luminosità, caratteristiche che si ritrovano poi, come tratto stilistico riconoscibile, nella fotografia svizzera del Novecento più maturo.

Kern & Company: dalla geodesia all’obiettivo cinematografico

Ad Aarau, nel cantone di Argovia, nel 1819 Jakob Kern, strumentaio di formazione, cresciuto nella tradizione artigianale svizzera della meccanica di precisione, fondò l’officina che sarebbe diventata, nel corso di quasi due secoli di storia, una delle case produttrici di ottiche più importanti d’Europa. La Kern & Company non nacque come azienda fotografica: nacque come produttrice di strumenti di disegno tecnico e di geodesia, e fu la logica evolutiva delle competenze acquisite in questi settori a portarla progressivamente verso la fotografia.

La geodesia, la scienza della misurazione e della rappresentazione della superficie terrestre, richiede strumenti ottici di precisione assoluta: teodoliti, livelli, distanzimetri. La qualità ottica necessaria per questi strumenti è comparabile a quella richiesta dalla fotografia di alta qualità, e le competenze artigianali e ingegneristiche che si sviluppano nella produzione di strumenti geodetici si trasferiscono naturalmente verso la produzione di obiettivi fotografici. Kern seguì questa traiettoria con continuità: dalla meccanica di precisione alla geodesia, dalla geodesia all’ottica, dall’ottica agli obiettivi fotografici e cinematografici.

Kern & Company
Kern & Company

Il punto di svolta che portò Kern verso la produzione ottica propria fu la Prima guerra mondiale. Fino al 1914, l’azienda si riforniva di lenti e prismi interamente dall’estero, principalmente dalla Germania e dall’Austria, che dominavano la produzione ottica europea. Il blocco delle forniture durante il conflitto rese questa dipendenza insostenibile e spinse Kern a costruire una propria capacità di produzione ottica. Tra il 1914 e il 1918, il responsabile tecnico Zschokke, che tra il 1914 e il 1919 diresse anche la “Sendlinger Optical Glassworks” del bavarese Rudolf Steinheil, sviluppò le prime lenti Kern, ponendo le fondamenta di una tradizione di progettazione ottica che sarebbe durata per settant’anni.

Dal 1923, parallelamente alla produzione di ottiche per strumenti scientifici, Kern cominciò a costruire fotocamere proprie: il primo modello fu la Bijou, una fotocamera a lastre di qualità meccanica eccellente che rifletteva le competenze artigianali dell’azienda. Seguirono fotocamere per pellicola in rullo e una fotocamera stereo per il formato 35mm. La produzione di fotocamere rimase tuttavia un’attività secondaria rispetto a quella degli obiettivi: la qualità costruttiva richiesta per soddisfare gli standard Kern rendeva le fotocamere troppo costose per competere con i grandi produttori tedeschi e svizzeri dello stesso periodo, e l’azienda concentrò progressivamente le proprie energie sull’ottica.

La vera svolta commerciale di Kern arrivò nel dopoguerra, attraverso una collaborazione che avrebbe trasformato l’azienda di Aarau in un nome riconosciuto nei circoli dei cineasti professionisti di tutto il mondo. La Paillard di Sainte-Croix nel cantone di Vaud produceva le macchine da presa Bolex, diventate negli anni Quaranta e Cinquanta lo standard di riferimento per il cinema amatoriale e semiprofessionale di qualità. Paillard aveva bisogno di ottiche di altissima qualità per equipaggiare le proprie Bolex, e si rivolse a Kern: la collaborazione tra le due aziende, formalizzata nel 1946 con la fondazione congiunta della società Yvar a Ginevra per la produzione di obiettivi cinematografici, produsse alcune delle ottiche più apprezzate della storia del cinema indipendente.

Gli obiettivi Kern per Bolex, gli Switar, di alto luminosità e qualità ottica eccellente, gli Yvar e i Pizar per le fasce di prezzo più accessibili, i Vario-Switar per i sistemi zoom, divennero strumenti professionali di riferimento. Il Switar 5.5mm f/1.8, progettato dall’ottico Hans Schlumpf secondo uno schema di otto elementi in quattro gruppi, e il leggendario 13mm f/0.9, anch’esso di Schlumpf con dieci elementi in cinque gruppi, sono tra gli obiettivi cinematografici più cercati dai collezionisti e dai cineasti contemporanei che sfruttano gli adattatori moderni. Kern fornì ottiche anche per la fotocamera Alpa, prodotta a Ginevra dalla Pignons SA e considerata una delle reflex 35mm di maggiore qualità costruttiva mai realizzate, e per la Compass, la fotocamera ultra-compatta di lusso prodotta dalla LeCoultre & Cie, lo stesso fabbricante che produceva orologi Jaeger-LeCoultre.

Dopo la Seconda guerra mondiale, Kern si riorganizzò in quattro divisioni operative: geodesia, fotogrammetria, ottica fotografica e cinematografica, strumenti militari. Questa diversificazione le permise di attraversare i decenni senza eccessiva dipendenza da un singolo mercato, ma la crescente concorrenza dei produttori giapponesi, prima Nikon e Canon, poi Fujinon e Tokina, erose progressivamente il mercato delle ottiche di alta qualità. Nel 1991, dopo centosettantadue anni di attività continua, la Kern & Company chiuse i propri stabilimenti di Aarau, lasciando un catalogo di ottiche e una reputazione tecnica che sopravvivono ancora oggi nel mercato dei collezionisti.

Zurigo, il Dada e la fotografia come decostruzione

Il 5 febbraio 1916, in un locale di Zurigo, il Cabaret Voltaire della Spiegelgasse, Hugo Ball, Emmy Hennings, Tristan Tzara, Jean Arp e un gruppo di artisti internazionali rifugiati nella Svizzera neutrale fondarono il Dada, il movimento artistico più radicalmente iconoclasta della storia della modernità. La Svizzera non era il luogo d’origine di nessuno di loro, erano tedeschi, rumeni, francesi, alsaziani, ma era il luogo che la guerra aveva reso possibile: l’unico spazio in Europa in cui artisti di diverse nazionalità nemiche potevano incontrarsi senza essere nemici.

Il Dada non fu un movimento fotografico in senso stretto, ma il suo impatto sulla fotografia fu enorme e immediato. Il fotomontaggio Dada, l’assemblaggio di frammenti fotografici in composizioni che decostruivano la logica narrativa e la coerenza spaziale delle immagini tradizionali, divenne uno degli strumenti estetici più potenti e più influenti del Novecento, usato da Hannah Höch, John Heartfield e Raoul Hausmann per produrre immagini di critica politica e di sperimentazione formale che anticipavano di decenni certe pratiche dell’arte concettuale. La Svizzera, pur non avendo prodotto i principali fotomontagisti Dada, fu il luogo in cui questa tradizione nacque e da cui si irradiò verso Berlino, Parigi e il mondo.

Zurigo mantenne nel corso del Novecento il ruolo di crocevia culturale che le era stato consegnato dalla neutralità durante la Prima guerra mondiale. Nella Seconda guerra mondiale, quando ancora una volta la Svizzera rimase neutrale mentre l’Europa bruciava, Zurigo divenne nuovamente rifugio per artisti e intellettuali in fuga: la città che aveva ospitato il Dada accolse ora pittori, scrittori e fotografi che portavano con sé le esperienze delle avanguardie europee e le reimpiantavano in un contesto protetto. Questa funzione di contenitore di culture altrimenti minacciate diede alla scena artistica svizzera una complessità e una ricchezza che non avrebbe avuto se fosse stata il prodotto esclusivo della cultura locale.

Werner Bischof e il fotogiornalismo svizzero del dopoguerra

Werner Bischof, nato a Zurigo nel 1916, è il fotografo svizzero più riconosciuto internazionalmente, e uno dei grandi del fotogiornalismo europeo del dopoguerra. Formatosi alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, dove studiò con Hans Finsler, uno dei pionieri della fotografia applicata al design industriale, Bischof sviluppò negli anni Trenta e Quaranta un linguaggio fotografico di grande eleganza formale, influenzato dalla Neue Sachlichkeit tedesca nella sua attenzione alla struttura visiva e alla qualità della luce.

Il passaggio dalla fotografia di studio al reportage internazionale avvenne gradualmente, attraverso i servizi per la rivista svizzera Du che lo portarono a documentare le devastazioni dell’Europa postbellica. Le fotografie della Germania e dell’Italia del 1945-46, dei rifugiati, delle città in macerie, dei paesaggi umani distrutti dalla guerra, mostrano già la caratteristica fondamentale del linguaggio di Bischof: la capacità di trovare nel disordine e nel trauma una forma visiva di precisione quasi geometrica, che non estetizza la sofferenza ma la rende comprensibile nella sua piena dimensione umana.

Membro della Magnum dal 1949, chiamato da Capa, che ne riconobbe immediatamente il talento, Bischof viaggiò per l’Asia, le Americhe e l’Europa con quella curiosità insaziabile e quella disciplina formale che erano le cifre del suo stile. Le sue fotografie del Giappone del 1951, la documentazione della carestia in India nello stesso anno, i reportage dall’America Latina: ogni servizio mostrava la stessa capacità di trasformare la realtà documentaria in forma fotografica senza mai tradire né l’una né l’altra. Morì nel 1954 in Perù, in un incidente automobilistico sulle Ande, due settimane prima di Capa: due morti ravvicinate che privarono la fotografia mondiale di due dei suoi migliori interpreti nel momento della maturità.

La Fotostiftung Schweiz e la costruzione di una memoria fotografica nazionale

La Svizzera ha investito in modo consistente nella conservazione e nella valorizzazione del proprio patrimonio fotografico attraverso istituzioni di alto livello che non hanno molti equivalenti in paesi di dimensioni comparabili. La Fotostiftung Schweiz, la Fondazione fotografica svizzera, con sede a Winterthur, è la più antica fondazione svizzera dedicata esclusivamente alla fotografia, con una collezione di fotografie originali che copre tutta la storia della fotografia svizzera.

Fondata nel 1971, la Fotostiftung opera in stretta collaborazione con il Fotomuseum Winterthur, uno dei musei della fotografia più autorevoli d’Europa, il cui programma espositivo alterna grandi retrospettive storiche con mostre di fotografia contemporanea di primo piano. La concentrazione di queste due istituzioni a Winterthur, città industriale della Svizzera tedesca, non tradizionalmente considerata un centro culturale di primo piano, dice qualcosa di tipicamente svizzero: le grandi istituzioni culturali non si concentrano necessariamente nella capitale o nella città più grande, ma trovano la propria sede dove le condizioni locali, finanziamenti privati, interesse delle autorità cantonali, presenza di collezioni rilevanti, lo permettono.

La mostra “Dal vero. Fotografia svizzera del XIX secolo”, presentata al MASI di Lugano nel 2022 e alla Fotostiftung, fu la prima panoramica esaustiva dedicata ai primissimi cinquant’anni di fotografia svizzera: oltre quattrocento opere fotografiche dal 1839 agli anni Novanta dell’Ottocento, provenienti da oltre sessanta collezioni pubbliche e private. La mostra mostrava, attraverso le differenze tra le diverse regioni linguistiche del paese, Svizzera tedesca, Svizzera romanda, Ticino, la varietà interna di una tradizione fotografica che non si lascia ridurre a un unico stile o a un’unica sensibilità.

La fotografia svizzera contemporanea: precisione, concetto, intimità

La fotografia svizzera contemporanea è, come la cultura svizzera in senso più ampio, difficile da caratterizzare con un unico attributo. Il paese che ha prodotto Werner Bischof e Hans Finsler, la Kern & Company e la Fotostiftung, il Dada di Zurigo e il paesaggio alpino della Photoglob, produce oggi fotografi capaci di muoversi tra registri molto diversi con una sicurezza tecnica e una consapevolezza concettuale che riflettono la qualità delle istituzioni formative e la ricchezza delle tradizioni su cui si appoggiano.

Tra i nomi più rilevanti della fotografia svizzera degli ultimi decenni, Balthasar Burkhard costruì un’opera monumentale fatta di grandi stampe in bianco e nero di paesaggi, corpi e città che coniugavano la tradizione della precisione visiva svizzera con un’ambizione concettuale di respiro internazionale. Christian Lutz documentò con sguardo critico gli ambienti del potere, la politica, la finanza, la religione organizzata, con una freddezza e una sistematicità che sono esse stesse un commento formale sul modo in cui il potere si mette in scena. Annelies Štrba costruisce nel corso di trent’anni un archivio intimo della propria famiglia che è al tempo stesso diario fotografico e riflessione sulla permanenza e sulla perdita.

Questa varietà non è dispersione: è la caratteristica normale di una fotografia nazionale matura, che ha elaborato le proprie tradizioni abbastanza a lungo da potersene liberare, che ha istituzioni sufficientemente solide da non aver bisogno di scuole dominanti, che può permettersi il lusso della molteplicità perché sa dove le proprie radici affondano. La Kern & Company di Aarau appartiene a queste radici non meno di Werner Bischof o della luce alpina: l’ottica di precisione come condizione tecnica della visione fotografica, la manifattura di qualità come forma di rispetto verso il mezzo, la cura artigianale come fondamento di ogni libertà espressiva.

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