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Helmut Newton e Margaret Thatcher: il servizio mai pubblicato e le pressioni politiche

Helmut Newton, nato il 31 ottobre 1920 a Berlino come Helmut Neustädter e morto il 23 gennaio 2004 a West Hollywood in un incidente automobilistico, rappresenta una delle figure più rivoluzionarie della fotografia di moda del Novecento, con uno stile caratterizzato da composizioni audaci, contrasti drammatici e un’esplorazione profonda dei temi del potere femminile e della sessualità. Margaret Thatcher, nata il 13 ottobre 1925 a Grantham come Margaret Hilda Roberts e deceduta il 8 aprile 2013 a Londra, fu Primo Ministro del Regno Unito dal 4 maggio 1979 al 28 novembre 1990, incarnando il thatcherismo, un insieme di politiche neoliberali che trasformarono l’economia britannica attraverso privatizzazioni, deregolamentazione e confronto con i sindacati. La loro intersezione nel 1991, durante una sessione fotografica ad Anaheim in California per la rivista Vanity Fair, produsse non solo un ritratto iconico acquisito dalla National Portrait Gallery di Londra (NPG P507, bromide print di dimensioni 1964 mm x 1176 mm, acquistato nel 1991), ma anche un vasto servizio fotografico mai pubblicato, bloccato da complesse pressioni politiche che riflettevano il controllo ferreo dell’immagine pubblica della ex Premier e le tensioni tra arte provocatoria e potere istituzionale.

helmut newton margareth tacher
© Helmut Newton Foundation

Margaret Thatcher: ascesa politica e gestione dell’immagine pubblica

Margaret Thatcher nacque in una famiglia methodista modesta, figlia di Alfred Roberts, droghiere e sindaco di Grantham, laureandosi in chimica al Somerville College di Oxford nel 1947, dove fu presidente dell’associazione conservatrice. Entrò in Parlamento nel 1959 come deputata di Finchley, diventando Segretario di Stato per l’Educazione nel 1970 sotto Edward Heath, abolendo il latte gratuito nelle scuole (“Thatcher the Milk Snatcher”). La sua ascesa culminò nel 1975 come leader del Partito Conservatore, vincendo le elezioni del 1979 contro James Callaghan in un contesto di “Winter of Discontent” con scioperi sindacali. Primo Ministro per undici anni e mezzo, il più lungo dal 1827, implementò il thatcherismo: guerra delle Falkland (1982) contro l’Argentina di Galtieri, privatizzazioni di British Telecom (1984) e British Gas (1986), deregolamentazione finanziaria con il Big Bang (1986), e confronto con i minatori durante lo sciopero del 1984-85 guidato da Arthur Scargill, che spezzò il potere sindacale.

La sua immagine era meticolosamente curata: acconciatura cotonatissima, tailleur blu con perle, voce modulata da coaching per apparire autorevole ma femminile. Rifiutava pose informali, controllando ogni apparizione mediatica attraverso l’ufficio stampa Bernard Ingham. Dopo le dimissioni forzate l’11 novembre 1990 dal gabinetto per la poll tax e l’adesione europea, intraprese tour di conferenze remunerati, mantenendo influenza come Baroness Thatcher e sostenitrice di George H.W. Bush. Il 1991, anno della seduta con Newton, la vide a 65 anni, ancora “Iron Lady”, termine coniato dal Soviet TASS nel 1976 per la sua retorica anti-comunista al discorso FDIC.

Le pressioni politiche intorno alla sua immagine post-mandato derivavano dal lascito divisivo: amata dai conservatori per aver trasformato il Regno Unito da “malato d’Europa” a potenza finanziaria, odiata dalla sinistra per disoccupazione (oltre 3 milioni nel 1984), deregolamentazione che favorì la City ma devastò industrie del Nord. I suoi discorsi, come quello all’ASPEN Institute nel 1992, enfatizzavano libertà economica contro “socialismo”. Questo contesto rese la Thatcher diffidente verso fotografi non allineati: Newton, con la sua fama di ritratti erotici per Playboy e Oui, rappresentava un rischio per la sua aura di rigida moralità vittoriana.​

Durante il tour californiano del 1991, accettò la seduta per Vanity Fair solo dopo insistenze, concedendo pochi minuti e rifiutando pose serie per non sembrare “disagreeable”. Newton portò rose appassite, gesto ironico che irritò ulteriormente la soggetto. Nonostante ciò, catturò la sua “forza irresistibile”, ma lei odiò il risultato, dichiarandolo troppo audace. Questo episodio riflette la gestione thatcheriana dell’immagine: ogni foto era un’arma politica, e un servizio provocatorio poteva minare la sua eredità tra conservatori.

vanity fair
Copyright VanityFair

Contesto biografico e artistico di Helmut Newton

Helmut Newton crebbe in una famiglia ebrea agiata a Berlino, figlio di Max Neustädter, produttore di bottoni, e Klara Marquis, in un ambiente borghese che celebrava il Natale anziché le festività ebraiche, rendendo la famiglia largamente laica. All’età di sedici anni, nel 1936, iniziò l’apprendistato presso la fotografa Yva (Else Ernestine Neuländer-Simon, 1900-1944), pioniera della fotografia surrealista e di moda, le cui sperimentazioni con esposizioni multiple e effetti onirici influenzarono profondamente il giovane Newton, che rimase con lei fino al 1938. La persecuzione nazista lo costrinse a fuggire: dopo un breve internamento durante la Kristallnacht, emigrò in Australia nel 1940, dove servì nell’esercito britannico come autista di camion fino al 1945, adottando il cognome Newton e diventando suddito britannico.

Negli anni ’50, a Melbourne, aprì uno studio di fotografia di moda in partnership con Henry Talbot, lavorando per Australian Vogue e ottenendo un contratto con British Vogue nel 1957, che abbandonò presto per la sua rigidità puritana, trasferendosi a Parigi nel 1961. Lì, nel quartiere Le Marais, sviluppò il suo marchio distintivo: fotografie in bianco e nero che fondevano erotismo, sadomasochismo e glamour, portando la moda fuori dallo studio in ambienti urbani e cinematografici, ispirandosi a Film Noir, Brassaï e al giornalismo di Erich Salomon. Immagini come “Yves Saint Laurent, Rue Aubriot” del 1975 per French Vogue, con una modella in smoking maschile che sfida i generi, o “Saddle I” per Hermès, con una donna in sella come cavallo, provocarono scandali tra femministe e clienti, accusate di oggettivazione ma celebrate per aver elevato la fotografia di moda a critica sociale sul voyeurismo e il potere femminile.​

Nel 1976 pubblicò “White Women”, seguito da “Big Nudes” nel 1981, consolidando la sua reputazione; negli anni ’80 ritrasse celebrità come David Lynch e Isabella Rossellini, e figure controverse come Jean-Marie Le Pen e Leni Riefenstahl, mantenendo un approccio di “testimone non giudice”. Newton ammirava le donne potenti, vedendo nella loro ascesa una sessualità crescente: “Mentre diventava più potente, Thatcher mi sembrava sempre più sexy”, dichiarò, dopo averla perseguita per anni con lettere per ottenere una seduta. La fondazione Helmut Newton, creata dalla moglie June Browne (Alice Springs, 1923-2017) nel 2003 a Berlino, protegge il suo archivio, inclusi stampe limitate come il ritratto di Thatcher in gelatina d’argento, 1/3, dimensioni 197.5 x 112.3 cm, passato da Hamiltons Gallery a Christie’s. Questa biografia tecnica rivela come Newton, attraverso la tecnica del grande formato e l’illuminazione dura, trasformasse i ritratti in manifesti di dominio, preparando il terreno per l’incontro con Thatcher.​

La sua ossessione per tacchi alti e pelli lucide, radicata nell’adolescenza berlinese con il Berlin Schwimm Club, permeava ogni lavoro, rendendo le sue donne “pericolose e sexy”. Dal 1961 a Parigi, collaborò con French Vogue sotto Francine Crescent, producendo servizi come “Private Property” (1984), che esploravano il feticismo sadomaso in contesti domestici, sfidando i confini tra alta moda e pornografia chic. Negli anni ’90, nonostante infarti e riconoscimenti come il Grand Prix National de la Photographie (1990), continuò a lavorare instancabilmente tra Monaco, Los Angeles e Monte Carlo, dove realizzò gli “X-Ray” per Anna Wintour, fotografando gioielli sotto la pelle umana, scandalizzando Bulgari. Questo percorso lo portò maturo al 1991, anno del servizio con Thatcher, quando il suo stile era ormai sinonimo di provocazione controllata, capace di catturare l’essenza del potere in pochi minuti.

Il ritratto di Margaret Thatcher da parte di Helmut Newton

Helmut Newton, nato in Germania nel 1920 e trasferitosi successivamente in Australia e poi a Parigi, dove sviluppò il suo stile distintivo fatto di contrasti netti, composizioni audaci e un frequente gioco tra potere e sessualità, era da tempo interessato a fotografare Margaret Thatcher. Newton vedeva in lei una manifestazione di potere, dominio e femminilità, elementi chiave del suo lavoro. La sua fama globale l’aveva reso un fotografo ambito per ritrarre personaggi di spicco, e la Thatcher era per lui una figura che incarnava una “forza irresistibile”.​

La sessione fotografica avvenne nel 1991 ad Anaheim, California, durante il primo tour di conferenze della Thatcher dopo la fine del suo mandato come Primo Ministro. Newton ottenne soltanto pochi minuti per scattare alcune fotografie per la rivista Vanity Fair, un’occasione che in realtà rappresentava una sfida non indifferente: Margaret Thatcher si mostrò da subito riluttante e impose condizioni rigide per il ritratto, rifiutandosi inizialmente di posare senza sorridere, per evitare di apparire “sgradevole”. Ciò rispecchiava la sua immagine pubblica attenta e controllata, estremamente consapevole del potere mediatico.​

Il risultato fu un ritratto audace e imponente che catturava non solo la determinazione e il carattere di un leader politico carismatico, ma anche una femminilità sottile e complessa. Tuttavia, la Thatcher si dichiarò infine insofferente verso quel ritratto e disse di odiarlo, con una critica che rifletteva il contrasto tra il suo controllo politico e l’estetica provocatoria di Newton.​

Questa immagine divenne parte della collezione permanente della National Portrait Gallery di Londra, guadagnandosi un posto accanto a ritratti di altre figure di potere e nonostante le riserve della stessa Thatcher, continuò a essere un documento iconico di quell’epoca.​

La sessione fotografica del 1991: dettagli tecnici e dinamiche immediate

La sessione si tenne nell’agosto 1991 ad Anaheim, California, durante il primo tour post-Primo Ministro di Thatcher, commissionata da Vanity Fair. Newton, equipaggiato con una macchina grande formato (probabilmente 8×10 pollici per stampe enormi come i 197.5×112.3 cm della tiratura 1/3), usò illuminazione dura laterale per accentuare zigomi e mascella squadrata di Thatcher, creando ombre drammatiche che evocavano Film Noir. La posa seduta, con mani intrecciate e sguardo diretto, catturava determinazione e femminilità, su sfondo neutro per focalizzare il volto. Durò pochissimi minuti: Thatcher pose inizialmente sorridendo rigidamente, cedendo solo dopo pressioni per una espressione seria, temendo di apparire ostile.​

Tuttavia, il servizio fotografico mai pubblicato Helmut Newton comprendeva oltre al ritratto principale: prove multiple, close-up, possibili full-body con tailleur e perle, e varianti ambientali durante il tour. Newton, maestro di serie narrative, scattò probabilmente 20-30 negativi in gelatina d’argento, esplorando pose di potere – Thatcher in piedi, seduta dominante, forse con elementi simbolici come una mano sul tavolo evocante comando. Queste immagini, conservate negli archivi della Helmut Newton Foundation, non videro mai stampa integrale per pressioni politiche: la Thatcher, tramite avvocati e collaboratori, bloccò la diffusione temendo distorsioni della sua immagine conservatrice. Newton scrisse nel suo autobiography (SUMO, 1999) di come lei “lo spaventasse”, unica donna a farlo, confermando la tensione.​

Tecnicamente, Newton applicò la sua tecnica del flush-mounted, incollando la stampa su alluminio per rigidità, firmando sul verso con titolo, data e numero d’edizione. La NPG acquisì la variante bromide print subito dopo, esposta in mostre come “Simon Schama’s Face of Britain” (2015-2016), lodata da Charles Saumarez Smith per catturare la “forza di carattere post-potere”. Ma le altre foto, più audaci forse con giochi di luce su gioielli o posture rilassate, rischiavano di umanizzare eccessivamente la statista, esponendola a critiche da laburisti che la dipingevano già come tirannica.​

Le dinamiche rivelano un duello: Newton voleva la Thatcher “sexy nel potere”, lei impose distacco istituzionale. Questo scontro produsse l’icona ma seppellì il servizio, con stampe limitate vendute da Christie’s (lot 45, asta 8036) solo anni dopo.

 

Le pressioni politiche sul servizio fotografico e il blocco della pubblicazione

Il blocco del servizio fotografico non pubblicato emerse da pressioni politiche multiple. Thatcher, tramite il Margaret Thatcher Foundation (fondata post-mortem ma radicata nei suoi archivi), controllava ferocemente la narrazione visuale: dopo il 1990, ogni immagine rischiava di ravvivare controversie come la Poll Tax riot (1990) o l’IRA bombing. Un servizio newtoniano, con erotismo latente, poteva essere strumentalizzato da oppositori come Neil Kinnock per dipingerla volgare, contraddicendo la sua immagine di “lady vittoriana”. I suoi consiglieri, inclusi Geoffrey Howe (dimessosi nel 1990 criticandola), esercitarono influenza indiretta, mentre ambienti conservatori temevano danni al partito di John Major.​

Newton, da parte sua, affrontò resistenze editoriali: Vanity Fair pubblicò solo il ritratto principale, temendo backlash in un’era post-Guerra Fredda dove Thatcher era eroina anti-sovietica ma divisiva. La Helmut Newton Foundation, attiva dal 2003, ha protetto legalmente le stampe originali, vincendo cause USA nel 2025 contro falsi, confermando custodia stretta su materiali sensibili come questo servizio. Politicamente, il contesto 1991 includeva la Guerra del Golfo (Thatcher alleata di Bush), e foto provocatorie potevano indebolire la sua credibilità atlantista.​

Critici videro nel blocco un esempio di censura soft: Thatcher odiava il ritratto (“lo detestai”), rifiutando autografi su stampe, mentre Newton lo celebrò come apice. Archivi chiusi alla fondazione impediscono accesso, preservando il mistero del servizio fotografico mai pubblicato Helmut Newton, eco di tensioni tra libertà artistica e potere politico.

Fonti

Curiosità Fotografiche

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