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Aberrazione cromatica, CA laterale vs longitudinale, fringing

Principi fisici dell’aberrazione cromatica in ottica fotografica

L’aberrazione cromatica (comunemente abbreviata CA, dall’inglese *chromatic aberration*) è uno dei difetti ottici più antichi e più studiati nella storia delle lenti, e al tempo stesso uno dei fenomeni che più ha condizionato lo sviluppo delle ottiche fotografiche dal XIX secolo fino ai progettisti degli obiettivi mirrorless contemporanei. Comprendere l’aberrazione cromatica nella fotografia significa comprendere un principio fisico fondamentale: la luce bianca non è un’entità monocromatica, bensì la somma di radiazioni di lunghezze d’onda diverse, ciascuna delle quali si comporta in modo leggermente diverso quando attraversa un mezzo trasparente come il vetro ottico.

Il fenomeno alla base di tutto è la dispersione cromatica: quando un raggio di luce policromatica attraversa una superficie di rifrazione, le diverse componenti spettrali vengono deviate con angoli leggermente diversi, perché l’indice di rifrazione del vetro non è costante per tutte le lunghezze d’onda ma varia in modo sistematico, risultando più alto per le lunghezze d’onda brevi (violetto, blu) e più basso per quelle lunghe (rosso, arancio). Questo principio, noto come dispersione di Cauchy dal matematico e fisico francese Augustin-Louis Cauchy che ne formulò la descrizione quantitativa nel 1836, è la stessa proprietà fisica che trasforma un prisma di vetro in un separatore dello spettro cromatico. Nelle lenti fotografiche, questa dispersione differenziale produce un effetto indesiderato: lunghezze d’onda diverse vengono focalizzate in punti diversi lungo l’asse ottico e su piani diversi del piano focale, rendendo impossibile per una singola lente semplice produrre un’immagine nitida e cromaticamente neutra di un soggetto illuminato da luce bianca.

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Di DrBob at the English Wikipedia, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=84119384

L’entità della dispersione di un vetro ottico è quantificata attraverso il numero di Abbe (o numero V), introdotto da Ernst Abbe nel 1873 come parametro adimensionale che esprime il rapporto tra il potere rifrattivo di un vetro e la sua dispersione cromatica. Un numero di Abbe elevato indica un vetro a bassa dispersione (poco cromatismo), un numero basso indica alta dispersione (molto cromatismo). I vetri tipo crown, con numeri di Abbe tipicamente compresi tra 50 e 70, hanno dispersione moderata; i vetri tipo flint, con numeri di Abbe tra 25 e 50, hanno dispersione elevata. Questa differenza sistematica tra i due tipi di vetro è il fondamento su cui si basa la correzione del cromatismo attraverso la combinazione di elementi ottici in materiali diversi.

La lunghezza focale di una lente non è dunque un valore singolo e preciso, ma una funzione della lunghezza d’onda della luce: per una lente convergente semplice in vetro crown, la lunghezza focale per il blu (circa 450 nm) è tipicamente inferiore di circa l’1-2% rispetto a quella per il rosso (circa 650 nm). Su una lente con focale nominale di 50 mm, questa differenza corrisponde a uno spostamento di circa 0,5-1 mm nella posizione del piano di messa a fuoco tra le due estremità dello spettro visibile: un valore apparentemente piccolo, ma sufficiente a produrre aloni colorati visibili nelle immagini, specialmente sui bordi e nelle transizioni ad alto contrasto cromatico.

CA longitudinale: il cromatismo assiale e il bokeh fringing

L’aberrazione cromatica longitudinale (nota anche come CA assiale, aberrazione cromatica assiale o *axial chromatic aberration* nella terminologia inglese) è la forma di cromatismo che si manifesta lungo l’asse ottico dell’obiettivo: le diverse lunghezze d’onda vengono focalizzate a distanze diverse dal piano principale posteriore dell’obiettivo, producendo una serie di piani focali cromaticamente puri che sono sfasati l’uno rispetto all’altro lungo la direzione di profondità.

aberrazione cromatica 1
Esempio di aberrazione cromatica

Il comportamento visivo della CA longitudinale è caratteristico e riconoscibile. Quando si fotografa un soggetto con un obiettivo affetto da questo tipo di aberrazione, le zone del soggetto che si trovano esattamente sul piano di messa a fuoco appaiono relativamente nitide (il cromatismo residuo di un obiettivo moderno anche senza correzione apocromatica è contenuto), ma le zone che si trovano leggermente davanti al piano di fuoco mostrano un alone colorato di sfumatura tendente al viola-magenta (perché le lunghezze d’onda corte, blu e violetto, convergono più vicino all’obiettivo e sono quindi defocalizzate in senso posteriorizzante sul soggetto), mentre le zone dietro al piano di fuoco mostrano un alone tendente al verde (perché le lunghezze d’onda lunghe, rosse, convergono più lontano e sono defocalizzate in senso anteriorizzante). Questo fenomeno è conosciuto nella pratica fotografica con il termine specifico di bokeh fringing: il cromatismo che si manifesta nelle zone fuori fuoco, soprattutto nelle aree di bokeh (sfocatura volutamente ricercata) degli obiettivi luminosi usati ad apertura massima.

Il bokeh fringing è una delle caratteristiche più discusse nella valutazione qualitativa degli obiettivi fotografici, specialmente nella categoria dei tele luminosi (85 mm f/1.4, 135 mm f/2, 200 mm f/2) e dei normale luminosi (50 mm f/1.2, 50 mm f/1.4) dove l’apertura elevata massimizza l’angolo dei raggi marginali rispetto all’asse ottico, aumentando l’entità della separazione cromatica longitudinale. Un obiettivo come il celebre Leica Summilux-M 50 mm f/1.4 nelle sue versioni pre-ASPH degli anni Settanta e Ottanta era notorio per il bokeh fringing pronunciato a tutta apertura: un alone violaceo-magenta intorno ai soggetti a fuoco e un alone verde nelle zone di bokeh posteriore, che molti fotografi di ritratto dell’epoca impararono a gestire come caratteristica estetica dell’obiettivo piuttosto che come difetto da correggere.

La CA longitudinale ha un comportamento particolare in relazione al diaframma: a differenza di alcune aberrazioni geometriche che si riducono chiudendo il diaframma, il cromatismo assiale migliora significativamente diaframmando, perché riducendo il diametro del fascio di luce si limitano i raggi marginali (quelli che attraversano la lente più lontani dall’asse ottico, dove la dispersione è massima) e si selezionano prevalentemente i raggi parassiali (quelli vicini all’asse, dove l’approssimazione gaussiana è più valida e la dispersione è minima). Un obiettivo che a f/1.4 mostra un bokeh fringing intenso può essere completamente privo di cromatismo visibile a f/5.6 o f/8, il che spiega perché molti fotografi di ritratto in era analogica usavano abitualmente i propri obiettivi luminosi a f/2.8 o f/4 piuttosto che a tutta apertura.

La correzione ottica della CA longitudinale è il problema più impegnativo nell’ottica fotografica di alta qualità, perché richiede la progettazione di sistemi ottici in cui le lunghezze focali per almeno due (acromatismo) o tre (apocromatismo) lunghezze d’onda di riferimento coincidano esattamente sul piano focale. Negli obiettivi normali convenzionali, la correzione è realizzata attraverso il doppietto acromatico: un sistema di due lenti cementate, una convergente in crown glass e una divergente in flint glass, che si compensano mutuamente nella dispersione cromatica portando a coincidere la lunghezza focale per il rosso (656.3 nm, riga C dell’idrogeno) e per il blu-verde (486.1 nm, riga F dell’idrogeno). Negli obiettivi apocromatici, la correzione viene estesa a una terza lunghezza d’onda di riferimento, tipicamente il verde (546.1 nm), riducendo il cromatismo secondario (il residuo di dispersione che rimane anche dopo la correzione acromatica) a livelli impercettibili in fotografia normale.

CA laterale: il cromatismo trasversale e la sfrangiatura sui bordi

L’aberrazione cromatica laterale (CA trasversale, CA extra-assiale, o *lateral chromatic aberration* nella terminologia inglese) è fisicamente distinta dalla CA longitudinale e si manifesta in modo completamente diverso nelle immagini fotografiche. La CA laterale non si produce sulla lente ma è un effetto geometrico della rifrazione differenziale sui raggi che attraversano il sistema ottico fuori dall’asse: i raggi obliqui che formano l’immagine nelle zone periferiche dell’inquadratura vengono deviati con angoli diversi a seconda della loro lunghezza d’onda, producendo una separazione cromatica trasversale al raggio, cioè perpendicolare alla direzione di propagazione della luce.

aberrazione cromatica longitudinale
aberrazione cromatica longitudinale

Il risultato visivo è una sfrangiatura colorata (fringing) che si manifesta principalmente ai bordi dell’inquadratura e che è assente al centro (dove i raggi procedono parallelamente all’asse ottico e la CA laterale è teoricamente nulla). La sfrangiatura da CA laterale appare tipicamente come un orlatura di colori complementari su entrambi i lati di un bordo ad alto contrasto: sul lato rivolto verso il bordo dell’immagine si vede un colore (solitamente magenta o rosso), sul lato rivolto verso il centro si vede il colore complementare (solitamente ciano o verde). L’intensità aumenta progressivamente spostandosi dal centro verso gli angoli, ed è massima negli angoli estremi dell’inquadratura, soprattutto con obiettivi a focale corta (grandangolari) dove l’angolo di campo è elevato e i raggi periferici attraversano il sistema ottico con inclinazioni significative rispetto all’asse.

Il comportamento della CA laterale rispetto al diaframma è opposto a quello della CA longitudinale: diaframmando, la CA trasversale non migliora in modo significativo, perché è un’aberrazione di campo (legata alla posizione del punto immagine nel piano focale) e non un’aberrazione assiale. Questa è una distinzione diagnostica fondamentale per il fotografo che vuole identificare il tipo di cromatismo presente nel proprio obiettivo: se la sfrangiatura ai bordi scompare o si riduce molto chiudendo il diaframma, si tratta probabilmente di CA longitudinale che si manifesta anche nelle zone periferiche; se la sfrangiatura persiste a tutti i valori di diaframma, si tratta di CA laterale pura.

La CA laterale si esprime quantitativamente come magnification error: a lunghezze d’onda diverse, il sistema ottico produce immagini con ingrandimenti (o riduzioni) laterali leggermente diversi. Un obiettivo con CA laterale produce di fatto tre immagini di un punto off-axis (una per il rosso, una per il verde, una per il blu) che non coincidono spazialmente ma sono leggermente traslate l’una rispetto all’altra nel piano focale. Questa traslazione differenziale, nell’ordine di pochi pixel nelle ottiche moderne di qualità, produce la caratteristica sfrangiatura cromatica visibile sui bordi.

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La differenza tra la CA longitudinale e la CA laterale ha implicazioni dirette anche sulla correggibilità in post-produzione. La CA laterale, essendo una traslazione spaziale di immagini monocromatiche, è correggibile con precisione matematica quasi perfetta attraverso uno scaling differenziale dei canali cromatici: i software di sviluppo RAW come Adobe Lightroom (dalla versione 4 in poi), Capture One e DxO PhotoLab implementano algoritmi di correzione della CA laterale che, avendo accesso ai profili ottici di ogni combinazione fotocamera-obiettivo, correggono la sfrangiatura riducendo o ingrandendo leggermente il canale rosso e/o il canale blu per farli coincidere con il canale verde di riferimento. Il risultato può essere sostanzialmente privo di CA laterale anche con obiettivi che ne sono affetti in modo pronunciato. La CA longitudinale, invece, è strutturalmente più difficile da correggere in post-produzione perché non è una semplice traslazione spaziale ma una defocalizzazione cromatica: la luce di lunghezze d’onda diverse è sfocata in modo diverso, e non esiste una trasformazione geometrica semplice che possa restaurare la nitidezza differenziale.

La storia della correzione cromatica: da Chester Moor Hall ai sistemi APO moderni

La storia della correzione dell’aberrazione cromatica in ottica è anche la storia dello sviluppo dell’intera ottica moderna, e precede di oltre un secolo la nascita della fotografia. Il problema del cromatismo era noto agli scienziati ottici fin dal XVII secolo: Isaac Newton, nella sua *Opticks* del 1704, aveva concluso erroneamente che l’aberrazione cromatica nelle lenti era inevitabile e proporzionale al potere rifrattivo, e che l’unica soluzione pratica era il telescopio riflettore (con specchi anziché lenti), immune per definizione dalla dispersione cromatica. Questa conclusione autorevole scoraggiò per quasi trent’anni qualsiasi tentativo di costruire lenti acromatiche.

Fu Chester Moor Hall (1703-1771), un avvocato londinese con passione per l’astronomia e l’ottica, a dimostrare praticamente che Newton si sbagliava. Intorno al 1733, Hall aveva intuito che la dispersione differenziale tra vetri di tipo diverso poteva essere sfruttata per costruire un sistema di lenti in cui le dispersioni cromatiche si compensassero mutuamente. Fece costruire separatamente una lente convergente in crown glass e una lente divergente in flint glass, senza rivelare a nessuno dei due artigiani il progetto d’insieme. Per una coincidenza storica memorabile, entrambi i produttori subappaltarono il lavoro allo stesso artigiano, George Bass, che realizzando entrambe le lenti comprese il principio del doppietto acromatico cementato e lo mantenne in memoria. Hall non brevettò la propria invenzione e non la rese pubblica.

Fu invece John Dollond (1706-1761), ottico e strumentista londinese, a portare il doppietto acromatico all’attenzione pubblica e all’applicazione industriale. Dopo aver appreso da George Bass del lavoro di Hall, Dollond condusse proprie ricerche sistematiche sulla dispersione di diversi tipi di vetro ottico e nel 1758 ottenne un brevetto per il doppietto acromatico, dando avvio alla produzione commerciale di obiettivi corretti per il cromatismo. Il brevetto fu al centro di controversie legali significative (altri ottici rivendicavano la priorità dell’invenzione), ma la casa ottica Dollond divenne la più importante produttrice di strumenti ottici acromatici dell’era georgiana, con telescopi e microscopi di qualità senza precedenti che aprirono la strada alle grandi scoperte astronomiche del tardo Settecento.

Il doppietto acromatico standard corregge il cromatismo per due lunghezze d’onda di riferimento (tipicamente il rosso e il blu), lasciando un residuo di dispersione nelle lunghezze d’onda intermedie conosciuto come cromatismo secondario o *secondary spectrum*. Questo residuo si manifesta come un lieve alone verdastro o violaceo nelle zone di transizione tonale, percettibile soprattutto nelle grandi stampe o nelle proiezioni ad alta magnificazione. Per eliminare anche il cromatismo secondario fu necessario aspettare lo sviluppo di vetri ottici a dispersione anomala: vetri in cui la relazione tra indice di rifrazione e lunghezza d’onda devia significativamente dall’andamento normale, permettendo di costruire sistemi ottici che portano a coincidere non due ma tre (o più) lunghezze d’onda di riferimento sul medesimo piano focale.

Il termine apocromatico fu introdotto dall’ottico e fisico tedesco Ernst Abbe nel 1886, in relazione agli obiettivi da microscopio della Carl Zeiss Jena che egli stava progettando con l’uso di nuovi vetri ottici sviluppati in collaborazione con Otto Schott, il fondatore del Schott Glaswerk di Jena. Gli obiettivi apocromatici di Abbe correggevano il cromatismo per tre lunghezze d’onda (rosso, verde e blu) anziché due, con una riduzione del cromatismo secondario di circa un ordine di grandezza rispetto agli acromatici convenzionali. Erano obiettivi da microscopio, non da fotocamera, ma il principio fu poi trasferito all’ottica fotografica nel corso del XX secolo.

L’applicazione del concetto apocromatico agli obiettivi per fotocamere reflex e a telemetro fu un processo graduale che accelerò significativamente negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, quando la disponibilità commerciale di vetri ottici a bassa dispersione anomala (commercialmente noti come ED, *Extra-low Dispersion*, in Nikon; LD in Tamron; SLD in Sigma; UD, *Ultra-low Dispersion*, in Canon) permise ai produttori di costruire obiettivi teleobiettivi e tele-zoom con correzione cromatica di qualità apocromatica. Il Leica APO-Summicron-M 90 mm f/2 ASPH, introdotto nel 1998, fu uno degli esempi più celebri di questa categoria: un obiettivo dal costo elevatissimo ma dalla correzione del cromatismo longitudinale praticamente perfetta, con un residuo di CA assiale inferiore a 1/100 della lunghezza d’onda di riferimento in tutta la gamma di aperture. Oggi il termine APO è usato da Leica su numerosi obiettivi, tra cui il Leica APO-Summicron-SL 35 mm f/2 ASPH, e indica sempre la correzione cromatica portata ai tre colori primari con cromatismo secondario inferiore alla soglia di percettibilità visiva.

Il fringing nel contesto digitale: sensori, pixel e artefatti

La transizione dalla pellicola alla fotografia digitale ha introdotto nuove dimensioni nella fenomenologia dell’aberrazione cromatica, aggiungendo alla CA ottica di natura puramente ottica una serie di artefatti di origine sensoriale e di elaborazione digitale che il fotografo moderno deve saper distinguere per gestirli correttamente.

Il purple fringing (sfrangiatura viola) è il fenomeno più discusso nell’era digitale, e la sua origine è più complessa di quanto il nome suggerisca. Nel linguaggio comune fotografico, il termine purple fringing viene usato indiscriminatamente per indicare qualsiasi alona viola o magenta visibile intorno ai soggetti ad alto contrasto nelle fotografie digitali, ma in realtà questo fenomeno può avere origini diverse che richiedono diagnosi e trattamenti distinti. Come ha documentato il laboratorio di test Imatest, il purple fringing strettamente sensoriale non è in realtà un’aberrazione cromatica ottica ma un fenomeno di blooming del sensore: la saturazione dei fotodiodi nelle aree di altissima luminosità (come un cielo bruciato oltre una sagoma di albero) causa il trabocco di elettroni dai pixel saturi verso i pixel adiacenti non saturi, producendo una colorazione parassita nelle zone di bordo. La colorazione viola/magenta di questo artefatto è spiegata dal fatto che i sensori moderni hanno una sensibilità cromatica non uniforme (maggiormente bilanciata sul verde in virtù del pattern di Bayer, con un terzo di pixel rossi e un terzo di pixel blu) e che la correzione del bilanciamento del bianco che enfatizza le componenti rosse e blu per neutralizzare l’eccesso di verde produce una sovrarepresentazione dei canali non verdi nelle zone di saturazione differenziale.

Accanto al purple fringing sensoriale esiste però il fringing da CA longitudinale che è di origine ottica e si sovrappone agli effetti sensoriali, rendendo la diagnosi visiva difficile senza strumenti di analisi. In generale, il fringing da CA longitudinale mostra una struttura più regolare, con viola/magenta davanti al piano di fuoco e verde/giallo dietro, e si riduce visibilmente chiudendo il diaframma; il fringing sensoriale invece tende a essere localmente più intenso nelle zone di massima saturazione luminosa e non risponde al diaframma perché non dipende dall’ottica.

La correzione digitale del fringing è oggi implementata in tutti i principali software di sviluppo RAW con algoritmi di complessità crescente. Adobe Lightroom ha introdotto nella versione 4 (2012) il pannello di defringing con cursori per la rimozione dell’alone viola e dell’alone verde, permettendo al fotografo di specificare l’intervallo di tonalità e la saturazione degli aloni da rimuovere con una precisione sufficiente per la maggior parte dei casi pratici. Capture One di Phase One utilizza profili ottici specifici per ogni combinazione fotocamera-obiettivo che correggono sia la CA laterale con scaling differenziale dei canali sia la CA longitudinale con algoritmi di sharpening selettivo cromatico. DxO PhotoLab, che ha costruito la propria reputazione sulla qualità della correzione ottica, usa modelli matematici delle aberrazioni di ciascun obiettivo derivati da misurazioni in laboratorio su obiettivi fisici, con risultati che in molti test comparativi si dimostrano superiori a quelli degli algoritmi basati su profili generici.

L’avvento dei sistemi mirrorless di ultima generazione con processori d’immagine di potenza elevata ha spostato parte della correzione cromatica dall’algoritmo software post-processing all’elaborazione in-camera in tempo reale. Sony Alpha 1, Nikon Z9 e Canon EOS R3, tra le altre, applicano correzioni della CA laterale direttamente al file JPEG in-camera e, in alcuni casi, anche al profilo di anteprima incorporato nel file RAW, senza tuttavia alterare i dati RAW grezzi del sensore. Questo approccio produce anteprime prive di fringing anche in-camera, ma lascia al software di sviluppo RAW la possibilità di applicare le proprie correzioni sui dati originali.

Le implicazioni estetiche dell’aberrazione cromatica nella storia fotografica

L’aberrazione cromatica non è soltanto un difetto tecnico da correggere: è anche, in certi contesti storici e artistici, una caratteristica estetica che i fotografi hanno imparato a conoscere, a gestire e talvolta a sfruttare deliberatamente come elemento del linguaggio visivo. Questa prospettiva è meno esplorata nei testi tecnici di fotografia ma è rilevante per la comprensione del rapporto tra ottiche e stile fotografico nel corso della storia.

I ritrattisti viennesi della Secessione del primo Novecento, molti dei quali lavoravano con obiettivi di costruzione semplice in cui la correzione cromatica era sacrificata all’apertura massima (per il ritratto in luce naturale), usavano abitualmente il cromatismo residuo dei propri obiettivi come parte del proprio stile. L’alone colorato nelle zone di transizione tra la pelle illuminata e lo sfondo scuro, il leggero bokeh fringing intorno ai capelli e ai contorni facciali, contribuivano a quella qualità “pittorica” delle stampe al platino e alla palladiotipia che caratterizzava il pittorialismo fotografico. Non era la nitidezza geometrica rigorosa dell’obiettivo Tessar a quattro lenti di Zeiss che questi fotografi cercavano, ma la morbidezza cromatica degli Petzval portrait lens di seconda e terza generazione, con la loro aberrazione sferica volutamente non corretta e il cromatismo che produceva quell’alone luminoso intorno ai volti che i committenti borghesi identificavano come qualità estetica superiore.

Nella fotografia contemporanea, questa dimensione estetica del cromatismo ha trovato nuova attenzione nel contesto della rinascita degli obiettivi vintage e del mercato degli adattatori per fotocamere mirrorless. Fotografi come Sebastião Salgado, nel periodo del suo lavoro in bianco e nero con Leica M, o William Eggleston con i propri obiettivi a focale fissa degli anni Settanta, lavoravano con ottiche il cui cromatismo era parte del carattere visivo dell’immagine, non un difetto da eliminare. La conversione in bianco e nero del lavoro di Salgado ovviamente elimina la visibilità della CA cromatica, ma per Eggleston, che lavora in colore, il rendering cromatico degli obiettivi Leica degli anni Sessanta e Settanta era parte integrante della saturazione e delle dominanti cromatiche che caratterizzano i suoi colori emblematici.

Nell’era contemporanea, la lenticular photography e la fotografia con obiettivi sovietici (Jupiter, Helios, Industar) praticata da molti fotografi sperimentali usa deliberatamente il CA longitudinale degli obiettivi vintage per produrre quel bokeh fringing colorato che software come la funzione Lens Blur di Adobe Firefly cercano ora di simulare digitalmente. Il mercato degli obiettivi Helios-44 sovietici con il caratteristico bokeh a vortice e il cromatismo pronunciato è oggi più attivo che mai, non malgrado il cromatismo ma in parte grazie ad esso.

Tecniche di misurazione e quantificazione della CA negli obiettivi

La misurazione sistematica e riproducibile dell’aberrazione cromatica è parte fondamentale del processo di test degli obiettivi fotografici moderni, e il modo in cui questa misurazione viene condotta determina largamente la comparabilità dei dati tra fonti diverse. I principali laboratori di test ottici, tra cui Imatest, DxO Optics e il laboratorio di test di Sony Alpha Universe, usano protocolli standardizzati basati su mire di test specifiche e analisi matematica delle immagini acquisite.

La CA laterale viene tipicamente misurata fotografando una mira con bordi ad alto contrasto (barre verticali bianche su fondo nero) disposta ai bordi del campo visivo, analizzando lo spostamento relativo dei centroidi di luminanza nei tre canali cromatici (rosso, verde, blu) nelle zone di transizione. Il risultato è espresso in pixel di separazione cromatica alle varie posizioni del campo, oppure come percentuale della diagonale del fotogramma. Un obiettivo con CA laterale inferiore a 1 pixel ai bordi è considerato eccellente; valori superiori a 2-3 pixel sono chiaramente visibili nelle immagini ad alta risoluzione e richiedono correzione.

La CA longitudinale è più difficile da quantificare in modo riproducibile, perché richiede la misurazione della posizione del piano focale ottimale per ciascuna lunghezza d’onda di riferimento in modo separato. Il metodo standard prevede l’uso di un collimatore ottico e di un sensore monocromatico con filtri interferenziali a banda stretta per le tre lunghezze d’onda di riferimento, misurando lo spostamento della MTF peak (la posizione di massima modulazione del contrasto) per ciascuna lunghezza d’onda. Nei test pratici fotografici, la CA longitudinale viene spesso valutata qualitativamete dal bokeh fringing nelle fotografie di soggetti reali a tutta apertura, o quantitativamente misurando il contrasto cromatico differenziale in zone volutamente defocalizzate dell’immagine di test.

Il Leica Summilux-ASPH, il Zeiss Otus 55 mm f/1.4 e il Sigma 135 mm f/1.8 Art sono tra gli obiettivi fotografici moderni con i valori più bassi di CA longitudinale misurati in test sistematici: tutti e tre mostrano un bokeh fringing inferiore a 0.2 pixel equivalenti nelle prove di laboratorio DxO, sostanzialmente invisibile nelle condizioni di scatto normale. Gli zoom di fascia alta come il Sony G Master 24-70 mm f/2.8 e il Canon RF 28-70 mm f/2 L mostrano valori di CA longitudinale più elevati alle aperture massime, specialmente alle focali estreme dello zoom, ma rimangono entro limiti gestibili in post-produzione.

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