La Storia della FotografiaFoto IconicheHector Pieterson a Soweto (1976) di Sam Nzima

Hector Pieterson a Soweto (1976) di Sam Nzima

Esistono fotografie che non si limitano a testimoniare la storia: la modificano. Fotografie che, una volta pubblicate, rendono impossibile voltarsi dall’altra parte, che costringono i governi a rispondere, i cittadini a schierarsi, e la comunità internazionale a confrontarsi con verità che le parole diplomatiche avevano fino a quel momento saputo eludere. La fotografia scattata da Sam Nzima il 16 giugno 1976 a Soweto, Sudafrica, raffigurante il dodicenne Hector Pieterson esanime tra le braccia dello studente diciottenne Mbuyisa Makhubo, con la sorella Antoinette Sithole che corre al loro fianco urlando, è una di queste fotografie. In un singolo fotogramma, Nzima riusciva a comprimere l’intera brutalità del regime apartheid, la disperazione di un popolo oppresso da decenni di legislazione razzista, e la scintilla che avrebbe accelerato irreversibilmente la fine di quel sistema. L’immagine fu pubblicata il giorno seguente sul quotidiano The World, l’unico grande giornale sudafricano destinato alla popolazione nera, e nel giro di quarantotto ore aveva fatto il giro del mondo, apparendo sui giornali di ogni continente e scatenando un’ondata di indignazione internazionale che il governo di Pretoria non avrebbe mai più saputo governare efficacemente.

L’immagine sopra riportata è di dimensioni ridotte a solo scopo informativo (copyright). Per visulizzare l’immagine a tutto schermo potete visionare questo sito.

La fotografia di Nzima non è una fotografia costruita, pianificata o composta: è il prodotto di pochi secondi di lucidità professionale in mezzo al caos. Nzima era presente a Soweto quel mattino come fotoreporter di The World, aveva saputo della marcia degli studenti la sera precedente e si era recato sul posto per documentare quella che si aspettava fosse una protesta pacifica. Quando la polizia aprì il fuoco sulla folla di ragazzi, Nzima aveva ancora la macchina fotografica in mano e scattò sei fotogrammi in rapida successione, dalla prima scarica di proiettili fino al momento in cui Makhubo si allontanò di corsa portando il corpo di Pieterson. La terza di quelle sei fotografie sarebbe diventata una delle immagini più influenti del Novecento, inserita da Time Magazine nella lista delle 100 fotografie più influenti di tutti i tempi. La storia completa di quella mattina, del ruolo di Nzima e delle conseguenze immediate e a lungo termine dello scatto, è ricostruita con dovizia di fonti primarie nel database storico di South African History Online, uno degli archivi digitali più autorevoli sulla storia contemporanea sudafricana.

Informazioni Base:

  • Fotografo: Sam Masana Nzima (Lillydale, Bushbuckridge, Mpumalanga, 8 agosto 1934 – Nelspruit, 12 maggio 2018)
  • Fotografia: “Hector Pieterson” / nota anche come “The Soweto Uprising Photo”; scattata per il quotidiano The World di Johannesburg
  • Anno: 1976 (scatto: 16 giugno 1976; prima pubblicazione: 17 giugno 1976 su The World; diffusione internazionale: 17-19 giugno 1976)
  • Luogo: Angolo tra Moema Street e Vilakazi Street, Orlando West, Soweto (South Western Townships), Johannesburg, Sudafrica; nei pressi della Phefeni Junior Secondary School
  • Temi chiave: rivolta di Soweto del 1976, apartheid sudafricano, politica linguistica afrikaans nelle scuole, repressione poliziesca, diritti d’autore e battaglia legale di Nzima, attribuzione erronea della fotografia, identità di Mbuyisa Makhubo (scomparso), dibattito su Hastings Ndlovu come primo ucciso, Youth Day sudafricano (16 giugno), Hector Pieterson Museum, impatto sulle sanzioni internazionali contro il Sudafrica

Contesto storico e politico

Per comprendere la fotografia di Sam Nzima è indispensabile capire la società sudafricana del 1976 nella sua struttura profonda, non soltanto nei suoi aspetti più visibili e documentati. Il sistema apartheid, formalizzato attraverso una serie di leggi promulgate dal Partito Nazionale a partire dal 1948 sotto la guida del primo ministro Daniel Francois Malan, aveva costruito nel corso di quasi trent’anni uno Stato fondato sulla segregazione razziale totale: separazione delle residenze, delle scuole, dei mezzi di trasporto, dei servizi sanitari, dei luoghi di lavoro. La popolazione nera, che costituiva la grande maggioranza degli abitanti del paese, era concentrata in townships, quartieri periferici privi di infrastrutture adeguate, soggetti a coprifuoco e a un sistema di pass laws che ne limitavano la libertà di movimento sul territorio nazionale. Soweto, acronimo di South Western Townships, era la più grande di queste concentrazioni urbane, con una popolazione stimata intorno a un milione di persone nel 1976, priva di rappresentanza politica, priva di proprietà immobiliare, e dipendente economicamente dall’industria mineraria e manifatturiera di Johannesburg, che dista appena una ventina di chilometri.

Nel 1974, il governo sudafricano del primo ministro Balthazar Johannes Vorster aveva emanato la Direttiva Afrikaans del 1974, nota come Afrikaans Medium Decree, che imponeva alle scuole delle townships di erogare la metà dell’insegnamento in lingua afrikaans, la lingua dei bianchi di origine olandese che la popolazione nera associava direttamente all’oppressore. La direttiva era al contempo un atto di dominio culturale e una misura praticamente impraticabile: molti insegnanti neri non parlavano afrikaans, i libri di testo in quella lingua erano scarsi e costosi, e l’imposizione linguistica si traduceva in un abbassamento immediato della qualità dell’istruzione già fortemente penalizzata rispetto a quella riservata alla popolazione bianca. La reazione degli studenti fu immediata e organizzata: il South African Students Movement (SASM) e il Black Consciousness Movement guidato da Steve Biko, che sarebbe morto in custodia di polizia nell’agosto dell’anno seguente, fornirono la struttura organizzativa attraverso la quale si convocò la marcia del 16 giugno 1976.

Il 16 giugno 1976 aurorà freddo e nuvoloso su Soweto, come ricordano i testimoni dell’epoca. Tra i quindicimila e i ventimila studenti, molti dei quali in divisa scolastica, si mossero da diversi punti di raccolta verso la Orlando Stadium, portando cartelli con scritte come “Down with Afrikaans” e “If we must do Afrikaans, Vorster must do Zulu”. Il leader studentesco Tsietsi Mashinini, diciassettenne della Morris Isaacson High School, era alla testa di una delle colonne. Antoinette Sithole, poi sorella di Hector nella fotografia, aveva stirato la sera prima la propria divisa scolastica e preparato il cartello da portare nella marcia; il fratellino Hector, di dodici anni, si era unito alla colonna di sua iniziativa nonostante i manifestanti più giovani non fossero stati inclusi nei piani organizzativi. La polizia inter ceptò la marcia in diversi punti; all’angolo tra Moema e Vilakazi Street, agenti in uniforme e in borghese aprirono il fuoco con lacrimogeni prima e con proiettili veri poi, senza preavviso formale. Nei successivi giorni di sommosse, una commissione governativa contè 575 morti, dato oggi considerato fortemente sottostimato dagli storici; secondo stime più recenti, le vittime della rivolta e della repressione che ne segù potrebbero essere state oltre un migliaio. Il contesto storico completo della rivolta di Soweto è documentato in dettaglio nell’archivio di South African History Online e nella scheda storica della Britannica.

Sul piano internazionale, il 1976 è un anno in cui le pressioni sul regime apartheid si stanno intensificando, ma non ancora al punto di produrre conseguenze economiche decisive. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva già condannato il Sudafrica in diverse risoluzioni, ma il diritto di veto esercitato da Stati Uniti e Gran Bretagna aveva finora impedito l’adozione di sanzioni economiche vincolanti. La Risoluzione 392 del Consiglio di Sicurezza ONU, adottata il 19 giugno 1976, soli tre giorni dopo l’inizio della rivolta, condannà il Sudafrica per la sua risposta violenta alle proteste degli studenti, citando esplicitamente gli eventi di Soweto. Era la prima volta che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza menzionava direttamente la rivolta; e la fotografia di Nzima era la ragione principale per cui il mondo sapeva cosa era successo.

Il fotografo e la sua mission

Sam Masana Nzima nasce l’8 agosto 1934 nel villaggio di Lillydale, nel distretto di Bushbuckridge, nella provincia del Transvaal (oggi Mpumalanga), figlio di un bracciante agricolo al servizio di un proprietario terriero bianco. La sua infanzia è quella di milioni di bambini neri sudafricani cresciuti nell’epoca della proto-apartheid: povertà, accesso limitatissimo all’istruzione, un futuro predeterminato dal colore della pelle. L’interesse per la fotografia nasce casualmente, grazie a un insegnante che gli mostra il proprio apparecchio fotografico e lo lascia sperimentare. Con i risparmi accumulati lavorando, il giovane Sam acquista la sua prima macchina fotografica e comincia a fotografare la fauna del Kruger National Park, che dista poche decine di chilometri da Lillydale. Quando il proprietario terriero per cui lavora il padre tenta di costringerlo al lavoro agricolo come servo, Nzima fugge a Johannesburg dopo nove mesi, rifiutando il destino che il sistema sembrava avergli già assegnato.

A Johannesburg, Nzima trova lavoro come giardiniere nel quartiere di Henningham, dove completa gli studi superiori serali mentre di giorno lavora con la vanga. è durante questo periodo che inizia a sviluppare le proprie competenze fotografiche in modo più sistematico, fotografando eventi e persone nella comunità locale. La svolta professionale arriva quando scrive un articolo su un viaggio in autobus, lo accompagna con delle fotografie e lo invia alla redazione de The World, il quotidiano fondato nel 1932 e divenuto la principale voce della popolazione nera di Johannesburg. Il caporedattore rimane colpito dal lavoro di Nzima e lo assolda come collaboratore freelance; nel 1968, dopo anni di collaborazione, Nzima viene assunto come fotoreporter a tempo pieno. Il suo lavoro copre la vita quotidiana delle townships, le cerimonie, i funerali, le notizie di cronaca, ma anche i crescenti episodi di tensione politica che attraversano il Sudafrica degli anni Settanta. La sua traiettoria professionale, dal villaggio rurale di Lillydale alla redazione di uno dei giornali più importanti del paese, è un percorso costruito contro ogni probabilità statistica nel contesto di un sistema che aveva progettato ogni sua istituzione per impedire esattamente questo tipo di mobilità sociale.

La “mission” di Nzima non era una missione dichiarata in manifesti o interviste: era la scelta quotidiana di un uomo che usava la propria macchina fotografica come strumento di documentazione e, implicitamente, di resistenza. Lavorare per The World significava lavorare per un giornale che il governo sudafricano considerava potenzialmente sovversivo; fotografare le townships significava produrre immagini che il regime avrebbe preferito non venissero mai viste fuori dal Sudafrica. Nzima era pienamente consapevole di questo equilibrio precario, come dimostra il fatto che quella mattina del 16 giugno, quando si rese conto dell’importanza dei sei fotogrammi che aveva appena esposto, riavvolse immediatamente il rullino e lo nascose nel calzino, ricaricando la macchina con un rullino vergine da consegnare alla polizia in caso di perquisizione. Una precauzione istintiva che rivela l’esperienza di un uomo abituato a lavorare in un contesto in cui la fotografia era un atto politico con conseguenze potenzialmente letali. La ricostruzione dettagliata di quella mattina, compresi i dialoghi diretti con Nzima, è disponibile nell’approfondimento pubblicato da TIME Magazine nel quarantesimo anniversario della rivolta, che resta uno dei più precisi e documentati resoconti giornalistici della genesi di questa fotografia.

Sul piano tecnico, Nzima lavorava con una Nikon F, la reflex a 35mm introdotta dalla casa giapponese nel 1959 e diventata nel corso degli anni Sessanta lo strumento di riferimento per il fotogiornalismo internazionale per via della sua robustezza meccanica, della intercambiabilità delle ottiche e dell’affidabilità dell’otturatore in condizioni estreme. La pellicola utilizzata era quasi certamente bianco e nero, come era prassi per la fotografia di stampa dell’epoca, probabilmente Kodak Tri-X Pan a 400 ISO, la stessa emulsione che aveva documentato la gran parte dei conflitti e delle crisi politiche degli anni Sessanta e Settanta. La scelta del bianco e nero non era semplicemente tecnica: la fotografia monocromatica conferisce alle immagini una qualità di essenzialità visiva che il colore talvolta disperde, concentrando l’attenzione sulle forme, sui contrasti e sulle espressioni. Nel caso della fotografia di Pieterson, il bianco e nero è parte integrante della sua potenza comunicativa: la mancanza di colore, paradossalmente, rende il sangue e il dolore più presenti, non meno.

La genesi dello scatto

La redazione de The World era stata avvisata la sera del 15 giugno che l’indomani mattina era prevista una grande marcia studentesca nelle strade di Soweto. Nzima fu incaricato di coprire l’evento insieme all’autista del giornale, Wilson Nkosi. I due partirono di buon’ora da Johannesburg e raggiunsero Soweto prima che la marcia si mettesse in moto. Le prime fotografie che Nzima scatta quella mattina, raramente pubblicate ma esistenti nell’archivio, mostrano la folla degli studenti in uniforme scolastica mentre si radunano nei punti di raccolta: volti giovani, cartelli con slogan, un’atmosfera di determinazione gioiosa che nulla lasciava presagire di ciò che sarebbe accaduto di lì a poche ore. Nzima si era posizionato sul lato della strada, leggermente rialzato rispetto alla folla, per avere una prospettiva migliore sulla marcia; questa posizione avrebbe avuto conseguenze decisive sul tipo di fotografie che avrebbe potuto scattare nelle ore successive.

Quando la polizia intervenne e aprì il fuoco, il caos si diffuse rapidamente. Nzima dichiarò in numerose interviste, tra cui quella rilasciata alla Truth and Reconciliation Commission il 22 luglio 1996, di essersi mosso istintivamente verso il punto in cui aveva visto cadere qualcuno, allontanandosi dalla folla che fuggiva nella direzione opposta. Vide Mbuyisa Makhubo, uno studente di diciotto anni della Morris Isaacson High School, raccogliere da terra il corpo di un ragazzo più giovane e cominciare a correre verso una macchina ferma sul lato della strada. Al suo fianco correva una ragazza in divisa scolastica, urlando. Nzima riconobbe immediatamente la potenza di quella scena e si posizionò per scattare: “Sotto una pioggia di proiettili”, avrebbe ricordato, “mi sono lanciato in avanti e ho scattato la fotografia.” Sei fotogrammi, dalla prima corsa di Makhubo fino al momento in cui il corpo di Hector fu caricato su un’automobile e portato verso la clinica più vicina. Nzima aiutò lui stesso a caricare il ragazzo in macchina prima di realizzare pienamente cosa aveva nel rullino.

La terza delle sei fotografie è quella che sarebbe diventata iconica. Non la prima, non l’ultima, ma la terza: quella in cui il movimento di Makhubo è ancora nella sua fase di massima energia cinetica, in cui l’espressione di Antoinette Sithole è ancora nel momento del grido piuttosto che nel collasso successivo, in cui le tre figure formano una composizione che la selezione editoriale avrebbe poi identificato come la più potente dell’intera sequenza. Non fu Nzima a fare questa selezione: il fotografo affidò il rullino nascosto nel calzino all’autista Wilson Nkosi con l’istruzione di portarlo immediatamente in redazione, mentre lui stesso continuava a coprire gli scontri con il rullino vergine. Quando la polizia lo fermò e lo costrinse ad aprire tutte le macchine fotografiche, gli confiscò soltanto il secondo rullino, quello vuoto di significato. Il primo, quello che conteneva la fotografia di Pieterson, era già in viaggio verso la redazione de The World. Nel pomeriggio del 16 giugno 1976, l’immagine era già trasmessa sui fili delle agenzie fotografiche internazionali.

Il ruolo dell’editore de The World, Percy Qoboza, è centrale nella storia della pubblicazione di questa fotografia. Qoboza, che sarebbe stato detenuto senza processo dal governo sudafricano nel 1977 e avrebbe visto il suo giornale chiuso per decreto governativo nel 1978, decise immediatamente di pubblicare la fotografia in prima pagina nell’edizione del 17 giugno, consapevole che quella decisione editoriale avrebbe avuto conseguenze. La fotografia occupava quasi metà della prima pagina, senza titolo sovrascritto, con soltanto la didascalia che identificava i soggetti. Quella copertina fu poi riprodotta nelle successive settimane da giornali di tutto il mondo, da The New York Times al Le Monde, dal Guardian alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. La trasmissione e la ricezione internazionale dell’immagine sono documentate nell’archivio fotografico di Getty Images, che conserva le edizioni originali di numerosi quotidiani internazionali che pubblicarono la fotografia nei giorni successivi allo scatto.

Analisi visiva e compositiva

La fotografia di Nzima è costruita attorno a una triade di figure umane che occupano quasi interamente il campo visivo, lasciando poco spazio al contesto urbano circostante. Al centro dell’immagine, Mbuyisa Makhubo corre verso sinistra dell’inquadratura portando il corpo di Hector Pieterson con entrambe le braccia tese in avanti, in una postura che ricorda iconograficamente le rappresentazioni pittoriche della Pietà cristiana, con il corpo del ragazzo abbandonato in modo analogo a quello del Cristo deposto. A destra, ma ravvicinata alla figura centrale, Antoinette Sithole corre nella stessa direzione, il viso ruotato verso il fratello, la bocca aperta in un grido che la fotografia cristallizza in un silenzio assordante. Le tre figure proiettano sulla strada una lunga ombra che occupa la parte inferiore dell’immagine; questa ombra, spesso eliminata nelle riproduzioni su poster e magliette per ragioni di composizione grafica, è stata identificata dalla critica fotografica come uno degli elementi compositivi più significativi dell’immagine, una metafora visiva involontaria della proiezione di quell’evento nel futuro della storia sudafricana.

Dal punto di vista della geometria compositiva, la fotografia presenta una struttura diagonale dominante che va dall’angolo in basso a sinistra verso l’angolo in alto a destra, determinata principalmente dalla direzione di corsa delle figure e dall’inclinazione del corpo di Pieterson. Questa diagonale crea una tensione visiva dinamica che traduce fotograficamente il movimento fisico in un senso di urgenza e di fuga che il fruitore percepisce immediatamente, ancor prima di leggere i dettagli dell’immagine. Il punto di vista da cui Nzima ha scattato, leggermente ribassato rispetto alle figure in movimento, conferisce ai soggetti una statura monumentale che è parte integrante della potenza comunicativa dell’immagine: Makhubo non è soltanto un ragazzo che corre, è una figura eroica nell’accezione più classica del termine.

L’espressione del viso di Hector Pieterson è uno degli elementi più studiati dell’immagine. Il ragazzo non sembra morto nel senso convenzionale in cui si rappresenta la morte nelle immagini di cronaca: non è disteso, non ha gli occhi chiusi, non ha l’immobilità cerea della morte già avvenuta. La sua testa è reclinata di lato con un’abbandono che suggerisce una perdita di coscienza più che la morte definitiva, e questo ambiguità biologica dell’immagine è uno degli elementi che la rendono più perturbante di quanto sarebbe una fotografia di un cadavere. Lo spettatore è portato a sperare, anche razionalmente sa già che non c’è speranza. Il sangue sulla fronte di Hector, visibile nella stampa originale, è un dettaglio che le riproduzioni di bassa qualità spesso non rendono: nelle stampe ad alta risoluzione, quello stesso dettaglio trasforma l’immagine da documento politico a testimonianza di dolore fisico immediato e concreto.

Va dedicato ampio spazio all’analisi della sequenza completa dei sei fotogrammi scattati da Nzima, per comprendere la scelta editoriale che ha prodotto l’immagine canonica. Nel primo fotogramma, Makhubo sta ancora raccogliendo Pieterson da terra; nel secondo, le figure sono in movimento ma Antoinette non è ancora nel campo; nel terzo, che è quello divenuto noto al mondo intero, tutte e tre le figure sono in quadro, in movimento, con le espressioni al massimo della propria intensità; nel quarto e nel quinto, la corsa continua ma la composizione è meno equilibrata; nel sesto, le figure sono già parzialmente fuori quadro. La scelta del terzo fotogramma come immagine pubblicabile non fu opera di Nzima, che consegnò il rullino senza aver potuto svilupparlo: fu il risultato della catena editoriale de The World, che sviluppò, selezionò e trasmise quella fotografia specifica alle agenzie internazionali nel giro di poche ore dallo scatto. Questo aspetto del processo creativo-editoriale è approfondito nel saggio dedicato all’immagine nel progetto accademico Gutenberg-e di Columbia University, che offre la più completa analisi critica disponibile in formato digitale sulla storia di questa fotografia e sul suo rapporto con la costruzione della memoria collettiva sudafricana.

Autenticità e dibattito critico

Il dibattito critico sulla fotografia di Nzima si articola attorno a questioni che investono la storia politica, il diritto d’autore, la memoria collettiva e la teoria dell’immagine. La prima e più urgente di queste questioni riguarda l’identità delle vittime e la potenziale distorsione storica prodotta dall’immagine canonica. La fotografia di Nzima ritrae Hector Pieterson come il simbolo della strage del 16 giugno, ma le testimonianze orali raccolte nei decenni successivi, incluse quelle depositate davanti alla Truth and Reconciliation Commission, indicano con ragionevole certezza che il primo studente ucciso dalla polizia quel giorno fu Hastings Ndlovu, quindicenne della Morris Isaacson High School, caduto pochi istanti prima di Pieterson in un altro punto della stessa strada. La morte di Ndlovu, non documentata da nessuna fotografia di impatto comparabile, è rimasta per anni ai margini della narrazione storica dominante, oscurata dalla potenza iconografica dell’immagine di Nzima. Questo paradosso, per cui la fotografia più influente su un evento ne ha anche distorto parzialmente la ricostruzione storica, è uno dei temi più dibattuti nella letteratura accademica sulla rivolta di Soweto.

La questione dei diritti d’autore rappresenta uno dei capitoli più amari della vita di Sam Nzima. Dopo la pubblicazione, Nzima ricevette da The World un bonus di centocento rand, una cifra irrisoria rispetto al valore commerciale e simbolico che la fotografia avrebbe generato nei decenni successivi. Il copyright sull’immagine rimase in possesso del giornale, poi passato nel 1978, alla chiusura di The World, al gruppo editoriale Argus Newspaper Group. Nzima combattè per decenni per riavere il controllo sulla propria opera, testimoniando davanti alla Truth and Reconciliation Commission nel 1996 con parole rimaste storicamente significative: “Il mio nome non appare da nessuna parte. Io sono l’architetto di quella fotografia.” Solo quando l’Argus Group fu acquisito dall’Independent Group, Nzima ottenne finalmente il copyright che gli spettava. La storia dei diritti di questa fotografia è documentata in dettaglio nel profilo biografico pubblicato dalla Presidenza della Repubblica Sudafricana, che include una cronologia delle tappe legali della vicenda.

Un ulteriore tema critico riguarda la sparizione di Mbuyisa Makhubo, il ragazzo che porta Hector nelle braccia e che dopo la pubblicazione della fotografia diventò il bersaglio delle persecuzioni della polizia sudafricana. Makhubo fuggì dal Sudafrica alla fine del 1976 e le sue tracce si perdono nel corso degli anni Ottanta, con avvistamenti non confermati in vari paesi africani, in Canada e in Nigeria. La sua sorte rimane ignota: non si è mai saputo con certezza se sia ancora vivo o se sia morto, nè dove. Antoinette Sithole, la sorella di Hector, che lavora come curatrice del Hector Pieterson Museum di Orlando West (inaugurato nel 2002), ha dichiarato in numerose interviste di sperare ancora nel ritorno di Makhubo. Anche Nzima, fino alla propria morte nel 2018, ha espresso pubblicamente lo stesso desiderio. La figura di Makhubo, il ragazzo senza nome per molti anni, è diventata essa stessa un simbolo della dispersione diasporica prodotta dall’apartheid.

Sul piano della teoria fotografica, la fotografia di Nzima ha stimolato riflessioni importanti sul rapporto tra testimonianza e potere dell’immagine. La critica accademica, in particolare quella elaborata nel contesto degli African Visual Studies e raccolta in parte nella rivista African Arts di UCLA, ha sottolineato come la circolazione globale di questa fotografia abbia paradossalmente prodotto un effetto di normalizzazione dell’immagine del corpo nero sofferente, una problematica che attraversa tutta la storia della fotografia documentaria africana. La fotografa e teorica Susan Sontag, nel suo saggio “Regarding the Pain of Others” (2003), riflette su questo tipo di tensione senza citare direttamente la fotografia di Nzima, ma con un impianto critico che si applica perfettamente al suo caso: le fotografie di sofferenza altrui rischiano di generare nel fruitore uno stato di impotenza contemplativa più che una spinta all’azione, e la ripetizione della stessa immagine nel corso dei decenni rischia di desensibilizzare anzichè di mantenere viva l’indignazione originaria. La fotografia di Nzima sembra, per la sua straordinaria forza espressiva, aver resistito a questo meccanismo di logoramento meglio di quasi qualsiasi altra immagine del Novecento.

Impatto culturale e mediatico

L’impatto immediato della fotografia di Nzima sulla politica internazionale fu misurabile e documentabile. Come già accennato, la Risoluzione 392 del Consiglio di Sicurezza ONU fu adottata il 19 giugno 1976, tre giorni dopo la pubblicazione. Ma l’effetto più duraturo e strutturale della fotografia non fu nelle risoluzioni diplomatiche immediate, bensì nel progressivo spostamento dell’opinione pubblica occidentale verso posizioni più esplicitamente anti-apartheid, che avrebbe portato nell’arco di un decennio all’adozione di sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti con il Comprehensive Anti-Apartheid Act del 1986, passato dal Congresso americano nonostante il veto del presidente Ronald Reagan. Lo stesso Nelson Mandela, in diverse interviste rilasciate dopo il suo rilascio nel 1990 e durante i suoi anni di presidenza, ha indicato la fotografia di Nzima come uno degli strumenti simbolici più potenti nella lotta internazionale contro l’apartheid.

La fotografia ha generato nel corso dei decenni una straordinaria quantità di rielaborazioni artistiche e culturali che testimoniano la sua vitalità come riferimento iconografico. Le serigrafie su poster e magliette diffuse nei movimenti anti-apartheid degli anni Ottanta, spesso prive dell’ombra originale per ragioni tecniche di stampa, come documentato dagli studi dell’Università di Rhodes pubblicati su The Conversation, hanno contribuito a trasformare l’immagine in un vero e proprio emblema visivo del movimento di liberazione. L’artista Ernest Pignon-Ernest ha realizzato nel 2002 a Durban murales di grande formato che reintroducevano l’ombra originale eliminata nelle riproduzioni serigrafe, in un gesto che era insieme omaggio, restauro critico e riflessione teorica sul rapporto tra immagine originale e sue derivazioni. L’artista Kevin Brand aveva realizzato già nel 1998 al Museè de Dakar in Senegal un murale in nastro adesivo che replicava la fotografia su scala monumentale, esportando l’immagine sudafricana nel contesto panafricano.

Il 16 giugno è oggi celebrato in Sudafrica come Youth Day, festa nazionale ufficiale dal 1994, anno delle prime elezioni democratiche che portarono Nelson Mandela alla presidenza. Nel 2002 è stato inaugurato a Orlando West, a due isolati dal luogo in cui Hector fu colpito, il Hector Pieterson Museum and Memorial, struttura progettata dall’architetto Mashabane Rose Associates che custodisce documenti, fotografie e testimonianze sulla rivolta del 1976. La fotografia di Nzima, in un grande formato riprodotto sulla parete esterna dell’edificio, è il primo elemento visivo che il visitatore incontra avvicinandosi al museo; all’interno, l’originale de The World del 17 giugno 1976 è esposto insieme alla documentazione della battaglia legale di Nzima per il copyright. Il museo riceve ogni anno migliaia di visitatori, in particolare in occasione delle commemorazioni del Youth Day, e organizza rievocazioni della marcia del 1976 lungo il percorso originale seguito dagli studenti quella mattina.

La fotografia ha conosciuto nella cultura digitale contemporanea una circolazione capillare che ne ha rafforzato lo statuto iconico a livello globale. Time Magazine ha inserito l’immagine nella lista delle 100 fotografie più influenti di tutti i tempi, una lista che comprende pochissime fotografie africane e che ha contribuito a collocare il lavoro di Nzima nel canone internazionale della fotografia documentaria. Questa canonizzazione ha prodotto effetti ambivalenti, simili a quelli descritti per la fotografia di Sam Shaw nel numero precedente di questa rubrica: da un lato ha garantito la sopravvivenza e la riconoscibilità dell’immagine attraverso le generazioni; dall’altro ha esposto Nzima e i suoi eredi al fenomeno delle riproduzioni non autorizzate, che il fotografo ha combattuto legalmente fino agli ultimi anni della propria vita. La morte di Nzima il 12 maggio 2018 a Nelspruit, a ottantatrè anni, ha chiuso una vita straordinaria che aveva attraversato quasi un secolo di storia sudafricana, dal colonialismo alla democrazia, testimoniandola con una macchina fotografica e pagando per quella testimonianza un prezzo che nessun riconoscimento postumo può compensare interamente. L’archivio delle sue fotografie, al di là di quella scattata il 16 giugno 1976, rimane ancora in gran parte da studiare e valorizzare nella sua interezza, come sottolineato dagli storici della fotografia africana consultabili attraverso il database del Daily Maverick, il principale giornale investigativo sudafricano, che ha dedicato ampio spazio alla ricerca sul patrimonio fotografico della rivolta del 1976.

Fonti

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