La denominazione Moore & Co. of 101 Dale Street, Liverpool compare in modo ricorrente nelle pubblicità e nei cataloghi fotografici della metà del XIX secolo, collocando questa azienda tra i protagonisti della fase pionieristica della fotografia britannica. La casa aveva sede al civico 101 di Dale Street, una delle strade più vivaci e centrali della Liverpool vittoriana, luogo strategico per il commercio e la distribuzione di merci e strumenti tecnici. La data di nascita della ditta viene generalmente collocata negli anni 1840, periodo in cui la fotografia stava rapidamente passando dalla sperimentazione di pochi appassionati al mercato organizzato di apparecchi, lastre e prodotti chimici.
Il fondatore, identificato come John Moore, era un commerciante con interessi nella chimica applicata e nelle arti meccaniche. Non si trattava di un fotografo di professione, ma di un imprenditore in grado di percepire le potenzialità economiche della nuova tecnica inventata da Daguerre e Talbot. La sua scelta di stabilirsi a Liverpool non era casuale: la città, seconda solo a Londra per traffico marittimo, rappresentava una porta d’accesso privilegiata alle merci importate e un centro di smistamento verso il Nord-Ovest industriale. La collocazione su Dale Street garantiva alla ditta visibilità e prossimità a una clientela composta da scienziati dilettanti, ingegneri, farmacisti e professionisti desiderosi di avvicinarsi alla fotografia.
Le prime attività di Moore & Co. consistevano nella rivendita di dagherrotipi e attrezzatura per calotipia, importati dalla Francia e da Londra, ma ben presto la ditta si specializzò anche nella produzione diretta di lastre sensibilizzate, bagni chimici e obiettivi. Questo passaggio da semplice rivenditore a produttore segnò l’ingresso della società nel novero delle aziende fotografiche di riferimento in Gran Bretagna.
La cronologia delle pubblicazioni pubblicitarie dimostra che Moore & Co. fu particolarmente attiva tra il 1847 e il 1865, anni durante i quali l’offerta si ampliò includendo non solo gli strumenti di base, ma anche manuali, apparecchi di diversa tipologia e servizi di consulenza tecnica per i dilettanti.
Attrezzature e fotocamere prodotte
Uno degli aspetti più rilevanti della produzione di Moore & Co. riguarda la gamma di fotocamere a soffietto e a cassetta, destinate a soddisfare esigenze diverse, dal ritratto da studio alla fotografia di paesaggio. I cataloghi citano con frequenza modelli come le “Portable Cameras” in legno lucidato con ottiche a doppia lente e sistemi di messa a fuoco mediante slitta. Questi apparecchi erano costruiti con una cura artigianale notevole: il legno utilizzato, generalmente mogano o ciliegio, era trattato per resistere all’umidità, mentre le giunzioni erano rinforzate con ottone.
Un punto di forza della produzione era la compatibilità con diversi tipi di lastre fotografiche. Nei primi anni Moore & Co. propose apparecchi destinati alle lastre al collodio umido, che richiedevano una sensibilizzazione immediata prima dello scatto e uno sviluppo altrettanto rapido. Questo obbligava i fotografi a portare con sé un laboratorio portatile, ma al tempo stesso garantiva immagini di una definizione straordinaria. La ditta forniva dunque non solo la macchina fotografica, ma anche i kit da campo comprensivi di vasche di sensibilizzazione, soluzioni chimiche e piccole tende oscuranti.
Particolarmente innovativi erano alcuni modelli di telecamere panoramiche, che sfruttavano obiettivi con un angolo di campo molto ampio, progettati per la ripresa di vedute urbane e portuali, tematica centrale a Liverpool. Le lenti erano spesso prodotte in collaborazione con ottici locali, ma non mancavano componenti importati dalla Francia e dalla Germania, segno della volontà di Moore di integrare il meglio della produzione europea.
Altro capitolo fondamentale riguarda gli otturatori meccanici. In un’epoca in cui molti fotografi si affidavano ancora a semplici tappi manuali, Moore & Co. introdusse sistemi di otturazione più precisi, a battente o a scorrimento, capaci di ridurre i tempi di esposizione a frazioni di secondo. Questo rese possibile il passaggio da immagini statiche a soggetti con un minimo di movimento, ampliando così l’orizzonte creativo della fotografia.
La ditta produceva anche accessori come telai portatili per carte salate, bacinelle per lo sviluppo e supporti per la stampa all’albumina. Tali articoli erano spesso accompagnati da manuali dettagliati che spiegavano il corretto dosaggio delle soluzioni chimiche e i tempi di esposizione, dimostrando l’approccio didattico con cui Moore si rivolgeva al pubblico.
Materiali fotosensibili e chimica fotografica
Il contributo di Moore & Co. non si esaurisce nelle fotocamere, ma si estende al campo della chimica fotografica, cruciale in un’epoca in cui la stabilità e la sensibilità delle immagini dipendevano dalla qualità dei reagenti. L’azienda commercializzava lastre al collodio umido già pronte per l’uso, riducendo i tempi di preparazione per il fotografo dilettante. Queste lastre erano ricoperte da una soluzione di nitrato di cellulosa in etere e alcol, sensibilizzata con sali di ioduro e bromuro, per poi essere immerse in bagni di nitrato d’argento. La loro preparazione richiedeva estrema precisione: Moore & Co. si guadagnò la fiducia dei fotografi proprio per la regolarità e la qualità dei propri prodotti.
Un altro settore sviluppato fu quello delle carte fotografiche, in particolare la carta all’albumina, che consisteva in un supporto cartaceo rivestito di bianco d’uovo e cloruro di sodio, poi sensibilizzato con nitrato d’argento. La ditta forniva sia fogli già preparati che albumine liquide per chi preferiva la produzione autonoma. L’uso dell’albumina garantiva una superficie liscia e lucida, capace di restituire immagini dai toni ricchi e dai dettagli precisi.
Moore & Co. trattava anche sostanze come l’iposolfito di sodio (definito all’epoca “fissatore di Herschel”), indispensabile per rendere permanenti le immagini. L’azienda si distinse per la purezza chimica dei propri sali, elemento fondamentale per evitare ingiallimenti o deterioramenti prematuri delle fotografie. Un’attenzione particolare era dedicata al confezionamento: i reagenti venivano distribuiti in flaconi di vetro scuro, sigillati con cura per impedirne l’ossidazione, e corredati da istruzioni precise sulle condizioni di conservazione.
La dimensione chimica si estendeva anche alla sperimentazione con i toni e le viraggiature. Moore & Co. proponeva kit per il viraggio all’oro e al platino, tecniche che permettevano di migliorare la gamma tonale delle stampe e aumentarne la durata. Questi prodotti erano particolarmente apprezzati dagli studi di ritratto, desiderosi di offrire ai clienti immagini più stabili e raffinate.
Infine, la ditta forniva corsi e dimostrazioni pratiche presso il negozio di Dale Street, trasformando il punto vendita in un vero e proprio laboratorio didattico. Qui venivano mostrati i procedimenti di sensibilizzazione, sviluppo e fissaggio, offrendo al pubblico un contatto diretto con le innovazioni chimiche.
Moore & Co. e il contesto industriale di Liverpool
Collocare Moore & Co. nel contesto della Liverpool ottocentesca significa comprendere la stretta relazione tra sviluppo industriale, commercio marittimo e fotografia. La città era in quegli anni una delle capitali mondiali del traffico portuale, con un flusso costante di merci e persone. Questo dinamismo economico alimentava una borghesia emergente desiderosa di documentare e celebrare il proprio status sociale attraverso il ritratto fotografico. Moore & Co., situata nel cuore cittadino, intercettava questa domanda fornendo strumenti non solo agli studi professionali, ma anche agli appassionati privati.
La posizione geografica di Liverpool favorì inoltre il ruolo di Moore come intermediario commerciale. La vicinanza al porto consentiva di importare rapidamente ottiche francesi, lastre tedesche e reagenti chimici americani, integrandoli nella propria offerta. Al tempo stesso, la ditta riusciva a esportare i propri prodotti verso l’Irlanda e il Nord America, sfruttando le rotte atlantiche. È documentato che alcuni apparecchi recanti l’etichetta “Moore & Co. Liverpool” siano stati rintracciati in collezioni statunitensi, segno di un mercato più ampio rispetto a quello locale.
La clientela di Moore & Co. era eterogenea: dagli scienziati legati alla University of Liverpool, che utilizzavano la fotografia per documentare fenomeni naturali, agli artisti che cercavano nella nuova tecnica un mezzo alternativo al disegno. Non va trascurata la componente dei navigatori e mercanti, che acquistavano fotocamere portatili per immortalare viaggi e paesaggi oltreoceano. Questa pluralità di utilizzi contribuì a consolidare la reputazione dell’azienda come punto di riferimento affidabile e competente.
Il negozio di Dale Street non era soltanto un punto vendita, ma un centro di scambio culturale. Le cronache locali ricordano come Moore organizzasse mostre dimostrative di dagherrotipi e calotipi, attirando curiosi e appassionati. In tal modo la ditta contribuì alla diffusione della cultura fotografica in una città che, pur non essendo la capitale politica, svolgeva un ruolo decisivo nel panorama tecnico ed economico del Regno Unito.
Declino e trasformazioni della ditta
Nonostante i successi della metà del secolo, la parabola di Moore & Co. non fu priva di difficoltà. A partire dagli anni 1860, la concorrenza di grandi aziende londinesi come Negretti & Zambra o Ross & Co. iniziò a mettere sotto pressione le realtà provinciali. Le innovazioni tecniche si susseguivano a ritmo serrato: l’introduzione delle lastre a gelatina secca ridusse la complessità del processo fotografico, rendendo più agevole la pratica anche per i dilettanti. Moore & Co., pur cercando di aggiornarsi, non riuscì a mantenere la stessa competitività.
Il declino fu aggravato da fattori economici. Liverpool, colpita da crisi commerciali e fluttuazioni del mercato cotoniero, vide diminuire parte del suo dinamismo economico. Questo si tradusse in una minore disponibilità della borghesia a investire in strumenti costosi come le fotocamere professionali. L’azienda tentò di riconvertirsi ampliando il settore della cancelleria e degli strumenti scientifici, ma senza risultati duraturi.
Entro la fine degli anni 1870 la presenza di Moore & Co. nelle pubblicità fotografiche si diradò, fino a scomparire del tutto. Non si conoscono con precisione i dettagli della chiusura, ma è probabile che l’azienda sia stata assorbita o abbia cessato l’attività in seguito alla morte del fondatore. Restano tuttavia tracce materiali, come gli apparecchi conservati in musei e collezioni private, che testimoniano la qualità artigianale della produzione.
Il caso di Moore & Co. è emblematico della fragilità delle aziende fotografiche ottocentesche: nate sull’onda dell’entusiasmo per la nuova invenzione, riuscirono a prosperare per due o tre decenni, ma solo poche furono in grado di sopravvivere alla rapida industrializzazione del settore. Eppure, il ruolo di Moore & Co. nella diffusione della fotografia a Liverpool e nel Nord-Ovest d’Inghilterra rimane significativo, poiché contribuì a formare una prima generazione di fotografi dilettanti e professionisti attraverso la fornitura di strumenti affidabili e conoscenze tecniche.

Sono Manuela, autrice e amministratrice del sito web www.storiadellafotografia.com. La mia passione per la fotografia è nata molti anni fa, e da allora ho dedicato la mia vita professionale a esplorare e condividere la sua storia affascinante.
Con una solida formazione accademica in storia dell’arte, ho sviluppato una profonda comprensione delle intersezioni tra fotografia, cultura e società. Credo fermamente che la fotografia non sia solo una forma d’arte, ma anche un potente strumento di comunicazione e un prezioso archivio della nostra memoria collettiva.
La mia esperienza si estende oltre la scrittura; curo mostre fotografiche e pubblico articoli su riviste specializzate. Ho un occhio attento ai dettagli e cerco sempre di contestualizzare le opere fotografiche all’interno delle correnti storiche e sociali.
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Sono anche una sostenitrice della conservazione della memoria visiva. Ritengo che le immagini abbiano il potere di raccontare storie e preservare momenti significativi. Con un approccio critico e riflessivo, invito i miei lettori a considerare il valore estetico e l’impatto culturale delle fotografie.
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