Esiste una categoria di problemi tecnici in fotografia che si rivela soltanto a posteriori, sul monitor del computer, senza alcun segnale percepibile nell’istante dello scatto. Il flicker delle luci artificiali appartiene a pieno titolo a questo gruppo. Il fotografo che lavora in un palazzetto dello sport illuminato da lampade a scarica, in un teatro con proiettori LED dimmerati o in un interno commerciale con tubi fluorescenti non vede nulla di anomalo nel mirino e non nota alcuna variazione luminosa nell’ambiente. Eppure torna a casa con una serie di immagini in cui l’esposizione oscilla da un fotogramma all’altro, oppure con una banda orizzontale più scura o più chiara che attraversa l’immagine in posizioni sempre diverse.
L’origine sta in una caratteristica fisica di quasi tutte le sorgenti luminose artificiali: l’emissione varia nel tempo, con una frequenza che dipende dalla rete elettrica o dal circuito che alimenta la lampada. L’occhio umano a fovea ferma raramente coglie variazioni sopra i 90 Hz, mentre un sensore e un otturatore che lavorano a migliaia di frazioni di secondo le registrano senza difficoltà. Per questo la voce di Wikipedia sul flicker ricorda che esposimetri e sensori d’immagine rilevano modulazioni a frequenze molto più alte di quelle visibili e che i tempi di posa del cinema e della fotografia possono interagire con esse, creando artefatti nelle immagini.
Il tema ha acquistato peso negli ultimi quindici anni per tre ragioni. La prima è la diffusione dei LED, che hanno sostituito fluorescenti e incandescenza quasi ovunque, con un comportamento che dipende dalla qualità del driver. La seconda è la modalità video delle fotocamere ibride, dove il flicker diventa una pulsazione ritmica della luminosità, più disturbante di una variazione tra due scatti. La terza è l’otturatore elettronico, che ha introdotto una classe nuova di artefatti, invisibili con le tendine meccaniche. Questo articolo tratta il flicker come problema tecnico: origini fisiche, frequenze, interazione con l’otturatore, funzioni anti-flicker, ripresa video, diagnosi sul campo. Chi cerca la resa cromatica delle stesse sorgenti la trova nell’articolo sulla temperatura correlata di colore, mentre per i pannelli LED in studio serve la scheda dedicata.

In Sintesi
- Le lampade a fluorescenza con alimentatore magnetico pulsano a 100 o 120 Hz, cioè al doppio della frequenza di rete (50 o 60 Hz). Gli alimentatori elettronici ad alta frequenza eliminano il problema, ma quelli scadenti conservano una forte modulazione a 100/120 Hz.
- Nei LED il flicker dipende dal driver e dal metodo di regolazione. Il dimmeraggio PWM a bassa frequenza è la causa più frequente di scatti sottoesposti a tempi brevi.
- Con otturatore meccanico a tempi brevi o con otturatore elettronico a scansione, la pulsazione produce bande orizzontali nel fotogramma. Una lettura rapida del sensore e l’otturatore globale (Sony α9 III) riducono l’effetto.
- Tempi sicuri: multipli di 1/100 s con rete a 50 Hz, multipli di 1/120 s con rete a 60 Hz. In video, 180° a 25 fps dà 1/50 s e a 30 fps dà 1/60 s.
- La funzione anti-flicker ritarda lo scatto fino a un punto favorevole del ciclo (Canon EOS 7D Mark II, Nikon D5 con firmware 2016). Corregge l’esposizione tra scatti, lascia il banding da tempi molto brevi.
- Il rimedio migliore è la diagnosi in ripresa: una raffica di prova su una parete neutra mostra subito se la luce pulsa.
La natura pulsante delle sorgenti artificiali
La corrente alternata di rete inverte il proprio segno cinquanta o sessanta volte al secondo. In Europa e nella maggior parte dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e di parte dell’America del Sud la frequenza è di 50 Hz. In Nord America, in gran parte dell’America centrale e dei Caraibi e in Paesi come Brasile, Corea del Sud, Taiwan, Filippine e Arabia Saudita è di 60 Hz. Il Giappone divide il proprio territorio: l’est, con Tokyo e Sapporo, funziona a 50 Hz, mentre l’ovest, con Osaka, Kyoto e Nagoya, funziona a 60 Hz, secondo l’elenco compilato in Mains electricity by country. Un fotografo che viaggia deve tenere presente che una regola valida a Milano può essere sbagliata a Osaka.
Il modo in cui una lampada risponde all’alternanza dipende dalla tecnologia. Le lampade a incandescenza sono le più tolleranti. Il filamento di tungsteno ha un’inerzia termica che smorza l’oscillazione di alimentazione, e la variazione di intensità tra un semiciclo e l’altro resta modesta. Per generazioni di fotografi la luce al tungsteno ha significato assenza di sorprese in sincronizzazione, e la questione è emersa con forza soltanto quando altre sorgenti l’hanno sostituita.
Le lampade fluorescenti introducono il problema in modo sistematico. Il tubo eccita un gas con una scarica elettrica, e a ogni inversione di polarità l’emissione cala. Con l’alimentatore magnetico la luce pulsa a 100 o 120 Hz, e secondo la voce Wikipedia sulle lampade fluorescenti si tratta di una frequenza normalmente non percepibile, che può però disturbare le persone fotosensibili e risulta più evidente nella visione periferica. Se un catodo danneggiato rende irregolare l’emissione a ogni semionda, compare anche una componente alla frequenza di rete. Gli alimentatori elettronici ad alta frequenza, introdotti negli anni Novanta, lavorano oltre i 20 kHz e il tubo non sfarfalla in modo apprezzabile, ma la stessa fonte precisa che alimentatori difettosi o di bassa qualità possono mostrare una considerevole modulazione della luce a 100/120 Hz. Lo stesso testo segnala l’effetto stroboscopico, per cui un oggetto in rotazione sembra fermo quando la sua velocità coincide con la frequenza di pulsazione, e un battimento con le frequenze dei fotogrammi video, che nelle riprese si traduce in pulsazioni lente.
Le lampade a scarica ad alta intensità, dette HID, comprendono le lampade al sodio, al mercurio, agli alogenuri metallici e allo xeno. Sono diffuse nell’illuminazione stradale, negli impianti sportivi e in alcuni teatri. Pulsano alla frequenza doppia di rete come i fluorescenti, con una profondità di modulazione che cambia da un tipo all’altro e da un impianto all’altro. Per questo le fotografie di eventi sportivi nei palazzetti e negli stadi sono tradizionalmente soggette a variazioni di esposizione tra scatti ravvicinati, e chi pratica la fotografia sportiva a tempi molto brevi lo sa per esperienza diretta.
Con i LED il quadro cambia. Il diodo, alimentato con corrente continua pura, non produce flicker. Il problema nasce nel driver, il circuito che trasforma la corrente alternata in corrente continua. Se il filtraggio è scarso resta un ripple, cioè un’oscillazione residua che segue la frequenza raddrizzata, tipicamente 100 o 120 Hz, e che si trasmette alla luce. La voce già citata elenca tra le cause del flicker la frequenza di rete, le fluttuazioni di tensione, l’incompatibilità con un dimmer esterno, la tecnologia del driver o dell’alimentatore, il metodo di regolazione come la modulazione di larghezza d’impulso, e l’invecchiamento dei componenti. Un driver di qualità professionale, come quelli montati nelle luci per cinema e broadcast, abbatte il ripple e rende la sorgente praticamente trasparente per la macchina da presa. Un driver economico lo lascia intatto. La stessa lampada commerciale può montare driver diversi a seconda del lotto, e senza uno strumento è difficile riconoscerli a occhio.

Un capitolo a sé è il dimmeraggio dei LED. Per ridurre la luminosità esistono due metodi. La riduzione della corrente (CCR) abbassa il valore medio della corrente e dà un flicker minimo, con una possibile variazione della temperatura di colore. La modulazione di larghezza d’impulso (PWM) mantiene la corrente al valore nominale e interrompe l’alimentazione ad alta frequenza, regolando la durata degli impulsi. Secondo la voce sulla modulazione di larghezza d’impulso, il duty cycle si esprime in percentuale, con il 100% a indicare l’accensione continua, e un duty cycle basso corrisponde a bassa potenza perché la sorgente resta spenta per la maggior parte del tempo. I LED si accendono e si spengono con estrema rapidità e produrrebbero flicker percepibile se pilotati a bassa frequenza, mentre il flicker si riduce alzando la frequenza della PWM.
I numeri chiariscono l’impatto sulla fotografia. Un LED dimmerato al 30% con PWM a 500 Hz ha un periodo di 2 ms e resta acceso per 0,6 ms e spento per 1,4 ms. Uno scatto a 1/4000 s dura 0,25 ms. Se cade nella fase di spegnimento, l’immagine risulta nera o fortemente sottoesposta, anche se l’occhio vede una luce stabile. A 1/60 s l’esposizione dura 16,7 ms e comprende più di otto cicli: la media è stabile, e il difetto scompare. Il rischio cresce quindi con la velocità dell’otturatore e con la profondità del dimmeraggio, e si moltiplica quando la sorgente è un pannello o un proiettore regolato al minimo.
Quanto è visibile all’occhio? La soglia di fusione del flicker è la frequenza alla quale una luce che pulsa appare stabile all’osservatore medio. Dipende dalla luminanza, dalla profondità di modulazione e dalla zona della retina. La visione dei coni si stabilizza intorno ai 60 Hz solo a intensità molto alte, per le immagini in movimento la soglia si colloca di solito tra i 48 e i 60 Hz, e durante i movimenti saccadici dell’occhio si possono percepire modulazioni fino a 2000 Hz. La conseguenza per il fotografo è semplice: il fatto che l’occhio non veda nulla non dice nulla sul comportamento della luce a tempi di posa brevi.
Come si misura il flicker: percentuale, indice, norme
Per parlare di flicker in modo confrontabile servono metriche. Le due più diffuse nelle schede tecniche sono la percentuale di flicker, cioè la differenza tra massimo e minimo dell’emissione divisa per la loro somma, espressa in percentuale, e il flicker index, il rapporto tra l’area della forma d’onda sopra il valore medio e l’area totale nel ciclo. La prima varia da 0% a 100%, il secondo da 0 a 1. Una sorgente che si spegne del tutto tra un impulso e l’altro ha percentuale al 100%.
Queste cifre descrivono la forma dell’onda e non dicono quanto il flicker sia visibile o fastidioso. La voce sul flicker osserva infatti che nessuna di queste metriche è adatta a prevedere la percezione umana, e indica come indicatore normalizzato il PstLM, il flicker a breve termine, calcolato da una forma d’onda registrata per almeno tre minuti: il valore 1 corrisponde al livello al quale metà dei soggetti di prova giudica il flicker percepibile e irritante. Sul piano della salute, la stessa pagina associa la modulazione temporale della luce a fastidio, affaticamento visivo, riduzione delle prestazioni, mal di testa ed emicrania, e in rari casi a crisi epilettiche nelle persone fotosensibili.
Per l’illuminazione a LED il riferimento normativo più citato è lo standard IEEE 1789-2015, intitolato «IEEE Recommended Practices for Modulating Current in High-Brightness LEDs for Mitigating Health Risks to Viewers». È una raccomandazione pensata per la salute degli osservatori, ed è diversa dalla soglia di tollerabilità di una fotocamera, che ha esigenze più severe: un sensore sensibile a una modulazione invisibile all’occhio la registra comunque. Chi vuole sapere se una luce è adatta alla ripresa deve quindi guardare a ciò che il sensore vede, e non alla conformità a una norma pensata per le persone.
Come l’otturatore interagisce con la pulsazione
Il nucleo del problema è la geometria temporale dell’esposizione. A parità di sorgente, otturatori diversi producono difetti diversi. Un otturatore a tendine meccaniche espone il sensore con due tendine che scorrono attraverso il fotogramma. Ai tempi lunghi, fino alla velocità di sincronizzazione del flash, la prima tendina completa l’apertura prima che la seconda inizi a chiudersi, e l’intero sensore è esposto nello stesso intervallo. Il flicker si manifesta come variazione globale tra fotogrammi: se lo scatto cade nella fase luminosa del ciclo l’immagine è esposta bene, se cade nella fase scura è sottoesposta. Con una sorgente a 100 Hz il ciclo dura 10 ms, e a 1/125 s l’esposizione, di 8 ms, non copre un ciclo intero: tra un fotogramma e l’altro la luce raccolta può differire anche di mezzo stop o più, a seconda della profondità di modulazione.
Oltre la velocità di sincronizzazione le due tendine si muovono in sequenza ravvicinata e formano una fessura mobile che scorre sul sensore. La larghezza della fessura determina il tempo di esposizione effettivo. Parti diverse del fotogramma vengono esposte in istanti diversi, e la pulsazione luminosa può far cadere alcune zone nella fase luminosa del ciclo e altre in quella scura. Il risultato è il banding: una o più bande orizzontali più chiare o più scure la cui posizione cambia da scatto a scatto. Il fenomeno è tipico della fotografia sportiva al coperto con tempi molto brevi, sotto la luce di palazzetti e stadi, ed è alla base della cattiva reputazione dei tempi sopra 1/1000 s in quegli ambienti. Per capire come funzionano le tendine e come si è arrivati a quelle di oggi conviene leggere l’evoluzione degli otturatori fotografici.
Con l’otturatore elettronico a scansione progressiva la situazione peggiora. La voce sul rolling shutter spiega che, invece di catturare la scena in un solo istante, il sensore la scansiona, per cui parti diverse sono registrate in tempi diversi, mentre la riproduzione mostra il fotogramma come se fosse un unico momento. Aggiunge che la maggior parte delle fotocamere consumer con sensore CMOS usa questo sistema e che problemi analoghi nascono con le luci fluorescenti e con gli effetti stroboscopici. Le fotocamere mirrorless lo adottano nella modalità silenziosa. Il sensore legge riga per riga, dall’alto verso il basso, e il tempo necessario a leggere l’intero fotogramma, il tempo di lettura o readout, può andare da pochi millisecondi a molte decine di millisecondi, a seconda del sensore. Poiché durante la lettura la luce continua a pulsare, righe diverse ricevono quantità diverse di luce.
Il confronto con il periodo di pulsazione dà la regola pratica. Con un tempo di lettura di 30 ms e una sorgente che pulsa a 100 Hz, con periodo di 10 ms, la scansione attraversa tre cicli completi, e il fotogramma mostra tre bande chiare e tre scure sovrapposte alla scena. Se il tempo di lettura scende sotto i 10 ms le bande si riducono a una sola oscillazione, e con letture ancora più rapide l’effetto si attenua. La velocità di lettura è diventata per il lavoro in luce artificiale una specifica critica, come lo era la velocità di sincronizzazione per il flash nell’era analogica. La lettura del sensore dipende dall’architettura del chip e dalla velocità del processore.
I sensori stacked integrano un livello di memoria e circuiti di lettura sotto la matrice di fotodiodi e leggono molto più in fretta. La Sony Alpha 1, presentata il 27 gennaio 2021, monta un sensore Exmor RS stacked BSI CMOS da 50,1 megapixel e dichiara un otturatore elettronico con rolling shutter ridotto di 1,5 volte. Il passo successivo è l’otturatore globale: la Sony α9 III, annunciata il 7 novembre 2023, ha un sensore full frame CMOS con otturatore elettronico globale, quindi senza rolling shutter, tempi fino a 1/80000 s e sincronizzazione flash a qualsiasi tempo fino al massimo. Un otturatore globale espone tutte le righe nello stesso istante e il banding da scansione scompare. Resta la variazione globale di esposizione tra fotogrammi, perché una luce che pulsa continua a pulsare: l’otturatore globale elimina le bande dentro l’immagine e lascia aperta la questione del ritardo tra scatti.
Il confronto tra le due famiglie di otturatore meccanico e otturatore elettronico si riassume in una scelta di compromesso: l’otturatore meccanico evita le bande da scansione ma le produce con la fessura ai tempi molto brevi, l’elettronico a scansione le produce sempre in proporzione al tempo di lettura, l’elettronico globale ne è privo. Un buon approfondimento sul rolling shutter è disponibile in un articolo dedicato del sito. Per orientarsi nei modelli più recenti conta poi la pagina Sony sulle mirrorless, quella Canon sull’EOS R3 e la pagina Nikon sulle mirrorless, che elencano le funzioni di scatto dei rispettivi corpi. Per lo stato dell’arte tra le marche, Sony, Canon e Nikon hanno pagine storiche dedicate, utili per collocare ciascun modello. Una panoramica dei sensori CMOS chiarisce poi perché la lettura per righe sia un tratto tipico di quell’architettura.

Frequenze di rete a 50 e 60 Hz e tempi sicuri
La frequenza di rete determina la frequenza di pulsazione delle sorgenti e quindi i tempi di posa sicuri. Con rete a 50 Hz le sorgenti a pulsazione doppia lavorano a 100 Hz, con periodo di 10 ms. Un tempo di posa pari a un multiplo intero del periodo integra sempre lo stesso numero di cicli completi, e l’esposizione non dipende dalla fase in cui parte lo scatto. Con rete a 60 Hz la pulsazione è a 120 Hz e il periodo è di circa 8,33 ms. I tempi sicuri sono quindi i multipli interi di quei periodi.
| Rete | Pulsazione | Periodo | Tempi sicuri (multipli del periodo) |
|---|---|---|---|
| 50 Hz (Europa) | 100 Hz | 10 ms | 1/100 s, 1/50 s, 1/33 s, 1/25 s |
| 60 Hz (Nord America) | 120 Hz | 8,33 ms | 1/120 s, 1/60 s, 1/40 s, 1/30 s |
Le scale delle fotocamere procedono per terzi di stop e non coincidono sempre con questi valori. A 50 Hz il tempo di 1/100 s è esattamente un ciclo e va bene. A 60 Hz il tempo di 1/125 s dura 8 ms, e lo scarto dal periodo di 8,33 ms è di 0,33 ms, circa il 4% di un ciclo: l’errore di integrazione è piccolo e dipende dalla profondità di modulazione. Molti corpi permettono di impostare tempi in frazioni più fini o in gradi di otturatore, come nei sistemi cinematografici, e questo semplifica la sincronizzazione con la frequenza locale. L’influenza reciproca tra fotografia e cinema spiega perché la fotografia ibrida abbia adottato una terminologia nata sul set.
Una nota riguarda le sorgenti con driver a commutazione ad alta frequenza. Un driver che opera a decine di kilohertz produce una modulazione con periodo di pochi microsecondi, molto più breve di qualunque tempo di posa fotografico: a 100 kHz il periodo è di 10 µs, mentre 1/32000 s dura circa 31 µs. In quel caso l’esposizione integra sempre più cicli e il flicker è irrilevante per la ripresa. Il problema ritorna con i driver economici che lavorano a 100-120 Hz o con PWM a poche centinaia di hertz.
I vecchi sistemi televisivi mostrano quanto il legame con la rete sia antico. La voce sulla soglia di fusione ricorda che i monitor a tubo catodico lavoravano a circa 60 Hz nello standard NTSC e a 50 Hz in PAL e SECAM, con un flicker visibile. Quando una ripresa incontra uno schermo di quel tipo o una sorgente con frequenza vicina a quella del frame rate, il battimento appare come una pulsazione lenta o come una banda che scorre nell’immagine.
Le modalità anti-flicker nelle fotocamere
La funzione anti-flicker è nata per ridurre gli effetti della pulsazione senza chiedere al fotografo di conoscere la frequenza. Il principio è semplice: prima dello scatto la fotocamera analizza le variazioni di luminosità e ritarda lo scatto fino a un punto favorevole del ciclo. La Canon EOS 7D Mark II, annunciata il 15 settembre 2014, può essere impostata in modo da ritardare automaticamente il rilascio dell’otturatore per compensare le luci elettriche che sfarfallano, e raggiunge i 10 fotogrammi al secondo in raffica. La Nikon D5, annunciata il 6 gennaio 2016, ha ricevuto con un aggiornamento del firmware di giugno 2016 una modalità di riduzione del flicker nella quale il momento dell’esposizione viene regolato. La funzione si è poi estesa ad altri produttori e ai corpi mirrorless.
Il rilevamento richiede di individuare la frequenza e la fase delle oscillazioni con una precisione sufficiente. A 100 Hz la finestra utile intorno al massimo è di pochi millisecondi, e un errore di sincronizzazione sposta l’esposizione su un fianco della curva. Per questo il rilevamento si basa sull’analisi di una sequenza di fotogrammi di anteprima. Quando nella scena convivono sorgenti con frequenze diverse o la pulsazione ha una frequenza non standard, il rilevamento può non bastare e conviene tornare alla scelta di un tempo sicuro.
Il ritardo ha conseguenze pratiche. In scatto singolo l’attesa è di pochi millisecondi, impercettibile. In raffica ogni fotogramma deve agganciarsi alla fase favorevole, e se la cadenza richiesta è superiore alla frequenza di pulsazione non è possibile farlo senza rinunciare a una parte della velocità. Per questo la funzione può ridurre la cadenza massima di raffica. Con una sorgente a 100 Hz e una raffica a 10 fps la fotocamera ha circa dieci occasioni di scatto per ciclo da scegliere, e può mantenere la cadenza. A cadenze molto alte la scelta si restringe e la raffica rallenta.
I limiti vanno detti con chiarezza. La funzione anti-flicker ottimizza il momento dello scatto per ottenere esposizioni uniformi tra un fotogramma e l’altro. Lascia intatto il banding che nasce dalla fessura mobile della tendina meccanica ai tempi molto brevi e quello che nasce dalla lettura progressiva dell’otturatore elettronico, perché in quei casi la non uniformità sta dentro l’esposizione del singolo fotogramma. La soluzione tecnica, in quel caso, è la lettura rapida del sensore stacked o l’otturatore globale, e a monte, quando possibile, la scelta di un tempo sicuro.
Flicker nel video: frame rate e shutter angle
In video il flicker è più visibile e più difficile da correggere. Una fotografia con esposizione sbagliata si recupera in sviluppo. Una sequenza in cui ogni fotogramma ha luminosità diversa produce una pulsazione durante la riproduzione, tanto più fastidiosa nelle scene statiche dove nessun movimento mascheri la variazione. Nelle produzioni si parla di flicker di scena, e quando la frequenza di pulsazione batte con il frame rate compare una pulsazione lenta della luminosità, quasi un respiro.
La difesa classica è la scelta di frame rate e shutter angle. Secondo la voce sullo shutter angle, la regolazione dell’angolo controlla la proporzione di tempo in cui la pellicola è esposta durante ogni intervallo di fotogramma, e 180° è considerato il valore normale. La formula è angolo = (tempo di esposizione ÷ intervallo del fotogramma) × 360°. A 25 fps con 180° il tempo di esposizione è 1/50 s, che con rete a 50 Hz è un multiplo del periodo di 10 ms, cioè due cicli esatti. A 30 fps con 180° il tempo è 1/60 s, e con rete a 60 Hz equivale a due cicli di 8,33 ms. A 24 fps, 1/50 s corrisponde a 173°, come ricorda la stessa voce, un valore vicino a 180° e per questo molto usato in Europa: l’esposizione resta di due cicli interi anche con il frame rate cinematografico. Cambiare frame rate o shutter angle senza ricontrollare la sincronizzazione può reintrodurre il problema. Passare a 50 fps per un effetto di slow motion dimezza il tempo con shutter a 180°, che scende a 1/100 s, ancora sicuro con rete a 50 Hz, ma a 60 fps in una rete a 50 Hz il tempo 1/120 s non è un multiplo del periodo e riporta il flicker. Il capitolo sul frame rate approfondisce l’effetto creativo di queste scelte.
Sul set i direttori della fotografia seguono due strade. La prima è sostituire le sorgenti ambientali con luci professionali a driver ad alta frequenza, prive di modulazione apprezzabile a qualunque frame rate. La seconda, quando le sorgenti non si possono toccare, come in una stazione della metropolitana, in un magazzino o in uno stadio, è misurare la pulsazione e scegliere tempo e frame rate di conseguenza. Chi gira in profilo log deve ricordare che la correzione di contrasto in post-produzione amplifica anche le differenze di luminosità tra fotogrammi.
Un caso specifico riguarda gli schermi e i monitor presenti nell’inquadratura. I display, compresi quelli di smartphone e tablet, si aggiornano a frequenze proprie, con scansione che interagisce con la lettura del sensore. Il risultato è la comparsa di bande scure che scorrono sul display. Le modalità anti-flicker non risolvono questo difetto, che richiede di sincronizzare frame rate e tempo di posa con la frequenza di aggiornamento dello schermo o di scegliere uno shutter più lungo che integri più passaggi della scansione. Un monitor con refresh più alto, a parità di tempo di posa, riduce l’ampiezza visibile delle bande.
Diagnosi e correzione sul campo
Per affrontare il flicker in modo sistematico servono strumenti. Un misuratore dedicato rileva la variazione temporale dell’intensità e ne ricava frequenza e profondità di modulazione. Il Sekonic C-800 SpectroMaster è uno spettrometro da set che, secondo l’articolo dell’American Cinematographer, riporta il grafico dello spettro tra 380 e 780 nm, l’indice di resa cromatica CRI da Ra a R15, il TM-30 con Rf, Rg e Ra e il TLCI, un indice che dipende dalla sensibilità della fotocamera. È uno strumento per chi lavora in produzione e valuta spesso le sorgenti a LED, e affianca la lettura dell’esposizione con la misura della qualità della luce.
In assenza di strumenti basta una prova su una superficie uniforme, come una parete bianca o un cartoncino grigio neutro, con la fotocamera su cavalletto. Si scatta una raffica di venti o trenta immagini con tempo, diaframma e ISO fissi, in modalità manuale. Se i valori medi di luminosità variano da un fotogramma all’altro, leggibili nell’istogramma o nel valore medio di un programma di sviluppo, la luce pulsa. Si ripete poi la prova con un tempo sicuro, 1/100 s o 1/50 s con rete a 50 Hz: se la variazione sparisce, la diagnosi è confermata e si conosce il tempo di lavoro per quella sorgente. Per distinguere il flicker globale dal banding basta guardare le immagini: nel primo caso cambia la luminosità dell’intero fotogramma, nel secondo compaiono fasce con posizione variabile.
Un indizio utile sul campo è l’istogramma dal vivo nel mirino elettronico. In ambienti con flicker pronunciato oscilla in modo periodico, e la sua frequenza si può stimare a occhio o con un cronometro. Nelle riprese video i programmi di montaggio come DaVinci Resolve offrono strumenti di analisi dei livelli che mostrano la variazione di luminosità fotogramma per fotogramma e rendono evidente presenza, frequenza ed entità della pulsazione.
In post-produzione la correzione è possibile ma limitata. I filtri di deflicker analizzano la luminosità media di ogni fotogramma e applicano una normalizzazione temporale. Funzionano bene sul flicker globale e male sul banding, che richiederebbe una correzione riga per riga. La soluzione ottimale resta la prevenzione: riconoscere il problema, misurare la frequenza e fissare tempo e frame rate prima di premere il pulsante di registrazione.
Ogni misura vale per la sorgente e per il momento in cui viene fatta, perché dimmer, invecchiamento e variazioni di tensione cambiano il comportamento della luce. Le immagini delle fotocamere termiche a infrarossi seguono altre regole e restano fuori dal tema di questo articolo, che riguarda la fotografia nel visibile.
Un metodo di lavoro in luce artificiale
Il lavoro in un ambiente nuovo comincia dal riconoscimento della sorgente. Fluorescenti e HID pulsano alla frequenza doppia di rete, i LED dipendono dal driver. Chi arriva in un palazzetto fa bene a scattare una raffica di prova su una parete neutra prima dell’evento, quando i riflettori sono già accesi e i dimmer fissati, e a ripeterla se il tecnico regola le luci. La prova costa un minuto e permette di scegliere con calma tra tre strategie.
La prima è usare un tempo sicuro. È la scelta più robusta, ma impone un limite alla velocità minima. Nella fotografia sportiva, dove servono 1/500 s o più per fermare il movimento, un tempo sicuro vicino a 1/100 s non è praticabile, e si passa alla seconda strategia: accettare la variazione di esposizione e ridurne l’effetto con la funzione anti-flicker, o lavorare in raffica e selezionare in seguito. In sviluppo si può uniformare la luminosità dei fotogrammi con una regolazione dell’esposizione per scatto, un’operazione rapida nei programmi che lavorano sul RAW.
La terza strategia è cambiare strumento. Un corpo con sensore a lettura rapida o con otturatore globale rende praticabile la ripresa a tempi brevi senza bande, e l’otturatore silenzioso, utile in teatro e nelle cerimonie, smette di essere una scelta a rischio. Chi lavora spesso in impianti sportivi o in teatro tende a pesare questa caratteristica più dei megapixel nella scelta del corpo.
Quando la sorgente è sotto il controllo del fotografo, come in uno studio o in un set, la soluzione più semplice è scegliere luci con driver di qualità e dimmerare per riduzione della corrente o con PWM ad alta frequenza, oppure togliere luminosità con filtri neutri e diaframma, lasciando le lampade a piena potenza. Un pannello LED regolato al 100% non ha i problemi del dimmeraggio PWM, e la regolazione fine dell’esposizione passa dai parametri della fotocamera. Per la scelta dei pannelli la scheda sul pannello LED riporta le caratteristiche da leggere nei dati tecnici.
Resta il caso delle riprese in ambienti non controllabili con più sorgenti. Qui il flicker di luci diverse può sommarsi, e la scena mostra pulsazioni a frequenze incommensurabili, impossibili da neutralizzare con un solo tempo di posa. Si sceglie allora il tempo che minimizza il difetto sulla sorgente dominante, si accetta una piccola variazione residua e la si corregge in post-produzione con i filtri di deflicker, valutando fotogramma per fotogramma il risultato.
Domande frequenti
Che cos’è il flicker in fotografia?
È la variazione periodica dell’emissione di una sorgente artificiale che l’otturatore registra come differenza di esposizione tra scatti o come bande orizzontali nel fotogramma. L’occhio di solito non la percepisce.
Perché le fluorescenti e le HID pulsano a 100 o 120 Hz?
Perché l’emissione segue la potenza elettrica, che raggiunge un massimo a ogni semionda. Con rete a 50 Hz le semionde sono 100 al secondo, con rete a 60 Hz sono 120.
Quali tempi di posa evitano il flicker?
I multipli interi del periodo di pulsazione: 1/100 s, 1/50 s e 1/25 s con rete a 50 Hz, 1/120 s, 1/60 s e 1/30 s con rete a 60 Hz. In Giappone il valore dipende dalla zona, perché l’est usa 50 Hz e l’ovest 60 Hz.
La modalità anti-flicker elimina il banding?
No. Ritarda lo scatto per uniformare l’esposizione tra fotogrammi. Il banding dovuto alla fessura della tendina ai tempi molto brevi o alla scansione dell’otturatore elettronico richiede un tempo sicuro, una lettura più rapida o un otturatore globale.
Quale shutter angle usare in video sotto luci a 50 Hz?
Con 25 fps un angolo di 180° dà 1/50 s, multiplo esatto del periodo di 10 ms. A 24 fps il tempo di 1/50 s corrisponde a 173° e resta sicuro.
Come capisco se una luce a LED è dimmerata in PWM?
Con una raffica di prova su una parete neutra a tempi brevi: se le immagini cambiano di luminosità o mostrano bande, la luce modula. Si conferma ripetendo la prova a un tempo sicuro.
Il quadro generale dell’evoluzione tecnica è nella sezione La tecnologia fotografica.
Fonti
- Flicker (light) – Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Flicker_(light)
- Mains electricity by country – Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Mains_electricity_by_country
- Rolling shutter – Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Rolling_shutter
- Fluorescent lamp – Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Fluorescent_lamp
- Shutter angle – Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Shutter_angle
- Pulse-width modulation – Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Pulse-width_modulation
- Flicker fusion threshold – Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Flicker_fusion_threshold
- The Sekonic C-800-U SpectroMaster – American Cinematographer: https://theasc.com/articles/the-sekonic-c-800-u-spectromaster
Aggiornato Ottobre 2026



