La questione del pubblico dominio delle fotografie è al centro di un dibattito giuridico e culturale che, negli ultimi decenni, si è fatto sempre più complesso. Non si tratta soltanto di una questione legata alle norme sul diritto d’autore, ma anche di una riflessione più ampia sul valore storico, artistico ed economico delle immagini, nonché sul ruolo che esse giocano nella costruzione della memoria collettiva. Se una fotografia diventa di pubblico dominio, chiunque può riprodurla, diffonderla, modificarla o utilizzarla senza dover chiedere permesso né corrispondere diritti: un passaggio che segna la trasformazione di un’opera da bene privato a patrimonio condiviso.
Il quadro normativo: tempi e variabili
Per rispondere alla domanda “dopo quanto tempo le fotografie diventano di pubblico dominio?” occorre anzitutto distinguere le diverse tipologie di fotografie riconosciute dal diritto.
In Europa, e in particolare in Italia, la legge distingue tra:
Opere fotografiche creative: sono quelle in cui l’autore compie scelte di inquadratura, luce, composizione e stile tali da conferire originalità. Queste godono della protezione piena prevista dal diritto d’autore, che dura 70 anni dopo la morte dell’autore.
Semplici fotografie (definite in passato “fotografie non creative” o “prodotti fotografici”): immagini che hanno carattere documentale, privo di particolari scelte artistiche. In questo caso, la tutela è più breve e dura 20 anni dalla data dello scatto o della prima pubblicazione.
Questa distinzione, apparentemente chiara, si rivela nella pratica piuttosto sfumata. È infatti spesso difficile stabilire con certezza se una fotografia sia dotata o meno di carattere creativo. Uno scatto di cronaca, ad esempio, può avere un valore puramente documentativo, ma allo stesso tempo incorporare scelte stilistiche non banali.
A complicare ulteriormente il quadro intervengono le differenze tra Paesi. Negli Stati Uniti, per esempio, la durata del copyright è calcolata con regole differenti: per le opere create dopo il 1978, i diritti durano per tutta la vita dell’autore più 70 anni, mentre per quelle realizzate da enti o sotto forma di “work for hire” la protezione si estende a 95 anni dalla pubblicazione o 120 anni dalla creazione, a seconda di quale periodo sia più breve.
La fotografia tra diritto e memoria collettiva
Il nodo non è soltanto giuridico: è anche culturale. Le fotografie hanno un ruolo peculiare nella nostra società, perché più di altre forme artistiche si collocano al confine tra documento e creazione. Una foto d’epoca può essere allo stesso tempo un bene culturale e un atto di testimonianza.
Se diventa di pubblico dominio, entra a far parte della memoria condivisa e può circolare liberamente, rafforzando il senso di appartenenza collettiva. Basti pensare alle celebri fotografie delle due guerre mondiali, ai ritratti di personaggi storici, o alle immagini simboliche di eventi sociali e politici: la possibilità di accedervi senza vincoli rafforza la conoscenza storica e favorisce la ricerca.
Allo stesso tempo, il tema non è privo di criticità. Fotografie recenti, che ritraggono persone o luoghi privati, possono comportare problematiche legate alla privacy anche dopo la scadenza del diritto d’autore. Inoltre, la circolazione indiscriminata delle immagini rischia di banalizzare l’opera dell’autore, riducendone la specificità creativa.
L’impatto del digitale e delle piattaforme online
Con l’avvento del digitale e delle piattaforme di condivisione, la questione del pubblico dominio si è complicata. Le immagini oggi circolano a una velocità e con una capillarità impensabili fino a pochi decenni fa. Questo genera almeno due conseguenze:
Difficoltà di controllo: stabilire se una fotografia sia ancora soggetta a diritti diventa complesso, specialmente per immagini diffuse in maniera virale senza attribuzione.
Nuovi usi e nuove domande: progetti collaborativi come Wikimedia Commons o archivi digitali pubblici hanno portato a una nuova consapevolezza del valore delle immagini in pubblico dominio. La possibilità di attingere liberamente a fotografie storiche ha ampliato le opportunità di ricerca, didattica e produzione culturale.
Le istituzioni museali e archivistiche si trovano di fronte a una sfida: conciliare la tutela dei diritti d’autore con la missione di rendere accessibili al pubblico i beni culturali. Alcuni musei hanno adottato politiche di “open access”, rendendo liberamente disponibili online le proprie collezioni fotografiche, anche quando il diritto d’autore non è ancora scaduto, ma l’istituzione sceglie di rinunciare volontariamente a una parte delle restrizioni.
Oltre il diritto: la questione etica
Se il diritto stabilisce tempi e regole precise, resta aperta la questione etica. Quando una fotografia ritrae persone, soprattutto in situazioni di vulnerabilità o sofferenza, è legittimo che entri nel pubblico dominio? L’assenza di copyright non elimina il problema della dignità dei soggetti ritratti.
Gli studiosi di fotografia sottolineano sempre più spesso la necessità di distinguere tra uso legale e uso legittimo: ciò che è consentito dalla legge non è sempre rispettoso del contesto umano e sociale in cui l’immagine è nata.
Inoltre, l’idea di pubblico dominio va messa in dialogo con quella di “comune digitale”: le fotografie, una volta liberate dai vincoli giuridici, diventano risorsa collettiva, ma necessitano comunque di curatela, attribuzione e rispetto storico. Non basta poterle usare: occorre anche saperle interpretare e trasmettere nel modo corretto.
Un equilibrio da costruire
Alla domanda “dopo quanto tempo le fotografie diventano di pubblico dominio?” si può rispondere con numeri precisi: 20 anni per le immagini non creative, 70 anni post mortem auctoris per le opere creative (in Italia ed Europa), 95 o 120 anni per alcune categorie negli Stati Uniti. Ma questa risposta normativa non esaurisce la questione.
Il vero problema è come gestire, culturalmente e socialmente, la transizione di una fotografia da opera privata a bene comune. È un passaggio che segna la trasformazione dell’immagine in memoria collettiva, ma che richiede responsabilità, attenzione e rispetto. Perché se è vero che il pubblico dominio allarga l’accesso, è altrettanto vero che la libertà d’uso non deve significare perdita di senso.

Mi chiamo Alessandro Druilio e da oltre trent’anni mi occupo di storia della fotografia, una passione nata durante l’adolescenza e coltivata nel tempo con studio, collezionismo e ricerca. Ho sempre creduto che la fotografia non sia soltanto un mezzo tecnico, ma uno specchio profondo della cultura, della società e dell’immaginario di ogni epoca. Su storiadellafotografia.com condivido articoli, approfondimenti e curiosità per valorizzare il patrimonio fotografico e raccontare le storie, spesso dimenticate, di autori, macchine e correnti che hanno segnato questo affascinante linguaggio visivo.