Chiara Samugheo

Chiara Samugheo, pseudonimo di Chiara Paparella, nacque a Bari il 25 marzo 1925 e morì nella stessa città il 13 gennaio 2022; la sua biografia è segnata da una forte tensione tra origine meridionale, mobilità intellettuale e affermazione professionale in un ambiente dominato dagli uomini. La sua traiettoria si sviluppò nel secondo dopoguerra, in un’Italia che stava ricostruendo istituzioni, linguaggi e immaginario pubblico, e che offriva alla fotografia uno spazio nuovo come strumento di racconto sociale, di promozione culturale e di costruzione del mito visivo. Da giovane sognò la musica, ma nel 1953 lasciò Bari per Milano, dove entrò in contatto con un milieu decisivo, fatto di giornalisti, intellettuali e registi; in quell’ambiente maturò il passaggio verso la fotografia, che divenne presto il suo linguaggio principale.

La sua formazione fotografica non fu accademica in senso stretto, ma si consolidò attraverso una pratica diretta, l’apprendistato professionale e l’immersione in una redazione modernissima per l’epoca. A Milano incontrò Federico Patellani, figura centrale del fotogiornalismo italiano, e lavorò in una costellazione culturale che includeva Enzo Biagi, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini e Giorgio Strehler. L’incontro con Pasquale Prunas, grafico, editore e suo compagno, fu cruciale: Prunas le suggerì il cognome Samugheo, preso dal paese sardo, e la coinvolse nell’orbita della rivista Le Ore, che si muoveva sul modello delle grandi testate illustrate internazionali. In questa fase, Chiara Samugheo si affermò come una delle fotografe italiane più famose, capace di tenere insieme eleganza formale, attenzione narrativa e disponibilità al reportage.

Definire Chiara Samugheo significa collocarla con precisione nella storia della fotografia italiana: fu una fotografa di reportage, una ritrattista e una interprete decisiva della cultura visiva del cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche un’autrice interessata al Sud, ai rituali, alla marginalità e alla trasformazione sociale. La sua opera attraversa il confine tra storia della fotografia italiana e cultura popolare, fra fotogiornalismo e rappresentazione dello star system. In questo senso, Chiara Samugheo non fu soltanto una presenza di rilievo, ma una figura che contribuì a ridefinire la percezione pubblica della fotografa donna in Italia, dialogando idealmente con le pioniere della fotografia femminile e aprendo una strada destinata a pesare sulle generazioni successive.

Lo stile fotografico

Il tratto distintivo di Chiara Samugheo consiste in una singolare combinazione di immediatezza documentaria e controllo compositivo. Le sue immagini, anche quando sono ritratti di posa o fotografie commissionate per la stampa illustrata, conservano un’impressione di naturalezza che dipende da una regia discreta, mai vistosa, e da una preferenza per la presenza diretta sul campo rispetto alla costruzione artificiale della scena. Il Museo Nazionale del Cinema ha sottolineato come Samugheo tendesse a usare il meno possibile le luci artificiali e a limitare gli interventi in post produzione, privilegiando una relazione ravvicinata con il soggetto, spesso costruita in una sorta di complicità femminile con le attrici e le dive. Questo aspetto è essenziale per comprendere la sua poetica: l’immagine non nasce come semplice documento, ma come incontro, negoziazione, avvicinamento.

Nel periodo iniziale la fotografa si muove lungo una linea vicina al fotogiornalismo sociale. I suoi primi servizi riguardano i tarantati del Salento, le baraccopoli napoletane e le zingare in carcere; si tratta di soggetti che appartengono a un’Italia ancora segnata da povertà strutturale, marginalità territoriale e residui di cultura arcaica. In queste serie emerge un interesse per il corpo come luogo di sintomo, di tensione collettiva e di verità culturale, con una sensibilità che si situa tra osservazione etnografica e partecipazione umana. Il fotoreportage sul tarantismo, pubblicato nel 1955 su Cinema Nuovo con il titolo Le invasate, è un caso esemplare: la fotografia non si limita a illustrare un fenomeno, ma lo rende leggibile come fatto storico e simbolico.

La svolta verso il cinema e lo star system non cancellò questa origine, ma la trasformò. Le immagini di Liz Taylor, Sophia Loren, Shirley MacLaine, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida e Raffaella Carrà mostrano infatti una scelta stilistica precisa: la diva non viene ridotta a icona distante, bensì restituita come presenza viva, corporea, spesso attraversata da una fragilità che rompe la maschera pubblica. È qui che si coglie il nesso con la fotografia di moda italiana, pur nel senso ampio e ibrido che il genere assume nel dopoguerra: Samugheo non lavora soltanto per celebrare l’abito o l’immagine patinata, ma per trasformare il volto celebre in un campo di tensione narrativa e psicologica. La sua fotografia per il cinema si colloca dunque a metà strada tra glamour e racconto, tra promozione e ritratto d’autore, ed è in questa zona intermedia che trova la sua forza.

Un altro elemento importante è il modo in cui Samugheo concepisce il set. Secondo il Museo Nazionale del Cinema, la fotografa tende a spostare l’azione all’esterno, portando lo scatto fuori dal recinto chiuso e impersonale dello studio. Ciò produce un linguaggio meno rigido, più mobile, capace di sfruttare l’ambiente come parte del ritratto. Il suo lavoro non assomiglia ai paparazzi coevi, perché non mira allo strappo furtivo ma a un’intesa, spesso dichiarata, con la persona fotografata. Questa differenza è cruciale per capire la qualità etica e formale del suo stile: la fotografia diventa relazione, non sottrazione; messa in scena, ma non predazione. In questa prospettiva, la sua opera dialoga anche con una più ampia fotografia di reportage e documentazione sociale, pur traslandone il registro verso il mondo dello spettacolo e della celebrità.

Ricezione critica e riconoscimenti

La ricezione critica di Chiara Samugheo è stata a lungo segnata da una certa polarizzazione. Da un lato, la sua fama popolare si è costruita sulla fotografia delle dive e del cinema, cioè su un immaginario molto leggibile dal grande pubblico; dall’altro, la critica più attenta ha progressivamente rimesso al centro il suo lavoro di ricerca sociale, riconoscendo che i ritratti dello star system non esauriscono affatto la sua figura. Questa tensione è visibile già nelle testimonianze contemporanee e si consolida nelle mostre successive, che hanno cercato di ricostruire un profilo più completo dell’autrice. Il Museo Nazionale del Cinema le ha dedicato nel 2012 la mostra Fuori dal set. Fotografie di Chiara Samugheo per il cinema, presentata come una lettura organica del suo lavoro e come un riconoscimento della sua posizione tra gli autori più importanti del dopoguerra. Il catalogo e l’ampiezza dell’allestimento hanno contribuito a fissarne il valore storico.

La sua attività si sviluppò in una dimensione internazionale. Samugheo lavorò per riviste come Vogue, Life, Epoca, Stern, Paris Match e Vanity Fair, che le permisero di circolare tra Italia, Europa e mondi extraeuropei, comprese Hollywood, la Russia, il Giappone e la Spagna. Questa circolazione non va letta soltanto come successo professionale, ma come indice della sua capacità di tradurre l’immagine italiana in un linguaggio globale, adatto alla stampa illustrata del dopoguerra. In un’epoca in cui la fotografia periodica costruiva miti collettivi, Samugheo contribuì a rendere la diva italiana una figura internazionale e al tempo stesso nazionale, profondamente radicata nella cultura visiva della Penisola.

Sul piano dei riconoscimenti istituzionali, la fotografa ottenne onorificenze importanti, tra cui il titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana nel 2003 e la cittadinanza onoraria francese. Il suo archivio professionale è imponente: la documentazione disponibile indica circa 165.000 scatti complessivi, conservati in larga parte presso il CSAC dell’Università di Parma, con una sezione minore presso la Fondazione 3M. Il deposito archivistico è fondamentale, perché consente di leggere Samugheo non come autrice isolata di immagini celebri, ma come produttrice di un corpus vasto, stratificato e storicamente utile. Proprio la disponibilità di un fondo così consistente permette oggi di studiare la sua evoluzione tecnica, dal reportage sociale ai servizi per le riviste, fino ai cicli più tardi dedicati ai paesaggi e alle culture locali.

Va osservato che la critica recente tende a valorizzarla anche come figura di snodo nella rappresentazione femminile del secondo Novecento. La sua posizione di fotografa donna, operante nel settore del cinema e del giornalismo illustrato, ha un peso che supera il dato anagrafico o biografico. La sua autorità nasce dal fatto che seppe entrare in un campo competitivo senza rinunciare a una grammatica propria, che univa misura, intensità e accesso privilegiato ai soggetti. Per questo Samugheo è spesso ricordata non solo come interprete della Dolce Vita, ma come una professionista che ha reso la fotografia italiana più complessa, più internazionale e più consapevole di sé.

Il contributo alla fotografia italiana

Il contributo di Chiara Samugheo alla fotografia italiana va letto su almeno tre livelli. Il primo è storico-professionale: in un contesto nel quale la fotografia era ancora fortemente maschile, il suo successo mostrò che una donna poteva occupare spazi centrali nella stampa illustrata, nel fotogiornalismo e nella fotografia di spettacolo senza essere confinata a ruoli marginali. Il secondo è iconografico: Samugheo contribuì a definire il volto fotografico della modernità italiana, soprattutto nel passaggio dagli anni Cinquanta ai Sessanta, quando il cinema, le riviste e il consumo culturale si intrecciarono in una nuova grammatica di massa. Il terzo è metodologico: il suo modo di lavorare, basato sulla relazione con il soggetto e su una messa in scena poco artificiosa, ha inciso sull’idea stessa di ritratto nel giornalismo visuale italiano.

Nel discorso sulla fotografia al femminile, Samugheo occupa un posto peculiare. Non appartiene soltanto alla categoria delle fotografe italiane più famose; è una delle autrici che hanno reso visibile la possibilità di una soggettività fotografica femminile autonoma, non subordinata allo sguardo maschile dominante. La sua opera si inserisce in una genealogia più ampia di donne fotografe che, in Italia, hanno operato tra ricerca, documentazione e ritratto, spesso in condizioni di minore riconoscimento istituzionale rispetto ai colleghi uomini. Proprio per questo il suo nome va accostato alle pioniere della fotografia femminile, non solo come riferimento celebrativo, ma come caso di studio sulla costruzione di autorevolezza in un ambiente professionale competitivo.

Il suo rapporto con la storia della fotografia italiana è dunque duplice. Da un lato, Samugheo eredita la tradizione del fotogiornalismo del dopoguerra, con la sua fiducia nella capacità della fotografia di raccontare il Paese e di intervenire nel dibattito pubblico. Dall’altro, la trasforma attraverso un uso più raffinato del ritratto e una sensibilità internazionale che la proietta oltre i confini italiani. In questo senso, la fotografa si distingue perché mette in relazione due Italie: quella povera, rituale, meridionale, e quella mondana, cinematografica, cosmopolita. Pochi autori hanno saputo tenere insieme questi estremi con la stessa naturalezza.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la sua capacità di restituire complessità alle donne fotografate. Le attrici e le celebrità dei suoi servizi non sono mai soltanto superfici decorative; la fotografa ricerca, dietro il volto pubblico, una dimensione di presenza, di volontà, talvolta di stanchezza o malinconia. Questo tratto è decisivo per comprendere il suo posto nella storia della fotografia italiana al femminile, perché mostra come la soggettività della fotografa si traduca in un modo specifico di vedere le altre donne. Samugheo non fotografa il mito come semplice adorazione, ma come costruzione visibile e, insieme, come maschera che può essere temporaneamente attraversata. Per questa ragione il suo lavoro continua a essere centrale nel dibattito sullo sguardo femminile in fotografia, sulla rappresentazione della celebrità e sulla possibilità di un ritratto che non sia riduzione, ma riconoscimento.

Le opere principali

  • Le invasate: fotoreportage sul tarantismo salentino pubblicato nel 1955, uno dei lavori più importanti della fase iniziale, significativo per la fotografia di reportage italiana e per la lettura sociale del Mezzogiorno.

  • Fuori dal set. Fotografie di Chiara Samugheo per il cinema: mostra del 2012 al Museo Nazionale del Cinema di Torino, fondamentale per la rilettura critica della sua attività sul cinema e sullo star system.

  • Ritratti delle dive del cinema italiano: ciclo ampio di immagini dedicate a Liz Taylor, Sophia Loren, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Shirley MacLaine e Raffaella Carrà, centrale nella sua fama internazionale.

  • Servizi per Le Ore e altre riviste illustrate: produzione periodica che lega fotogiornalismo, costume e cultura popolare, rappresentando un passaggio decisivo nella sua carriera.

  • Sardegna, quasi un continente: volume dedicato alla Sardegna, espressione del suo interesse per i paesaggi culturali italiani e per una fotografia meno mondana, più geografica e identitaria.

  • Costumi di Sardegna: lavoro che unisce osservazione etnografica, interesse per la tradizione e attenzione alla rappresentazione del territorio.

  • Cento dive: raccolta che sintetizza la sua visione del divismo cinematografico, trasformando il ritratto in archivio della memoria culturale italiana.

  • Il reale e l’effimero: titolo emblematico della sua poetica, utile per comprendere il dialogo costante tra documentazione e spettacolo nel suo percorso.

Fonti

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
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