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Giovanna Borgese

Le fotografie di Giovanna Borgese fanno parte delle collezioni permanenti di istituzioni prestigiose tra cui il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, l'Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, il Museo Alinari di Firenze, il Musée de l'Elysée di Losanna, il Museo de Bellas Artes di Buenos Aires, la Beinecke Library dell'Università Yale a New Haven, il Ma.co.f Centro della Fotografia Italiana di Brescia e il MAST di Bologna.

Marco Americi 17 min di lettura

Fotografi Italiani I Maestri della Fotografia

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Giovanna Borgese è nata nel 1939 a Milano, dove vive e lavora ancora oggi. La sua storia personale si intreccia con il fermento culturale dell’Italia del dopoguerra, un periodo di profonde trasformazioni sociali, economiche e culturali che avrebbe segnato indelebilmente la fotografia italiana contemporanea. Laureata in archeologia con una tesi sul ritratto etrusco-italico, ha cominciato a fotografare durante la sua attività di archeologa, scoprendo nel mezzo fotografico uno strumento privilegiato per indagare la realtà che la circondava. Questo percorso formativo insolito per una fotografa italiana ha segnato profondamente il suo sguardo, donandogli quella particolare acutezza nell’osservazione dei dettagli e nell’interpretazione stratificata del reale che sarebbe diventata il suo marchio distintivo. La sua formazione culturale non è avvenuta in una scuola di fotografia tradizionale, ma attraverso l’esperienza diretta sul campo, l’approccio quasi archeologico alla documentazione visiva e gli scambi con il mondo intellettuale milanese degli anni settanta.

Il contesto storico-familiare in cui si è sviluppata la sua personalità artistica è quello della Milano degli anni sessanta e settanta, città in piena espansione industriale ma anche crocevia di fermenti politici, culturali e sociali. La Borgese ha iniziato la sua attività fotografica proprio in corrispondenza di quelle grandi trasformazioni che avrebbero ridisegnato il volto dell’Italia: il boom economico, le lotte operaie, i movimenti femministi, il terrorismo degli anni di piombo, il terremoto dell’Irpinia. Questi eventi non sono stati solo lo sfondo del suo lavoro, ma la materia stessa della sua ricerca visiva. La sua dedizione al fotogiornalismo italiano e alla fotografia di reportage italiana l’ha portata a collaborare con importanti case editrici e giornali in Italia e all’estero, documentando con occhi femminile alcune delle pagine più significative della storia contemporanea.

Giovanna Borgese può essere definita come una delle fotografe italiane più significative impegnate nella documentazione sociale e politica dagli anni settanta in poi. Il suo ruolo nella storia della fotografia italiana è quello di una testimone lucida e partecipe, capace di coniugare l’impegno civile con una ricerca estetica rigorosa. A differenza di molte contemporanee che si sono orientate verso la fotografia concettuale o artistica, la Borgese ha mantenuto una fedeltà al reportage di tradizione documentaria, pur arricchendolo con una sensibilità particolare per i ritratti e per la dimensione intima delle storie individuali. La sua presenza nel panorama delle fotografe italiane più famose è riconosciuta criticamente, anche se il suo nome non ha sempre ricevuto la stessa visibilità pubblica di altre colleghe come Letizia Battaglia o Paola Agosti. Il suo lavoro è stato esposto in importanti mostre collettive, tra cui la fondamentale L’Altro Sguardo. Fotografe italiane 1965-2015 alla Triennale di Milano nel 2016 e successivamente al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 2018, una rassegna che ha messo in luce il contributo originale delle donne alla fotografia italiana contemporanea.

Stile fotografico, poetica visiva e temi ricorrenti

Lo stile fotografico di Giovanna Borgese si caratterizza per un approccio documentario rigoroso che non rinuncia mai a una profonda sensibilità umana. La sua formazione in archeologia ha lasciato un’impronta indelebile nel suo modo di guardare il mondo: ogni immagine è costruita come un reperto da interpretare, stratificato di significati, portatore di tracce di un passato che continua a vivere nel presente. Questo approccio quasi archeologico si manifesta nella scelta di inquadrature spesso sobrie, prive di effetti spettacolari, ma cariche di una presenza fisica e tangibile dei soggetti ritratti. La Borgese lavora prevalentemente in bianco e nero, utilizzando la gelatina ai sali d’argento come tecnica di stampa preferita, scelta che conferisce alle sue immagini una qualità materica e una profondità tonale che esaltano la dimensione temporale del documento fotografico.

I temi ricorrenti nel lavoro di Giovanna Borgese sono numerosi e interconnessi, ma possono essere raggruppati in alcune macro-aree che definiscono la sua poetica visiva. Il reportage sociale costituisce il nucleo centrale della sua ricerca: la fotografa ha documentato con costanza e impegno le condizioni di vita delle classi popolari, delle comunità marginali, delle persone coinvolte in eventi storici traumatici. La sua serie sul terremoto dell’Irpinia del 1980 rappresenta uno dei momenti più significativi di questa dimensione del suo lavoro. Le fotografie scattate ad Avellino e a Conza della Campania mostrano le famiglie terremotate con una dignità che evita tanto il pietismo quanto la spettacolarizzazione del dolore. La Borgese non si limita a documentare la distruzione, ma cerca di cogliere la resilienza umana, la capacità di ricominciare anche quando tutto sembra perduto.

Un altro tema fondamentale è il rapporto con la Sicilia e il Sud Italia in generale. Negli anni settanta la Borgese ha soggiornato a Palermo, fotografando i quartieri popolari del centro storico, in particolare il quartiere Kalsa e il quartiere Albergheria. Queste immagini catturano la vita quotidiana di comunità radicate in tradizioni antiche, ma anche sottoposte alle pressioni della modernità e, nel caso di Palermo, della violenza mafiosa. La sua presenza a Palermo in quegli anni la pone in contatto con altre fotografe italiane impegnate nella documentazione sociale come Letizia Battaglia, custode della memoria delle guerre di mafia. Sebbene la Borgese non si sia concentrata specificamente sulla mafia come tema principale, il suo sguardo sul quartiere Kalsa condiviso lo stesso spazio fisico e storico con il lavoro di Battaglia, contribuendo a costruire una memoria visiva di quel territorio.

Il mondo della giustizia costituisce un altro filone originale nella produzione di Giovanna Borgese. Tra il 1980 e il 1983 ha fotografato i processi più scottanti del decennio, documentando l’umanità che approda nei Palazzi di Giustizia di Milano, Torino, Padova, Roma e Cremona. Questo lavoro è stato raccolto nel libro Un paese in tribunale – Italia 1980-1983*, pubblicato nel 1983, che rappresenta una testimonianza unica sul sistema giudiziario italiano in un periodo di grandi tensioni sociali e politiche. La Borgese ha sguardo sui processi per l’assassinio, sui giudizi relativi al terrorismo degli anni di piombo, sulle cause civili che raccontano le trasformazioni della società italiana. La sua scelta di fotografare i tribunali non è motivata da un interesse per il sensazionalismo giudiziario, ma dalla convinzione che il Palazzo di Giustizia sia un luogo privilegiato per osservare le contraddizioni, le paure e le speranze di un paese intero.

Il paesaggio industriale e la documentazione della progressiva scomparsa delle vecchie fabbriche milanesi costituiscono un altro contributo significativo alla fotografia di reportage italiana. In collaborazione con Isabella Colonnello, la Borgese ha pubblicato nel 1987 il libro Dove era la fabbrica. Milano 1987*, che contiene 84 fotografie in bianco e nero documentanti tutto ciò che testimonia la scomparsa del mondo industriale tradizionale. Il testo è accompagnato da scritti di Cesare de Seta e Claudio Ferrari. Questo lavoro assume un valore quasi archeologico, in linea con la formazione della fotografa: le immagini registrano le tracce di un mondo che sta scomparendo, le facciate abbandonate, le macerie, i segni dell’attività umana che svanisce. La scelta di fotografare Milano, città natale della Borgese, aggiunge una dimensione personale e affettiva a questa documentazione che trascende il semplice catalogo documentario.

I ritratti di intellettuali rappresentano la dimensione più intima e personale del lavoro di Giovanna Borgese. In collaborazione con Paola Agosti, ha pubblicato nel 1992 il libro Mi pare un secolo. Ritratti e parole di centosei protagonisti del Novecento*, edito da Einaudi. Questo volume raccoglie i ritratti di alcuni dei protagonisti più significativi della cultura italiana ed europea del XX secolo, tra cui Italo Calvino, fotografato nel 1979, Natalia Ginzburg, ritratta con Saverio Tutino nel 1986 a Pieve Santo Stefano, e molti altri scrittori, artisti, pensatori. Il ritratto di Calvino, in particolare, è diventato un’immagine iconica, conservata in collezioni museali e riprodotta in numerose pubblicazioni. La Borgese approccia il ritratto con la stessa attenzione documentaria che dedica al reportage sociale, ma con una sensibilità particolare per la dimensione psicologica del soggetto. Le sue foto non cercano la posa teatrale, ma catturano l’intellettuale nel suo elemento naturale, spesso intento nel lavoro o in momenti di riflessione.

La ricezione critica del lavoro di Giovanna Borgese è stata costante ma discreta, coerente con lo stile stesso della fotografa. La sua presenza in mostre collettive prestigiose ha contribuito a consolidare la sua reputazione nel panorama della fotografia italiana. La mostra L’Altro Sguardo. Fotografe italiane 1965-2015 curata da Raffaella Perna ha rappresentato un momento di riconoscimento significativo, inserendo la sua opera nel contesto più ampio del contributo femminile alla storia della fotografia italiana. Le sue fotografie fanno parte di collezioni permanenti importanti, tra cui il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, il Museo Alinari di Firenze e le nationalen Museé de l’Elysée di Losanna.

L’evoluzione del lavoro di Giovanna Borgese nel tempo mostra una coerenza di fondo nella scelta tematica e stilistica, ma anche una progressiva maturazione della sua voce fotografica. Dagli anni settanta, caratterizzati da un approccio più diretto e immediato al reportage di strada e alla documentazione sociale, agli anni ottanta e novanta, quando la sua ricerca si è fatta più meditativa e stratificata, la Borgese ha mantenuto fedeltà ai principi fondamentali della sua poetica: la dignità del soggetto fotografato, l’importanza del contesto storico e sociale, il rifiuto della spettacolarizzazione. La sua scelta di lavorare prevalentemente in bianco e nero, in un’epoca in cui il colore diventava sempre più dominante anche nella fotografia documentaria, testimonia una consapevolezza malinconica della dimensione temporale dell’immagine, la consapevolezza che ogni fotografia è già un documento del passato nel momento stesso in cui viene scattata.

Il contributo alla fotografia italiana

Il contributo di Giovanna Borgese alla fotografia italiana è significativo e merita di essere collocato nel contesto più ampio della storia della fotografia italiana al femminile. Come una delle pioniere della fotografia femminile italiana attiva dagli anni settanta, la Borgese ha mantenuto una fedeltà rara al reportage documentario in un periodo in cui molte fotografe italiane si orientavano verso la fotografia concettuale, performativa o di ricerca artistica. Questo approccio ha permesso di mantenere viva una tradizione di fotografia di reportage e documentazione sociale che rischiava di essere marginalizzata nelle discussioni critiche dominanti, orientate verso le nuove forme di espressione visiva.

Nel panorama delle fotografe italiane più famose, Giovanna Borgese occupa una posizione particolare. A differenza di Letizia Battaglia, la cui associazione con la documentazione della mafia a Palermo l’ha resa un’icona internazionale del fotogiornalismo di impegno civile, o di Paola Agosti, la cui carriera ha abbracciato il ritratto, il femminismo e la politica con una visibilità mediatica più ampia, la Borgese ha costruito la sua reputazione su una presenza costante ma discreta, su un lavoro che privilegia la sostanza alla spettacolarizzazione. La sua presenza accanto a queste figure nella mostra L’Altro Sguardo testimonia il riconoscimento critico del suo contributo originale, anche se il suo nome non ha sempre ricevuto la stessa attenzione pubblica.

La Borgese condivide con altre protagoniste della fotografia degli anni ’50, ’60 e ’70 in Italia alcune caratteristiche fondamentali: l’impegno nella documentazione delle trasformazioni sociali, l’attenzione alle condizioni di vita delle classi popolari, la volontà di dare visibilità a soggetti e storie marginalizzati. Come Lisetta Carmi, che ha documentato la comunità gay a Genova e i operai nelle fabbriche torinesi, o come Carla Cerati, nota per i suoi ritratti di intellettuali e la documentazione della vita quotidiana, la Borgese ha mantenuto una fede nella capacità della fotografia di testimoniare la realtà e di contribuire al cambiamento sociale. Queste donne che hanno rivoluzionato la fotografia hanno aperto la strada a generazioni successive di fotografe italiane, dimostrando che l’obiettivo femminile poteva offrire prospettive originali e necessarie sulla realtà italiana.

Il lavoro di Giovanna Borgese sul mondo della giustizia rappresenta un contributo unico alla fotografia di reportage italiana. Pochi fotografi, uomini o donne, hanno dedicato così tanta attenzione alla documentazione dei processi e al Palazzo di Giustizia come luogo privilegiato per osservare le contraddizioni della società italiana. Questo lavoro la collega indirettamente alla tradizione del fotogiornalismo italiano impegnato, che da Gabriele Basilico a Tano D’Amalia ha documentato le lotte sociali e politiche del paese. Tuttavia, la Borgese porta a questa tradizione una sensibilità particolare per la dimensione umana e individuale dei soggetti, evitando tanto il sensazionalismo quanto la giudizializzazione della fotografia.

La collaborazione con Paola Agosti per il libro Mi pare un secolo* rappresenta un momento significativo nella storia dei ritratti di intellettuali italiani fotografati da donne. Questo progetto, che ha riunito i ritratti di centosei protagonisti del Novecento, testimonia la presenza femminile in un campo tradizionalmente dominato da fotografi uomini. La Borgese e Agosti hanno documentato scrittori, artisti, pensatori che hanno definito la cultura italiana ed europea del XX secolo, creando un archivio visivo di valore storico inestimabile. Il ritratto di Italo Calvino del 1979, in particolare, è diventato un’immagine di riferimento per la rappresentazione visiva dello scrittore, conservata in collezioni museali e riprodotta in numerose pubblicazioni.

La documentazione del terremoto dell’Irpinia del 1980 da parte di Giovanna Borgese si inserisce nella tradizione della fotografia di reportage e documentazione sociale italiana che ha documentato i grandi disastri naturali del paese. Le sue fotografie delle famiglie terremotate ad Avellino e a Conza della Campania mostrano una sensibilità particolare per la dignità dei soggetti, evitando sia il pietismo sia la spettacolarizzazione del dolore. Questo approccio la collega ad altre fotografe italiane impegnate nella documentazione delle catastrofi e delle condizioni di vita delle comunità marginali, portando alla fotografia italiana contemporanea una prospettiva femminile che privilegia la dimensione umana e relazionale dell’evento.

Il lavoro di Giovanna Borgese sul paesaggio industriale milanese e sulla progressiva scomparsa delle vecchie fabbriche costituisce un contributo originale alla riflessione sulla trasformazione urbana e industriale dell’Italia. In collaborazione con Isabella Colonnello, il libro Dove era la fabbrica. Milano 1987* registra le tracce di un mondo che sta scomparendo, le facciate abbandonate, le macerie, i segni dell’attività umana che svanisce. Questo lavoro assume un valore quasi archeologico, in linea con la formazione della fotografa, e contribuisce alla memoria visiva della Milano industriale del dopoguerra. La sua presenza in questo campo la collega ad altri fotografi italiani impegnati nella documentazione delle trasformazioni urbane, come Micro Solidari e il gruppo di fotografi che hanno documentato la periferia milanese negli anni ottanta.

La presenza di Giovanna Borgese nelle collezioni permanenti di istituzioni prestigiose come il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, il Museo Alinari di Firenze, le nationaux Musée de l’Elysée di Losanna e l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma testimonia il riconoscimento istituzionale del suo contributo alla storia della fotografia italiana. Queste collezioni garantiscono la conservazione e la trasmissione del suo lavoro alle generazioni future, assicurando che il suo sguardo sulla realtà italiana continui a essere studiato e apprezzato. La sua inclusione nella Collezione Donata Pizzi, una delle raccolte più importanti di fotografia italiana prodotta da donne, sottolinea il valore del suo contributo nel contesto più ampio del lavoro delle fotografe italiane.

Le opere principali

Le opere principali di Giovanna Borgese possono essere raggruppate in libri fotografici, serie fotografiche e mostre significative che definiscono il suo contributo alla fotografia italiana:

Libri fotografici

Un paese in tribunale – Italia 1980-1983* (1983, Garzanti) – Libro documentante i processi più scottanti del decennio, con fotografie scattate nei Palazzi di Giustizia di Milano, Torino, Padova, Roma e Cremona. Testo di documentazione sui processi per il terrorismo degli anni di piombo e cause civili significative. Rappresenta una testimonianza unica sul sistema giudiziario italiano in un periodo di grandi tensioni sociali.

Dove era la fabbrica. Milano 1987* (1987, Mazzotta) – Realizzato in collaborazione con Isabella Colonnello, contiene 84 fotografie in bianco e nero che documentano la progressiva scomparsa delle vecchie fabbriche milanesi. Testi di Cesare de Seta e Claudio Ferrari. Volume di 118 pagine, formato 29×21 cm, rilegato in tela con sovracoperta. Approccio quasi archeologico alla documentazione del paesaggio industriale in trasformazione.

I luoghi dei rifiuti* (1989) – Pubblicato in collaborazione con Isabella Colonnello, documenta i luoghi dello smaltimento dei rifiuti e le problematiche ambientali legate alla gestione dei rifiuti in Italia.

Mi pare un secolo. Ritratti e parole di centosei protagonisti del Novecento* (1992, Einaudi) – Realizzato in collaborazione con Paola Agosti, raccoglie i ritratti di 106 protagonisti della cultura italiana ed europea del XX secolo, tra cui Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Jorge Luis Borges e molti altri scrittori, artisti e pensatori. Volume fondamentale per la storia dei ritratti di intellettuali italiani.

C’era una volta un bambino* (1996, Baldini&Castoldi) – Pubblicato in collaborazione con Paola Agosti, dedicato alla rappresentazione dell’infanzia e alle esperienze infantili.

Serie fotografiche fondamentali

Quartiere Kalsa, Palermo (anni ’70) – Serie documentante la vita quotidiana nel quartiere Kalsa di Palermo, con immagini delle strade del centro storico, delle abitazioni popolari e della comunità locale. Fotografata negli anni settanta, quando la Borgese soggiornò a Palermo.

Quartiere Albergheria, Palermo (anni ’70) – Serie complementare al Kalsa, documentante un altro quartiere popolare del centro storico di Palermo.

Terremoto in Irpinia (1980) – Serie fotografica scattata ad Avellino e a Conza della Campania dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, documentante le famiglie terremotate e la distruzione. Stampe vintage in bianco e nero, formato 18×24 cm.

Le ragazze terroriste – Le ragazze di Prima Linea (1981) – Serie documentante le donne coinvolte nel terrorismo degli anni di piombo, in particolare le ragazze di Prima Linea. Stampa gelatina bromuro d’argento. Rappresenta un contributo importante alla documentazione visiva del terrorismo femminile in Italia.

Italo Calvino (1979) – Ritratto iconico dello scrittore Italo Calvino, scattato nel 1979, stampa vintage in gelatina ai sali d’argento. Conservato in collezioni museali, inv. F-P976. Immagine di riferimento per la rappresentazione visiva di Calvino.

Processione del Venerdì Santo, Sicilia (anni ’70) – Serie documentante le processioni religiose in Sicilia, con immagini da Trapani, Militello Rosmarino e Calabria. Rappresenta l’interesse della Borgese per le tradizioni popolari e religiose del Sud Italia.

Famiglia terremotata, Napoli (1980) – Serie fotografica documentante le famiglie colpite dal terremoto, con immagini scattate a Napoli nel 1980.

Mostre significative

L’Altro Sguardo. Fotografe italiane 1965-2015* – Triennale di Milano, 5 ottobre 2016 – 8 gennaio 2017. Mostra curata da Raffaella Perna, con oltre 200 fotografie e libri fotografici dalla Collezione Donata Pizzi. La Borgese è stata una delle circa 70 autrici selezionate, rappresentando il contributo delle donne alla fotografia italiana.

L’Altro Sguardo. Fotografe italiane 1965-2018* – Palazzo delle Esposizioni, Roma, 7 giugno – 2 settembre 2018. Seconda tappa della mostra dopo Milano, con lo stesso percorso espositivo e le stesse opere dalla Collezione Donata Pizzi.

Ritratti nel secolo breve. Due fotografe raccontano i loro incontri con i protagonisti* – Palazzo Merulana, Roma, Mese della Fotografia a Roma 2019, 16 marzo 2019. Evento talk durante il quale la Borgese ha raccontato i suoi incontri con i protagonisti del Novecento.

IL VOLTO DELLE PAROLE* – Spazio espositivo di Binario 7, Monza, 2007. Mostra personale dedicata ai ritratti di intellettuali.

Mise en scène. Immagini e libri dalla collezione* – Palazzina dei Giardini ducali, 2025. Mostra collettiva con opere di Giovanna Borgese, Anna Valeria Borsari e Giovanna Brogna Sonnino, dedicata alla fotografia italiana contemporanea.

Le fotografie di Giovanna Borgese fanno parte delle collezioni permanenti di istituzioni prestigiose tra cui il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, il Museo Alinari di Firenze, le nationaux Musée de l’Elysée di Losanna, il Museo de Bellas Artes di Buenos Aires, la Beinecke Library dell’Università Yale a New Haven, il Ma.co.f Centro della Fotografia Italiana di Brescia e il MAST di Bologna.

Fonti

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Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l'evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell'immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l'obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all'influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.

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