Adriana Lestido è nata a Buenos Aires, in Argentina, nel 1955 ed è una delle figure più rilevanti della fotografia documentaria latinoamericana. Il suo nome è legato a una fotografia del 1982, Madre e hija de Plaza de Mayo, diventata un’immagine simbolo del movimento che chiedeva verità sui desaparecidos, e a serie in bianco e nero dedicate a donne detenute, madri adolescenti, madri e figlie, bambini ricoverati in ospedale. Con un lavoro paziente, fatto di frequentazione lunga dei soggetti, ha ridefinito il documentarismo sociale del suo paese e ha ottenuto riconoscimenti internazionali come la borsa Hasselblad e la Guggenheim Fellowship.
Questo articolo ripercorre la formazione, gli anni di fotogiornalismo, le serie principali, i libri e le mostre, i premi e il metodo di lavoro. Nelle ultime sezioni si trovano un’analisi critica, alcune domande frequenti e le fonti.
In Sintesi
- Adriana Lestido nasce a Buenos Aires nel 1955 e comincia a studiare fotografia nel 1979 alla scuola di cinema e tecniche audiovisive di Avellaneda.
- Dal 1982 al 1995 lavora come fotoreporter per La Voz, per l’agenzia DyN e per Página 12; nel 1982 realizza Madre e hija de Plaza de Mayo.
- Le serie principali sono Hospital Infanto Juvenil (1986-1988), Mujeres presas (1991-1993) e Madres e hijas (1995-1998).
- Ha ricevuto la borsa Hasselblad (1991), la Guggenheim Fellowship (1995), il Mother Jones Prize (1997) e il Premio Konex, anche nella versione Platino (2022).
- Lavora quasi sempre in bianco e nero, con frequentazioni lunghe e un approccio collaborativo con le persone fotografate.
- Le sue opere sono nelle collezioni di istituzioni argentine, statunitensi, francesi e svedesi, e il suo lavoro è presentato dall’agenzia Agence VU’.
Formazione e anni della dittatura
Lestido è cresciuta in un’Argentina attraversata da forti tensioni politiche. Nel 1972 iniziò gli studi di ingegneria all’Università di Buenos Aires e si avvicinò all’attivismo studentesco. La dittatura militare, che prese il potere il 24 marzo 1976 e rimase fino al 1983, segnò la sua generazione. Nel 1978 una persona a lei vicina fu sequestrata e fatta sparire dalla giunta; la fotografa ha spiegato più volte che cominciò a fotografare proprio in quegli anni, e che la retrospettiva del 2013 al Museo Nacional de Bellas Artes fu dedicata a quella memoria.
Alcune biografie la presentano come autodidatta. Fonti più dettagliate ricordano però che nel 1979 si iscrisse alla Escuela de Cine y Técnicas Audiovisuales di Avellaneda, e che dopo un corso introduttivo decise di dedicarsi alla fotografia. Nel 1981 lavorò per circa due anni come fotografa indipendente, un periodo di apprendistato pratico che precedette l’ingresso nella stampa.
Questa formazione la portò a un’idea precisa del lavoro: la fotografia come relazione con le persone prima che come tecnica. Il contesto politico e personale spiega la ricorrenza di alcuni temi nelle sue serie: l’assenza, la separazione, il rapporto tra madri e figlie, la vulnerabilità. Lei stessa ha detto che la separazione attraversa tutto il suo lavoro, e in un’intervista pubblicata da Americas Quarterly ha descritto le proprie serie come «storie d’amore e di disamore».
Il fotogiornalismo e la fotografia simbolo del 1982
Nel 1982 Lestido ebbe il suo primo incarico di fotogiornalismo, un servizio sull’alluvione di Villa Albertina. Cominciò a collaborare con il quotidiano di sinistra La Voz, per il quale seguì episodi come il Lanusazo e una marcia delle Madres de Plaza de Mayo. Nel 1985 fu la prima donna a entrare nell’agenzia fotografica Diarios y Noticias (DyN), e lavorò anche per Página 12. Secondo alcune biografie collaborò anche con la rivista Siete Días e con l’agenzia Télam, occupandosi di cronaca, politica e reportage sociale in un paese che attraversava la difficile transizione dalla dittatura alla democrazia.
La fotografia che più di ogni altra la rese nota è Madre e hija de Plaza de Mayo, scattata nel 1982: una madre e una figlia con il fazzoletto bianco, riprese durante una delle prime manifestazioni pubbliche delle Madres. L’immagine è diventata un emblema del movimento per la verità sui desaparecidos e rimane tra le più riprodotte della fotografia argentina del periodo. È una fotografia stretta, frontale, con i due volti in primo piano, dedicata al legame tra due persone che resistono più che all’evento che le circonda.
Il giornalismo le fornì una solida base tecnica e un orientamento verso i temi sociali che avrebbe caratterizzato la sua intera carriera. Ben presto comprese tuttavia che le convenzioni del fotogiornalismo non bastavano per il tipo di indagine visiva che voleva condurre. Nel 1995 lasciò il lavoro di redazione e cominciò a tenere workshop, un passaggio che segna il definitivo spostamento verso il documentarismo d’autore.
La svolta verso il documentarismo di lungo respiro
Già negli anni Ottanta Lestido aveva realizzato progetti più lunghi della cronaca. Hospital Infanto Juvenil (1986-1988) nacque all’interno di un ospedale per bambini e adolescenti di Buenos Aires con problemi di salute mentale. Seguì Madres adolescentes (1988-1990), una serie dedicata a ragazze giovanissime in gravidanza o con figli. Negli stessi anni lavorava a Metrópolis (1988-1999), un racconto della città per immagini.
Il passo decisivo avvenne nei primi anni Novanta, quando cominciò a sviluppare progetti estesi che richiedevano mesi o anni di frequentazione dei soggetti. Questo approccio è radicalmente diverso dall’estetica dello scatto istantaneo. Le permise di costruire relazioni di fiducia con le persone fotografate e di entrare in ambienti di grande difficoltà sociale con una profondità impossibile per il fotogiornalismo di consumo. I suoi soggetti principali furono le donne ai margini del sistema: detenute nelle carceri argentine, madri e figlie in situazioni di povertà, pazienti degli ospedali psichiatrici.
Il lavoro più noto di questa fase, «Mujeres presas» (Donne detenute), ottenne il riconoscimento internazionale. Lestido ricevette per quel progetto una borsa della Hasselblad Foundation nel 1991 e, nel 1995, la Guggenheim Fellowship, la prima assegnata a un fotografo argentino secondo le biografie ufficiali.
Analisi storico-critica
L’opera di Adriana Lestido si colloca in un punto di intersezione raro e produttivo tra documentarismo sociale, femminismo e autobiografia visiva. La sua fotografia non è mai puramente «oggettiva» nel senso positivista del termine: Lestido è presente nelle immagini non come figura visibile ma come relazione, come campo di forze tra la fotografa e i suoi soggetti. Questa presenza si percepisce nello sguardo che le persone rivolgono verso la macchina fotografica, che non è di sospetto né di esibizione ma di riconoscimento reciproco tra persone che si conoscono e si rispettano. In questo senso il suo metodo anticipa alcune riflessioni teoriche sulla fotografia collaborativa che sarebbero diventate centrali nel dibattito fotografico degli anni Duemila.
Il progetto «Mujeres presas» ha stabilito la sua reputazione internazionale ed è il lavoro in cui la sua poetica si esprime in forma più compiuta. Le fotografie furono realizzate nella cárcel de mujeres di Los Hornos, a La Plata, dove Lestido trascorse un giorno alla settimana per un anno, tra il 1991 e il 1993. Ritraggono detenute e i loro figli piccoli, che per la legge argentina possono vivere con le madri durante i primi anni di vita. Le immagini affrontano temi universali, cioè l’amore materno, la privazione della libertà, la vulnerabilità dell’infanzia, attraverso situazioni specifiche e irripetibili, e costruiscono un discorso visivo di grande intensità emotiva senza scivolare nella pietà morbosa né nello sfruttamento del dolore altrui.
Il bianco e nero rigoroso che caratterizza questo lavoro è una decisione estetica precisa. Elimina il colore come distrazione sensoriale e porta l’attenzione sulle relazioni tra corpi, espressioni e spazi. Lestido stessa ha spiegato che il bianco e nero dà alle sue fotografie una qualità senza tempo, che le fa viaggiare attraverso confini, culture e generazioni.
Sul piano della storia della fotografia argentina, Lestido appartiene a una generazione di autori che dovette ridefinire il senso del documentarismo in un paese segnato dal trauma della dittatura militare (1976-1983) e delle sue conseguenze. Il lavoro di testimonianza e memoria che attraversa la fotografia argentina del periodo post-dittatoriale trova in lei una delle espressioni più raffinate: la sua attenzione va alle conseguenze sociali a lungo termine, alla fragilità strutturale che i regimi autoritari lasciano in eredità, più che alla documentazione diretta della violenza politica. In questo senso la sua opera dialoga con quella di altri grandi fotografi argentini come Marcos López e Sara Facio, pur occupando uno spazio estetico e tematico distinto. Un quadro più ampio di questa tradizione si trova nel nostro articolo sulla fotografia sudamericana.

Opere principali
«Mujeres presas» (1991-1993) rimane l’opera capitale della sua carriera. Secondo alcune descrizioni, le circa centotrenta fotografie della versione più ampia costruiscono un racconto visivo di grande complessità: un’esplorazione della vita emotiva in condizioni di reclusione, ben più ampia di una denuncia delle condizioni carcerarie, del rapporto tra madri e figli in un contesto di privazione, di una femminilità che resiste e si esprime nonostante la violenza istituzionale. Il lavoro è uscito in volume nel 2001 nella collana Fotógrafos Argentinos, con una seconda edizione nel 2008; un’edizione con testo di Guillermo Saccomanno è registrata nel 2007. Un singolo scatto della serie, Amalia y su hija, è passato nel 2016 in una vendita londinese di fotografie. Il libro è considerato tra i volumi fotografici più importanti della fotografia latinoamericana. Un’altra tradizione argentina, legata al virtuosismo di camera oscura e ai concorsi internazionali, è quella di Pedro Luis Raota.
«Madres e hijas» (1995-1998, a volte indicato come 1995-1999) affronta il rapporto madre-figlia fuori dal contesto carcerario, ampliando la riflessione sulla femminilità e sulla trasmissione generazionale. Anche qui il lavoro si basa su una frequentazione prolungata dei soggetti e su un approccio collaborativo che consente un’intimità rara nel documentarismo. Il libro è stato pubblicato nel 2003 da La Azotea, a cura di Sara Facio e Marta Dollon.
«Hospital Infanto Juvenil» (1986-1988), realizzato in un ospedale per bambini e adolescenti di Buenos Aires, è per molti critici il suo lavoro più sconvolgente: immagini che affrontano la realtà della malattia mentale infantile con tenerezza e rigore visivo.
Accanto a queste serie vanno ricordate Madres adolescentes (1988-1990), Metrópolis (1988-1999), El amor (1992-2005), Villa Gesell (2005), il lavoro in Messico del 2010 e il progetto sull’Antartide del 2012. Il libro Antártida negra (Capital Intelectual, 2017) è stato anche il suo primo libro scritto, accompagnato da Antártida negra. Los diarios (Tusquets, 2017). Nel 2021 è uscito per Larivière e RM il volume Metrópolis, selezionato per PhotoEspaña 2022 e per il Prix du Livre di Arles 2022.
Libri, mostre e collezioni
Dopo il volume su Mujeres presas e quello su Madres e hijas, Lestido ha pubblicato Interior (2010) e La Obra (2011), entrambi per Capital Intelectual, e Lo que se ve, raccolta di fotografie del periodo 1992-2005 (Capital Intelectual, 2012). Il catalogo della grande mostra del 2008, curato da Gabriel Díaz e Juan Travnik, ha portato lo stesso titolo.
La mostra Lo que se ve si è tenuta al Centro Cultural Recoleta di Buenos Aires dall’11 marzo al 20 aprile 2008. Nel 2010 una retrospettiva sulle fotografie in bianco e nero dal 1979 al 2007, con il titolo Amores difíciles, fu ospitata a Casa de América a Madrid, nell’ambito di PhotoEspaña. Dal 14 maggio al 28 giugno 2013 il Museo Nacional de Bellas Artes di Buenos Aires ha presentato Fotografías 1979/2007, a cura di Gabriel Díaz e Juan Travnik: settanta fotografie in bianco e nero e due polaroid a colori. Lo que se ve è poi stata portata a New York, Johannesburg, Córdoba e Rio de Janeiro tra il 2014 e il 2015. In seguito sono arrivate Algunas chicas al MACBA di Buenos Aires (2016), la mostra di Berlino Was zu sehen ist (2016), le esposizioni in Spagna del 2017-2018 e Antártida negra alla Fundación Fortabat (2017-2018), poi a Berlino e a Madrid. Altre biografie ricordano anche presenze al Musée de l’Élysée di Losanna e al festival FotoGrafia di Roma.
Le sue fotografie sono in raccolte pubbliche in Argentina, tra cui il Museo Nacional de Bellas Artes e il Museo de Arte Moderno, negli Stati Uniti (il Museum of Fine Arts di Houston), in Francia (la Bibliothèque nationale), in Svezia (l’Hasselblad Center di Göteborg) e, secondo altre fonti, in Venezuela, Spagna e Germania. Alla fiera Paris Photo 2025 la galleria Rolf Art ha presentato una selezione che comprende Madre e hija de Plaza de Mayo (1982) e serie da Mujeres presas, Madres e hijas e Metrópolis.
Premi, agenzia e insegnamento
Oltre alla Hasselblad (1991) e alla Guggenheim (1995), Lestido ha ricevuto il Mother Jones Prize (1997) e il Premio Konex (2002), poi il Konex de Platino (2022). Nel 2009 le è stato assegnato il Gran Premio Adquisición del Salón Nacional di arti visive, per La salsera, e premi alla carriera dall’Asociación Argentina de Críticos de Arte (2009) e dalla Academia Nacional de Bellas Artes (2021). Nel 2010 la Legislatura di Buenos Aires l’ha dichiarata personalità eminente della cultura. Alcune biografie citano anche borse della Fundación Antorchas e del Fondo Nacional de las Artes.
Il suo lavoro è presentato dall’agenzia Agence VU’, dove ha un profilo dedicato. Ha insegnato fotografia documentaria in Argentina e in contesti internazionali: nel 2007 ha tenuto workshop di fotografia nel carcere femminile di Ezeiza. Questo impegno didattico, secondo diverse fonti, nasce dallo stesso spirito che anima il suo lavoro: condividere il metodo e la responsabilità etica del fotografo con le nuove generazioni.
Metodo ed eredità
Il metodo di Lestido ruota attorno alla frequentazione lunga e al rispetto. Per Mujeres presas visitò il carcere ogni settimana per un anno, il che significa che le detenute sapevano chi era, cosa faceva e cosa intendeva fare con le immagini. La macchina non è mai un’intrusione, e questo si legge nelle fotografie: gli sguardi non hanno nulla di ostile, e molti volti sembrano rivolti a una persona di fiducia più che a un obiettivo.
La sua sintassi visiva è asciutta: inquadrature vicine, scatti diretti, fotografie quasi sempre in bianco e nero. Le sue stampe sono state vendute in set completi: uno di quarantatré stampe d’epoca del periodo 1991-1993, uno di ventiquattro stampe tarde del 1996 e uno di ventiquattro stampe contemporanee del 2018, secondo le descrizioni della galleria. Questo mostra quanto la serie sia stata ripresa e rielaborata nel tempo.
In anni più recenti ha esteso lo sguardo a paesaggi e viaggi, con fotografie realizzate in Cile, Bolivia, Messico e in Antartide. Ha detto che preferirebbe essere ricordata per il suo lavoro più che per il suo nome. Resta, nella storia della fotografia latinoamericana, come l’autrice che ha mostrato come la memoria di un trauma collettivo possa passare attraverso storie di donne, madri e figlie, e come un documentario possa essere costruito con la pazienza delle relazioni.
La ricezione critica insiste su un punto: Lestido ha fatto del legame tra persone il soggetto della sua fotografia, ed è un tema che interroga anche chi oggi lavora nel documentario sociale. In un’epoca di immagini veloci, il suo esempio ricorda che la profondità richiede tempo, e che la fiducia non si improvvisa. Uno studio di Luiza Possamai Kons pubblicato nel 2023 sulla rivista Modos ha analizzato due fotografie di Mujeres presas per chiedersi se costruiscano un’idea nuova di maternità, diversa dagli ideali convenzionali.
Il legame tra persone come soggetto della fotografia accomuna Lestido a un’altra autrice legata all’Argentina, Alessandra Sanguinetti, che con The Adventures of Guille and Belinda segue dal 1999 la crescita di due cugine.
Il contesto: fotografia e memoria nell’Argentina post-dittatoriale
Per capire il peso del lavoro di Lestido bisogna ricordare il clima in cui nacque. La dittatura militare era finita nel 1983, ma i suoi effetti restavano ovunque: i desaparecidos, stimati dalle organizzazioni per i diritti umani in oltre trentamila, erano una ferita aperta, e le Madres de Plaza de Mayo, nate nel 1977 per chiedere notizie dei figli, continuavano a marciare ogni giovedì. La fotografia di quegli anni fu in larga parte fotografia di testimonianza, ma Lestido scelse un’altra strada: dopo l’immagine pubblica del 1982 si rivolse a spazi privati e istituzionali dove la violenza era strutturale e meno visibile, come l’ospedale, il carcere, la casa.
Il carcere di Los Hornos, a La Plata, dove realizzò Mujeres presas, era un luogo in cui il tema della maternità assumeva una forma estrema. Una studiosa che ha analizzato la serie ricorda che le immagini si inseriscono nel dibattito argentino sul trattamento delle donne incinte detenute e sul diritto dei bambini a vivere con le madri. Le fotografie, scattate in uno spazio chiuso, mostrano un’intimità che il contesto rende ancora più fragile. L’attenzione di Lestido va ai gesti minimi: una mano che sostiene un neonato, un abbraccio, uno sguardo rivolto altrove.
Anche Madres e hijas va letta in questa cornice. Il tema del legame tra donne di generazioni diverse, in un paese in cui molte madri avevano perso i figli, assume un valore che va oltre il privato. Le immagini non cercano la bellezza decorativa: puntano sulla vicinanza fisica, sul peso dei corpi, sulla somiglianza dei volti. Per questo la serie è stata letta come una riflessione sulla trasmissione tra generazioni, in cui la memoria si inscrive nella carne prima che nei documenti.
Resta da sottolineare la coerenza formale. Dal reportage del 1982 alle serie recenti, Lestido mantiene un linguaggio sobrio: inquadrature ravvicinate, luce disponibile, bianco e nero, stampe di dimensioni contenute che chiedono allo spettatore di avvicinarsi. È una scelta che rifiuta l’effetto spettacolare e si fida della durata dello sguardo. La sua presenza nel mercato e nelle fiere internazionali, con stampe d’epoca e set completi, dimostra che questa sobrietà ha trovato un pubblico anche fuori dal contesto argentino.
Domande frequenti
Chi è Adriana Lestido?
È una fotografa documentarista argentina nata a Buenos Aires nel 1955, nota per fotografie in bianco e nero dedicate a donne, madri e figlie, detenute e pazienti, e per l’immagine Madre e hija de Plaza de Mayo del 1982.
Qual è la sua opera più importante?
Il progetto Mujeres presas (1991-1993), realizzato nel carcere femminile di Los Hornos, a La Plata, è considerato il suo lavoro capitale, insieme a Madres e hijas (1995-1998).
Quali premi ha ricevuto?
Tra i principali ci sono la borsa Hasselblad (1991), la Guggenheim Fellowship (1995), il Mother Jones Prize (1997) e il Premio Konex, anche nella versione Platino (2022).
Lavora ancora in bianco e nero?
Quasi tutta la sua produzione è in bianco e nero, una scelta che a suo dire dà alle immagini una qualità senza tempo. Nei lavori più recenti, per esempio in Messico, compare anche il colore.
Dove si possono vedere le sue fotografie?
Nel Museo Nacional de Bellas Artes di Buenos Aires, nel Museum of Fine Arts di Houston, all’Hasselblad Center di Göteborg e in altre raccolte; il suo lavoro è presentato anche da Agence VU’ e dalla galleria Rolf Art.
Per altri profili si può consultare l’indice I grandi fotografi della storia, che raccoglie autori e autrici di ogni epoca.
Fonti
- Wikipedia in inglese, voce Adriana Lestido
- Agence VU’, profilo di Adriana Lestido
- AWARE Women Artists, scheda su Adriana Lestido
- Americas Quarterly, profilo di Adriana Lestido
- Presidencia de la Nación Argentina, scheda su Adriana Lestido
- Rebelión, articolo sulla retrospettiva di Adriana Lestido
- Rolf Art, presentazione di Adriana Lestido a Paris Photo 2025
- Modos, Revista de História da Arte, analisi di due fotografie di Adriana Lestido
Aggiornato Ottobre 2026



