HomeLa Storia della FotografiaKodachrome, Polaroid, Hasselblad e le grandi macchine del dopoguerra

Kodachrome, Polaroid, Hasselblad e le grandi macchine del dopoguerra

Vi sono decenni nella storia della tecnologia che sembrano voler recuperare in pochi anni tutto il ritardo accumulato in precedenza, nei quali le invenzioni si moltiplicano con una densità che rende difficile stabilire gerarchie di importanza tra eventi che in qualsiasi altro periodo storico avrebbero ciascuno richiesto un’epoca per essere assimilati. Il periodo compreso tra il 1929 e il 1950 fu uno di questi decenni doppi per la fotografia: una stagione nella quale l’industria fotografica mondiale, stimolata dalla concorrenza crescente tra costruttori tedeschi e giapponesi, dalla pressione commerciale delle riviste illustrate che chiedevano materiali sempre migliori, e dalla curiosità intellettuale di inventori solitari che lavoravano nei propri laboratori privati con la stessa intensità dei ricercatori universitari, produsse una serie di oggetti e di processi che avrebbero definito la fotografia del secondo Novecento in modo altrettanto decisivo di quanto la Leica aveva definito il fotogiornalismo degli anni Trenta.

kodak

Il 1929 fu l’anno in cui la Franke & Hidecke di Braunschweig, una piccola azienda tedesca fondata nel 1920 da Paul Franke e Reinhold Heidecke, portò sul mercato la Rolleiflex, una macchina fotografica reflex a doppia lente che avrebbe conquistato il mercato del medio formato con una rapidità e una completezza che nessun concorrente sarebbe mai riuscito a eguagliare pienamente. La Rolleiflex era costruita attorno a un principio meccanico apparentemente semplice: due obiettivi identici, disposti verticalmente uno sopra l’altro, dei quali il superiore proiettava l’immagine su un vetro smerigliato per la messa a fuoco e il mirino, mentre quello inferiore esponeva la pellicola. I due obiettivi erano collegati meccanicamente in modo che la messa a fuoco effettuata sul vetro smerigliato corrispondesse con precisione alla messa a fuoco sull’emulsione; e il mirino a pozzetto, nel quale il fotografo guardava dall’alto verso il basso su un’immagine orizzontale di dimensioni generose, offriva una qualità di visualizzazione che nessun mirino ottico diretto poteva avvicinare. La pellicola usata era il formato 120, che produceva negativi quadrati di 6 × 6 centimetri, quattro volte più grandi del formato 35mm della Leica; una dimensione che consentiva ingrandimenti di qualità straordinaria e che rendeva la Rolleiflex lo strumento di elezione per la fotografia di ritratto, di moda e pubblicitaria, dove la qualità del dettaglio era prioritaria rispetto alla portabilità.

La Rolleiflex divenne in pochi anni uno degli strumenti fotografici più universalmente apprezzati della storia, usata da Diane ArbusRichard AvedonVivian MaierYousuf Karsh e da decine di altri fotografi la cui visione era inseparabile dal formato quadrato e dalla prospettiva leggermente inclinata verso il basso che il mirino a pozzetto produceva naturalmente. Non era soltanto una macchina fotografica eccellente; era un oggetto di una bellezza meccanica straordinaria, con la propria simmetria verticale, i propri comandi essenziali e la propria finitura in metallo cromato e cuoio nero che sembrava progettata per durare generazioni, e in effetti durava, con esemplari degli anni Trenta ancora perfettamente funzionanti un secolo dopo la propria costruzione. La Zeiss Ikon, che nel 1932 lanciò la Contax I, tentò di rispondere alla Rolleiflex sul terreno del piccolo formato con una macchina a telemetro di qualità ottica eccezionale, dotata degli obiettivi Carl Zeiss più luminosi disponibili sul mercato; e la rivalità tra la Contax di Zeiss e la Leica di Leitz, due macchine di filosofia analoga e qualità comparabile che si contendevano il mercato dei fotografi professionisti europei per tutto il decennio dei Trenta, fu una delle competizioni industriali più feconde della storia della fotografia, perché spinse entrambi i costruttori a miglioramenti continui che beneficiarono l’intero settore.

L’anno 1932 fu anche segnato da un evento personale di grande risonanza simbolica: il 14 marzoGeorge Eastman, il fondatore della Eastman Kodak e l’uomo che più di chiunque altro aveva democratizzato la fotografia, si tolse la vita nel proprio studio di Rochester con un colpo di pistola al cuore, lasciando un biglietto di addio agli amici nel quale aveva scritto, con la concisione di chi ha già detto tutto ciò che aveva da dire nella propria vita: “Il mio lavoro è compiuto. Perché attendere?” Aveva settasette anni, era affetto da una malattia spinale progressiva che gli aveva già limitato gravemente la mobilità, e aveva sempre dichiarato di non voler sopravvivere alla propria indipendenza fisica. La notizia della sua morte scosse il mondo industriale e culturale americano con un’intensità che testimoniava quanto profondamente la figura di Eastman fosse entrata nella coscienza collettiva di un paese che si identificava con la propria capacità di innovare e di costruire. La Eastman Kodak che sopravvisse al suo fondatore era già una delle aziende più grandi del mondo, con stabilimenti in quattro continenti e un controllo del mercato della pellicola fotografica che non avrebbe vacillato per altri cinquant’anni.

Nel 1933, due musicisti americani che si erano appassionati di fotografia con la stessa intensità con cui studiavano composizione e armonia consegnarono alla storia uno dei prodotti fotografici più amati e più longevi del Novecento. Leopold Mannes e Leopold Godowsky Jr., amici d’infanzia nati a New York in famiglie di musicisti professionisti, avevano cominciato a lavorare sulla fotografia a colori negli anni Venti nei propri appartamenti privati, con l’entusiasmo amatoriale di chi segue una passione senza la pressione dei risultati commerciali. La loro ricerca si orientò verso i processi a strati sovrapposti, nei quali tre emulsioni sensibili rispettivamente alla luce rossa, verde e blu venivano depositate una sopra l’altra sulla stessa pellicola e sviluppate in modo differenziato per produrre un’immagine a colori di qualità superiore a qualsiasi processo contemporaneo. Quando la Eastman Kodak venne a conoscenza del loro lavoro e li assunse nel proprio laboratorio di ricerca, i due musicisti-chimici avevano già risolto i problemi teorici principali del processo; la Kodak fornì le risorse industriali per trasformare quella soluzione teorica in un prodotto commerciale. Il risultato fu il Kodachrome, commercializzato nel 1935 per il formato cinematografico da 16mm e nel 1936 per le diapositive da 35mm, una pellicola invertibile a colori di una qualità cromatica e di una stabilità dell’immagine nel tempo che non aveva precedenti assoluti nella storia della fotografia a colori. Il Kodachrome era costoso, richiedeva un processo di sviluppo complesso che poteva essere eseguito soltanto in laboratori specializzati, e produceva diapositive invece di negativi, il che complicava la stampa su carta; ma i colori che restituiva erano di una fedeltà e di una luminosità che chiunque li vedesse ricordava per il resto della vita. Rimase in produzione per settantacinque anni, fino al 2010, un record assoluto di longevità commerciale nella storia dei materiali fotografici.

Nello stesso 1934 in cui la Fuji Photo Film nasceva in Giappone come produttore di pellicola fotografica destinato a diventare il principale rivale mondiale della Kodak, un fisico e inventore americano di nome Edwin Herbert Land compì in laboratorio una scoperta che non aveva inizialmente nulla a che fare con la fotografia ma che avrebbe cambiato la storia del medium in modo radicale quindici anni dopo. Land aveva sviluppato un metodo per allineare cristalli microscopici di solfato di iodio chinino su un foglio di nitrocellulosa trasparente usando un campo magnetico, producendo una pellicola che polarizzava la luce in modo uniforme su una superficie continua; il foglio polarizzante di Land era infinitamente più pratico e più economico dei cristalli polarizzatori naturali che si usavano fino ad allora, e apriva applicazioni enormi in ottica, in fotografia, in cinematografia, nella produzione di occhiali da sole. Land fondò nel 1937 la Polaroid Corporation di Cambridge, Massachusetts, per commercializzare il proprio brevetto; e fu grazie alla redditività dei prodotti ottici polarizzanti che la Polaroid accumulò le risorse finanziarie e le competenze di ricerca che avrebbero reso possibile, un decennio dopo, il prodotto che avrebbe consacrato il nome dell’azienda nella storia della fotografia.

arriva la kodak!
Arriva la Kodak

La leggenda narra che l’idea della fotografia istantanea venne a Land nel 1943 durante una vacanza a Santa Fe, quando la sua figlia tredicenne Jennifer gli chiese perché non fosse possibile vedere la fotografia che aveva appena scattato immediatamente, senza aspettare lo sviluppo in laboratorio. Land passò la passeggiata successiva a progettare mentalmente il sistema che avrebbe risposto a quella domanda, e rientrò all’hotel con l’architettura del processo già abbozzata nella propria testa. Vera o apocrifa che sia, la storia cattura qualcosa di reale nella natura dell’invenzione di Land: era una risposta a un desiderio umano elementare, il desiderio di vedere immediatamente il risultato di un atto visivo, che la fotografia tradizionale soddisfaceva soltanto con ritardo e che il cinema soddisfaceva per le immagini in movimento ma non per quelle fisse. Land lavorò per cinque anni alla soluzione tecnica di quel desiderio, sviluppando un sistema nel quale la pellicola fotosensibile e i reagenti di sviluppo erano contenuti nello stesso supporto compatto che veniva estratto dalla macchina fotografica dopo lo scatto e sviluppava l’immagine autonomamente, senza camera oscura e senza reagenti esterni, nel giro di sessanta secondi. La Polaroid Model 95, presentata al pubblico americano il 26 novembre 1948 alla Jordan Marsh di Boston, fu il primo prodotto commerciale basato su questo sistema, e il successo fu immediato e travolgente: le scorte disponibili per le feste di Natale del 1948 si esaurirono in pochi giorni, e la lista d’attesa si allungò per mesi. Land aveva inventato qualcosa che le persone non sapevano di volere fino al momento in cui lo avevano visto, e che dopo averlo visto non riuscivano a immaginare di non avere.

Nel 1936, intanto, l’industria tedesca aveva aggiunto un altro capitolo fondamentale alla storia della fotografia con la commercializzazione della Kine-Exakta da parte della Ihagee Kamerawerk di Dresda. La Kine-Exakta era la prima macchina fotografica reflex monobiettivo della storia progettata specificamente per il formato 35mm, con un mirino a pozzetto che mostrava l’immagine dell’obiettivo su un vetro smerigliato orizzontale e un meccanismo di sollevamento dello specchio integrato nel ciclo di esposizione. Era, in sostanza, la progenitrice diretta di tutte le reflex 35mm che avrebbero dominato la fotografia professionale e semiprofessionale per i successivi sessant’anni, dalla Nikon F del 1959 alle reflex digitali del XXI secolo; e il fatto che fosse prodotta a Dresda, in quella Germania orientale che la guerra avrebbe poi separato dall’occidente per quarant’anni, contribuì a renderne la storia meno lineare e meno celebrata di quanto la propria importanza tecnica avrebbe meritato. Va detto per completezza storica che ricercatori successivi scoprirono come in Unione Sovietica esistesse già dal 1934 una macchina fotografica reflex 35mm, la Sport, prodotta dalla GOMZ di Leningrado; ma la Sport non raggiunse mai i mercati occidentali e rimase sconosciuta al di fuori dell’URSS fino alla caduta del Muro di Berlino, il che la esclude di fatto dalla storia del mercato fotografico internazionale pur non potendola escludere dalla storia delle invenzioni.

La Hasselblad nacque nel 1941 in Svezia da una storia industriale che non aveva nulla di fotografico nelle proprie origini. Victor Hasselblad era il direttore dell’azienda di famiglia, una società commerciale di Göteborg che importava e distribuiva prodotti fotografici; quando l’aviazione militare svedese cercò un produttore nazionale in grado di costruire macchine fotografiche per la ricognizione aerea di alta precisione, Hasselblad accettò la commessa con una audacia che i suoi collaboratori trovarono sconcertante, visto che l’azienda non aveva mai progettato né costruito una macchina fotografica. Hasselblad studiò i modelli tedeschi sequestrati, assoldò ingegneri e ottici, costruì un reparto di progettazione dal nulla, e nel giro di pochi mesi consegnò all’aeronautica svedese una macchina fotografica aerea di qualità superiore alle aspettative. L’esperienza acquisita in quella commessa militare divenne la base per il prodotto civile che Hasselblad lanciò nel 1948: la 1600F, una reflex a medio formato di dimensioni compatte che usava pellicola 120 per produrre negativi quadrati di 6 × 6 centimetri, con un sistema di otturatori a lamella intercambiabili insieme agli obiettivi e una qualità di costruzione che era il risultato diretto della tradizione di precisione accumulata nelle forniture militari. La Hasselblad 500C, introdotta nel 1957 e rimasta in produzione per decenni, sarebbe diventata la macchina fotografica più famosa della storia della fotografia spaziale; fu con una Hasselblad che Neil Armstrong fotografò Buzz Aldrin sulla superficie della Luna nel luglio del 1969, e fu con le Hasselblad portate sulle missioni Apollo che l’umanità costruì il proprio archivio visivo della conquista dello spazio.

fotografia e pubblicità
Photo by Museums Victoria on Unsplash

Prima ancora che Armstrong mettesse piede sulla Luna, la fotografia aveva già raggiunto lo spazio in un modo molto meno romantico e molto più avventuroso. Il 24 ottobre 1946, un razzo V-2 catturato dall’esercito tedesco e rilanciato dalla base di White Sands nel New Mexico portò con sé una macchina fotografica a 35mm ancorata alla propria struttura, programmata per scattare un fotogramma ogni secondo e mezzo durante la fase di ascesa. Il razzo raggiunse un’altitudine di 105 chilometri, ben oltre la linea di Kármán che segna il confine convenzionale dello spazio, e la macchina fotografica smise di funzionare per il freddo prima del rientro; ma la pellicola sopravvisse all’impatto con il terreno grazie a una cassetta metallica di protezione, e le fotografie che conteneva erano le prime immagini della Terra scattate dallo spazio, la prima volta che l’occhio fotografico aveva visto il pianeta dall’esterno. Erano immagini in bianco e nero, granulate, con la curvatura dell’orizzonte appena percettibile ai bordi; ma mostravano qualcosa che nessun occhio umano aveva mai visto in modo diretto, e che l’umanità avrebbe cominciato a vedere regolarmente soltanto due decenni dopo, con l’inizio dell’era spaziale.

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