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La Storia della FotografiaFoto IconicheIl bacio in Times Square (1945) di Alfred Eisenstaedt

Il bacio in Times Square (1945) di Alfred Eisenstaedt

Il fotografo statunitense di origine tedesca Alfred Eisenstaedt (1898–1995) occupa un posto di rilievo nella storia del fotogiornalismo del XX secolo. La sua opera si colloca in un momento in cui la fotografia storica assumeva un ruolo centrale nella circolazione delle notizie, nella memoria collettiva e nelle forme visive dell’informazione. Fra i suoi scatti più celebri spicca la fotografia intitolata V‑J Day in Times Square (nota anche come The Kiss), realizzata il 14 agosto 1945 a New York, nel celebre incrocio di Times Square. Tale immagine, divenuta icona visiva della fine della Seconda Guerra Mondiale, si presta a un’analisi approfondita come caso paradigmatico di reportage fotografico con influenza culturale, estetica e storica.
Il presente testo propone un esame tecnico-critico della fotografia – dalla genesi alla diffusione, dal contesto all’impatto – con l’obiettivo di riflettere su come questo scatto esprima le condizioni del fotogiornalismo nel suo periodo d’oro, le trasformazioni tecnologiche, e le questioni di autenticità e attribuzione che ancora oggi lo accompagnano. La trattazione si articola nei seguenti punti: contesto storico e politico; il fotografo e la sua missione; la genesi dello scatto; analisi visiva e compositiva; autenticità e dibattito critico; impatto culturale e mediatico.
Dati Base:

  • Fotografo: Alfred Eisenstaedt (1898 – 1995)
  • Fotografia: “V-J Day in Times Square”
  • Anno: 1945
  • Luogo: New York City, Times Square (intersezione di Broadway e 7th Avenue), 14 agosto 1945
  • Temi chiave: identità dei soggetti, autenticità dello scatto, cronologia di pubblicazione sulla rivista LIFE; tecniche fotografiche impiegate; ricezione critica

Contesto storico e politico

L’apertura delle celebrazioni del V‑J Day (Victory over Japan Day) il 14 agosto 1945 segnò non solo la fine della guerra nel Pacifico, ma divenne anche un momento simbolico per la nazione statunitense, proiettata verso la pace dopo anni di conflitto mondiale. Nel cuore della metropoli newyorchese, Times Square si trasformò in teatro di una valanga di esultanza pubblica: la folla in festa, i militari in uniforme, le luci dei teatri spente a favore delle celebrazioni, gli abbracci spontanei. È in questo quadro che Alfred Eisenstaedt si trovava con la sua macchina fotografica per documentare le manifestazioni visive della vittoria.

Dal punto di vista del fotogiornalismo, l’immagine si inscrive in una tradizione che vedeva la fotografia come strumento di testimonianza storica e visiva: la stampa settimanale, le riviste illustrative, le agenzie fotografiche internazionali – tutte facevano della fotografia un mezzo di comunicazione immediato e potente. È significativo che lo scatto venne pubblicato sulla rivista LIFE solo una settimana dopo, in una sezione speciale intitolata “Victory Celebrations”.

Il contesto politico è altresì rilevante: gli Stati Uniti, usciti vittoriosi dalla guerra, erano in una fase di celebrazione nazionale; tuttavia, si trattava anche di un momento contraddittorio: la gioia della vittoria conviveva con la consapevolezza dei costi umani del conflitto, della distruzione e della necessità di ricostruzione. In questo senso, la fotografia assume la dimensione di documento visivo che sintetizza emozione, memoria e propaganda, ponendosi in quella che potremmo definire una zona di intersezione fra reportage, mito visivo e narrazione nazionale.

Dal punto di vista tecnico, la scena di Times Square presentava condizioni fotografiche complesse: movimento della folla, giochi di luce in un ambiente urbano notturno o al crepuscolo, uniformi bianche, ambienti contrastati. Eisenstaedt stesso dichiarò di essere “in corsa” dietro a un marinaio che abbracciava qualunque donna incrociasse, ed ottenne la sequenza decisiva con la sua Leica.

La fotografia assume pertanto un valore doppio: è al tempo stesso documento storico (fotografia storica del fotogiornalismo), e icona visiva che supera la mera cronaca. In quest’ottica, studiare questo scatto significa anche investigare il passaggio dalla fotografia come notizia alla fotografia come simbolo.

Alla luce di tale contesto, risulta evidente come la celebrazione di massa, la mobilitazione urbana, l’euforia collettiva, l’unione tra militari e civili, abbiano costituito lo sfondo non solo di un momento fotografico fortuito, ma della trasformazione della cultura visiva del XX secolo. La capacità del reportage fotografico di cogliere quell’istante – la fine della guerra, la speranza – dipendeva anche dalle condizioni che lo rendevano possibile: la disponibilità di testate come LIFE, la centralità del fotografo nei circuiti di informazione, e l’ecosistema tecnologico dell’epoca – pellicola, Leica, stampa su carta.

Pertanto, l’analisi visiva che segue dovrà tenere conto non solo della composizione, dell’estetica, della tecnica, ma anche del quadro politico-culturale che ha reso quel momento visivo carico di senso, e della funzione dell’immagine nella memoria collettiva stessa.

Il fotografo e la sua missione

Alfred Eisenstaedt nacque il 6 dicembre 1898 a Dirschau (all’epoca nell’Impero tedesco; oggi Tczew in Polonia) e morì il 24 agosto 1995 a Muralto, Svizzera. Dopo aver lavorato negli anni venti per riviste tedesche, emigrò negli Stati Uniti nel 1935, dove divenne uno dei fotografi di punta della rivista LIFE, contribuendo – nel corso della sua carriera – con oltre 90 copertine e più di 2.500 servizi fotografici.

La sua visione come reporter visivo era caratterizzata dall’idea che la fotografia potesse catturare non solo l’evento, ma il momento decisivo – un concetto caro alla storia della fotografia – e che potesse raccontare attraverso l’immagine una micro-drammaturgia visiva, capace di sintetizzare emozione, contesto, azione. In una delle sue memorie, Eisenstaedt affermava che l’importante non fosse “prendere una bella foto” ma “aspettare l’attimo in cui la realtà parla da sé”.

La missione di Eisenstaedt poteva essere descritta come l’incontro fra documentazione e poesia visiva: lui stesso riconosceva che, nel caos delle celebrazioni a Times Square, era semplicemente “in corsa con la sua Leica”, cercando un’inquadratura che avesse equilibrio, leggibilità, contrasto, e che fosse in grado di attraversare l’anonimato collettivo per creare una forma visiva che diventasse simbolica.

Dal punto di vista tecnico, Eisenstaedt faceva uso della macchina fotografica ­ Leica IIIa, pellicola Kodak Super Double X oppure simili in bianco e nero; tempi rapidi, obiettivo relativamente luminoso (f/2.8 o f/4) in condizioni urbane di luce variabile; e, cosa fondamentale, una attenzione al contesto ambientale: la luce, le ombre, le architetture urbane, i flussi della folla, tutto entrava nell’inquadratura per generare un’immagine ricca di tensione visiva.

Eisenstaedt considerava anche la funzione sociale della fotografia: essa doveva parlare a un pubblico ampio, attraversando barriere culturali e linguistiche. Lo scatto del bacio in Times Square non era pensato come ritratto privato, ma come immagine pubblica che rappresentava un momento di trasformazione collettiva. In questo senso, la fotografia diventa testimonianza, memoria, simbolo.

Nel contesto del fotogiornalismo, Eisenstaedt rappresenta un ponte fra la fotografia del reportage classico e la visione più ampia dell’immagine iconica: il suo approccio richiama la priorità della narrazione visiva (“storytelling through images”) e la padronanza delle condizioni tecniche e temporali che consentono la produzione di fotografie storiche durature.

Per questo motivo, lo studio di questo scatto richiede di considerare attentamente la figura del fotografo — non solo come esecutore tecnico, ma come agente visivo consapevole delle dinamiche del reportage, della documentazione, e della costruzione dell’icona visiva. In tale prospettiva, la fotografia diventa specchio del fotografo e del suo tempo, e lo stesso Eisenstaedt – con la sua missione – diviene parte integrante della storia della fotografia documentaria.

La genesi dello scatto

La notte del 14 agosto 1945, al momento della notizia della capitolazione del Giappone e della fine della guerra, migliaia di newyorchesi si riversarono in Times Square. L’atmosfera era di euforia spontanea, di sollievo collettivo, di abbracci e baci fra civili e militari. Eisenstaedt era presente con la sua Leica IIIa in mezzo alla folla e, come racconta egli stesso, «correvo avanti e indietro con la macchina al collo, guardando sopra la spalla».

La sequenza fotografica è breve: Eisenstaedt scattò quattro fotogrammi in pochi secondi. Solo uno di essi – quello che oggi conosciamo come “V-J Day in Times Square” – presentava il giusto bilanciamento visivo tra soggetti, sfondo, luce e composizione. Egli stesso dichiarò che nelle altre tre immagini il marinaio risultava troppo piccolo o troppo alto rispetto alla donna, o la scultura visiva non era efficace.

Il luogo preciso è controverso ma è comunemente accettato che la scena avvenne appena a sud di 45th Street, all’intersezione di Broadway e Seventh Avenue, guardando verso nord. Alcuni studi più recenti condotti dal fisico Donald W. Olson e dalla sua equipe stimano che lo scatto sia stato effettuato alle ore 17:51 locali (5:51 pm) del 14 agosto.

Dal punto di vista tecnico-operativo, la scelta di frammentare la sequenza in quattro fotogrammi e la rapidità nell’azione testimoniano le abilità di Eisenstaedt nel contesto urbano e caotico. La pellicola in bianco e nero – tipica dell’epoca ­– conferisce un contrasto forte tra le uniformi bianche, l’abito della donna e lo sfondo urbano oscuro o semioscura. La composizione – con il marinaio in primo piano, la donna vestita di bianco, le gambe incrociate in torsione, lo sfondo di Times Square leggermente sfocato – produce un’immagine narrativa istantanea: un bacio improvviso, spettacolare, eppure inserito in un contesto definito.

È importante rilevare che Eisenstaedt non aveva ottenuto i nomi dei soggetti al momento dello scatto. In un momento di caos, tra festeggiamenti e folla, non poté preservare le identità della donna e del marinaio. Ciò ha avuto conseguenze importanti sul piano della ricezione critica e della successiva attribuzione.


La pubblicazione sulla rivista LIFE avvenne nel numero del 27 agosto 1945 in una sezione di dodici pagine dedicate alle celebrazioni della vittoria: lo scatto occupò una pagina intera, unica nella doppia pagina dedicata al tema “The Men of War Kiss from Coast to Coast”.


Dal punto di vista del reportage fotografico, la genesi dello scatto rappresenta un esempio perfetto di ritmo dell’evento, scelta dell’attimo, gestione della composizione in situ, ma anche di imprevisto: Eisenstaedt non programmò il bacio, non conosceva i soggetti, semplicemente fu presente, pronto, e lo coglié. Tale condizione di “cogliere l’attimo” esprime pienamente la tensione tra documentazione giornalistica e costruzione iconica che definisce la fotografia storica.
Nel suo insieme, dunque, questo scatto si origina in un crocevia: celebrazione pubblica, mobilitazione collettiva, tecnologia del momento, capacità del fotografo, e condizioni accidentali. Analizzare la genesi significa ricostruire queste componenti e riflettere su come esse, insieme, abbiano prodotto un’immagine che è entrata nella memoria visiva del XX secolo.

Analisi visiva e compositiva

L’analisi visiva della fotografia “V-J Day in Times Square” deve considerare diversi piani interpretativi: composizione, luce, movimento, rapporto soggetti-sfondo, simbolismo, tecnica. Dal punto di vista della composizione, il fotografo utilizza una diagonale marcata: il marinaio, vestito in uniforme bianca, è proteso in avanti verso la donna che indossa un abito chiaro, mentre lo sfondo urbano di Times Square – segnaletica, insegne, pedoni – rimane lievemente sfocato ma riconoscibile. Questa diagonale guida lo sguardo e conferisce dinamicità all’immagine.

La luce risulta articolata: secondo i calcoli di Olson, il sole era basso rispetto all’orizzonte, generando ombre lunghe che aiutano a identificare l’ora dello scatto. La scelta della pellicola in bianco e nero accentua i contrasti tra l’uniforme chiara del marinaio, l’abito della donna, e l’ombra dello sfondo urbano. Nel bianco e nero, la texture visiva (vestiti, scarpe, segnaletica) assume importanza, e l’immagine acquista una qualità quasi di rilievo grafico.
Il movimento è fermato: la torsione del corpo della donna, il piede sollevato o in bilico, l’abbraccio del marinaio… tutto suggerisce rapidità, ma l’immagine cristallizza quel movimento. Questo elemento di “azione congelata” conferisce all’immagine una tensione visiva che va al di là della semplice posa.

Importante è anche il rapporto soggetto-sfondo: Times Square, con le sue insegne luminose, le scritte, la folla, appare come scenario riconoscibile per l’epoca, ma non compete visivamente con i protagonisti. Eisenstaedt ha scelto – consciamente o meno – di isolare l’azione in primo piano pur mantenendo sufficiente contesto per rendere la scena localizzabile e storicamente rilevante. Il risultato è un’immagine che è al contempo ritratto iconico e documento urbano.

Dal punto di vista del simbolismo, la fotografia assume molteplici livelli. A un livello immediato, è la celebrazione di un momento di felicità collettiva, la vittoria della guerra, l’incontro tra militare e civili. Ma a un livello più profondo, diventa simbolo visivo della fine della catastrofe bellica, del ritorno alla normalità, della compresenza di ordine militare e vita civile. Il bacio appare come gesto liberatorio e spontaneo, ma anche carico di tensioni di genere, di potere, di identità.

Dal punto di vista tecnico-storico della fotografia, lo scatto si colloca in una fase in cui la tecnica del reportage fotografico su pellicola b/n utilizzava macchine leggere (Leica) e obiettivi discreti. La scelta di Eisenstaedt di scattare quattro fotogrammi in successione rapida testimonia la sua padronanza e l’elasticità del mezzo. Anche la scelta di pubblicazione in LIFE indica l’orizzonte editoriale del momento: l’immagine non era riservata a gallerie o libri d’arte, ma a un pubblico largo.

Allo stesso tempo, l’immagine funge da ponte fra fotografia giornalistica e fotografia d’icona: la sua diffusione, la familiarità che ha generato, la riproducibilità – in stampa, poi in poster, infine nel mondo digitale – ne fanno un classico della storia delle immagini. In questo senso, l’analisi visiva non può limitarsi all’estetica, ma deve considerare la circolazione visiva, il ruolo dell’immagine nel sistema dei media e nel discorso pubblico.
In conclusione (senza usare formule tipiche di chiusura), possiamo affermare che l’immagine “V-J Day in Times Square” rivela la somma delle condizioni: composizione sapiente, tecnica adeguata, contesto storico potente, presenza del fotografo, e diffusione mediatica. È un esempio paradigmatico di fotografia storica e di reportage fotografico che attraversa il tempo e rimane attuale.

Autenticità e dibattito critico

Un tema centrale – e ancora oggi oggetto di dibattito – riguarda l’identità dei soggetti della fotografia e la questione dell’autenticità dello scatto. Come ricordato, Eisenstaedt non raccolse i nomi del marinaio né della donna al momento della ripresa. Ciò ha dato luogo a decenni di rivendicazioni, analisi forensi, studi d’ombra, e discussioni sulla natura stessa dell’immagine.

Una delle analisi più raffinate fu quella di Donald W. Olson e Russell L. Doescher, che utilizzarono dati astronomici, mappe d’epoca, modelli di luce e ombra per stabilire che lo scatto fu effettuato alle 17:51 del 14 agosto 1945. Questo genere di studio tecnico-scientifico rende evidente che l’immagine non è solo estetica, ma anche oggetto di indagine storica integrata.
Sul piano dell’identità della donna, molte persone reclamarono di essere quella ritratta; fra le candidate più accreditate vi è Greta Zimmer Friedman (1924-2016) che affermò di essere la donna ritratta. Per quanto riguarda il marinaio, vari uomini sostennero di essere l’uomo ritratto; uno dei casi più discussi è quello di George Mendonsa (1923-2019).

Il dibattito tocca anche la questione della consenso: alcune letture critiche contemporanee interpretano la foto come esempio di atto non consensuale — il marinaio avrebbe “affer­ rato” la donna, e il bacio non sarebbe stato mutuamente voluto.

Questa riflessione fa emergere una complessità che va oltre la gioia immediata raccontata dall’immagine: mette in discussione il rapporto fra soggetti, rappresentazione, visione storica, e memoria collettiva.

Sul fronte delle tecniche di verifica, lo scatto è stato analizzato per le ombre (usate da Olson), per le uniformi, per i segni distintivi, per la posizione spaziale dei soggetti e dello sfondo. Il fatto che la fotografia risulti ben bilanciata nonostante la caoticità della scena urbana testimonia la maestria del fotografo e la favorevole contingenza dell’evento.
Dal punto di vista della ricezione critica, la fotografia ha subito una trasformazione: da immagine-simbolo della vittoria a oggetto di riflessione su genere, potere, attrazione visiva e memoria storica. Ciò comporta che l’immagine non venga più letta solo come “celebrativa” ma anche come “problematica”. Questa duplicità – iconica e problematica – rende la fotografia un documento vivo per lo studio del fotogiornalismo, della fotografia storica e del reportage fotografico.

Pertanto, l’analisi dell’autenticità e del dibattito critico richiede di considerare non solo la tecnica e l’attribuzione, ma anche la funzione simbolica, la circolazione dell’immagine, la ricezione nel tempo e il mutamento del contesto interpretativo. In tal senso, l’immagine appare come specchio del proprio tempo e delle successive riflessioni.

Impatto culturale e mediatico

La fotografia “V-J Day in Times Square” è entrata a pieno titolo nella cultura visiva del XX secolo, assumendo uno status iconico che trascende il momento storico immediato. La sua circolazione, le riproduzioni, le citazioni in film, sculture e mostre la rendono un caso esemplare di immagine-simbolo.

Dal punto di vista mediatico, lo scatto fu pubblicato da LIFE in una sezione dedicata alle celebrazioni della vittoria; l’ampia diffusione della rivista contribuì alla familiarità dell’immagine presso un pubblico vasto.

L’immagine è stata poi riproposta in libri, poster, repliche, installazioni: ad esempio la scultura Unconditional Surrender dello scultore Seward Johnson si basa su quella immagine.

Culturalmente, la fotografia assume diversi significati: simbolo della pace, della fine della guerra, della riconciliazione, ma anche soggetto di critique sul genere e sul consenso. Il fatto che oggi venga analizzata anche come “gesto non consensuale” riflette l’evoluzione della sensibilità visiva e sociale.

Nel contesto della storia della fotografia, l’immagine rappresenta una transizione: da fotografia essenzialmente giornalistica a fotografia d’icona, da pubblicazione esclusiva su carta a riproduzione globale digitale, da testimonianza del momento a oggetto di riflessione culturale. In questo senso, essa evidenzia come il fotogiornalismo possa produrre immagini che trascendono la cronaca e entrano nell’immaginario collettivo.
Un ulteriore elemento riguarda la memoria collettiva: l’immagine è spesso evocata in anniversari, cerimonie, musei, come “l’immagine che cattura la fine della guerra”. Tale funzione rafforza l’idea che alcune fotografie non restano semplici documenti, ma diventano parte del tessuto simbolico della storia visiva.
Infine, sotto il profilo editoriale e tecnologico, l’immagine evidenzia l’importanza della diffusione mediale: la presenza in una testata di largo tiraggio come LIFE, la riproduzione su scala globale, la diffusione nelle culture visive successive, mostrano come un reportage fotografico – ben eseguito – possa raggiungere una dimensione oltre il giornalistico e affermarsi come patrimonio visivo condiviso.
In sintesi (senza utilizzare la parola “in sintesi”), l’impatto dell’immagine è multilivello: estetico, tecnico, mediatico, culturale. Rappresenta un caso-studio di come la fotografia storica e il reportage fotografico possano acquisire una vita propria, oltre il momento della cattura, diventando parte integrante della memoria visiva collettiva.

Fonti

Curiosità Fotografiche

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