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Lunghezza focale: la guida completa per scegliere l’obiettivo giusto

Che cos'è la lunghezza focale, come determina angolo di campo, prospettiva e sfocato, come cambia con il formato del sensore e quale scegliere per ritratto, paesaggio, street e sport.

La Redazione di Storia della Fotografia 24 min di lettura

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Lunghezza Focale: La Guida Completa per Scegliere l'Obiettivo Giusto

La lunghezza focale è il numero stampato sull’anello di ogni obiettivo, 24, 50, 85, 200, e decide più di qualunque altra cosa che aspetto avrà la fotografia prima ancora di toccare diaframma e tempo. Stabilisce quanta scena entra nel fotogramma, quanto grandi appaiono i soggetti, quanto è facile separarli dallo sfondo e quanto bisogna avvicinarsi o allontanarsi per ottenere l’inquadratura voluta. Chi la capisce sceglie il corredo con metodo. Chi la ignora compra obiettivi a caso e scopre troppo tardi che il 14 mm preso per il paesaggio non lo usa mai.

Questa guida parte dalla definizione fisica, ripercorre come si sono fissate le focali «normali» e poi attraversa categorie, prospettiva, profondità di campo, formati dei sensori e generi fotografici, fino al criterio pratico per decidere cosa mettere in borsa. Due argomenti vicini hanno una pagina dedicata e qui compaiono solo nel minimo indispensabile: i conti sulla lunghezza focale equivalente e la geometria dell’angolo di campo.

In Sintesi

  • La lunghezza focale, in millimetri, è una proprietà dell’obiettivo e fissa l’angolo di campo: più è corta più la scena è ampia, più è lunga più il campo si restringe e il soggetto ingrandisce.
  • Su pellicola 35 mm e su full frame la focale «normale» è il 50 mm, vicina alla diagonale del fotogramma (43,3 mm); l’angolo diagonale è di circa 47°.
  • La prospettiva dipende dalla distanza tra fotografo e soggetto. La focale la modifica solo in via indiretta, perché obbliga ad avvicinarsi o ad allontanarsi.
  • A parità di inquadratura, una focale lunga sfoca meglio lo sfondo e lo ingrandisce; a parità di distanza, una focale corta dà più profondità di campo.
  • Il formato del sensore sposta i valori: su APS-C (fattore 1,5× o 1,6×) un 35 mm inquadra come un 52-56 mm full frame, su Micro Quattro Terzi (2×) come un 70 mm.
  • Per scegliere conviene guardare le focali che si usano davvero, ricavabili dai dati EXIF, e coprire il genere praticato con poche ottiche invece che con molte.

Che cosa misura davvero la lunghezza focale

La lunghezza focale è la distanza tra il piano principale posteriore del sistema ottico e il piano su cui si forma l’immagine, quando l’obiettivo è messo a fuoco all’infinito. Il riferimento è un piano ideale calcolato dal progettista, non la lente posteriore e nemmeno il corpo macchina, ed è per questo che molti testi parlano di «centro ottico» o di punto nodale: in un obiettivo moderno, con quindici lenti e più, quel punto può cadere persino fuori dal barilotto. Il valore resta una caratteristica dell’ottica. Cambiare fotocamera non lo modifica.

Per una lente sottile vale la relazione 1/f = 1/u + 1/v, dove u è la distanza del soggetto e v quella a cui si forma l’immagine. Quando il soggetto è lontanissimo, 1/u è trascurabile e v coincide con f: il sensore sta nel piano focale. Per mettere a fuoco più vicino l’obiettivo deve allontanarsi dal sensore. Con un 50 mm puntato a un metro la messa a fuoco richiede uno spostamento di circa 2,6 mm. Ne discende una conseguenza poco nota, il cosiddetto focus breathing: quando l’estensione cambia, l’angolo di campo cambia di poco, e la focale effettiva a distanza ravvicinata non corrisponde più al valore stampato sull’anello.

Il legame con l’angolo di campo è trigonometrico. Per un obiettivo rettilineo a fuoco all’infinito, l’angolo α vale 2·arctan(d / 2f), dove d è la dimensione del sensore considerata (larghezza, altezza o diagonale) e f la focale. Più f è grande, più l’angolo si chiude. Chi vuole i calcoli completi, con le dimensioni dei vari formati, li trova nella guida all’angolo di campo già citata.

Resta il secondo legame, quello con il diaframma. Il numero f/ è il rapporto tra la focale e il diametro apparente dell’apertura: un 200 mm f/2.8 ha una pupilla d’ingresso di circa 71 mm, un 50 mm f/1.4 di circa 36 mm. Per questa ragione un tele luminoso è così grande e pesante, e costa quanto costa. Per mantenere la stessa luminosità con una focale quattro volte più lunga serve una lente frontale quattro volte più larga.

Dalle prime camere alla focale normale

Le prime fotocamere dell’Ottocento erano scatole con una sola lente, e la focale seguiva le esigenze della lastra. Le lenti semplici o acromatiche usate da Niepce e da Daguerre, spesso fornite dall’ottico parigino Charles Chevalier, coprivano campi stretti e imponevano camere lunghe quanto la focale. Nel 1840 il matematico Joseph Petzval progettò per Voigtländer un obiettivo molto più luminoso, pensato per il ritratto in studio, e da allora la ricerca della luminosità accompagna la storia delle ottiche. Anche il grandangolo ha origini antiche: negli anni Cinquanta dell’Ottocento Thomas Sutton realizzò una lente riempita d’acqua per vedute panoramiche.

Il termine «normale» nasce dai formati. Un obiettivo è considerato normale quando la sua focale è circa uguale alla diagonale del fotogramma. Quella del 35 mm (24×36 mm) misura 43,3 mm, e il 50 mm, usato ancora oggi come obiettivo base, è un arrotondamento di comodo: le focali tra 40 e 58 mm sono tutte considerate normali. Sul medio formato 6×6 la diagonale è di circa 79 mm e il normale è l’80 mm; sul banco ottico 4×5 pollici la diagonale sfiora i 160 mm e il normale è il 150 mm. La regola si ripete su ogni formato, ed è la stessa che ritroveremo più avanti con i sensori digitali.

Il 50 mm entrò nella consuetudine con la Leica. Oskar Barnack, che adattò la pellicola cinematografica da 35 mm al formato fotografico 24×36, scelse questa focale per la macchina presentata alla Fiera di Lipsia del 1925, equipaggiata con l’Elmar 50 mm f/3.5 disegnato da Max Berek. L’argomento, ripetuto in molti manuali, per cui il 50 mm «vede come l’occhio umano» regge solo in parte. Lo sguardo umano abbraccia un campo molto più ampio, e l’equivalenza vale a una condizione precisa: guardando una stampa a una distanza pari alla sua diagonale, l’angolo sotteso è di circa 53°, vicino ai 47° diagonali del 50 mm. Resta una convenzione ragionevole, nata dalla geometria del formato.

Sulle altre due categorie la storia è meno lineare. Il teleobiettivo vero e proprio, con un gruppo divergente che accorcia l’ingombro, si attribuisce di solito a Thomas Rudolphus Dallmeyer nel 1891, anche se risultano invenzioni indipendenti negli stessi anni, tra cui quella del neozelandese Alexander McKay. La distinzione tecnica è utile ancora oggi: un obiettivo a lunga focale ordinario è lungo quanto la sua focale, mentre un teleobiettivo vero è più corto. Il rapporto tra lunghezza fisica e focale, detto rapporto telefoto, scende sotto 1: il Canon EF 400 mm f/4 DO IS arriva a 0,58.

Il grandangolo ebbe un problema opposto con l’avvento della reflex. Lo specchio mobile ha bisogno di spazio dietro l’obiettivo, e uno schema simmetrico di focale molto corta ha le lenti posteriori troppo vicine al sensore. La soluzione fu lo schema retrofocus, un telefoto «rovesciato» con un gruppo negativo davanti, che allunga la distanza di lavoro dietro l’ottica. Lo Zeiss Flektogon 35 mm f/2.8 fu presentato alla Fiera di Lipsia nel marzo 1950, e nello stesso anno Pierre Angénieux brevettò il suo Retrofocus, da cui lo schema prese il nome. Oggi quasi ogni grandangolare per reflex adotta questa strada.

Le categorie: dal fisheye al supertele

I confini tra le categorie sono convenzionali, e i produttori li tracciano in modo leggermente diverso. Un riferimento diffuso li fissa, in equivalente 35 mm, così: ultra grandangolo sotto i 24 mm, grandangolo tra 24 e 35 mm, standard tra 35 e 70 mm, tele tra 70 e 300 mm, supertele oltre i 300 mm. Nikon indica per i corpi full frame un grandangolo da 14 a 35 mm, uno standard intorno ai 50-60 mm, un tele da 70 a 200 mm e un supertele da 300 a 800 mm. Il quadro cambia nella sostanza poco, e i numeri precisi contano meno di quello che ciascuna fascia fa alla scena.

Questi sono gli angoli di campo, per il formato full frame 24×36 mm, per le focali di uso più frequente.

Focale (mm)Angolo diagonaleAngolo orizzontaleCategoria
14114,2°102,7°Ultra grandangolo
2484,1°73,7°Grandangolo
3563,4°54,4°Grandangolo moderato
5046,8°39,6°Normale
8528,6°23,9°Tele corto
10523,3°19,5°Tele corto
20012,3°10,3°Tele
3008,25°6,87°Tele lungo
6004,13°3,44°Supertele

I numeri mostrano un fatto che sfugge a chi guarda soltanto i millimetri: la scala è tutt’altro che lineare. Passare da 24 a 35 mm toglie venti gradi di angolo diagonale, passare da 200 a 300 ne toglie quattro. Per questo il salto percepito tra un 24 e un 35 è enorme, e tra un 400 e un 500 mm quasi nullo. Ogni scelta ragionata ragiona in rapporti, non in differenze: ci si chiede se servono quasi il doppio dei millimetri, non quanti ne mancano.

Il grandangolo amplia lo spazio e accentua la differenza di scala tra primo piano e sfondo. Sotto i 24 mm si entra nel territorio degli ultra grandangolari, dove le linee rette convergono con facilità non appena si inclina la fotocamera. Un fisheye, nel formato 35 mm, ha tipicamente tra 6 e 8 mm di focale e restituisce un’immagine circolare con forte distorsione a barilotto; tra 8 e 16 mm si trovano progetti sia di tipo fisheye sia rettilineo. Il quadro fisico è descritto nella guida agli obiettivi grandangolari, mentre l’uso espressivo dell’ottica a 180° ha un articolo suo, sul fisheye.

Il normale è la focale più neutra. Lascia al soggetto il peso dell’immagine e fa da banco di prova per chi inizia, perché obbliga a ragionare sulla composizione senza il sostegno di prospettive esasperate. Il tele, dal canto suo, seleziona. Stringe l’inquadratura, scarta il contesto e invita a lavorare sui dettagli, con un campo ridotto che amplifica ogni minimo movimento della fotocamera. Il capitolo più tecnico è affidato alla pagina sul teleobiettivo.

Prospettiva: conta la distanza di ripresa

Una delle convinzioni più diffuse in fotografia riguarda la «compressione» dei teleobiettivi e la «deformazione» dei grandangoli, come se fossero effetti propri dell’obiettivo. La prospettiva lineare dipende invece dal punto in cui si trova la fotocamera rispetto alla scena. Due scatti presi dallo stesso punto con focali diverse mostrano la stessa geometria, e se si ritaglia lo scatto grandangolare fino a eguagliare l’inquadratura del tele, le proporzioni tra i piani coincidono. L’esempio classico è il naso in un ritratto: ritagliato dalla stessa posizione, sembra identico con qualsiasi focale.

Le lenti incidono in modo indiretto. Chi vuole che un volto riempia il fotogramma con un 24 mm deve stare vicinissimo, e a quella distanza il naso risulta ingrandito rispetto alle orecchie. Con un 85 mm, per ottenere la stessa inquadratura, ci si sposta indietro di molti passi, e i rapporti tra le parti del viso diventano più armoniosi. È il motivo per cui i ritrattisti preferiscono tra 85 e 135 mm sul formato 35 mm, e la ragione per cui le focali estremamente lunghe, a loro volta, possono appiattire i tratti oltre il gradevole. Questo effetto è anche uno dei fili conduttori della composizione fotografica.

Un tele da lontano comprime i piani soltanto perché si trova lontano. Un grandangolo da vicino espande i piani soltanto perché si trova vicino. Chi ha chiaro il principio lo sfrutta nei due sensi. Per allontanare visivamente una montagna dietro un borgo si cerca un punto di ripresa distante e si monta un tele; per far sentire un lungo corridoio o una navata si avanza con il grandangolo fino a pochi centimetri dal primo piano. La focale lavora in coppia con i piedi, e molti reporter cambiano posizione prima di cambiare obiettivo.

Contano anche gli effetti geometrici dell’ottica reale. I grandangoli tendono al barilotto, mentre molti zoom tele mostrano il difetto opposto, a cuscinetto. Con le focali corte pesa di più la vignettatura, descritta nella pagina sulla vignettatura, e le linee verticali convergono appena si inclina la macchina verso l’alto. Il controllo è l’oggetto degli obiettivi decentrabili, spiegati nell’articolo sui tilt-shift.

Profondità di campo e sfocato

Alla stessa distanza e allo stesso diaframma, una focale più lunga riduce la profondità di campo e una più corta la amplia. Il paesaggista sfrutta il secondo caso: con un 24 mm a f/8 e il punto di fuoco ben scelto, quasi tutto il campo diventa nitido. Quando invece si confronta l’inquadratura e non la distanza, il risultato si ribalta in parte. Se per riempire il fotogramma con lo stesso soggetto ci si sposta indietro di tanto con un tele, la profondità di campo risulta molto simile a quella ottenuta più vicino con un’ottica corta alla stessa apertura, perché a contare è l’ingrandimento del soggetto.

Lo sfondo, però, si comporta in modo diverso. A pari inquadratura del soggetto, il tele ingrandisce lo sfondo più del grandangolo, perché ne seleziona una porzione più stretta, e quel dettaglio ingrandito appare più sfocato e meno leggibile. Il vantaggio per il ritratto è evidente: con un 85 mm a f/1.8 lo sfondo di un caffè diventa una macchia di colore, mentre con un 28 mm alla stessa apertura si leggono ancora le insegne. Il carattere dello sfocato, cioè la sua qualità e non la quantità, dipende invece dal disegno ottico e ha una pagina dedicata, la guida al bokeh.

C’è poi la questione del mosso. Una focale lunga ingrandisce anche le vibrazioni, e per questo la regola empirica del tempo di sicurezza pari a 1/focale, da applicare alla focale equivalente full frame, ha senso come prima approssimazione: con un 200 mm, meglio non scendere sotto 1/200 s a mano libera, a meno di una buona stabilizzazione. La pratica è spiegata nell’articolo su mosso e micromosso. Chi fotografa al buio con un grandangolo ha il vantaggio opposto: può permettersi tempi molto più lunghi senza sporcare l’immagine, ed è uno dei motivi per cui il grandangolo luminoso resta lo strumento dell’astrofotografia paesaggistica.

Formati e sensori: la stessa focale su corpi diversi

La focale non cambia con la fotocamera, ma l’inquadratura sì. Un sensore più piccolo del fotogramma 24×36 mm vede soltanto la porzione centrale del cerchio di immagine proiettato dall’obiettivo, e questo equivale a un ritaglio. Il rapporto tra la diagonale del full frame (circa 43 mm) e quella del sensore è il fattore di ritaglio, o crop factor. Valori tipici: 1,5× per gli APS-C di Nikon, Sony e Fujifilm, 1,6× per Canon, 2× per Micro Quattro Terzi, tra 4× e 5× per smartphone e compatte, 0,79× per il medio formato digitale 44×33 mm come quello delle Fujifilm GFX.

Per sapere come inquadrerà un obiettivo, si moltiplica la focale per il fattore. Un 35 mm su APS-C 1,5× inquadra come un 52 mm full frame, quindi diventa un «normale» di fatto, mentre un 24-70 mm si comporta come un 36-105 mm. Su Micro Quattro Terzi un 12-40 mm inquadra come un 24-80 mm. I conti, con i problemi di equivalenza su apertura e rumore, sono spiegati nel dettaglio nella pagina sulla lunghezza focale equivalente e nell’articolo sul crop factor e l’equivalenza tra sistemi. Per la geometria dei sensori vale la pagina sul sensore fotografico.

Due precisazioni evitano gli equivoci più frequenti. La prima: il fattore riguarda il campo inquadrato. Un 200 mm su APS-C inquadra come un 300 mm, ma l’ingrandimento ottico resta quello di un 200 mm e il sensore più piccolo raccoglie meno luce complessiva. La seconda riguarda gli smartphone: le focali reali sono di pochi millimetri, e i produttori le convertono in valori equivalenti, spesso nell’intorno dei 24-26 mm per la fotocamera principale, per far capire all’utente come inquadreranno.

Resta il caso del medio formato su pellicola, dove la logica non cambia ma i numeri sì: il normale diventa 80 mm sul 6×6, 90 mm sul 6×7, 150 mm sul 4×5 pollici. Lo stesso carattere «normale» si ottiene con focali che sul 35 mm sarebbero teleobiettivi. Un 80 mm su un 6×6 e un 85 mm su full frame hanno numeri quasi uguali e campi molto diversi: il primo è un normale, il secondo un tele corto.

Quale focale per quale genere fotografico

Nessun genere ha una focale unica, e le scelte dipendono da come si lavora. Esistono tuttavia consuetudini consolidate, nate da ragioni geometriche prima ancora che di gusto. I valori seguenti sono riferiti al formato full frame.

Il paesaggio vive di grandangoli tra 16 e 35 mm, che includono primo piano e orizzonte con una grande profondità di campo, ma anche di tele medi, tra 70 e 200 mm, per isolare strati di colline o dettagli di luce. Un buon paesaggio con un 135 mm può risultare più disciplinato di uno con un 16 mm, perché obbliga a scegliere. L’architettura usa lo stesso intervallo corto, con la necessità di tenere la macchina dritta o di ricorrere a ottiche decentrabili; nelle vie strette un 24 mm basta a includere una facciata, mentre i tele moderni tra 70 e 135 mm isolano dettagli e comprimono le cornici. Per il resto rimando alla guida alla fotografia di architettura.

Il ritratto sta in genere tra 85 e 135 mm, che garantiscono proporzioni gradevoli del volto e sfondi ben separati. Il 50 mm funziona per ritratti ambientati e a figura intera, e il 35 mm quando il contesto ha lo stesso peso della persona. Il tema ha una pagina dedicata, sulla fotografia di ritratto.

La street photography si muove tra 28 e 50 mm, con il 35 mm come punto di equilibrio classico: abbastanza ampio da mettere il soggetto nel suo ambiente, abbastanza stretto da non trasformare la scena in una veduta. Chi lavora così deve avvicinarsi, e questo cambia il rapporto con le persone fotografate; i dettagli sono nella guida alla street photography. Il reportage e il fotogiornalismo si appoggiano agli zoom professionali, un 24-70 mm e un 70-200 mm f/2.8, che coprono quasi tutte le situazioni senza cambiare ottica. Per questa ragione si parla spesso di «trinità» dello zoom professionale, estesa a un grandangolare 16-35 mm.

Lo sport e la fauna selvatica richiedono focali lunghe, da 200 fino a 600 mm e oltre, perché la distanza dal soggetto non si controlla. Qui un tele luminoso è fondamentale per i tempi brevi, e la fotografia sportiva lo dimostra da settant’anni: già negli anni Quaranta e Cinquanta i fotografi sportivi usavano teleobiettivi da 200, 300 o 400 mm. Il macro si affida a ottiche dedicate da 90-105 mm, capaci di riprodurre il soggetto a grandezza naturale (1:1) mantenendo una distanza di lavoro comoda con insetti e fiori. Gli interni e l’immobiliare esigono 16-24 mm, ma con l’accorgimento di tenere la macchina in bolla per non far cadere le pareti. La fotografia del cielo notturno chiede grandangoli luminosi, e la regola pratica del 500, che divide 500 per la focale equivalente per stimare il tempo massimo prima che le stelle si allunghino, va trattata come un’approssimazione: con sensori ad alta risoluzione conviene usare tempi più corti.

Zoom vs fisso: come la focale influenza la scelta dell’obiettivo

Fisso o zoom è una delle discussioni più antiche della fotografia, e riguarda sempre la lunghezza focale. Un obiettivo a focale fissa offre un solo campo e costringe a muoversi per cambiare inquadratura. Il limite diventa una disciplina: le ottiche fisse hanno schemi più semplici, e a parità di prezzo danno qualità ottica superiore, aperture più ampie e sfocati più morbidi. Un 50 mm f/1.4 è un classico del ritratto ambientato proprio per la capacità di isolare il soggetto con uno sfondo cremoso. Un 35 mm f/2 o un 28 mm f/2.8 fanno lo stesso con una dimensione assai ridotta e un ingombro minimo.

Gli zoom offrono versatilità. Un 24-70 mm copre dal grandangolo al medio tele e si adatta a situazioni che cambiano in fretta, che è il caso del reportage e del viaggio, dove il tempo per cambiare obiettivo manca. Il prezzo sono compromessi di progetto: aperture meno luminose, distorsioni più marcate agli estremi dell’escursione e, talvolta, uno sfocato meno uniforme. La scelta ha anche un lato di gusto. Chi cerca la massima qualità e la creatività dei limiti guarda ai fissi; chi privilegia rapidità e praticità sceglie gli zoom. Molti professionisti usano entrambi: due o tre zoom luminosi per il lavoro e un paio di fissi per il tempo libero.

La storia degli zoom è più lunga di quanto si creda. Il primo zoom vero, che mantiene la messa a fuoco al variare della focale, fu brevettato da Clile C. Allen nel 1902, e le prime applicazioni importanti vennero dal cinema. Nel 1932 Bell and Howell e Cooke introdussero il Varo 40-120 mm per le cineprese da 35 mm, attorno al 1950 Roger Cuvillier della SOM-Berthiot disegnò il Pan-Cinor, primo zoom cinematografico moderno, e nel 1956 Pierre Angénieux introdusse la compensazione meccanica, che permise di mantenere il fuoco durante lo zoom. Per la fotografia fissa il Kilfitt 36-82 mm f/2.8 Zoomar, venduto con il marchio Voigtländer, fu nel 1959 il primo obiettivo varifocale prodotto regolarmente per il 35 mm. Gli zoom furono per decenni considerati inferiori ai fissi, e migliorarono grazie ai trattamenti antiriflesso e alla progettazione al calcolatore. Il primo zoom in una fotocamera compatta di largo consumo, la Pentax Zoom 70, arrivò nel 1986.

Dal punto di vista pratico, uno zoom permette di cambiare focale senza spostarsi, ma non la prospettiva: chi zooma da fermo ritaglia la stessa scena, non ne cambia la geometria. Il potere creativo sta nel combinare focale e posizione, e le differenze costruttive tra zoom con movimento interno o esterno, che incidono sul peso e sul focus breathing, sono spiegate nell’articolo su zoom interno ed esterno. Un teleconverter è la terza via: allunga la focale di un fattore fisso, 1,4× o 2×, al prezzo di uno o due stop di luce, come si legge nella pagina sul teleconverter.

Resta la relazione con il sensore. Su APS-C un 24-70 mm si comporta come un 36-105 mm equivalente e perde parte del grandangolo, quindi chi lavora su sensori piccoli deve cercare zoom con partenza più corta, come i 16-55 mm, per ritrovare un campo ampio. Sui sistemi Micro Quattro Terzi la conversione è ancora più marcata, e un 12-40 mm diventa l’equivalente di un 24-80 mm. La scelta tra zoom e fisso mette insieme qualità ottica, apertura, peso, costo e stile, e chi domina la focale costruisce un linguaggio visivo coerente anziché un corredo di occasione. Una tipologia generale è descritta nella pagina sulle tipologie di obiettivi fotografici.

Come scegliere la propria focale

Il metodo più onesto parte dai propri file. Qualunque programma di catalogazione mostra l’istogramma delle focali usate, ricavato dai dati EXIF, e il grafico spesso sorprende: chi crede di scattare con il grandangolo scopre che quasi tutto sta tra 35 e 50 mm, e chi sogna il tele ammette di non averlo mai montato. Il corredo si costruisce attorno ai picchi di quell’istogramma, non alle liste dei consigli. Se il 70% degli scatti cade intorno ai 35 mm, un 35 mm luminoso vale più di uno zoom universale.

Il secondo passo è definire il genere dominante, con le consuetudini della sezione precedente. Chi fa paesaggio parte da un grandangolo moderato, 20-24 mm, con un tele medio in seconda battuta; chi fa ritratto sceglie un 85 mm, e solo in seguito un 35 mm per l’ambiente; chi fa street comincia con un 35 o 28 mm. Chi ama fotografare di tutto può partire da uno zoom standard e, dopo un anno, guardare gli istogrammi. Il classico obiettivo in kit su APS-C, un 18-55 mm, copre tra 27 e 82 mm equivalenti, ed è un buon laboratorio per capire quale delle due estremità si usa davvero.

Poi si valutano tre vincoli concreti: la luminosità necessaria, il peso da portare e il budget. Una focale lunga luminosa è costosa e ingombrante per ragioni fisiche, come visto nel conto del diametro della pupilla. Un grandangolo luminoso, invece, costa meno e pesa meno, e dà risultati notevoli in situazioni difficili. Infine conviene provare prima di acquistare: noleggiare un obiettivo per un fine settimana chiarisce più di una recensione, e consente di verificare se lo spostarsi, che la focale fissa richiede, sia una fatica o un gusto.

Una combinazione che ha attraversato i decenni è quella di tre fissi, 28, 50 e 85 mm, oppure di due soli, 35 e 85 mm. Il vantaggio sta nei rapporti: tra una focale e la successiva il campo cambia in modo evidente, e il fotografo impara a vedere «a 35» o «a 85» prima ancora di portare la macchina all’occhio.

Errori comuni

Il primo errore è confondere il numero sull’obiettivo con il campo effettivo. Su una fotocamera APS-C o Micro Quattro Terzi, i valori stampati vanno moltiplicati per il fattore di ritaglio per sapere come inquadrerà l’ottica, e chi dimentica il passaggio compra un 24 mm convinto di avere un grandangolo e si ritrova con un campo da 36 mm. Il secondo errore è attribuire alla lente la prospettiva: se un ritratto con un grandangolo sembra deformato, il motivo sta nella distanza troppo breve, e basta allontanarsi e ritagliare per correggerlo.

Il terzo errore riguarda il tele usato come scorciatoia. Un lungo teleobiettivo permette di restare lontani, ma isola il soggetto dal suo contesto e toglie la relazione con lo spazio, che è spesso il cuore di una buona immagine. Il quarto è comprare il grandangolo più estremo disponibile per il paesaggio. A 14 mm il primo piano deve essere eccezionale, altrimenti il paesaggio si svuota e le montagne si riducono a puntini lontani; molti fotografi tornano presto verso 20 o 24 mm.

Il quinto errore consiste nell’ignorare il tempo di scatto con le focali lunghe, il sesto nel sottovalutare la distanza minima di messa a fuoco, che su molti tele supera il metro e impedisce di avvicinarsi a un soggetto piccolo. Il settimo è affidarsi soltanto agli zoom e non allenare mai lo sguardo con una focale fissa, con la conseguenza di zoomare per abitudine invece di scegliere il punto di ripresa. La focale giusta è quella che il lavoro in corso richiede, e che il fotografo ha imparato a riconoscere.

Domande frequenti

Che cos’è la lunghezza focale in parole semplici?

È la distanza, in millimetri, tra il piano ottico principale dell’obiettivo e il sensore quando si mette a fuoco all’infinito. Dice quanto è ampio il campo che l’obiettivo vede: poche decine di millimetri danno una veduta larga, centinaia di millimetri un campo stretto e ingrandito.

Il 50 mm corrisponde davvero alla visione umana?

Solo in modo approssimato. Il 50 mm ha un angolo diagonale di circa 47° e una focale vicina alla diagonale del fotogramma 24×36, ma l’occhio abbraccia un campo molto più ampio. L’equivalenza vale se si guarda una stampa a distanza pari alla sua diagonale.

Un teleobiettivo comprime davvero i piani?

L’effetto dipende dalla distanza di ripresa. Un tele impone di restare lontani, e da lontano i piani appaiono ravvicinati. Con un ritaglio dallo stesso punto, un grandangolo restituirebbe le stesse proporzioni.

Quale focale è meglio per il ritratto?

Sul formato full frame si usano soprattutto focali tra 85 e 135 mm, che danno proporzioni naturali al volto e sfondi sfocati. Il 50 mm e il 35 mm servono per ritratti ambientati.

Quale obiettivo scegliere per il paesaggio?

Un grandangolo tra 16 e 35 mm è la scelta tradizionale, ma un tele medio tra 70 e 200 mm aiuta a isolare dettagli e a comprimere gli strati del paesaggio. Con un solo obiettivo, un 24-70 mm copre molte situazioni.

Come si calcola la focale equivalente?

Si moltiplica la focale reale per il fattore di ritaglio del sensore: 1,5× per la maggior parte degli APS-C, 1,6× per Canon, 2× per Micro Quattro Terzi. Un 50 mm su APS-C 1,5× inquadra come un 75 mm su full frame.

Meglio uno zoom o una focale fissa?

Dipende dall’uso. Lo zoom è più versatile e comodo nel reportage e nei viaggi; il fisso ha in genere aperture maggiori, dimensioni minori e qualità ottica superiore a pari prezzo. Molti fotografi li combinano.

La focale influisce sulla profondità di campo?

Sì, a parità di distanza e diaframma una focale più lunga riduce la profondità di campo. Se invece si confrontano inquadrature uguali del soggetto, la differenza si riduce molto, mentre lo sfondo risulta comunque più sfocato con la focale lunga.

Fonti

Aggiornato Ottobre 2026

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