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1917: le fate di Cottingley e la fotografia che ingannò persino Arthur Conan Doyle

Nel 1917, in un’Inghilterra profondamente segnata dalla Prima guerra mondiale, una serie di fotografie apparentemente innocue scattate in un piccolo villaggio dello Yorkshire avrebbe dato origine a uno dei più celebri casi di mistificazione fotografica del XX secolo. Le cosiddette fate di Cottingley, ritratte accanto a due bambine lungo un ruscello di campagna, non furono soltanto un episodio curioso di storia della fotografia, ma un evento culturale capace di coinvolgere scienziati, spiritualisti, fotografi professionisti e una delle figure letterarie più influenti dell’epoca: Arthur Conan Doyle.

Il caso di Cottingley si colloca in un momento storico in cui la fotografia godeva di un’elevata autorità epistemologica. Nonostante fossero già noti esempi di manipolazione e messa in scena, l’immagine fotografica continuava a essere percepita come prova oggettiva, soprattutto quando accompagnata da un apparato tecnico apparentemente solido. Le fotografie delle fate sfruttarono proprio questa fiducia diffusa, inserendosi in un clima culturale attraversato da un rinnovato interesse per lo spiritismo, l’occulto e le dimensioni invisibili dell’esperienza umana.

1917: le fate di Cottingley e la fotografia che ingannò persino Arthur Conan Doyle

Dal punto di vista storico-fotografico, il caso rappresenta un passaggio cruciale nella riflessione sull’ambiguità ontologica della fotografia: mezzo di registrazione meccanica del reale, ma al tempo stesso strumento facilmente piegabile alla narrazione, al desiderio e alla credulità collettiva. L’inganno non fu immediatamente smascherato, e la sua longevità dimostra quanto il contesto culturale e ideologico possa influenzare la lettura di un’immagine, anche quando questa appare tecnicamente ordinaria.

Contesto storico e culturale della Gran Bretagna post-bellica

Il 1917 è un anno cruciale per la storia europea. La guerra industriale aveva prodotto un trauma collettivo senza precedenti, minando le certezze positiviste dell’Ottocento e aprendo uno spazio culturale fertile per credenze alternative alla razionalità scientifica tradizionale. In Gran Bretagna, lo spiritismo, già diffuso dalla metà del XIX secolo, conobbe una nuova popolarità come risposta al lutto di massa e alla necessità di immaginare una continuità tra vita e morte.

In questo contesto, la fotografia assumeva un ruolo ambiguo. Da un lato era strumento di documentazione bellica e scientifica; dall’altro, veniva impiegata come mezzo per dimostrare l’esistenza di entità invisibili, come spiriti, ectoplasmi e presenze ultraterrene. La cosiddetta fotografia spiritica, sebbene già smascherata in numerosi casi, continuava a esercitare un forte fascino sull’opinione pubblica, proprio perché sfruttava il linguaggio della modernità tecnica per sostenere narrazioni irrazionali.

1917: le fate di Cottingley e la fotografia che ingannò persino Arthur Conan Doyle

Le fate di Cottingley si inseriscono perfettamente in questa frattura culturale. Non sono un residuo folklorico medievale, ma un prodotto moderno, reso credibile dalla riproducibilità fotografica e dalla circolazione editoriale. Il villaggio di Cottingley, apparentemente lontano dai grandi centri urbani, diventa così il teatro di un evento che mette in crisi il confine tra immaginazione infantile, credenza adulta e autorità scientifica.

Le protagoniste: Elsie Wright e Frances Griffiths

Le fotografie furono scattate da Elsie Wright (nata nel 1901) e da sua cugina Frances Griffiths (nata nel 1907). Le due bambine vivevano a Cottingley, nei pressi di Bradford, e trascorrevano molto tempo lungo il ruscello che attraversava il giardino della famiglia Wright. Le immagini nacquero inizialmente come gioco e risposta ironica allo scetticismo degli adulti, che non credevano ai racconti delle bambine su presunte fate viste nel bosco.

Dal punto di vista storico, è fondamentale sottolineare che Elsie possedeva competenze grafiche di base: lavorava come apprendista in uno studio fotografico e aveva familiarità con il disegno e il ritaglio di immagini. Questo elemento, spesso trascurato nella divulgazione popolare, è centrale per comprendere la plausibilità tecnica dell’inganno. Le fate raffigurate nelle fotografie non sono improvvisazioni infantili, ma figure attentamente disegnate, ispirate a illustrazioni contemporanee di libri per l’infanzia.

Le bambine non miravano inizialmente a una diffusione pubblica delle immagini. Il caso assunse una dimensione nazionale solo quando le fotografie furono mostrate a membri della Theosophical Society, ambiente particolarmente ricettivo verso l’idea di esseri elementali e piani di esistenza non visibili. Da quel momento, le immagini iniziarono un percorso di legittimazione che sfuggì completamente al controllo delle loro autrici.

La genesi delle fotografie e la tecnica utilizzata

Le prime due fotografie delle fate furono scattate nel 1917 utilizzando una Midg quarter-plate camera, apparecchio relativamente semplice, ma perfettamente adeguato alla produzione di immagini nitide in esterni. Dal punto di vista tecnico, non vi è nulla di straordinario negli scatti: esposizione corretta, messa a fuoco accettabile, composizione ordinaria. Ed è proprio questa normalità tecnica a rendere l’inganno efficace.

1917: le fate di Cottingley e la fotografia che ingannò persino Arthur Conan Doyle

Le fate furono realizzate come ritagli di cartone, fissati al terreno con spilli o fili sottili, e posizionati strategicamente nel campo visivo. L’assenza di movimento, spesso citata come prova dell’autenticità, è in realtà uno degli indizi più evidenti della messa in scena. Tuttavia, nel 1917, la conoscenza diffusa dei limiti della fotografia istantanea era ancora frammentaria, e molti osservatori non erano in grado di interpretare criticamente questi segnali.

La genesi dello scatto dimostra come la fotografia, pur essendo un mezzo meccanico, resti profondamente dipendente dall’intenzionalità dell’operatore. Le immagini di Cottingley non furono manipolate in camera oscura, né alterate in fase di stampa: l’inganno è interamente contenuto nella fase di ripresa, elemento che contribuì in modo decisivo alla loro credibilità.

Arthur Conan Doyle e la legittimazione dell’inganno

Il coinvolgimento di Arthur Conan Doyle rappresenta uno dei momenti più significativi del caso. Lo scrittore, celebre per aver creato il personaggio di Sherlock Holmes, era da anni un convinto sostenitore dello spiritismo. La morte del figlio durante la guerra aveva rafforzato in lui la convinzione che esistessero realtà invisibili accessibili attraverso mezzi non convenzionali.

Quando Doyle venne a conoscenza delle fotografie, le interpretò come prove visive dell’esistenza degli esseri elementali, conferma di una visione del mondo che già condivideva. Pubblicò un articolo su The Strand Magazine nel 1920, presentando le immagini come autentiche dopo averle sottoposte a presunte analisi tecniche. Questo passaggio è cruciale: la autorità culturale dello scrittore funzionò come moltiplicatore di credibilità, spostando il dibattito dal piano tecnico a quello ideologico.

Dal punto di vista storico, il caso rivela una tensione profonda tra razionalismo scientifico e desiderio di trascendenza. Doyle non fu ingannato dalla fotografia in quanto tale, ma dalla sovrapposizione tra immagine e convinzione personale. La fotografia agì come catalizzatore di una fede preesistente, dimostrando che l’interpretazione delle immagini è sempre culturalmente situata.

Smascheramento, ammissione e rilettura critica

Il caso delle fate di Cottingley rimase controverso per decenni. Solo negli anni Ottanta, ormai anziane, Elsie Wright e Frances Griffiths ammisero pubblicamente la natura artificiale delle fotografie. La confessione, tuttavia, non cancellò l’interesse storico del caso, che anzi venne riletto come esempio paradigmatico di costruzione dell’evidenza fotografica.

Dal punto di vista della storia della fotografia, Cottingley segna un momento di passaggio fondamentale. Non dimostra che la fotografia mente, ma che può essere usata per sostenere una narrazione, soprattutto quando il pubblico non possiede gli strumenti critici per analizzarla. Il caso è oggi studiato come antecedente diretto delle riflessioni contemporanee sulla manipolazione dell’immagine e sulla fiducia nel medium fotografico.

Fonti

Curiosità Fotografiche

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