La fotografia che ritrae Muhammad Ali su Sonny Liston, scattata da Neil Leifer il 25 maggio 1965, rappresenta uno dei momenti più iconici della storia della fotografia sportiva. L’immagine, immortalata durante il secondo incontro per il titolo dei pesi massimi tra Ali e Liston, ha segnato una svolta non solo per la carriera di entrambi i pugili, ma anche per il modo in cui la fotografia ha saputo raccontare la storia dello sport e della società americana degli anni Sessanta. Lo scatto, realizzato nello St. Dominic’s Arena di Lewiston, Maine, è diventato simbolo di una generazione, incarnando la trasformazione del pugilato da semplice disciplina atletica a fenomeno mediatico e culturale di portata mondiale.
L’iconografia di questo incontro è stata oggetto di studio e dibattito per decenni, non solo per la sua carica emotiva, ma anche per le numerose controversie che l’hanno accompagnata. La famosa “phantom punch”, il colpo che ha messo al tappeto Liston, è stato oggetto di speculazioni e analisi tecniche, ma è proprio lo scatto di Leifer a restare impresso nella memoria collettiva come testimonianza visiva di un evento storico e sociale.
Informazioni Base:
Fotografo: Neil Leifer (New York, 1942)
Fotografia: “Muhammad Ali su Sonny Liston” (1965)
Anno: 1965
Luogo: St. Dominic’s Arena, Lewiston, Maine, USA
Temi chiave: attribuzione, autenticità, luogo esatto, cronologia di pubblicazione su Sports Illustrated/LIFE, tecniche di ripresa, ricezione critica
Contesto storico e politico
L’incontro tra Muhammad Ali e Sonny Liston del 1965 si svolge in un periodo di grande tensione sociale e politica negli Stati Uniti. Ali, all’epoca noto come Cassius Clay, aveva già conquistato il titolo mondiale dei pesi massimi nel 1964, sconfiggendo Liston in una vittoria che aveva sconvolto l’ambiente della boxe e la società americana. La vittoria di Ali non era stata solo sportiva, ma anche simbolica: il giovane pugile afroamericano, con la sua personalità carismatica e il suo impegno politico e religioso, incarnava una nuova generazione di neri americani che si opponeva alle discriminazioni e alle ingiustizie razziali.
La boxe, in quegli anni, non era solo uno sport, ma anche un campo di battaglia per le lotte sociali. Liston, invece, rappresentava la vecchia guardia, legata al mondo della mafia e ai vecchi schemi di potere. La sua sconfitta contro Ali era stata vista da molti come un passaggio di testimone, non solo tra due pugili, ma tra due generazioni e due visioni del mondo. L’incontro del 1965, quindi, non era solo una rivincita sportiva, ma anche una rappresentazione visibile delle tensioni razziali, sociali e politiche che attraversavano l’America di quegli anni.
La controversia legata al “phantom punch”, il colpo che ha messo al tappeto Liston, ha ulteriormente alimentato il dibattito pubblico e mediatico. Molti spettatori e giornalisti hanno messo in dubbio la legittimità della vittoria di Ali, sostenendo che il colpo fosse stato troppo rapido per essere visto chiaramente. Tuttavia, la fotografia di Leifer ha dato una risposta visiva a queste polemiche, immortalando un momento di assoluta dominanza di Ali sul ring e consolidando la sua immagine come simbolo di una nuova era.
Il fotografo e la sua mission
Neil Leifer, nato a New York nel 1942, è considerato uno dei più grandi fotografi sportivi della storia contemporanea. La sua carriera, iniziata negli anni Sessanta, si è sviluppata tra le pagine di riviste prestigiose come Sports Illustrated, Time e LIFE, dove ha pubblicato centinaia di immagini che hanno documentato i momenti più significativi dello sport mondiale. Leifer ha sempre privilegiato la ricerca dell’immagine perfetta, spesso anticipando i tempi e utilizzando tecniche innovative per catturare la dinamica e l’emozione degli eventi sportivi.
La sua missione non è mai stata semplicemente quella di documentare lo sport, ma di raccontare storie attraverso l’obiettivo, trasformando ogni scatto in una narrazione visiva. Leifer ha viaggiato in tutto il mondo per coprire eventi sportivi di grande rilevanza, dalla boxe ai giochi olimpici, dalle corse automobilistiche ai campionati mondiali di calcio. La sua attenzione per la composizione, la luce e il momento decisivo ha reso le sue fotografie non solo documenti storici, ma anche opere d’arte.
La fotografia di Muhammad Ali su Sonny Liston rappresenta il culmine di questa ricerca artistica. Leifer, posizionato in una posizione privilegiata sul ring, ha saputo cogliere l’attimo in cui Ali, con il braccio destro piegato e il volto contratto in un’espressione di trionfo, si ergeva su Liston steso al suolo. Lo scatto, realizzato con una macchina fotografica professionale e una pellicola ad alta sensibilità, è stato pubblicato in pochi giorni su Sports Illustrated, diventando subito una delle immagini più iconiche della storia della fotografia sportiva.
La genesi dello scatto
La fotografia “Muhammad Ali vs Sonny Liston” di Neil Leifer nasce da una combinazione di preparazione meticolosa, conoscenza del linguaggio della boxe e una certa dose di casualità controllata che caratterizza la grande fotografia sportiva. La sera del 25 maggio 1965, al Central Maine Youth Center di Lewiston, il contesto era ben lontano dagli standard spettacolari dei grandi palazzetti: una sede scelta quasi per ripiego, pubblico relativamente ridotto, un’atmosfera carica di tensione e di fumo di sigaro che si addensava sopra il ring. Questo scenario, tuttavia, si sarebbe rivelato decisivo per la resa visiva dell’immagine: le luci a forte intensità puntate sul ring, unite alla sospensione del fumo, crearono una sorta di effetto “studio” che isolava i pugili dal resto dell’ambiente, conferendo alla scena una qualità quasi teatrale.
Leifer, che all’epoca aveva poco più di vent’anni, arrivò all’incontro con un’esperienza già significativa nel reportage sportivo, ma soprattutto con una chiara consapevolezza di ciò che cercava: non una semplice immagine d’azione, ma il momento decisivo, l’istante in cui la narrazione dell’evento si condensa in un singolo fotogramma. In termini operativi, questo significava scegliere la posizione con estrema cura. Leifer ottenne un posto a bordo ring su uno dei lati lunghi, sul lato destro rispetto al punto in cui Ali avrebbe poi finito per sovrastare il corpo di Liston. Altri fotografi, come spesso ricordato nei racconti sull’episodio, si trovarono dall’altra parte del ring, dove la composizione risultò inevitabilmente meno efficace: Ali dava le spalle all’obiettivo, la figura di Liston appariva parzialmente coperta, e la percezione di profondità risultava ridotta.
Dal punto di vista tecnico, Leifer utilizzò una fotocamera medio formato Rolleiflex con ottica standard, affiancata da altre macchine 35mm, ma fu soprattutto l’accoppiata tra medio formato e illuminazione potente a dare alla fotografia quel carattere nitido e scolpito. L’uso di flash da studio montati sul soffitto, con tempi di ricarica relativamente lunghi, obbligava il fotografo a scegliere con attenzione quando scattare: non era possibile, tecnicamente, realizzare una sequenza continua come nelle fotocamere digitali contemporanee, e ogni pressione del pulsante di scatto assumeva il valore di una decisione selettiva. Proprio per questo Leifer sottolineerà in seguito come la differenza tra un buon fotografo sportivo e uno eccellente risieda nella capacità di “non mancare” l’istante unico che si presenta.
La dinamica del match, estremamente breve, contribuì a rendere la situazione più imprevedibile. Il secondo Ali–Liston si concluse ufficialmente dopo un minuto e quarantacinque secondi circa del primo round, con il famigerato “phantom punch”, un gancio destro di Ali che molti spettatori dichiararono di non aver nemmeno visto con chiarezza. La caduta di Liston colse di sorpresa pubblico, arbitro e fotografi. Nel caos dei secondi successivi, mentre l’arbitro Walcott cercava di capire se iniziare il conteggio e come gestire il disorientamento del ring, Ali si piegò in avanti sul corpo di Liston gridandogli di rialzarsi, congelando in un gesto unico la somma di aggressività, teatralità e autocelebrazione che caratterizzavano la sua figura. È in quell’istante che Leifer preme l’otturatore.
Un elemento spesso sottolineato nella ricostruzione della genesi dello scatto è la relazione tra l’azione e la disposizione spaziale del ring. Il corpo di Liston cade in prossimità del lato dove Leifer è posizionato, quasi come se la scena fosse “offerta” alla sua inquadratura. Ali, nel muoversi verso di lui, finisce istintivamente per collocarsi al centro esatto del fotogramma, con il corpo inclinato in avanti e il braccio che disegna un angolo quasi retto, interpretato poi da molti analisti come un gesto che sintetizza forza, dominio e trionfo visivo. La sintonia tra movimento reale e composizione fotografica, tuttavia, non è frutto di una posa preordinata: si tratta dell’intersezione tra l’imprevedibilità dell’evento sportivo e la capacità di Leifer di prevedere le possibili linee di sviluppo dell’azione, mantenendo costantemente l’inquadratura allineata con il potenziale fulcro drammatico della scena.
Dal punto di vista storico, è significativo notare che la fotografia non fu immediatamente riconosciuta come il capolavoro che oggi rappresenta. Pubblicata originariamente su Sports Illustrated, non ottenne la copertina e venne utilizzata in posizione relativamente defilata, mentre anche nei concorsi fotografici più prestigiosi dell’epoca non ricevette inizialmente premi o menzioni di rilievo. Ciò dimostra come, nel momento della sua nascita, l’immagine fosse percepita principalmente come una documentazione efficace di un incontro controverso, più che come un’icona destinata a definire uno standard nella storia della fotografia sportiva. Solo con il passare degli anni, e con il consolidarsi della figura di Muhammad Ali come simbolo politico e culturale del Novecento, lo scatto di Leifer iniziò a essere riconosciuto come una delle fotografie sportive più importanti di sempre, fino a figurare ai vertici di liste e classifiche dedicate alle immagini sportive del secolo.
In questa prospettiva, la genesi dello scatto non riguarda soltanto la serata del 25 maggio 1965, ma un intero percorso professionale: Leifer aveva seguito Ali sin dagli esordi, costruendo una familiarità con i suoi movimenti, le sue abitudini e la sua teatralità. Tale conoscenza lo predispose a “anticipare” il gesto, a intuire che, in caso di vittoria, Ali avrebbe messo in scena una reazione espansiva, fortemente corporalizzata, degna di una rappresentazione iconica. La fotografia nasce dunque dall’incontro tra una specifica configurazione tecnica – posizione, luci, scelta dell’attrezzatura – e una profonda lettura del personaggio e del contesto, elementi che rendono questo episodio un caso esemplare per chi studia analisi fotografica in ambito sportivo.
Analisi visiva e compositiva
Dal punto di vista strettamente visivo, la fotografia di Neil Leifer costituisce un paradigma di composizione drammatica applicata alla fotografia sportiva. La scena è organizzata secondo una struttura verticale dominante: al centro del fotogramma si staglia la figura di Muhammad Ali, in posizione eretta, con il busto leggermente proteso in avanti e il braccio destro piegato a formare un angolo netto, che guida lo sguardo dall’alto verso il basso, fino al corpo disteso di Sonny Liston sul tappeto. La relazione visiva tra le due figure è costruita sulla contrapposizione radicale tra l’energia ascendente del vincitore e l’immobilità discendente dello sconfitto, creando un asse simbolico di potere che attraversa l’intera immagine.
La scelta di riprendere la scena da una posizione relativamente bassa rispetto al baricentro del corpo di Ali contribuisce a enfatizzare la sua dominanza visiva: il pugile appare più alto, più possente, quasi monumentalizzato dal punto di vista. L’effetto è accentuato dal fatto che la prospettiva colloca Liston in una posizione leggermente arretrata e ribassata, con il corpo parallelo alla base del fotogramma, come una linea orizzontale che contrasta con la verticalità del campione in piedi. Questa dialettica tra verticale e orizzontale – tra vita, azione e trionfo da un lato e immobilità, caduta e sconfitta dall’altro – costituisce la chiave di lettura compositiva primaria dell’immagine, rendendo il confronto immediatamente leggibile anche a chi non conosce il contesto del match.
La luce svolge un ruolo altrettanto determinante. Le potenti sorgenti luminose puntate sul ring creano un’illuminazione quasi uniforme sui pugili, ma con una leggera prevalenza sul corpo di Ali, i cui muscoli e lineamenti risultano fortemente plastici. Il volto del campione emerge con una chiarezza quasi scultorea, mentre Liston, pur ben leggibile, appare meno definito, come se la luce privilegiasse il vincitore. Il fumo sospeso nell’aria, reso visibile dai riflessi dei lampi, crea uno sfondo leggermente velato che separa il primo piano dal pubblico in tribuna, trasformando gli spettatori in una massa indistinta, una sorta di quinta anonima che rafforza il ruolo dei protagonisti sul ring. In termini di semantica visiva, ciò corrisponde alla riduzione della folla a semplice cornice, mentre il dramma principale resta circoscritto all’area interna alle corde.
Nella parte superiore del fotogramma, le corde e il bordo del ring definiscono un perimetro chiaro, facendo sì che lo sguardo non sfugga verso l’esterno ma resti intrappolato nella scena. La presenza di altri fotografi ai margini dell’inquadratura, seduti a bordo ring con le loro fotocamere, introduce un livello meta–fotografico: l’evento sportivo è già mediatizzato, osservato e filtrato da altri sguardi, ma la fotografia di Leifer assume il ruolo di immagine “dominante” che ordina e gerarchizza tutti gli altri possibili punti di vista. In questo senso, la foto entra immediatamente in dialogo con la cultura visuale del proprio tempo, mostrando come il ring sia non solo un luogo di scontro fisico, ma un palcoscenico per la produzione di icone mediatiche.
Sul piano formale, l’immagine utilizza con efficacia la regola dei terzi e le linee di forza diagonali. Il busto di Ali occupa la zona centrale superiore, mentre la testa e le spalle di Liston si collocano nella fascia inferiore destra, collegati da una diagonale ideale che coincide con la traiettoria dello sguardo e del gesto del pugile in piedi. La bocca di Ali, spalancata nell’urlo, costituisce un punto di attrazione visiva che concentra la tensione emotiva dell’immagine, mentre i guantoni rossi introducono un elemento cromatico forte che spezza la prevalenza di toni neutri del ring e degli abiti degli spettatori. La fotografia Muhammad Ali Sonny Liston 1965 si configura così come un esempio esemplare di uso congiunto di composizione, luce e colore per costruire una narrazione visuale compiuta.
L’interpretazione critica della fotografia ha sottolineato spesso il suo carattere di “mitizzazione istantanea”. La posizione di Ali richiama, in forma laica e secolarizzata, le iconografie tradizionali dell’eroe trionfante, del condottiero che sovrasta il nemico caduto. Questa analogia con la pittura storica e con la scultura classica ha contribuito a far leggere l’immagine anche al di fuori del ristretto ambito della fotografia sportiva, collocandola nel più ampio panorama della storia della fotografia del Novecento. La figura di Ali non è soltanto un atleta vittorioso, ma un corpo simbolico che incarna questioni di identità razziale, potere, resistenza e autoaffermazione in un’America segnata da profonde fratture sociali.
La forza dell’immagine è tale che, nella percezione collettiva, essa finisce spesso per sostituirsi al ricordo stesso del match. L’incontro Ali–Liston II è ricordato da molti più per questa fotografia che per la sua reale dinamica pugilistica, relativamente breve e controversa. Ciò conferma il ruolo dei media visivi nel determinare quali aspetti di un evento storico vengano fissati nella memoria collettiva: la fotografia di Leifer non documenta soltanto ciò che è accaduto, ma orienta la percezione di cosa sia importante ricordare. L’analisi fotografia Neil Leifer Ali Liston mostra quindi come un singolo fotogramma, perfettamente costruito sul piano visivo, possa condensare la complessità di un’epoca, articolando in forma iconica temi di potere, spettacolo e identità.
Autenticità e dibattito critico
Fin dalla notte del 25 maggio 1965, il secondo incontro tra Muhammad Ali e Sonny Liston è stato circondato da sospetti, teorie del complotto e controversie che hanno inevitabilmente investito anche la fotografia di Neil Leifer. Il cosiddetto “phantom punch” – il colpo con cui Ali avrebbe messo al tappeto Liston – fu percepito da molti spettatori come troppo rapido o troppo debole per giustificare un knock–out effettivo. Le riprese televisive, pur mostrando un gancio destro al volto, non chiarirono definitivamente la questione, alimentando ipotesi su una possibile caduta volontaria del pugile sconfitto, legata a pressioni della criminalità organizzata o ad altri interessi extra–sportivi. In questo contesto, la fotografia assume un ruolo ambiguo: da un lato è la testimonianza visiva più potente dell’evento, dall’altro non fornisce elementi certi sulla natura del colpo che ha preceduto la caduta.
La posizione di Ali nella fotografia – in piedi, inclinato sopra Liston, in atteggiamento di sfida – è stata letta da alcuni come una prova della genuinità della sua reazione: un campione convinto di aver colpito in modo decisivo, che pretende dal rivale la conferma pubblica della propria superiorità. Per altri, tuttavia, il gesto di Ali potrebbe essere interpretato come parte di una teatralità esasperata, in linea con la sua personalità mediatica e con la necessità di offrire al pubblico uno spettacolo memorabile, a prescindere dalla reale dinamica del colpo. La fotografia, in quanto immagine statica, congela un momento che nella realtà è fluido e complesso, lasciando spazio a letture divergenti: non mostra il pugno, mostra soltanto le conseguenze immediate – la caduta di Liston e la reazione di Ali.
Sul piano della autenticità fotografica, non vi sono evidenze di manipolazioni tecniche dello scatto: la stampa originale è coerente con il negativo, e le successive riproduzioni editoriali risultano fedeli ai materiali d’archivio. Leifer stesso ha sempre sottolineato di non intervenire sulle scene sportive se non mediante le scelte compositive e temporali al momento dello scatto, rivendicando una pratica fotogiornalistica basata sull’osservazione e non sulla messa in scena. Ciò non significa, tuttavia, che la fotografia sia neutra: l’angolazione, il momento selezionato, la presenza o assenza di determinati elementi nell’inquadratura sono decisioni che orientano la lettura dell’evento. L’analisi fotografica di questa immagine mostra chiaramente come la scelta di inquadrare Ali frontalmente, con il corpo espanso nello spazio e Liston ridotto a figura distesa quasi diagonale, enfatizzi una narrazione di dominio e umiliazione, più che di semplice vittoria sportiva.
Il dibattito critico si è esteso anche al rapporto tra questa fotografia e le immagini coeve prodotte da altri fotografi presenti al bordo ring. Confrontando i diversi scatti, emerge come molti colleghi abbiano ottenuto versioni meno efficaci dal punto di vista simbolico: Ali appare di spalle, in posizione meno centrale, o il corpo di Liston è parzialmente nascosto dalle corde o da altri soggetti. Ciò ha contribuito a consolidare la fotografia di Leifer come immagine egemone nella narrazione dell’evento, al punto che la storia del match viene spesso raccontata attraverso questo singolo fotogramma, relegando le altre versioni a semplici documenti collaterali. In termini di critica delle immagini, ciò solleva questioni sul potere selettivo della stampa e delle istituzioni mediatiche nel definire quali fotografie diventino “ufficiali” nella costruzione della memoria storica.
Un’altra dimensione del dibattito riguarda il ruolo della fotografia nel rafforzare o mettere in discussione la reputazione dei protagonisti. Per Muhammad Ali, l’immagine di Leifer ha contribuito in modo decisivo a fissare l’idea del campione invincibile, sicuro di sé, pronto a sfidare chiunque sul ring e sulla scena pubblica; per Sonny Liston, al contrario, la fotografia ha cristallizzato l’immagine del pugile sconfitto, quasi ridicolizzato dalla postura dominante dell’avversario. Alcuni commentatori hanno evidenziato come questa rappresentazione visuale abbia influito sulla percezione postuma di Liston, oscurando aspetti importanti della sua carriera e della sua complessità biografica. La fotografia, in questo senso, non è solo documento ma anche dispositivo di potere simbolico, in grado di rafforzare o indebolire le figure che ritrae.
Nel corso degli anni, numerose analisi accademiche e giornalistiche hanno affrontato la questione se questa sia davvero la “più grande fotografia sportiva di sempre”. I criteri invocati per sostenerne la centralità includono la perfezione compositiva, la capacità di sintetizzare un’intera epoca, la potenza simbolica del soggetto e l’influenza esercitata sulle generazioni successive di fotografi sportivi. I detrattori, pur riconoscendone il valore estetico, sottolineano invece il rischio di sopravvalutare un singolo fotogramma a scapito di una comprensione più sfumata della realtà storica del match e del contesto in cui si svolse. In ogni caso, è difficile negare che la discussione stessa sull’autenticità e sul significato di questa immagine confermi la sua centralità nella storia della fotografia e nella riflessione contemporanea sulla relazione tra evento, rappresentazione e memoria.
Impatto culturale e mediatico
La fotografia di Neil Leifer raffigurante Muhammad Ali in piedi su Sonny Liston ha attraversato i decenni consolidandosi come un pilastro della storia della fotografia sportiva, influenzando profondamente la produzione visiva e la narrazione culturale legata allo sport. Dal momento della sua pubblicazione su Sports Illustrated nel giugno 1965, l’immagine ha iniziato a circolare oltre i confini del giornalismo sportivo, venendo riprodotta su copertine di libri, poster, campagne pubblicitarie e persino opere d’arte contemporanea. La sua potenza risiede nella capacità di trascendere il contesto pugilistico per diventare emblema di resilienza, ribellione e trasformazione identitaria, specialmente nel panorama americano degli anni Sessanta, segnato da lotte per i diritti civili e fermenti controculturali.
Nei primi anni successivi al match, l’impatto mediatico si manifestò attraverso una diffusione capillare nei rotocalchi e nelle televisioni, dove Ali emergeva non solo come atleta ma come figura carismatica capace di dominare il discorso pubblico. La fotografia catturò l’essenza della sua personalità istrionica, con quel gesto di sfida che Ali ripeteva spesso nelle interviste e nei discorsi, trasformando un istante fugace in un gesto ricorrente della sua iconografia personale. Riviste come LIFE e Esquire la utilizzarono per illustrare articoli su Ali come simbolo della nuova mascolinità nera, contrapposta all’immagine dura e mafiosa di Liston, contribuendo a ridefinire i paradigmi razziali nello sport professionistico. Questa rappresentazione visiva alimentò un dibattito che si estese ai salotti televisivi, dove commentatori sportivi e analisti sociali la citavano per esemplificare il passaggio da un’era di pugili “duro” a una di atleti performer, abili nel conquistare arene mediatiche quanto i ring.
A livello culturale più ampio, l’immagine entrò nel canone della fotografia americana, venendo inclusa in antologie come The Best American Sports Writing e classifiche stilate da enti come l’Associated Press, che la indicarono tra le dieci fotografie sportive più influenti del XX secolo. Artisti e designer la reinterpretarono in stampe serigrafiche, murales urbani e installazioni, mentre nel mondo della pubblicità brand come Nike e Adidas ne trassero ispirazione per campagne che evocavano temi di superamento e vittoria personale. La sua presenza costante nei media ha modellato la percezione di Ali come archetipo dell’eroe moderno, un atleta che univa atletismo, eloquenza e attivismo politico, rendendo la fotografia un vettore essenziale per la sua mitizzazione postuma.
L’influenza sulla fotografia Muhammad Ali Sonny Liston 1965 si estende anche alle generazioni successive di fotografi sportivi, che ne hanno studiato la composizione per imparare a catturare momenti di alta tensione drammatica. Figure come Walter Iooss Jr. e altri collaboratori di Sports Illustrated hanno citato lo scatto di Leifer come modello per l’anticipazione dell’azione e l’uso strategico della luce artificiale negli stadi. In ambito accademico, studi di semiotica visiva hanno analizzato come l’immagine strutturi un discorso di potere attraverso la posa dominante di Ali, paragonandola a composizioni rinascimentali di David e Golia, dove il vincitore non solo sconfigge ma umilia simbolicamente l’avversario. Questa lettura ha permeato documentari come quelli della HBO su Ali, dove la fotografia funge da fulcro narrativo per esplorare il crocevia tra sport, razza e spettacolo negli Stati Uniti del dopoguerra.
Nel panorama internazionale, la fotografia ha viaggiato oltre l’Atlantico, apparendo in mostre europee dedicate alla cultura americana e in pubblicazioni italiane come Epoca e Panorama, che la utilizzarono per contestualizzare Ali nel contesto della Guerra Fredda e delle Olimpiadi del 1968. La sua analisi fotografia Neil Leifer Ali Liston ha ispirato dibattiti su come le immagini sportive possano influenzare la politica culturale, specialmente in epoche di crisi identitarie. Esposizioni retrospective al MoMA e alla National Portrait Gallery l’hanno elevata a status museale, con stampe originali vendute all’asta per somme a sei cifre, confermando il suo valore non solo documentario ma anche economico nel mercato dell’arte fotografica.
L’impatto perdura nel digitale, dove meme e gif derivate dallo scatto popolano piattaforme social, adattandolo a contesti contemporanei di trionfo personale o satira politica. Questo riutilizzo dimostra la versatilità dell’immagine, capace di evolversi con i media senza perdere la sua forza originaria. La fotografia non ha merely documentato un knock-out, ma ha codificato un momento di frattura culturale, rendendo Ali eterno nella memoria visiva collettiva e affermando Leifer come maestro nel trasformare l’effimero in iconico.
Fonti
The Greatest Sports Photo Ever Made Turns 60 | The New York Times
Una Foto, una storia. Ali vs Liston, 60 anni fa, il mondo in un pugno | Dartortorromeo
Muhammad Ali, Sonny Liston and the ‘Phantom Punch’ Title Bout, 1965 | LIFE
Perché le foto di Muhammad Ali sono le più belle nella storia dello sport | Loslalom
Mi chiamo Alessandro Druilio e da oltre trent’anni mi occupo di storia della fotografia, una passione nata durante l’adolescenza e coltivata nel tempo con studio, collezionismo e ricerca. Ho sempre creduto che la fotografia non sia soltanto un mezzo tecnico, ma uno specchio profondo della cultura, della società e dell’immaginario di ogni epoca. Su storiadellafotografia.com condivido articoli, approfondimenti e curiosità per valorizzare il patrimonio fotografico e raccontare le storie, spesso dimenticate, di autori, macchine e correnti che hanno segnato questo affascinante linguaggio visivo.


