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La Storia della FotografiaFoto IconicheL’evacuazione di Saigon (1975) di Hubert van Es

L’evacuazione di Saigon (1975) di Hubert van Es

La fotografia comunemente nota come “L’evacuazione di Saigon”, realizzata nel 1975 da Hubert van Es, occupa una posizione centrale nella storia della fotografia di guerra e del fotogiornalismo del secondo Novecento. L’immagine, che ritrae una fila ordinata ma drammaticamente compressa di civili in attesa di salire su un elicottero posato sul tetto di un edificio nel centro di Saigon, è diventata nel tempo una icona visiva della fine della guerra del Vietnam. Pur non documentando tecnicamente l’evacuazione dall’ambasciata statunitense — elemento spesso frainteso nella divulgazione popolare — lo scatto condensa con straordinaria efficacia il collasso di un progetto politico, militare e simbolico che aveva dominato la geopolitica internazionale per oltre un decennio.

Dal punto di vista storico-fotografico, l’immagine di van Es si colloca in un momento di transizione cruciale del fotogiornalismo analogico, quando la fotografia di attualità si confrontava con la crescente velocità della diffusione mediatica e con l’emergere di una percezione globale immediata degli eventi. La forza dello scatto non risiede unicamente nella sua valenza documentaria, ma nella capacità di trasformare un evento logisticamente circoscritto in una metafora visiva universale della sconfitta, dell’attesa e dell’abbandono. La fotografia non mostra combattimenti, né violenza esplicita; ciò che emerge è una tensione sospesa, una geometria umana compressa contro il vuoto urbano, un fragile equilibrio tra ordine e panico.

In ambito tecnico, l’immagine rappresenta un esempio emblematico di fotografia scattata a distanza, realizzata con un teleobiettivo da una posizione sopraelevata, elemento che contribuisce a una visione distaccata, quasi clinica, della scena. Questo punto di vista non è neutrale: rafforza la percezione di impotenza dei soggetti ritratti, osservati dall’alto mentre attendono un mezzo di salvezza che può accoglierne solo una parte. La fotografia diventa così un dispositivo narrativo complesso, capace di integrare spazio urbano, architettura, corpo umano e macchina militare in una composizione rigorosa.

Dal punto di vista della storia della fotografia, “L’evacuazione di Saigon” si inserisce nel filone delle immagini-simbolo che hanno contribuito a ridefinire la percezione pubblica dei conflitti armati nel XX secolo. Come altre fotografie iconiche del Vietnam, lo scatto di van Es ha partecipato alla costruzione di una memoria visiva condivisa, influenzando tanto la storiografia quanto l’immaginario collettivo occidentale. La sua diffusione globale attraverso le agenzie di stampa ha consolidato il ruolo del fotografo come testimone distante ma essenziale, capace di fissare in un singolo fotogramma la complessità di un evento storico.

La rilevanza dell’immagine è accresciuta dal fatto che essa sia stata per lungo tempo oggetto di interpretazioni errate, attribuzioni simboliche semplificate e usi editoriali che ne hanno modificato la cornice semantica. Questo rende lo scatto di van Es particolarmente significativo per un’analisi storico-critica che tenga conto non solo del momento dello scatto, ma anche della sua successiva circolazione, ricezione e sedimentazione culturale.

Informazioni Base

  • Fotografo: Hubert van Es (1927–2009)

  • Fotografia: “L’evacuazione di Saigon”

  • Anno: 1975

  • Luogo: Saigon (oggi Ho Chi Minh City), edificio residenziale al 22 Gia Long Street

  • Temi chiave: fine della guerra del Vietnam, fotogiornalismo di guerra, diffusione mediatica globale, punto di vista e distanza, interpretazione iconica e fraintendimenti storici

Contesto storico e politico

Per comprendere appieno il significato storico e simbolico della fotografia di Hubert van Es, è necessario collocarla nel contesto della fase finale della guerra del Vietnam, uno dei conflitti più complessi e mediatizzati del XX secolo. Nel 1975, il Vietnam del Sud si trovava in una condizione di progressivo collasso militare e politico. Dopo il ritiro ufficiale delle truppe statunitensi sancito dagli Accordi di Parigi del 1973, il sostegno americano al governo di Saigon si era progressivamente ridotto, lasciando il paese vulnerabile all’offensiva finale delle forze nordvietnamite.

La caduta di Saigon, avvenuta il 30 aprile 1975, rappresentò non solo la fine di un conflitto armato, ma il fallimento di una strategia geopolitica globale. Per gli Stati Uniti e per l’Occidente, quel momento segnò una frattura profonda nella percezione della propria capacità di intervento militare e ideologico. La guerra del Vietnam era stata il primo conflitto seguito quotidianamente dai media internazionali, e il suo epilogo si svolse sotto lo sguardo costante delle telecamere e dei fotografi.

Nel caos delle ultime settimane, migliaia di civili sudvietnamiti, funzionari governativi, collaboratori degli Stati Uniti e cittadini stranieri cercarono di lasciare il paese. L’operazione di evacuazione, nota come Operation Frequent Wind, prevedeva l’utilizzo massiccio di elicotteri per trasportare le persone verso le navi della Settima Flotta americana al largo della costa. In questo contesto, gli edifici urbani di Saigon si trasformarono improvvisamente in infrastrutture improvvisate di fuga, con tetti adattati a piste di atterraggio temporanee.

La fotografia di van Es nasce all’interno di questo scenario di disintegrazione amministrativa e panico controllato, in cui l’apparente ordine delle file contrasta con la consapevolezza di un destino incerto. Politicamente, l’immagine riflette la fine di un sistema di alleanze e la dissoluzione di una promessa di protezione occidentale. Nessuna bandiera, nessun simbolo ufficiale domina la scena: l’elicottero, macchina militare per eccellenza, assume qui il ruolo di ultimo veicolo di salvezza individuale, non di strumento offensivo.

Il contesto urbano rafforza ulteriormente questa lettura. Saigon non appare come un campo di battaglia, ma come una città sospesa, colta nel momento in cui la normalità civile viene improvvisamente interrotta dalla storia. L’assenza di soldati visibili, la presenza di civili ordinari e la staticità apparente della scena accentuano la dimensione tragica dell’evento. La guerra, nella fotografia di van Es, non è rumore e movimento, ma attesa e selezione.

Dal punto di vista della storia della fotografia, questo contesto segna anche una svolta nella rappresentazione visiva dei conflitti. Le immagini non servono più soltanto a documentare l’azione bellica, ma diventano strumenti di interpretazione politica e morale, capaci di influenzare l’opinione pubblica internazionale. La fotografia di Saigon si inserisce in una sequenza di immagini che, più di qualsiasi discorso ufficiale, hanno contribuito a definire il giudizio storico sulla guerra del Vietnam.

Il fotografo e la sua mission

Hubert van Es nacque nei Paesi Bassi nel 1927 e intraprese la carriera fotografica in un periodo in cui il fotogiornalismo stava assumendo un ruolo sempre più centrale nella costruzione dell’informazione globale. Dopo essersi trasferito in Asia, van Es divenne uno dei principali fotografi dell’agenzia United Press International (UPI) nella regione del Sud-Est asiatico. La sua lunga permanenza in Vietnam gli permise di sviluppare una conoscenza profonda del territorio, della popolazione e delle dinamiche politiche locali, elemento fondamentale per comprendere la qualità e la lucidità del suo lavoro.

A differenza di molti fotografi di guerra concentrati sull’azione diretta, van Es adottò spesso un approccio basato sull’osservazione distaccata e sulla lettura strutturale degli eventi. La sua missione professionale non era quella di spettacolarizzare il conflitto, ma di registrare i momenti in cui la storia si manifestava attraverso gesti ordinari e spazi urbani trasformati. Questa impostazione emerge con particolare evidenza nella fotografia dell’evacuazione di Saigon, dove l’evento epocale è colto senza enfasi retorica.

Dal punto di vista tecnico e operativo, van Es lavorava in condizioni complesse, spesso da posizioni elevate, sfruttando la conoscenza della città e l’accesso a edifici strategici. La scelta di fotografare la scena da lontano non fu casuale, ma rispondeva a una precisa etica dello sguardo, che rifiutava l’intrusione diretta nel dramma umano per privilegiare una visione complessiva e strutturata. Questo tipo di approccio era coerente con la filosofia dell’UPI, orientata a fornire immagini leggibili, immediatamente trasmissibili e capaci di sintetizzare eventi complessi.

La missione di van Es durante gli ultimi giorni di Saigon non era quella di creare un’icona, ma di documentare l’inevitabile. Il valore iconico della fotografia emerse successivamente, attraverso la sua diffusione massiccia e la sedimentazione nel tempo. Questo aspetto distingue il lavoro di van Es da quello di fotografi più consapevolmente orientati alla costruzione simbolica dell’immagine. Nel suo caso, l’icona nasce da una combinazione di tempismo, distanza e precisione compositiva.

La figura di van Es rappresenta quindi un modello di fotogiornalista che opera all’interno del flusso storico, senza tentare di dominarlo. La sua missione era testimoniare, non interpretare apertamente. Tuttavia, proprio questa apparente neutralità ha permesso alla fotografia dell’evacuazione di Saigon di assumere una forza interpretativa duratura, diventando uno dei documenti visivi più significativi del XX secolo.

La genesi dello scatto

La fotografia dell’evacuazione di Saigon nasce da una concatenazione di fattori contingenti che riflettono perfettamente la natura del fotogiornalismo di guerra nella sua fase analogica matura. Hubert van Es non si trovava sul luogo per inseguire un’immagine simbolica prefigurata, ma per documentare una situazione in rapido deterioramento, nella quale le strutture civili della città venivano progressivamente riadattate a funzioni militari e logistiche. Nei giorni immediatamente precedenti al 30 aprile 1975, Saigon era attraversata da una tensione diffusa, fatta più di attese che di scontri visibili, e proprio questa sospensione operativa creava le condizioni per uno sguardo fotografico distanziato e analitico.

Van Es scattò la fotografia da un edificio sopraelevato, utilizzando un teleobiettivo che gli consentiva di osservare la scena senza esserne fisicamente coinvolto. Questo elemento è cruciale per comprendere la genesi dell’immagine: la distanza non è un limite, ma una scelta strutturale, che consente al fotografo di organizzare lo spazio visivo secondo una logica quasi cartografica. Il tetto dell’edificio al 22 Gia Long Street, sede di appartamenti e uffici civili, era stato temporaneamente trasformato in punto di evacuazione per il personale statunitense e per alcuni civili sudvietnamiti. L’elicottero Huey, progettato come mezzo tattico per il trasporto rapido di truppe, assume in questo contesto una funzione diametralmente opposta, diventando strumento di selezione e sottrazione.

La genesi dello scatto è anche legata alla rapidità di esecuzione e trasmissione tipica delle agenzie di stampa. Van Es lavorava per la United Press International, che richiedeva immagini immediatamente leggibili, capaci di sintetizzare eventi complessi in un singolo fotogramma. La fotografia fu inviata rapidamente ai desk editoriali internazionali, dove venne immediatamente riconosciuta come rappresentativa della fase finale del conflitto. Questo processo di selezione e diffusione contribuì a fissare l’immagine come documento primario della caduta di Saigon, prima ancora che ne venisse compresa pienamente la specificità topografica.

Dal punto di vista operativo, lo scatto non presenta segni di costruzione artificiale o di messa in scena. La fila ordinata di persone non è il risultato di una regia fotografica, ma di una procedura di evacuazione rigidamente controllata, che riflette la necessità militare di mantenere l’ordine anche nel momento della ritirata. Van Es si limita a intercettare visivamente questa struttura, trasformandola in composizione. La fotografia nasce quindi dall’incontro tra una realtà fortemente normata e uno sguardo capace di riconoscerne il potenziale narrativo.

È significativo osservare come la genesi dell’immagine sia stata successivamente semplificata nella memoria collettiva, spesso ridotta a una generica rappresentazione dell’evacuazione dall’ambasciata americana. In realtà, la precisione storica dello scatto — luogo, funzione dell’edificio, tipologia dei soggetti — è parte integrante della sua forza documentaria. La fotografia non è un’allegoria costruita a posteriori, ma il risultato diretto di una osservazione lucida di un sistema in disfacimento, colto nel momento in cui tenta ancora di apparire funzionale.

Analisi visiva e compositiva

Dal punto di vista compositivo, “L’evacuazione di Saigon” si distingue per una struttura estremamente rigorosa, quasi architettonica, che riflette tanto la formazione visiva del fotografo quanto la natura dello spazio urbano rappresentato. L’immagine è costruita su linee orizzontali e verticali nette, che scandiscono il campo visivo in zone funzionali: il tetto dell’edificio, la scala di accesso, la fila di persone, l’elicottero, il vuoto circostante. Questa organizzazione geometrica non è neutrale, ma contribuisce a trasformare una scena contingente in una rappresentazione simbolica altamente leggibile.

Il punto di vista elevato impone allo spettatore una posizione di osservazione distante, priva di empatia immediata. I volti dei soggetti non sono riconoscibili, i dettagli individuali vengono assorbiti dalla struttura collettiva della fila. Questo elemento è centrale per comprendere la forza dell’immagine: l’evacuazione non è raccontata come dramma individuale, ma come processo sistemico, in cui le persone diventano unità intercambiabili all’interno di un meccanismo logistico. La fotografia rinuncia consapevolmente al pathos del primo piano per costruire una narrazione fredda e inesorabile.

La presenza dell’elicottero, collocato nella parte superiore del fotogramma, introduce una tensione verticale tra terra e aria, tra immobilità e possibilità di movimento. Tuttavia, questa possibilità è limitata e selettiva: l’elicottero può trasportare solo un numero ristretto di persone, e la fila sottostante suggerisce implicitamente l’esclusione di molti. Visivamente, il mezzo occupa uno spazio relativamente ridotto rispetto alla massa umana, sottolineando la disproporzione tra domanda di salvezza e capacità di risposta.

L’uso del teleobiettivo comprime i piani, riducendo la percezione della profondità e accentuando la densità della scena. Questo effetto ottico rafforza la sensazione di claustrofobia e di attesa forzata, pur in un contesto all’aperto. L’architettura urbana diventa una gabbia funzionale, priva di elementi decorativi o identitari. Saigon non è riconoscibile come città storica o culturale, ma come spazio operativo spogliato di significato simbolico, ridotto a piattaforma di transito.

Dal punto di vista cromatico, la fotografia — spesso riprodotta in bianco e nero — enfatizza il contrasto tra superfici chiare e scure, eliminando ogni possibile distrazione cromatica. Questa scelta, coerente con le pratiche editoriali dell’epoca, contribuisce a collocare l’immagine in una dimensione quasi atemporale, favorendone la lettura come documento universale piuttosto che come cronaca localizzata. La composizione risulta così estremamente stabile, quasi immobile, nonostante il contesto di emergenza che rappresenta.

Autenticità e dibattito critico

Nel corso dei decenni, la fotografia di Hubert van Es è stata oggetto di un dibattito critico che non ha messo in discussione l’autenticità materiale dello scatto, ma piuttosto la sua interpretazione storica e simbolica. A differenza di altre immagini iconiche della guerra del Vietnam, non esistono controversie sostanziali sulla paternità, sulla datazione o sull’integrità del negativo. L’autenticità tecnica è pienamente accertata e documentata dagli archivi dell’UPI.

Il dibattito si è invece concentrato sulla cornice narrativa attribuita all’immagine nella sua diffusione mediatica. Per molti anni, la fotografia è stata presentata come la rappresentazione dell’evacuazione dall’ambasciata americana, contribuendo a una semplificazione simbolica che ha oscurato la specificità del luogo e delle circostanze. Questa imprecisione non è imputabile al fotografo, ma ai meccanismi editoriali che tendono a privilegiare la forza evocativa rispetto all’esattezza topografica.

Dal punto di vista critico, questa discrepanza solleva questioni fondamentali sul rapporto tra fotografia e storia. L’immagine di van Es dimostra come una fotografia possa essere storicamente autentica ma semanticamente instabile, soggetta a slittamenti interpretativi che ne modificano la percezione pubblica. La potenza iconica dello scatto ha favorito una lettura metaforica che, pur non essendo letteralmente corretta, risulta coerente con il significato complessivo della caduta di Saigon.

Alcuni storici della fotografia hanno sottolineato come questa ambiguità interpretativa sia parte integrante del valore dell’immagine. La fotografia non mente, ma non spiega; mostra senza contestualizzare. È il sistema mediatico a costruire il racconto, spesso sacrificando la precisione in favore della sintesi simbolica. In questo senso, “L’evacuazione di Saigon” rappresenta un caso di studio esemplare per comprendere i limiti e le potenzialità del documento fotografico come fonte storica.

Il dibattito critico ha inoltre evidenziato come la distanza fisica e visiva adottata da van Es abbia contribuito a una percezione di neutralità che, paradossalmente, rafforza l’impatto politico dell’immagine. Non vi è accusa esplicita, né denuncia diretta; eppure, la fotografia comunica con estrema chiarezza la fine di un progetto politico e militare. Questa capacità di suggerire senza dichiarare è uno degli elementi che hanno garantito allo scatto una lunga durata critica.

Impatto culturale e mediatico

La diffusione della fotografia di Hubert van Es avvenne in modo rapido e capillare, sfruttando le reti internazionali delle agenzie di stampa che, negli anni Settanta, avevano raggiunto un livello di penetrazione senza precedenti. L’immagine venne pubblicata su quotidiani e riviste di tutto il mondo, contribuendo a fissare nella coscienza collettiva una rappresentazione visiva unitaria della fine della guerra del Vietnam. La sua ricezione iniziale fu fortemente legata al contesto di shock e disillusione che caratterizzò l’opinione pubblica occidentale dopo la caduta di Saigon.

Nel tempo, la fotografia ha assunto una funzione che va oltre la cronaca, diventando un riferimento visivo ricorrente in libri di storia, documentari, mostre museali e materiali didattici. La riproducibilità dell’immagine, unita alla sua chiarezza compositiva, ne ha favorito l’uso come sintesi visiva di un evento complesso. Questo processo di sedimentazione mediatica ha contribuito a consolidare l’associazione tra l’elicottero sul tetto e la fine dell’intervento americano in Vietnam, anche quando il contesto specifico dello scatto veniva semplificato.

La ricezione critica ha progressivamente affinato la lettura dell’immagine, distinguendo tra valore simbolico e accuratezza storica. Nei contesti accademici e museali, la fotografia viene oggi presentata con maggiore attenzione alle sue condizioni di produzione, al ruolo di Hubert van Es e alla funzione delle agenzie di stampa nella costruzione dell’evento visivo. Questo recupero critico non ha ridotto la forza dell’immagine, ma ne ha ampliato la complessità interpretativa.

Nel panorama della fotografia di guerra, “L’evacuazione di Saigon” continua a essere considerata una delle immagini più rappresentative del XX secolo, non per la spettacolarità dell’azione, ma per la sua capacità di condensare un passaggio storico irreversibile in una forma visiva essenziale. La sua diffusione mediatica ha contribuito a ridefinire il ruolo della fotografia come strumento di comprensione storica, dimostrando che anche l’assenza di violenza esplicita può generare un impatto duraturo e profondo.

Fonti

Curiosità Fotografiche

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