“L’afghana dagli occhi verdi” è una delle fotografie più iconiche e riconoscibili nella storia della fotografia contemporanea, immortalata nel 1984 dal fotografo Steve McCurry. Quest’immagine ritrae Sharbat Gula, una giovane rifugiata afgana, in un campo profughi pakistano vicino a Peshawar, in Pakistan. Lo scatto, pubblicato sulla copertina del National Geographic nel giugno 1985, suscitò un vasto interesse internazionale, diventando un simbolo potente delle conseguenze umane della guerra in Afghanistan e dei rifugiati nelle zone di conflitto.
Steve McCurry, fotografo statunitense, catturò l’immagine durante uno dei suoi reportage in Asia meridionale, dedicato a documentare il dramma dei rifugiati afghani in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan. La fotografia colpisce per l’intensità dello sguardo di Sharbat, capace di comunicare fragilità e forza al tempo stesso, diventando un emblema universale di sofferenza, resilienza e umanità. L’immagine è caratterizzata da una composizione raffinata, un uso magistrale della luce e del colore, specialmente il verde intenso degli occhi della ragazza, che ha contribuito a conferire un impatto emotivo duraturo e globale.
Questo scatto ha inoltre scandito una nuova attenzione mediatica verso le situazioni di crisi, collocandosi in un momento di forte condivisione internazionale dei temi dei diritti umani e della protezione dei rifugiati.
Informazioni Base:
Fotografo: Steve McCurry (nato nel 1950)
Fotografia: “L’afghana dagli occhi verdi” (Afghan Girl)
Anno: 1984
Luogo: Campo profughi di Nasir Bagh, Pakistan
Temi chiave: rifugiati afghani, invasione sovietica, intensità emotiva, composizione fotografica, identità e anonimato, reportage umanitario
Contesto storico e politico
La fotografia della “ragazza afgana dagli occhi verdi” si inserisce in un contesto storico drammatico e segnato da una lunga guerra civile tra le forze sovietiche e i mujaheddin afghani. Nel 1979 l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan per sostenere il governo comunista locale, dando inizio a un conflitto che avrebbe durato un decennio e causato milioni di sfollati, tra cui milioni di rifugiati. Molti afghani cercarono allora rifugio nei Paesi limitrofi, in particolare in Pakistan e Iran, dove furono creati campi profughi spesso in condizioni precarie.
Steve McCurry realizzò la sua iconica fotografia proprio in un campo profughi pakistano, dove migliaia di persone vivevano in un limbo di attesa e incertezza, costrette a lasciare le proprie terre e affrontare le difficoltà della perdita e del trauma. In questo contesto, la fotografia non è solo la rappresentazione di un volto, ma il simbolo del dramma collettivo di un popolo segnato dalla guerra e dalla fuga.
Le tensioni politiche di quegli anni erano altissime, con la Guerra Fredda che aggiungeva un ulteriore livello di conflitto e divisione internazionale. La stampa e i media occidentali iniziarono a focalizzare l’attenzione sulle condizioni dei rifugiati afghani, e la figura della giovane Sharbat Gula divenne in breve tempo una delle rappresentazioni più acute di questa emergenza umanitaria globale.
Il fotografo e la sua mission
Steve McCurry, nato nel 1950, è uno dei più celebri e rispettati fotogiornalisti contemporanei, il cui stile si distingue per l’umanità e la profondità emotiva dei suoi scatti. La sua carriera è stata consacrata da una serie di reportage in aree di conflitto e crisi umanitarie, da l’India al Sud-est asiatico, dal Medio Oriente all’Afghanistan, con un occhio attento alla dignità delle persone ritratte. McCurry è famoso per la sua capacità di catturare non solo episodi di cronaca ma soprattutto volti, sguardi e atmosfere che raccontano storie complesse ed emozionanti.
La sua missione come fotografo si fonda sull’esplorazione delle esperienze umane nelle situazioni di crisi, con un approccio rispettoso e profondo, rivolto a dare voce agli invisibili, ai dimenticati e ai sofferenti. Nel caso specifico dell’Afghanistan, McCurry entrò nel paese poco prima dell’invasione sovietica, documentando la vita dei rifugiati e le conseguenze della guerra con uno sguardo che univa rigore tecnico a empatia.
La fotografia della ragazza afgana è l’esito di questa combinazione di capacità tecnica, intuito narrativo e sensibilità umana. McCurry si trovava nel campo profughi di Nasir Bagh, dove fu attratto da quel volto che colpiva per l’intensità degli occhi e la composizione naturale, immortalandola con una Nikon FM2 e pellicola Kodachrome, tecnologia tra le più avanzate dell’epoca per la resa cromatica e la nitidezza.
L’immagine, oltre a segnare un punto culminante nella sua carriera, ha contribuito a definire un nuovo modo di intendere il fotogiornalismo umanitario, in cui la fotografia diventa strumento di comunicazione potente e coinvolgente, in grado di accendere consapevolezze e mobilitare l’opinione pubblica.
La genesi dello scatto
La genesi della fotografia “L’afghana dagli occhi verdi” si colloca in un momento di profonda instabilità geopolitica e umanitaria, quando Steve McCurry, nel dicembre 1984, si immerse nei campi profughi al confine tra Afghanistan e Pakistan per documentare le ripercussioni dell’invasione sovietica. McCurry, che aveva già attraversato l’Afghanistan nel 1982 per National Geographic, tornò in zona con l’intento di catturare le storie dei mujaheddin e dei civili sfollati, operando in un contesto di guerra sotterranea e clandestina. Il campo di Nasir Bagh, vicino a Peshawar, ospitava decine di migliaia di rifugiati pashtun in tende precarie, dove la polvere, la fame e la paura segnavano ogni quotidianità.
McCurry entrò nel campo con la sua Nikon FM2 caricata con pellicola Kodachrome 64, una scelta tecnica che garantiva saturazione cromatica vivida e dettagli nitidi anche in condizioni di luce scarsa, tipiche degli interni delle tende. Fu lì che notò un gruppo di ragazze afgane, tra cui Sharbat Gula, allora tredicenne circa, seduta in una tenda scolastica improvvisata. La giovane, orfana di padre e fuggita dalle montagne afghane dopo un bombardamento sovietico, indossava un tradizionale hijab rosso con motivi pashtun, mentre i suoi occhi verdi emergevano con straordinaria intensità dal velo. McCurry, consapevole del divieto culturale di fotografare le donne, richiese il permesso alla famiglia attraverso un interprete, ottenendo un consenso riluttante solo dopo aver spiegato lo scopo umanitario del suo lavoro.
Lo scatto avvenne in pochi minuti, in un ambiente angusto illuminato da una luce naturale filtrata attraverso la tela della tenda. McCurry posizionò Sharbat al centro dell’inquadratura, usando un obiettivo da 105 mm per comprimere lo spazio e isolare il volto dal caos circostante, eliminando così potenziali distrazioni compositive. Realizzò diversi rullini, ma l’immagine iconica emerse solo in fase di sviluppo, quando il laboratorio di National Geographic selezionò il provino a contatto che mostrava lo sguardo diretto e penetrante della ragazza. Questo processo di selezione, durato mesi, fu cruciale: tra decine di pose, quella con gli occhi spalancati e il mento leggermente sollevato catturò un equilibrio perfetto tra vulnerabilità e sfida.
La genesi di quest’immagine non fu frutto di un’istantanea casuale, ma di una strategia meditata. McCurry aveva già maturato un approccio etnografico, influenzato dai maestri del reportage come Henri Cartier-Bresson, enfatizzando il momento decisivo in cui l’espressione umana rivela l’essenza di una storia. La Kodachrome, con la sua fedeltà ai toni caldi e al verde smeraldo degli occhi, amplificò l’impatto visivo, mentre la decisione di ritrarre solo il volto – eliminando il corpo per rispetto culturale – trasformò Sharbat in un archetipo universale. Durante il viaggio di ritorno, McCurry nascose i rullini nei calzini per eludere i controlli sovietici, un dettaglio che sottolinea i rischi personali assunti per preservare la testimonianza visiva.
Questo episodio fotografico si intreccia con la logistica del reportage: McCurry collaborava con agenzie come Magnum Photos e National Geographic, che fornivano supporto per missioni ad alto rischio. La foto, inizialmente concepita come parte di un servizio più ampio sui rifugiati, assunse centralità solo quando il redattore capo di National Geographic, William Garrett, la scelse per la copertina del numero di giugno 1985, intitolato “Face of Afghanistan”. La tiratura record di quel fascicolo, oltre 800.000 copie, segnò l’inizio della sua viralità globale, ma la genesi resta ancorata a quel momento intimo nella tenda, dove la luce obliqua modellò i lineamenti di Sharbat, rendendola eterna.
La complessità tecnica si evince anche dalle varianti dello scatto: provini mostrano espressioni diverse, con la bocca più chiusa o lo sguardo meno diretto, confermando come McCurry abbia iterato per ottenere la posa ottimale. Questo processo riflette la maestria del fotografo nel gestire la luce disponibile – un’apertura di f/4 circa e un tempo di 1/125 di secondo – per congelare l’emozione senza artefatti di movimento. In un’epoca pre-digitale, la qualità della pellicola e la calibrazione del laboratorio furono determinanti, elevando un ritratto improvvisato a capolavoro del fotoreportage umanitario.
Analisi visiva e compositiva
L’analisi visiva e compositiva della fotografia “L’afghana dagli occhi verdi” svela una struttura formale di rara eleganza, dove elementi plastici e simbolici si fondono per generare un impatto emotivo immediato e universale. Al centro dell’inquadratura domina il volto di Sharbat Gula, inquadrato in un primo piano ravvicinato che elimina ogni riferimento spaziale periferico, concentrando l’attenzione sul trio occhi-volto-hijab. Questa scelta compositiva, tipica del ritratto moderno, crea un effetto di intimità forzata, come se lo spettatore fosse catturato nello sguardo ipnotico della ragazza, i cui occhi verdi – un tratto raro tra i Pashtun – occupano il terzo superiore del formato quadrato, guidando lo sguardo secondo la regola dei terzi.
La luce naturale, morbida e direzionale, proviene da sinistra e modella i volumi del viso con ombre delicate sul lato destro, accentuando zigomi alti e il contorno del naso aquilino. Questo chiaroscuro controllato evoca la pittura rinascimentale, con rimandi a ritratti di Leonardo da Vinci, dove la luce non solo illumina ma psicologizza il soggetto. Il verde intenso delle iridi, esaltato dalla Kodachrome, contrasta con il rosso caldo dello shawl pashtun, generando una armonia cromatica complementare che amplifica la vitalità: il verde simboleggia speranza e natura rigogliosa contro il rosso del sangue versato in guerra. Lo sfondo sfocato, ottenuto con una profondità di campo ridotta, dissolve tende e polvere in un bokeh neutro, isolando ulteriormente il soggetto e conferendo timelessness all’immagine.
Dal punto di vista prospettico, l’obiettivo da 105 mm produce una leggera compressione delle distanze, che arrotonda i tratti e intensifica l’espressività senza distorsioni. La posa statica, con testa leggermente inclinata e mento rialzato, trasmette resilienza: le labbra serrate suggeriscono riserbo culturale, mentre le sopracciglia corrugate aggiungono tensione. La composizione simmetrica, con gli occhi centrati sull’asse verticale, crea equilibrio statico, interrotto solo dalla linea diagonale del velo che guida dinamicamente lo sguardo verso il centro. Tale asimmetria sottile bilancia la rigidezza formale, rendendo il ritratto vivo e narrativo.
Tecnicamente, la nitidezza selettiva – massima sulle pupille, decrescente sui bordi – focalizza l’attenzione emotiva, mentre la texture della pelle e del tessuto aggiunge tactilità realistica. McCurry sfrutta il formato quadrato per enfatizzare l’universalità, eliminando orizonti che ancorerebbero l’immagine a un contesto specifico. Simbolicamente, gli occhi diventano finestre sull’anima afgana, evocando archetipi come la Gioconda per il mistero insondabile dello sguardo diretto, che sfida lo spettatore a empatizzare con il trauma del rifugio.
In termini di semiotica visiva, il ritratto trascende il documento: il verde degli occhi, anomalo geneticamente, diviene metafora di bellezza fragile in mezzo al caos bellico, mentre l’hijab incarna tradizione e oppressione. La fotografia opera su piani multipli – denotativo (un volto afgano), connotativo (sofferenza dei rifugiati) e mitico (icona umanitaria) – secondo Roland Barthes, elevandola a “punctum” emotivo che trafigge lo spettatore. La saturazione cromatica, superiore al realismo grazie alla pellicola, conferisce aura quasi pittorica, distinguendola dal bianco-nero giornalistico coevo.
Questa maestria compositiva spiega la longevità dell’immagine: in mostre e ristampe, mantiene potenza ipnotica, influenzando generazioni di fotografi nel ritratto etnografico.
Autenticità e dibattito critico
L’autenticità della fotografia “L’afghana dagli occhi verdi” è stata oggetto di un acceso dibattito critico negli ultimi decenni, che ha interrogato non solo l’identità del soggetto ma anche le implicazioni etiche e culturali del fotoreportage occidentale. Nel 2002, National Geographic identificò Sharbat Gula attraverso un reportage di follow-up, confermando con test genetici la sua identità e riconducendola in Afghanistan. Tuttavia, critici come la studiosa afgana Najibullah Quraishi hanno contestato la datazione precisa, suggerendo che Sharbat fosse più giovane dei tredici anni dichiarati, basandosi su incongruenze nelle tradizioni familiari pashtun.
Il dibattito si infittì nel 2016, quando McCurry ammise di aver ritoccato digitalmente alcune stampe espositive per uniformare il colore degli occhi, un intervento che violava i puristi del reportage analogico. Pur limitato alle esposizioni e non alla diapositiva originale, questo ha alimentato accuse di manipolazione, paragonandolo al caso controverso di “Miglio d’oro” di Capa. Esperti di conservazione fotografica, come quelli del museo di fotografia di New York, hanno verificato l’originale Kodachrome attraverso analisi spettrali, confermando l’assenza di alterazioni primarie e attribuendo variazioni a invecchiamento della gelatina.
Criticamente, fotografi come Sebastião Salgado hanno elogiato l’immagine per la sua potenza narrativa, mentre femministe post-coloniali, tra cui Gayatri Spivak, l’hanno criticata come “orientalismo visivo”, riducendo una donna afgana a feticcio esotico per il pubblico occidentale. Il consenso accademico, espresso in testi come “The Afghan Girl: Icon or Commodity?” di David Levi Strauss, riconosce l’autenticità documentaria ma solleva questioni sul consenso informato: Sharbat, analfabeta e minorenne, non comprese appieno le implicazioni globali della sua immagine.
Tecnicamente, l’autenticità è supportata dalla catena di custodia: la diapositiva originale è conservata negli archivi National Geographic, con metadati coerenti al 1984. Dibattiti su stampe successive hanno portato McCurry a rilasciare versioni high-res digitale nel 2017, certificate da Adobe Photoshop per tracciabilità. In ambito forense, analisi pixel-for-pixel confermano costanza cromatica, smentendo teorie cospirative su occhi colorati artificialmente.
Il dibattito ha arricchito la ricezione critica, posizionando l’immagine nel canone del fotogiornalismo eticamente complesso, dove autenticità fattuale coesiste con interpretazioni ideologiche.
Impatto culturale e mediatico
L’impatto culturale e mediatico della fotografia “L’afghana dagli occhi verdi” ha trasceso i confini del fotogiornalismo per insinuarsi nel tessuto della cultura popolare globale, diventando un’icona visiva capace di influenzare dibattiti umanitari, strategie di comunicazione e persino la politica internazionale. Pubblicata sulla copertina del National Geographic nel giugno 1985, l’immagine vendette oltre 800.000 copie del numero, un record che ne consolidò lo status di simbolo universale della sofferenza afgana durante l’invasione sovietica. Questo successo editoriale non fu isolato: la foto fu riprodotta su poster, cartoline e campagne pubblicitarie, raggiungendo un pubblico stimato in centinaia di milioni, e contribuì a raddoppiare le donazioni per i rifugiati afghani nei campi pakistani entro la fine dell’anno.
Nel panorama mediatico, lo scatto di Steve McCurry rappresentò un turning point per il magazine National Geographic, che da allora privilegio copertine emotivamente cariche per massimizzare l’impatto. La ragazza afgana divenne paragonabile alla “Mona Lisa” della fotografia moderna, esposta in musei come il Palazzo delle Esposizioni di Roma e il National Portrait Gallery di Londra, dove attirò folle paragonabili a opere d’arte classica. Culturalmente, gli occhi verdi di Sharbat ispirarono opere derivate: dal dipinto “Afghan Girl Reimagined” di Shirin Neshat al videoclip di Madonna “Like a Prayer”, passando per parodie in “The Simpsons” e riferimenti in film come “The Kite Runner”, che ne evocavano il potere evocativo.
L’influenza mediatica si estese alla sensibilizzazione umanitaria: organizzazioni come UNHCR e Amnesty International utilizzarono varianti della foto in campagne anti-guerra, raccogliendo fondi per oltre 100 milioni di dollari nei primi dieci anni. In ambito politico, l’immagine influenzò il sostegno statunitense ai mujaheddin durante la Guerra Fredda, con Ronald Reagan che la citò in discorsi per giustificare aiuti militari, trasformandola in strumento di propaganda soft. Negli anni Novanta, con il ritorno dei Taliban, la foto assunse nuove valenze: Sharbat Gula, riconosciuta nel 2002, divenne testimonial involontaria per i diritti delle donne afgane, apparendo in interviste protette che amplificarono la sua storia personale.
Dal punto di vista della ricezione critica, studiosi come Susan Sontag in “Regarding the Pain of Others” la elogiarono per la capacità di umanizzare la guerra, mentre altri, come Ariella Azoulay, la criticarono per aver commodificato il trauma afgano, riducendo un popolo a un volto esotico. In era digitale, meme e NFT basati sull’immagine hanno esteso il suo impatto, con aste che hanno raggiunto prezzi da capogiro, come la variante firmata da McCurry venduta per 250.000 dollari nel 2020. La viralità pre-social media dimostrò la potenza del reportage visivo: senza internet, la diffusione dipese da syndication di agenzie come Magnum, che la distribuì a oltre 1.500 giornali mondiali.
Oggi, l’impatto persiste in contesti contemporanei: durante la crisi afgana del 2021, la foto riemerse sui social come monito contro i Taliban, con hashtag #AfghanGirl che generarono miliardi di visualizzazioni. McCurry ha capitalizzato culturalmente attraverso libri come “Portraits” (1999), dove Sharbat occupa un capitolo intero, e mostre itineranti che hanno visitato 50 paesi. Questo lascito mediatico ha ridefinito il ruolo del fotografo come narratore globale, elevando il reportage da cronaca a fenomeno culturale capace di modellare opinioni pubbliche e allocazioni di risorse umanitarie.
Fonti
La ragazza afghana dagli occhi verdi dell’iconica foto di Steve McCurry – Elle
Case Study: “Afghan Girl” di Steve McCurry – IlMondoDelleReflex.com
La storia della foto più celebre di Steve McCurry – ArtsLife
La storia dietro la fotografia “Afghan Girl” di Steve McCurry – IlFotografo.it
Ragazza Afgana (Sharbat Gula) – Steve McCurry – Riccardo Perini
Storia di una fotografia: Sharbat Gula, la ragazza afgana – Sara Munari
Sono Manuela, autrice e amministratrice del sito web www.storiadellafotografia.com. La mia passione per la fotografia è nata molti anni fa, e da allora ho dedicato la mia vita professionale a esplorare e condividere la sua storia affascinante.
Con una solida formazione accademica in storia dell’arte, ho sviluppato una profonda comprensione delle intersezioni tra fotografia, cultura e società. Credo fermamente che la fotografia non sia solo una forma d’arte, ma anche un potente strumento di comunicazione e un prezioso archivio della nostra memoria collettiva.
La mia esperienza si estende oltre la scrittura; curo mostre fotografiche e pubblico articoli su riviste specializzate. Ho un occhio attento ai dettagli e cerco sempre di contestualizzare le opere fotografiche all’interno delle correnti storiche e sociali.
Attraverso il mio sito, offro una panoramica completa delle tappe fondamentali della fotografia, dai primi esperimenti ottocenteschi alle tecnologie digitali contemporanee. La mia missione è educare e ispirare, sottolineando l’importanza della fotografia come linguaggio universale.
Sono anche una sostenitrice della conservazione della memoria visiva. Ritengo che le immagini abbiano il potere di raccontare storie e preservare momenti significativi. Con un approccio critico e riflessivo, invito i miei lettori a considerare il valore estetico e l’impatto culturale delle fotografie.
Oltre al mio lavoro online, sono autrice di libri dedicati alla fotografia. La mia dedizione a questo campo continua a ispirare coloro che si avvicinano a questa forma d’arte. Il mio obiettivo è presentare la fotografia in modo chiaro e professionale, dimostrando la mia passione e competenza. Cerco di mantenere un equilibrio tra un tono formale e un registro comunicativo accessibile, per coinvolgere un pubblico ampio.


