La fotografia funeraria e post-mortem – spesso chiamata anche memento mori fotografico – è un genere sviluppatosi nel XIX secolo che consiste nel ritrarre defunti in occasione del funerale o poco dopo la morte. Il fenomeno nasce dall’incontro tra la lunga tradizione iconografica europea del ritratto postumo e l’invenzione della fotografia. In epoche precedenti, le classi abbienti commissionavano pitture o disegni dei loro congiunti defunti; con la dagherrotipia, a partire dal 1839, questo tipo di memoria visiva divenne improvvisamente accessibile a un pubblico più vasto.
Il contesto sociale dell’Ottocento è cruciale per capire la nascita di questa pratica. La mortalità infantile era elevatissima e le malattie potevano colpire all’improvviso. Per molte famiglie, il ritratto post-mortem era l’unica occasione per ottenere un’immagine del caro estinto, soprattutto di bambini che non erano mai stati fotografati in vita. La fotografia, pur lenta e costosa nei primi decenni, risultava comunque molto meno onerosa di un ritratto pittorico e produceva un risultato di realismo senza precedenti, percepito come più “vero” e quindi più adatto a preservare la memoria.
I primi esempi di fotografie post-mortem risalgono agli anni Quaranta dell’Ottocento, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia, dove la dagherrotipia era più diffusa. Già nel 1845 si trovano annunci di studi fotografici che offrono “ritratti di defunti” nelle principali città americane. In Europa la pratica si diffuse rapidamente, in particolare nelle culture cattoliche, dove l’esposizione del corpo e il culto dei defunti avevano radici profonde. Anche nei Paesi protestanti la fotografia post-mortem ebbe una larga diffusione, ma con stili iconografici diversi.
Un aspetto caratteristico dei primi decenni fu l’uso di dagherrotipi e ambrotipi su supporto metallico o vetro. Questi formati, protetti in custodie ornate, erano adatti a un uso commemorativo privato. Con l’avvento delle carte de visite negli anni Sessanta dell’Ottocento, le immagini post-mortem iniziarono a circolare anche in formato cartaceo, più economico e riproducibile. La standardizzazione del formato fotografico rese più agevole per gli studi fotografici offrire questo servizio.
Culturalmente, la fotografia post-mortem era percepita come un atto di pietà e memoria, non come qualcosa di macabro. In molte famiglie le immagini dei defunti erano esposte accanto a quelle dei vivi, in album e cornici, come parte integrante dell’iconografia domestica. L’interpretazione negativa di questo genere è in gran parte un fenomeno del XX secolo, quando le norme sociali e il rapporto con la morte cambiarono.
Tecniche fotografiche e stili iconografici
Sul piano tecnico, la fotografia funeraria e post-mortem richiedeva accorgimenti specifici. Nella prima metà dell’Ottocento i tempi di esposizione erano ancora relativamente lunghi (da alcuni secondi a un minuto), per cui la ripresa di un soggetto immobile come un defunto era paradossalmente più semplice che con i vivi. Tuttavia, occorreva preparare il corpo in modo da apparire “presentabile” e rispettoso.
Gli studi fotografici disponevano di supporti e apparecchiature per mantenere il corpo in posizione. Esistevano strutture metalliche chiamate “stand” o “posing chairs” che sorreggevano il defunto in posizione seduta o eretta, nascoste dagli abiti o dai drappi. In altri casi il soggetto era fotografato disteso nella bara, circondato da fiori e simboli religiosi. Per i bambini era frequente l’uso di culle o braccia materne, con i genitori che sorreggevano il piccolo fuori campo o in pose deliberate.
Lo stile iconografico variava: alcuni fotografi miravano a simulare la vita, aprendo gli occhi del defunto manualmente o dipingendoli successivamente sull’immagine, posizionando il corpo in atteggiamenti “naturali” come la lettura o il sonno. Altri preferivano enfatizzare il carattere funebre, mostrando chiaramente la bara, i ceri, i segni del lutto. In entrambi i casi l’obiettivo era trasmettere serenità e dignità.
Dal punto di vista dei processi fotografici, il passaggio dal collodio umido alle lastre al gelatino-bromuro negli anni Settanta dell’Ottocento rese più facile e rapido il lavoro. Non era più necessario preparare e sviluppare la lastra immediatamente: si potevano usare lastre secche pre-sensibilizzate, adatte a spostamenti rapidi presso le abitazioni dei defunti. Ciò facilitò la pratica del “ritratto a domicilio”, molto richiesta perché evitava di trasportare il corpo nello studio fotografico.
L’illuminazione era un altro elemento chiave. Nelle prime fasi, quando la sensibilità delle emulsioni era bassa, si sfruttava la luce naturale diffusa di finestre o cortili, con riflettori improvvisati per ammorbidire le ombre. In seguito, con l’introduzione della luce al magnesio e dei flash al fosforo, fu possibile riprendere anche in ambienti più bui, come le camere mortuarie.
Le stampe venivano spesso montate in cornici elaborate o album commemorativi. Alcune famiglie commissionavano anche ritocchi pittorici, aggiungendo aureole, simboli religiosi, scritte commemorative. Questo dimostra come la fotografia post-mortem non fosse percepita come mera registrazione meccanica, ma come parte di un rituale di rappresentazione.
Diffusione geografica e declino nel XX secolo
La diffusione geografica della fotografia post-mortem fu ampia. Negli Stati Uniti, come documentato da collezioni museali, quasi ogni studio fotografico offriva questo servizio tra il 1845 e il 1900. In Europa, era particolarmente radicata in Francia, Germania, Italia e paesi scandinavi. Nelle culture cattoliche del Sud America, la pratica continuò fino a metà del Novecento, spesso in combinazione con feste religiose come il Día de los Muertos.
Esistevano differenze stilistiche regionali. In Scandinavia, ad esempio, era comune fotografare il defunto circondato dalla famiglia, tutti in atteggiamento solenne. Negli Stati Uniti si preferivano immagini individuali più intime. In Italia e Spagna erano frequenti fotografie del funerale stesso, con il corteo, la bara aperta e i partecipanti, creando veri e propri documenti etnografici del rito funebre.
Con l’avvento della fotografia istantanea e la crescente accessibilità dei ritratti in vita, la necessità di fotografie post-mortem diminuì. Nel XX secolo cambiò anche il rapporto sociale con la morte: la medicalizzazione dei decessi, la riduzione della mortalità infantile e l’allontanamento del morente dalla casa trasformarono i rituali. Di conseguenza, la fotografia post-mortem divenne meno frequente e progressivamente stigmatizzata come pratica morbosa.
Negli anni 1930-1950 il genere sopravviveva soprattutto in aree rurali o in comunità tradizionali. Alcuni fotografi specializzati continuarono a offrire servizi per funerali, ma con stili più discreti, spesso limitati a documentare la bara e i fiori senza mostrare il corpo. Oggi, nella maggior parte dei paesi occidentali, la fotografia post-mortem è rara e regolamentata da norme sulla privacy e sul rispetto del defunto, ma non è scomparsa: continua in forme diverse, come la fotografia commemorativa nelle camere ardenti o nei memoriali online.
Aspetti tecnici e interpretazione contemporanea
Dal punto di vista tecnico e archivistico, la fotografia funeraria e post-mortem rappresenta oggi una fonte preziosa per storici, antropologi e studiosi della cultura visiva. Gli album e le singole immagini conservati in archivi pubblici e collezioni private forniscono informazioni uniche su abbigliamento, rituali, pratiche religiose e condizioni sociali di epoche passate.
Per gli studiosi, un problema ricorrente è la datazione e attribuzione delle immagini, poiché spesso non riportano indicazioni esplicite. L’analisi dei processi fotografici (tipo di supporto, formato, stile del montaggio) e degli elementi iconografici (abiti, ornamenti, scritte) consente di collocarle cronologicamente e geograficamente. Questo richiede competenze tecniche sui materiali fotografici dell’Ottocento, analoghe a quelle necessarie per l’analisi di altre fotografie storiche.
In ambito conservativo, le fotografie post-mortem pongono sfide particolari. Molte sono dagherrotipi o ambrotipi su supporti fragili, spesso conservati in condizioni domestiche non ottimali. Le istituzioni museali adottano protocolli per la pulitura e la digitalizzazione ad alta risoluzione, con l’obiettivo di preservare sia l’immagine che le custodie originali, che spesso fanno parte integrante dell’opera.
La digitalizzazione apre anche nuove prospettive di fruizione. Collezioni di fotografie post-mortem sono oggi consultabili online, consentendo comparazioni transnazionali e studi statistici sul genere. Questa disponibilità ha anche stimolato un rinnovato interesse del pubblico e degli artisti contemporanei, che reinterpretano il tema in chiave critica o memoriale.
Sul piano etico, la pubblicazione di immagini di defunti richiede sensibilità e rispetto. Molti archivi pongono restrizioni d’uso o avvertenze contestuali. Anche gli storici della fotografia discutono come presentare questo materiale senza sensazionalismo, evidenziandone il valore culturale e tecnico.
In alcuni paesi la fotografia funeraria contemporanea ha assunto forme più sobrie, come la documentazione professionale dei funerali per le famiglie, con focus sui fiori, sugli oggetti simbolici, sui partecipanti, piuttosto che sul corpo del defunto. Questa evoluzione mostra come la fotografia mantenga un ruolo centrale nel rituale funebre, anche se in forme diverse rispetto all’Ottocento.
La fotografia post-mortem storica, lungi dall’essere un fenomeno marginale, è stata una componente importante della cultura fotografica del XIX secolo, sia per la quantità di immagini prodotte, sia per le competenze tecniche sviluppate (preparazione del soggetto, illuminazione in ambienti difficili, uso di supporti mobili). Studiare questo genere significa comprendere un aspetto fondamentale della storia sociale e tecnologica della fotografia.
Fonti
Secure the Shadow: Death and Photography in America (Jay Ruby)
Sleeping Beauty: Memorial Photography in America (Stanley B. Burns)
Ripartire dagli addii: uno studio sulla fotografia post-mortem (Mirko Orlando)
Ricordati di me. La fotografia post mortem nel XIX secolo (Michael G. Jacob)
Alcuni rilievi sul rapporto tra fotografia e morte (Stefano Ferrari)
Ritratto post mortem di neonato (Beni Culturali – Esempio Dagherrotipo)
Articolo aggiornato Novembre 2025
Sono Marco, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un’esperienza decennale nell’analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia. La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici degli strumenti fotografici, esaminandone il funzionamento e l’evoluzione nel tempo. Ritengo che la fotografia sia molto più di un’arte visiva: essa è il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione.
Il mio percorso professionale mi ha portato a collaborare con istituzioni accademiche e centri di ricerca, partecipando a progetti che hanno approfondito l’impatto delle tecnologie fotografiche sullo sviluppo della comunicazione visiva. Mi dedico con rigore all’analisi dei dettagli costruttivi delle macchine fotografiche, studiando sia le innovazioni che le soluzioni pragmatiche adottate nel corso dei decenni. Attraverso conferenze, pubblicazioni e workshop, condivido le mie ricerche e il mio entusiasmo per un settore che si evolve continuamente, alimentato da una costante ricerca della precisione ottica e dell’affidabilità meccanica.


