Il chimigramma è una tecnica fotografica sperimentale che unisce elementi di pittura e di fotografia chimica, senza l’uso della fotocamera. Nasce come linguaggio autonomo a metà del XX secolo, sviluppandosi tra le ricerche dell’avanguardia artistica e i laboratori fotografici. In sostanza, il chimigramma utilizza carta fotosensibile tradizionale, trattata con sostanze chimiche – sviluppi, fissaggi, ma anche materiali estranei come cere, oli, vernici o resine – applicate direttamente sulla superficie per produrre immagini astratte e irripetibili.
Il nome fu coniato negli anni Sessanta dal fotografo e artista belga Pierre Cordier, riconosciuto come l’inventore del linguaggio. Nel 1956, Cordier scoprì casualmente il processo, versando lacca per capelli su carta fotografica immersa in bagno di sviluppo: il risultato fu un’immagine ibrida, a metà strada tra una pittura gestuale e una superficie fotografica. In seguito, sistematizzò questa intuizione e iniziò a definirla come pratica autonoma.
La peculiarità del chimigramma risiede nel suo carattere cameraless (senza macchina fotografica). A differenza della fotografia tradizionale, che richiede luce, obiettivo e riproduzione ottica della realtà, il chimigramma è il risultato di una reazione diretta tra sostanze chimiche e materiale fotosensibile. Per questo motivo, spesso è messo in parallelo con altri procedimenti “senza camera” come i fotogrammi di Man Ray e László Moholy-Nagy, ma se ne distingue per l’uso simultaneo di pittura e chimica.
Dal punto di vista storico, il chimigramma si inserisce nel contesto delle ricerche artistiche postbelliche, caratterizzate da una forte contaminazione tra linguaggi: pittura informale, gestualità automatica, materiali industriali e fotografia sperimentale. Non a caso, Cordier dialogò con figure come Georges Brassens, Otto Steinert (movimento Fotoform) e altri artisti che cercavano di ridefinire i confini dell’immagine fotografica.
In termini estetici, il chimigramma ha un carattere profondamente aleatorio: il risultato finale non può essere completamente controllato, poiché dipende da variabili chimiche (concentrazione, tempi di esposizione, temperatura, purezza dei reagenti) e gestuali (modalità di applicazione, strati di protezione, gesti manuali). Questa imprevedibilità è una delle ragioni del suo fascino, collocandolo tra la fotografia e la pittura astratta.
Tecniche e processi
La realizzazione di un chimigramma si basa su una combinazione di procedimenti fotografici e pittorici. In linea generale, il supporto utilizzato è la carta fotografica a sviluppo argentico, preferibilmente quella a contrasto fisso, poiché più stabile nelle reazioni chimiche.
Esistono due approcci principali:
Metodo diretto: la carta fotografica viene trattata in piena luce con sostanze resistenti (cere, vernici, resine, colla, paraffina, smalti). Successivamente, la carta viene immersa in bagni chimici di sviluppo e fissaggio. Le aree protette dalle sostanze resistenti vengono salvaguardate, mentre quelle esposte subiscono l’azione dei chimici, creando variazioni tonali e cromatiche.
Metodo alternato: l’artista alterna applicazioni di resistenze e bagni chimici multipli. La carta può passare più volte dallo sviluppo al fissaggio, con variazioni continue e stratificate. Questo metodo produce immagini più complesse, con texture e profondità maggiori.
Le sostanze usate come resistenze sono molto varie: oltre a cere e vernici, si possono impiegare oli, colle viniliche, gommalacca, lattice o persino prodotti alimentari come miele e uova. Alcuni artisti hanno sperimentato con solventi aggressivi o pigmenti colorati mescolati ai chimici.
Dal lato fotografico, i due reagenti fondamentali restano sviluppo e fissaggio. Il primo agisce sulla gelatina argentica, trasformando i sali d’argento esposti alla luce in argento metallico; il secondo interrompe il processo rendendo l’immagine stabile. Nel chimigramma, questi agenti non seguono la logica di una foto impressa dalla luce, ma si combinano in modo non ortodosso, producendo effetti cromatici e grafici inattesi.
La luce non è necessaria al processo, ma può avere un ruolo: se la carta fotografica è parzialmente esposta prima del trattamento chimico, si ottengono variazioni tonali aggiuntive. Alcuni artisti hanno lavorato con esposizioni controllate, creando ibridi tra fotogramma e chimigramma.
Dal punto di vista pratico, la realizzazione di chimigrammi richiede attenzione a questioni di sicurezza: i chimici fotografici, specie quelli usati in forte concentrazione o contaminati da sostanze estranee, possono essere tossici. È fondamentale lavorare in ambienti ventilati e utilizzare guanti, maschere e occhiali di protezione.
Il processo, tuttavia, è relativamente economico e accessibile: non richiede camere oscure sofisticate, poiché può essere eseguito in piena luce. Questo ha contribuito alla diffusione della tecnica tra artisti indipendenti, laboratori didattici e scuole di fotografia.
Diffusione artistica e contesto storico
Il chimigramma ebbe la sua consacrazione artistica a partire dagli anni Sessanta, soprattutto grazie alle mostre e pubblicazioni di Pierre Cordier. Nel 1958, Cordier presentò i primi lavori ufficiali a Bruxelles, definendo la tecnica come un “linguaggio intermedio tra pittura e fotografia”. Negli anni successivi espose in musei internazionali, tra cui il Museum of Modern Art di New York e il Centre Pompidou di Parigi, contribuendo alla legittimazione del chimigramma come forma d’arte autonoma.
L’estetica del chimigramma si inserisce nel contesto delle ricerche sperimentali degli anni Sessanta e Settanta, caratterizzate da una forte contaminazione disciplinare. In quegli anni, l’arte concettuale e la fotografia alternativa si opponevano ai linguaggi tradizionali, privilegiando processi, materiali e gesti non convenzionali. Il chimigramma divenne un manifesto della libertà creativa, dimostrando che la fotografia poteva esistere senza macchina, senza soggetto e senza rappresentazione mimetica.
Parallelamente, la tecnica trovò eco tra movimenti vicini alla fotografia soggettiva (Subjektive Fotografie) e alla grafica sperimentale. Alcuni artisti tedeschi e francesi produssero chimigrammi come variazioni su temi astratti, spesso vicini all’informale europeo.
Negli anni Settanta e Ottanta, il chimigramma divenne anche uno strumento didattico nelle scuole di fotografia e nelle accademie d’arte, grazie alla sua immediatezza e alla possibilità di insegnare i principi della chimica fotografica attraverso un approccio ludico e creativo. Laboratori didattici in Belgio, Francia, Germania e Stati Uniti integrarono esercizi di chimigramma nei corsi introduttivi, affiancandoli a fotogrammi e cianotipi.
Dal punto di vista storico, il chimigramma può essere visto come erede diretto del fotogramma delle avanguardie storiche (Man Ray, Moholy-Nagy), ma anche come precursore delle tecniche miste e intermediali che caratterizzeranno la fotografia sperimentale contemporanea. In questo senso, Cordier non solo inventò un procedimento, ma aprì un campo di riflessione sui limiti e sulle possibilità del linguaggio fotografico.
Situazione contemporanea e prospettive future
Oggi, il chimigramma continua a essere praticato da artisti, fotografi sperimentali e laboratori didattici. Sebbene l’avvento della fotografia digitale abbia ridotto l’uso tradizionale della carta argentica, la tecnica mantiene un fascino particolare, proprio per la sua unicità e per la resistenza al paradigma digitale.
Negli anni Duemila, numerosi artisti contemporanei hanno riscoperto il chimigramma come strumento di ricerca visiva. Alcuni lo hanno combinato con altre tecniche fotografiche alternative, come cianotipia, gumoil printing o fotoincisione, creando opere ibride che fondono pratiche storiche e sperimentazioni contemporanee.
Inoltre, la diffusione di workshop e corsi dedicati alle tecniche analogiche ha riportato il chimigramma all’attenzione di nuove generazioni di artisti. In molte scuole di fotografia, soprattutto in Europa e Nord America, esso viene insegnato come esercizio di creatività libera e come occasione per riflettere sul rapporto tra immagine e materia.
Dal punto di vista teorico, il chimigramma continua a stimolare riflessioni sui concetti di aura, riproducibilità e unicità dell’opera. A differenza della fotografia tradizionale, basata sulla riproduzione meccanica di un soggetto, il chimigramma è per sua natura non riproducibile: ogni pezzo è irripetibile, simile a un dipinto. Questa caratteristica lo avvicina alle arti visive tradizionali e lo distingue dal paradigma tecnico della fotografia moderna.
Le prospettive future potrebbero includere la sperimentazione con nuovi materiali fotosensibili o con chimiche ecologiche, che riducano l’impatto ambientale dei processi tradizionali. Alcuni artisti hanno già introdotto varianti “verdi”, utilizzando sviluppi a base di caffè, tè o vitamine (tecnica del caffenol) per produrre chimigrammi sostenibili.
Il chimigramma rimane dunque una tecnica viva, capace di dialogare con la fotografia contemporanea pur mantenendo il suo carattere artigianale e irripetibile. Nonostante la fotografia digitale domini l’immaginario visivo del XXI secolo, pratiche come questa testimoniano la persistenza del desiderio di sperimentazione materica e di contatto diretto con le sostanze chimiche e la carta fotosensibile.
Sono Marco, ricercatore e collaboratore nel campo della storia della fotografia, con una formazione che unisce analisi tecnica e approccio storico-scientifico. Dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria e aver seguito percorsi specialistici in storia della tecnologia, ho maturato un’esperienza decennale nell’analisi critica dei processi produttivi e delle innovazioni che hanno plasmato il mondo della fotografia. La mia passione nasce dal desiderio di svelare i retroscena tecnici degli strumenti fotografici, esaminandone il funzionamento e l’evoluzione nel tempo. Ritengo che la fotografia sia molto più di un’arte visiva: essa è il risultato di un complesso intreccio tra innovazione tecnologica, scienza dei materiali e ingegneria di precisione.
Il mio percorso professionale mi ha portato a collaborare con istituzioni accademiche e centri di ricerca, partecipando a progetti che hanno approfondito l’impatto delle tecnologie fotografiche sullo sviluppo della comunicazione visiva. Mi dedico con rigore all’analisi dei dettagli costruttivi delle macchine fotografiche, studiando sia le innovazioni che le soluzioni pragmatiche adottate nel corso dei decenni. Attraverso conferenze, pubblicazioni e workshop, condivido le mie ricerche e il mio entusiasmo per un settore che si evolve continuamente, alimentato da una costante ricerca della precisione ottica e dell’affidabilità meccanica.


