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Eugène Atget

Eugène Atget nasce il 12 febbraio 1857 a Libourne, nella regione della Gironda, Francia. Proveniente da una famiglia modesta, cresce in un ambiente lontano dalle grandi correnti artistiche della capitale francese. Dopo aver perso entrambi i genitori in giovane età, Atget viene allevato da parenti. Da ragazzo si sposta a Parigi, città che diventerà il palcoscenico assoluto della sua vita e della sua opera.

Inizialmente Atget non si dedica alla fotografia. La sua prima aspirazione è quella teatrale: tenta di intraprendere la carriera di attore e studia presso la Conservatoire d’Art Dramatique. Tuttavia, la sua esperienza in teatro si rivela breve e poco soddisfacente. Dopo anni difficili e numerosi insuccessi, lascia la carriera attoriale.

La svolta avviene verso la fine degli anni Settanta dell’Ottocento, quando decide di abbracciare la fotografia, una scelta che appare in parte pragmatica e in parte dettata da una ricerca interiore. L’arte fotografica, a quell’epoca, era in piena trasformazione: si stava affermando come strumento tecnico e scientifico, ma anche come mezzo artistico, sebbene non ancora pienamente riconosciuto dall’accademia. Atget inizia da autodidatta, osservando e sperimentando, lontano dalle mode e dai circoli ufficiali.

Nel 1890 apre un piccolo studio fotografico a Parigi. La città, in pieno rinnovamento haussmanniano, diventa il soggetto principale delle sue esplorazioni. Atget si propone come fornitore di “documenti per artisti”: fotografie di edifici, strade, negozi, scale, portoni, che pittori, architetti, scenografi e decoratori possono utilizzare come materiale iconografico. Questo approccio utilitaristico è al contempo la sua fortuna e la sua condanna: se da un lato gli garantisce un pubblico e una sopravvivenza economica, dall’altro ritarda il riconoscimento del valore artistico del suo lavoro.

Atget conduce una vita appartata, lontana dai salotti intellettuali. Vive modestamente con la compagna Valentine Delafosse, attrice con cui condivide un’esistenza sobria. Solo dopo la sua morte, nel 1927, la sua opera verrà pienamente riscoperta e riconosciuta come una delle più importanti del XX secolo.

Tecnica fotografica e strumenti utilizzati

L’approccio tecnico di Eugène Atget è tanto semplice quanto rigoroso. Lavora con una macchina fotografica a soffietto, di grande formato, che utilizza lastre di vetro al collodio e successivamente al gelatino-bromuro d’argento. Le dimensioni delle lastre, generalmente 18×24 cm, permettono un livello di dettaglio straordinario, elemento fondamentale per il carattere documentario delle sue immagini.

La fotografia diretta è il suo metodo privilegiato: Atget non manipola i negativi, non ricerca effetti pittorialisti, non interviene in fase di stampa se non per ottenere copie pulite e leggibili. Questa scelta lo distingue dal gusto dominante dell’epoca, che spesso prediligeva il pittorialismo e le tecniche di manipolazione estetizzante (gomma bicromata, viraggi complessi, ecc.).

Atget si colloca invece nella tradizione della straight photography ante litteram. Le sue immagini sono frontali, nitide, spesso realizzate con tempi lunghi, che richiedono pazienza e precisione. Per ottenere il massimo della chiarezza, scatta al mattino presto, quando le strade di Parigi sono ancora vuote. Questa scelta non è solo tecnica ma poetica: le strade deserte restituiscono una città silenziosa, sospesa, fuori dal tempo.

Dal punto di vista tecnico, predilige una profondità di campo estesa, che permette di mettere a fuoco tanto il primo piano quanto lo sfondo. Il risultato è un’immagine totalizzante, in cui ogni dettaglio partecipa alla costruzione del senso. La luce naturale, spesso morbida grazie all’orario scelto, contribuisce a creare atmosfere sottili, lontane dal sensazionalismo.

Le stampe di Atget sono generalmente su carta albuminata o al bromuro d’argento, con toni delicati e contrasti contenuti. L’obiettivo non è stupire, ma registrare con fedeltà. Questo rigore tecnico, unito alla costanza del lavoro, ha prodotto un corpus immenso: oltre 10.000 negativi e stampe, che documentano Parigi e i suoi dintorni in maniera sistematica.

Parigi come soggetto: topografia e memoria

Il vero protagonista della fotografia di Atget è Parigi. Non la Parigi monumentale e ufficiale, celebrata nelle cartoline e nelle fotografie turistiche, ma la Parigi minuta, fatta di cortili, vicoli, mercati, insegne, scale di servizio, giardini secondari, botteghe artigiane.

Atget si concentra su ciò che sta scomparendo: le tracce della città pre-haussmanniana, i mestieri tradizionali, i quartieri popolari. In questo senso, il suo lavoro assume un valore di documentazione storica. Mentre la modernizzazione cancella interi isolati per fare spazio ai grandi viali e agli edifici razionali, Atget salva con la sua macchina fotografica un patrimonio destinato all’oblio.

Le sue immagini possono essere lette come un archivio della memoria urbana. Porte, finestre, scale a chiocciola, cancelli arrugginiti, vetrine polverose: dettagli che, pur apparentemente banali, raccontano l’anima segreta della città. Atget registra non solo la fisicità degli spazi, ma anche la loro atmosfera. La Parigi che emerge dalle sue fotografie è una città silenziosa, popolata da ombre e assenze, più vicina al sogno che al documento.

La scelta di fotografare al mattino, quando le strade sono deserte, accentua questa dimensione. L’assenza di persone non è casuale, ma costruita tecnicamente e temporalmente. In questo modo Atget sottrae la città al flusso del quotidiano e la restituisce come teatro vuoto, pronto ad accogliere memorie e immaginazioni.

Influenze e relazioni con altri artisti

Durante la sua vita, Atget rimane ai margini dei circoli artistici. Non cerca riconoscimenti, non espone regolarmente, non pubblica manifesti teorici. Eppure, la sua opera eserciterà un’influenza decisiva sulle generazioni successive.

Negli anni Venti, alcuni artisti surrealisti, in particolare Man Ray, scoprono le sue fotografie e ne riconoscono il valore. Man Ray acquista numerose stampe di Atget e le utilizza come fonte di ispirazione, in particolare per l’aura di mistero che emanano. Atget stesso, tuttavia, rifiuta di essere associato al movimento surrealista, insistendo sul carattere puramente documentario del suo lavoro.

Nonostante questa dichiarazione di intenti, le sue immagini sono intrise di una dimensione onirica che colpisce profondamente i surrealisti. L’assenza di figure umane, i dettagli enigmatici, i riflessi nelle vetrine, le prospettive insolite: tutto contribuisce a creare un effetto di spaesamento.

Negli anni Trenta e Quaranta, la figura di Atget viene progressivamente riscoperta grazie anche al lavoro di Berenice Abbott, fotografa americana che vive a Parigi e che, comprendendone l’importanza, acquista e preserva una parte significativa del suo archivio. Sarà lei, più tardi, a portare le opere di Atget negli Stati Uniti e a promuoverle attraverso mostre e pubblicazioni, garantendone la consacrazione internazionale.

Atget diventa così un punto di riferimento per la fotografia documentaria e per la straight photography, influenzando figure come Walker Evans, che ne ammirava la capacità di coniugare rigore formale e profondità poetica.

Poetica e interpretazioni critiche

La poetica di Eugène Atget si colloca in uno spazio intermedio tra documentazione e poesia. Egli si definiva un fornitore di documenti, eppure le sue fotografie trascendono la mera funzione utilitaristica.

Gli studiosi hanno spesso sottolineato la dimensione melanconica della sua opera: la città che fotografa è una città in via di scomparsa, e ogni immagine diventa una testimonianza di perdita e memoria. Al tempo stesso, la ripetizione ossessiva dei soggetti, l’attenzione per i dettagli, la scelta dei punti di vista conferiscono alle sue immagini un carattere di serialità e sistematicità che anticipa pratiche concettuali del secondo Novecento.

Critici come Walter Benjamin hanno visto in Atget un precursore della modernità fotografica: le sue strade vuote sono immagini senza aura, prive di retorica, e proprio per questo aprono la via a una nuova concezione dell’immagine come documento impersonale. Altri, invece, hanno sottolineato la dimensione estetica e quasi pittorica delle sue composizioni, rilevando come ogni fotografia sia il frutto di una sensibilità artistica profonda, anche se mai dichiarata.

La tensione tra utilità e arte, tra documento e poesia, è il cuore della sua opera. Ed è proprio in questa ambiguità che risiede il fascino duraturo di Atget.

Eredità e attualità

Dopo la sua morte, avvenuta il 4 agosto 1927, l’opera di Atget è stata progressivamente riconosciuta come una delle più importanti della storia della fotografia. Oggi le sue fotografie sono conservate in istituzioni prestigiose come il Museum of Modern Art di New York, che ne custodisce migliaia di stampe, grazie al lavoro di Abbott.

La sua influenza è riscontrabile in molti ambiti: nella fotografia documentaria urbana, nella street photography, nelle pratiche concettuali degli anni Sessanta e Settanta. Artisti come Bernd e Hilla Becher, e in seguito la Scuola di Düsseldorf, hanno riconosciuto in lui un modello di sistematicità e di rigore tipologico.

Al tempo stesso, la sua opera continua a essere letta in chiave poetica, come testimonianza di un modo unico di guardare alla città. La Parigi di Atget non è soltanto un archivio visivo, ma anche una costruzione immaginaria, che alimenta ancora oggi l’immaginario urbano.

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