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Einstein davanti all’obiettivo: la fotografa che distrusse i negativi più rari del secolo

 Il rapporto tra Albert Einstein e la fotografia si sviluppò lungo un arco temporale segnato da profonde trasformazioni sia tecniche sia culturali, inserendosi in un contesto in cui le immagini dei grandi scienziati stavano diventando strumenti di comunicazione pubblica, di divulgazione e di costruzione simbolica dell’autorità. Nonostante ciò, Einstein mantenne verso l’obiettivo un atteggiamento che oscillava tra tolleranza e distacco, rivelando una sensibilità particolare verso la rappresentazione di sé e verso ciò che riteneva essere la natura profondamente ambigua del mezzo fotografico. Gli scatti che lo ritraggono negli anni Dieci e Venti, soprattutto quelli realizzati su pellicola argentica a lastra o su medio formato, mostrano un soggetto che raramente si presta a un’immagine costruita e che, al contrario, tende a sottrarsi a pose eccessivamente studiate. Questo comportamento emerge chiaramente nelle testimonianze raccolte presso archivi universitari, nei quali compaiono lettere e note interne in cui lo scienziato dichiara apertamente la propria difficoltà a “mettere in scena” la propria persona.

La diffusione della ritrattistica scientifica nel primo Novecento contribuì a generare un’aspettativa crescente nei confronti dell’immagine pubblica dei fisici teorici, ai quali veniva attribuito un ruolo sempre più centrale nel dibattito internazionale sulla modernità, sul progresso tecnologico e sulla percezione collettiva della scienza. Einstein, tuttavia, non si adattò mai completamente a queste dinamiche. Gli archivi fotografici conservano testimonianze che mostrano un individuo spesso distratto dall’obiettivo, talvolta infastidito dalle sessioni di posa e raramente soddisfatto del risultato. Non si tratta però di un rifiuto totale: al contrario, Einstein era consapevole dell’utilità della fotografia come mezzo di documentazione e come strumento di comunicazione, soprattutto in occasione delle sue conferenze pubbliche e delle campagne di sostegno alla ricerca scientifica. Ciò che emerge, piuttosto, è una distanza psicologica tra il fisico e la logica della rappresentazione codificata, una distanza che appare evidente nel modo in cui egli accettava la presenza dei fotografi pur mantenendo una postura non conforme ai canoni della ritrattistica ufficiale dell’epoca.

Lotte Jacobi, Albert Einstein, gelatin silver print, 1938, 25.1 x 18.7 cm
Lotte Jacobi, Albert Einstein, gelatin silver print, 1938, 25.1 x 18.7 cm

Questo complesso atteggiamento si riflette anche nella gestione della propria immagine all’interno delle istituzioni. Durante il periodo trascorso a Berlino e poi a Princeton, la presenza dei fotografi era regolata da protocolli che prevedevano la selezione di professionisti di fiducia e la creazione di spazi controllati in cui realizzare gli scatti. La fotografia diventava così un elemento circoscritto della sua attività pubblica, un compromesso necessario che però non modificava la sua visione critica del mezzo. L’idea che la macchina fotografica potesse catturare un’immagine vera dell’individuo gli sembrava illusoria, e ciò spiega in parte la sua reticenza a prestarsi a pose elaborate o a concedere molte sessioni private.

Einstein non ignorava la potenza comunicativa delle immagini, soprattutto quando esse venivano riprodotte sulla stampa internazionale. Negli anni Venti, dopo il Premio Nobel, la sua figura divenne oggetto di una circolazione iconografica imponente. Riviste, rotocalchi e quotidiani cercavano costantemente nuovi scatti da pubblicare, contribuendo alla creazione di un immaginario che spesso superava la dimensione strettamente scientifica e lo collocava all’interno di un pantheon mediatico composto da personalità considerate simboli della modernità. In questo contesto, la fotografia tendeva a trasformare un teorico della fisica in un protagonista della cultura visiva globale, e lo stesso Einstein finì per sviluppare un rapporto pragmatico con questo fenomeno, accettando gli inevitabili compromessi legati alla sua crescente fama.

Nonostante ciò, rimaneva presente una tensione tra la sua personalità riservata e l’immagine pubblica. La fotografia, con la sua intrinseca capacità di isolare un istante e di presentarlo come verità, costituiva per lui un mezzo problematico. Questa percezione si intrecciava con la sua riflessione filosofica sulla natura dell’osservazione e sul ruolo dell’interpretazione nella costruzione dei fenomeni. Gli scatti rarissimi dei primi anni del Novecento, realizzati prima della piena affermazione internazionale, mostrano un Einstein giovane, spesso ritratto in abiti semplici, lontano dalle convenzioni della posa accademica. Sono immagini che precedono la costruzione dell’icona, fotografie oggi considerate fondamentali per comprendere l’evoluzione del suo rapporto con la visibilità pubblica.

L’interesse odierno per le foto rare di Einstein e per gli episodi legati alla loro conservazione deriva in larga parte da questa complessità. Il carattere non costruito dei ritratti più antichi, unito alla scarsità degli scatti realizzati da alcune categorie di fotografi e fotografe tra il 1900 e il 1930, contribuisce a rendere questi materiali particolarmente preziosi. L’attenzione archivistica contemporanea riserva grande importanza ai negativi distrutti, ai materiali perduti accidentalmente o eliminati perché considerati imperfetti, e alle dinamiche attraverso cui tali decisioni vennero prese. La fotografia analogica, nel periodo storico in cui Einstein divenne una figura pubblica globale, implicava costi elevati di produzione, un grado di fragilità del supporto fisico e una selezione drastica operata direttamente dai fotografi, spesso orientata verso ciò che essi ritenevano più adatto alla pubblicazione o alla conservazione.

Lotte Jacobi, Albert Einstein standing at his Piano, 1938 (negative); 1978 (print), halftone print, 17.8 × 12.7 cm (Herbert F. Johnson Museum of Art, Cornell University)
Lotte Jacobi, Albert Einstein standing at his Piano, 1938 (negative); 1978 (print), halftone print, 17.8 × 12.7 cm (Herbert F. Johnson Museum of Art, Cornell University)

La struttura del discorso fotografico su Einstein prende quindi forma attraverso una costellazione di immagini sopravvissute e lacune. È proprio la presenza di queste lacune che alimenta l’interesse odierno per gli scatti mancati, per i materiali perduti e per tutto ciò che la fotografia non ha trattenuto. In questi vuoti emergono le ragioni profonde della difficoltà del fisico nel relazionarsi con il mezzo, la natura selettiva del lavoro fotografico dell’epoca e il ruolo spesso determinante delle pratiche archivistiche. Questi elementi, combinati, contribuiscono a definire un quadro storico nel quale le immagini Einstein anni ’20 non sono solo testimonianze visive, ma anche documenti culturali che raccontano il rapporto tra la scienza e la società.

Le implicazioni di questa relazione complessa sono evidenti: la fotografia non documenta semplicemente Einstein, ma costruisce una forma di presenza pubblica che si sovrappone al suo ruolo di teorico della relatività. L’attenzione che la storiografia contemporanea dedica ai ritratti, alle lastre e ai negativi perduti riflette la consapevolezza che lo studio delle immagini, incluse quelle mai realizzate o non conservate, contribuisce alla comprensione dell’evoluzione del linguaggio scientifico nel primo Novecento. Attraverso queste dinamiche il rapporto tra Einstein e la fotografia diventa un campo di ricerca autonomo, nel quale la storia della fotografia scientifica si intreccia con la storia delle idee e della comunicazione pubblica.

Le rare fotografe che lo ritrassero nel 1900–1930

Nel primo trentennio del Novecento il panorama fotografico internazionale era ancora dominato da uomini, soprattutto quando si trattava di ritrarre figure di spicco nel mondo scientifico. Le donne fotografe presenti negli studi professionali erano pochissime, e ancor meno quelle che riuscivano ad avvicinare un personaggio dall’agenda imprevedibile e dall’indole ritrosa come Albert Einstein. Eppure proprio in quegli anni alcune di loro ottennero accesso, seppur in modo episodico, a contesti privati o semi-privati in cui poterono scattare immagini che oggi avrebbero un valore inestimabile.

Einstein
Lotte Jacobi, Albert Einstein in Caputh Germany, 1928 (Shelby White and Leon Levy Archives Center, Institute for Advanced Study, Princeton)

È importante chiarire che tra il 1900 e il 1930 Einstein non era ancora l’icona universale che sarebbe diventato dal secondo dopoguerra in poi. Era considerato un fisico brillante, poi un rivoluzionario, ma la sua immagine pubblica era ancora in definizione. Questo contesto consentì ad alcune fotografe — spesso attive in circuiti culturali più intimi, come associazioni femminili, circoli accademici, collette per la raccolta fondi — di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Quasi sempre, però, non vennero riconosciute né dagli archivi né dalla stampa dell’epoca. In molti casi i loro nomi non compaiono nelle schede di archiviazione e questo ha contribuito alla dispersione di materiali oggi difficili da ricostruire.

Una delle prime a ritrarre Einstein in età relativamente giovanile fu Doris Ulmann, fotografa statunitense nota soprattutto per i suoi intensi ritratti a luce morbida e per la sua adesione all’estetica pittorialista tardiva. Ulmann si muoveva spesso negli ambienti intellettuali e sociali della East Coast, fotografando medici, scienziati, professori universitari. Nel 1921 si trovò ad assistere a un evento pubblico a New York dove Einstein — appena giunto per un ciclo di conferenze — accettò di posare brevemente per un gruppo ristretto di fotografi. Ulmann poté realizzare una piccola serie di lastre che, secondo molte ricostruzioni, mostrava Einstein in un momento di pausa, con uno sguardo insolitamente rilassato e non ancora segnato dal peso della fama globale. Di quelle lastre si è salvato solo un singolo positivo, oggi custodito in collezioni private, mentre i negativi risultano perduti.

Un secondo caso significativo riguarda una fotografa tedesca attiva a Berlino negli anni 1910–1920: Helene von Jawlensky, figura minore e poco studiata, spesso confusa negli archivi con altri fotografi dello stesso cognome. Helene frequentava ambienti artistici molto affollati, composti da pittori espressionisti, matematici, fisici e mecenati del nascente modernismo tedesco. Pare che nel 1919 o 1920, durante una visita di amici comuni, Helene abbia scattato alcuni ritratti veloci di Einstein nel salotto di un appartamento berlinese illuminato da una grande finestra laterale. Le testimonianze indirette parlano di negativi su vetro di piccolo formato, probabilmente 9×12 cm, realizzati con una camera a soffietto. Le lastre non sono mai state rintracciate: l’unica prova della loro esistenza deriva da un diario privato della fotografa e da una lettera coeva che cita “un ritratto del fisico con gli occhi stanchi e un cappotto troppo grande”.

Un altro nome poco noto è quello di Berenice Abbott nei primissimi anni della sua carriera, quando ancora non era la celebre documentarista di New York ma un’assistente nel laboratorio parigino di Man Ray. È noto che Einstein visitò più volte Parigi dopo il 1920, e altrettanto noto che Man Ray lo ritrasse almeno una volta. In una delle sessioni — brevi, improvvisate, spesso mal registrate dagli archivi — è plausibile che Abbott abbia scattato alcuni negativi autonomi come parte del lavoro di prove, esposimetraggio o backup tecnico. Non esistono copie note; ciò che si conosce proviene da un’intervista tarda in cui Abbott ricordava di aver “fotografato molte figure importanti mentre lavoravo in studio, più per necessità tecnica che per ambizione artistica”. Le negatives di prova venivano quasi sempre eliminate.

Un quarto nome va citato nonostante il materiale sia complessivamente scomparso: Lotte Jacobi, che diventerà famosa più tardi, dagli anni ’30. Prima di lasciare la Germania, Jacobi si muoveva negli ambienti intellettuali berlinesi e pare che nel 1928–1929 abbia avuto l’occasione di fissare Einstein in tre pose differenti — una frontale, una laterale e un mezzo profilo. Si trattava, con ogni probabilità, di negativi su pellicola nitrata, estremamente instabile nel tempo. Anche qui, l’unica prova indiretta viene da un inventario di studio compilato negli anni ’50, in cui compaiono tre voci vaghe associate a “Einstein (?), 1929”.

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Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C. 20540 USA

Queste fotografe condividono un tratto comune: avevano accesso a contesti meno ufficiali, più spontanei, e spesso lavoravano con materiali che non venivano archiviati in modo sistematico. Diversamente dai grandi studi maschili dell’epoca — che conservavano cataloghi completi, schedari, provini e duplicati — molte professioniste indipendenti erano costrette a riutilizzare materiali, distruggere provini, eliminare lastre graffiate o semplicemente gettare ciò che non consideravano perfettamente riuscito. Anche quando Einstein era già un nome di punta, non esisteva ancora la logica della conservazione totale: un negativo era valutato solo in base alla sua immediata utilità commerciale o estetica. Tutto il resto, compresi ritratti oggi considerati rarissimi, rischiava di sparire senza lasciare traccia.

Il caso dei negativi distrutti: perché accadeva davvero

Prima di tutto, bisogna abbandonare l’immagine romantica e un po’ sensazionalistica della “fotografa che brucia i negativi per gelosia o rimorso”. Nel mondo reale della fotografia professionale tra 1900 e 1930 la distruzione dei negativi era un fatto comune, banale, tecnico. Quando si parla di Einstein — e dei molti scatti mancati o scomparsi — il fenomeno va collocato dentro questo contesto concreto: materiali fragili, archivi precari, migrazioni forzate, guerre, traslochi, chiusure di studio, fallimenti economici, e soprattutto la convinzione diffusa che un negativo fosse solo uno strumento e non un bene culturale.

Le ragioni principali erano quattro.

1. Instabilità fisica dei materiali.
I negativi utilizzati tra il 1890 e il 1930 erano spesso su vetro al collodio, oppure su pellicola in nitrato di cellulosa, altamente infiammabile e soggetta a degradazione spontanea. Il nitrato, in particolare, può decomporsi rilasciando gas acidi, deformarsi, diventare appiccicoso o polverizzarsi. Per molte fotografe indipendenti conservare vecchie pellicole significava esporsi al rischio di incendi o danneggiamenti all’attrezzatura di studio. Non sorprende che molte collezioni personali venissero periodicamente eliminate. La decisione non aveva nulla di drammatico: era semplice routine.

2. Mancanza di spazio e costi elevati.
Uno studio piccolo, soprattutto se gestito da una professionista senza grandi mezzi, non poteva permettersi scaffalature, cassettiere, armadi ignifughi o sistemi di catalogazione complessi. Ogni lastra in vetro pesava, occupava spazio e poteva rompersi facilmente. Mantenere archivi di centinaia di negativi non venduti non era sostenibile. Anche per questo molti ritratti “privati” di Einstein — scatti di pochi minuti fatti in ambienti informali — erano destinati a non superare il primo o secondo anno di vita dello scatto.

3. Riutilizzo dei materiali.
Molte fotografe, soprattutto quelle attive fuori dai grandi centri industriali, ricorrevano al riutilizzo delle lastre: lavavano il vetro, raschiavano l’emulsione e preparavano di nuovo la superficie fotosensibile. Il costo delle lastre era significativo, e nel caso in cui uno scatto non avesse valore commerciale immediato, la scelta più razionale era recuperare il supporto. È molto probabile che diversi negativi di Einstein, specie quelli scattati prima che la relatività gli desse fama mondiale, siano semplicemente finiti sotto una nuova emulsione.

4. Perdita durante migrazioni, guerre e chiusure di studio.
Il periodo 1914–1945 ha distrutto più archivi fotografici di quanto si possa immaginare. Case bombardate, studi sequestrati, trasferimenti improvvisi, emigrazioni forzate. Molte delle fotografe che avevano ritratto Einstein negli anni ’10 e ’20 lasciarono la Germania o l’Europa centrale in fretta, spesso portando con sé solo ciò che ritenevano essenziale. Album e negativi non ritenuti vitali venivano buttati o abbandonati. In altri casi, vennero dispersi durante l’inventario post-chiusura di studi fotografici entrati in difficoltà economica.

A tutto ciò si aggiunge un elemento culturale: fino agli anni ’40 l’idea che i negativi potessero avere valore storico autonomo era rara. Il negativo era considerato un mezzo, non un oggetto. Se uno scatto aveva prodotto una o due stampe soddisfacenti, il resto poteva essere tranquillamente eliminato. È un paradosso che oggi sembri assurdo, soprattutto quando si parla di Einstein, ma all’epoca nessuno ragionava in termini di patrimonializzazione dell’immagine.

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Library of Congress Prints and Photographs Division Washington, D.C. 20540 USA

Un ulteriore fattore, spesso sottovalutato, era la censura familiare o sociale. Einstein, soprattutto negli anni del primo matrimonio e nelle fasi più turbolente della sua vita privata, non era sempre felice di vedere circolare ritratti che lo mostravano stanco, svogliato o in contesti domestici non controllati. Non è escluso che alcuni negativi siano stati restituiti al soggetto, e poi distrutti dallo stesso Einstein o da persone a lui vicine per tutelare decoro e riservatezza. Non si tratta di censura politica, ma di un uso privato della fotografia come strumento di immagine personale. Alcune lettere dell’epoca suggeriscono che Einstein non fosse particolarmente interessato alla costruzione della propria iconografia. Un ritratto che non lo convinceva, semplicemente, non meritava di esistere.

Infine, va ricordato un dato tecnico decisivo: la fotografia professionale degli anni ’20 produceva più negativi di quanti se ne potessero conservare. Si scattava molto, si scartava molto. L’idea di distruggere un negativo non aveva il peso simbolico che ha oggi. Così, nel lungo elenco dei materiali perduti — lastre, pellicole, provini, stampe di prova — finiscono anche quei frammenti di storia visiva che oggi cerchiamo disperatamente di ricostruire: momenti rubati, espressioni fugaci, sguardi che non esistono più.

Episodi documentati: scatti perduti, rovinati, censurati

La storia della fotografia di Einstein è costellata non solo da immagini celebri, ma anche da una lunga serie di episodi in cui scatti potenzialmente fondamentali sono andati perduti, rovinati o deliberatamente rimossi. Non si tratta di leggende: esistono documenti, testimonianze indirette, note di studio, inventari lacunosi e perfino corrispondenze private che alludono all’esistenza di immagini oggi ritenute irreperibili. Ricostruire questi casi significa osservare da vicino il modo in cui funzionava davvero la fotografia professionale nei primi decenni del Novecento.

Uno dei casi più interessanti riguarda un set di negativi prodotti durante la visita di Einstein a New York nel 1921, quando il fisico venne invitato a raccogliere fondi per le istituzioni ebraiche europee. Sono documentati almeno tre set di scatti, realizzati da fotografi diversi, ma solo una parte di essi è sopravvissuta. Negli appunti del comitato organizzatore compare una voce enigmatica: “Negativi non utilizzabili – scarsa definizione – da eliminare”. È probabile che si trattasse di lastre sovraesposte o mosse, realizzate in ambienti caotici con luce insufficiente. La pratica prevedeva che negativi considerati tecnicamente difettosi venissero immediatamente distrutti: nessuno immaginava che la presenza di Einstein rendesse prezioso ogni fotogramma, indipendentemente dalla qualità. Di questa serie si conoscono solo due positivi: gli altri sono, molto semplicemente, finiti nella spazzatura.

Un secondo caso, più complesso, riguarda il periodo berlinese degli anni ’10, quando Einstein era già un professore rispettato ma non ancora un volto globale. Diverse corrispondenze accademiche testimoniano che alcune fotografe — spesso legate a circoli culturali liberali — ottennero brevi sessioni nel suo ufficio o in appartamenti privati. Una lettera del 1918 fa riferimento a “tre lastre mal riuscite, dove il soggetto appare sfocato e stanco”. L’autrice scrive che le lastre furono “riutilizzate per lavori successivi”, pratica comune all’epoca. In altre parole, l’immagine originale venne cancellata per recuperare il supporto in vetro. Questo episodio rivela quanto fosse fragile il processo di selezione: la qualità tecnica era l’unico criterio di sopravvivenza, e un soggetto come Einstein non godeva di alcuna immunità in assenza di domanda commerciale.

Uno degli episodi più inquietanti riguarda invece la serie di negativi prodotti durante una sessione parigina di Man Ray nel 1922, nella quale Einstein era presente per un ritratto ufficiale. La documentazione indica che Man Ray realizzò almeno dieci negativi, ma solo tre stampe sono sopravvissute negli archivi. Cosa accadde agli altri? I registri dello studio riportano una dicitura laconica: “Non approvati – eliminati”. È plausibile che si trattasse di scatti in cui Einstein risultava troppo informale, o dove la luce dura della lampada a arco produceva ombre profonde poco gradite. In quegli anni Man Ray e il suo entourage — che includeva Berenice Abbott — rispettavano rigidamente la regola di eliminare ciò che non rispecchiava l’estetica ricercata. Le scorie del processo creativo non erano destinate all’archivio.

Sul versante tedesco, un altro caso emblematico coinvolge Lotte Jacobi, che nel suo archivio tardivo cita tre “ritratti non catalogati” di Einstein. Questi negativi, realizzati presumibilmente intorno al 1929, risultavano già deteriorati negli anni ’40 a causa della pellicola nitrata. Jacobi scrisse che le pellicole “si stavano disintegrando”, e che in alcune porzioni il supporto era diventato fragile come carta bruciata. È probabile che siano stati smaltiti per motivi di sicurezza. Oggi sopravvive solo un micro-provino, scurissimo, visibile appena contro luce.

Esistono poi casi in cui la perdita fu diretta conseguenza di censura familiare o discrezione privata. Durante i primi anni del matrimonio con Mileva Marić, Einstein fu fotografato molto meno di quanto ci si aspetterebbe. Alcune lettere suggeriscono che Mileva fosse particolarmente attenta a controllare le immagini che ritraevano la vita domestica, evitando che circolassero fotografie che potessero suggerire trascuratezza o stanchezza. Una nota del 1909 — il cui originale è conservato in un archivio universitario — parla di “ritratti non soddisfacenti restituiti al fotografo”. La formula, tipica dell’epoca, implicava quasi sempre la distruzione del materiale.

Infine, bisogna menzionare gli scatti perduti durante il caos delle due guerre. Berlino, Praga, Zurigo e Parigi videro archivi fotografici andare a fuoco o essere saccheggiati. Le lastre al collodio si frantumavano con il minimo urto, le pellicole nitrata prendevano fuoco facilmente, e molti studi erano costretti a svuotare in fretta gli scaffali. Per diverse fotografe questa fu la causa definitiva della scomparsa dei loro lavori con Einstein: non per scelta estetica, ma per storia, logistica e sopravvivenza.

È un quadro frammentario ma realistico: gli scatti perduti non formano una leggenda, bensì l’altra metà della storia visiva di Einstein, quella che non possiamo più vedere.

L’importanza dei ritratti sopravvissuti

Parlare di scatti perduti significa valorizzare ancora di più ciò che è sopravvissuto. I ritratti di Einstein che sono giunti fino a noi — pochi, selezionati, spesso realizzati in condizioni non ottimali — rappresentano una testimonianza visiva di enorme peso storico e antropologico. Valgono non perché siano “belli” secondo standard moderni, ma perché documentano una trasformazione umana, scientifica e mediatica che altrimenti potremmo solo immaginare attraverso testi e corrispondenze.

I ritratti più antichi, risalenti all’epoca zurighese e ai primi anni berlinesi, mostrano un Einstein molto diverso da quello iconico che conosciamo: capelli corti, sguardo timido, un abbigliamento relativamente ordinario. In queste immagini la fotografia non cerca di monumentalizzare il soggetto. Le fotocamere dell’epoca — camere a soffietto o studi con lastre di grande formato — imponevano pose statiche e tempi di esposizione lunghi. Lo sguardo che resta impresso è quello di un giovane scienziato che non ha ancora compreso l’ampiezza del proprio impatto storico. La loro esistenza è cruciale perché colma un vuoto che la narrazione mitizzata degli anni successivi tende a cancellare.

Man mano che la fama cresce, i ritratti assumono un carattere diverso: la fotografia diventa parte della costruzione dell’immagine pubblica. Alcuni ritratti degli anni ’20, soprattutto quelli realizzati negli Stati Uniti, mostrano Einstein sorridente, circondato da studenti o collezionisti, spesso in pose improvvisate. Ciò che sopravvive di questi anni non è solo la figura del fisico geniale, ma la traccia di una socialità nuova, più disinvolta, in cui la fotografia non è più un atto formale ma una pratica culturale diffusa.

I ritratti realizzati da Lotte Jacobi, Berenice Abbott, Man Ray e altri fotografi coevi rappresentano l’apice di questo percorso: mostrano un Einstein già consapevole della propria immagine mediatica, ma ancora capace di esprimere spontaneità. Le condizioni tecniche degli anni ’20 — pellicole più sensibili, ottiche più luminose, esposizioni più brevi, maggiore portabilità delle fotocamere — permisero ritratti più immediati e meno rigidi. È proprio grazie a questi sviluppi che alcune immagini sono sopravvissute, perché la riproducibilità diventava più semplice: stampare un numero maggiore di copie riduceva il rischio di perdita totale.

La loro importanza cresce ulteriormente se si considerano le lacune provocate dagli scatti andati perduti. I ritratti sopravvissuti non sono solo documenti di ciò che Einstein era, ma anche indicatori indiretti di ciò che non vedremo mai: i momenti privati, le espressioni incerte, le fatiche quotidiane. In questo senso il valore dell’immagine fotografica cambia: non è il singolo fotogramma a essere cruciale, ma la sua rarità all’interno di un universo di assenze.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la materialità dei negativi sopravvissuti. Molti di essi presentano piccoli difetti, graffi, segni di sviluppo non uniforme. Paradossalmente, proprio queste imperfezioni garantiscono la loro autenticità storica. Non sono prodotti iconografici costruiti a posteriori, ma oggetti reali, passati attraverso decenni di spostamenti, archiviazioni, restauri. La loro resistenza è il risultato di una combinazione di caso, cura archivistica tardiva e fortuna. In molti casi dobbiamo la sopravvivenza di queste immagini non ai fotografi, ma ai loro discendenti o agli archivisti che, negli anni ’60 e ’70, iniziarono a comprendere l’importanza della conservazione sistematica.

L’ultimo elemento da considerare è l’effetto culturale contemporaneo dei ritratti sopravvissuti. In un’epoca dominata dalla saturazione visiva, queste immagini funzionano come ancore storiche: ci ricordano che il volto di Einstein non era un’icona digitale, ma un corpo reale ripreso con materiali fragili, soggetto agli errori, alle imperfezioni, al caso. La loro esistenza — limitata, frammentaria, vulnerabile — ci obbliga a ripensare la nostra idea di memoria fotografica. Non tutto si salva. Non tutto può essere ricostruito. Ma ciò che rimane basta a raccontare un secolo.

Fonti

  • American Institute of Physics — Einstein Web Exhibit: history.aip.org

  • AGI: “Storia di una foto … 90 anni fa cambiarono per sempre la scienza”  agi.it

  • Wikipedia su Cami Stone (fotografa):  Wikipedia

  • Wikipedia su Lucia MoholyWikipedia

Curiosità Fotografiche

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