Il percorso professionale di Anders Petersen si configura come un viaggio attraverso luoghi, tempi, comunità e intimità: dalla Hamburg degli anni ’60 al mondo delle istituzioni chiuse, fino a un viaggio globale in cui la città, i corpi e la memoria si intersecano. Questa traiettoria è caratterizzata dalla volontà di essere «fotografo della vita vissuta», piuttosto che della mera documentazione.
Uno dei momenti cruciali del suo sviluppo è la serie Café Lehmitz, realizzata tra il 1967 e il 1970 ad Amburgo, in un piccolo bar del quartiere St. Pauli frequentato da prostitute, travestiti, alcolizzati, lavoratori notturni e avventori del margine. Petersen vi si stabilisce per tre anni, vive tra i soggetti fotografati e sceglie un approccio partecipativo: le immagini non sono costruite, ma emergono dal rapporto di fiducia con gli abitanti del bar. Nel 1970 espone circa 350 immagini appese alle pareti del Café Lehmitz stesso. Il libro ufficiale verrà pubblicato solo nel 1978, a cura della casa editrice tedesca Schirmer/Mosel; oggi è considerato un libro «seminale» nella storia della fotografia europea.
A partire dagli anni Ottanta, Petersen amplia la sua ricerca verso ambienti istituzionali: nel 1984 pubblica la serie Fängelse (Prigione), che inaugura una trilogia sulle istituzioni chiuse, seguita da Rågång till kärleken (1991 – casa di riposo) e da Ingen har sett allt (1995 – ospedale psichiatrico). In questi lavori, Petersen cerca di sondare l’intimità dell’isolamento, la condizione di sospensione del soggetto e la tensione tra vulnerabilità e memoria. Non si tratta di reportage moralisti, ma di fotografie in cui la vita interiore, le cicatrici della esperienza e la relazione con l’altro si manifestano attraverso le immagini. Come Petersen afferma: «Non fotografo ciò che vedo; fotografo ciò che sento».
Negli anni duemila, il suo impegno si sviluppa nella serie City Diary (2012) e in numerose analoghe raccolte in città come Londra (Soho), Roma, Sète, Istanbul e Valparaíso. In queste opere emerge un passaggio verso un diario visivo globale: la città diventa al tempo stesso ambiente e soggetto, i suoi abitanti e i suoi spazi diventano cornice di momenti di passaggio, incontro, tensione. L’approccio rimane lo stesso: vicinanza al soggetto, scelta del bianco e nero, composizione che privilegia il segno umano e l’imperfezione.
Dal punto di vista stilistico, Petersen ha sviluppato una cifra ben riconoscibile: uso del bianco e nero ad alto contrasto, inquadrature ravvicinate, volontà di cogliere il «momento decisivo» ma in una chiave non spettacolare, bensì partecipativa. Egli si definisce un «fotografo del cuore», interessato alla narrativa visiva intima e all’efficacia emotiva dell’immagine piuttosto che alla composizione perfetta.
Nella carriera di Petersen sono presenti anche impegni didattici e curatoriali. Ha insegnato alla School of Photography and Film dell’Università di Göteborg (2003-04) e tiene regolarmente workshop internazionali, trasmettendo la sua visione della fotografia come strumento di partecipazione e incontro. Le sue mostre personali e retrospettive si svolgono in istituzioni quali la Bibliothèque nationale de France, il Hasselblad Center, il Museum of Modern Art di New York e il Moderna Museet di Stoccolma.
L’importanza di Anders Petersen nella storia della fotografia contemporanea è legata al fatto che ha saputo coniugare un approccio profondamente umano-emotivo con un rigore narrativo e visivo: la sua fotografia documentaria non è freddamente osservativa, ma vive di intimità, empatia, margine, e di una presenza dell’autore all’interno della scena-vita che ritrae. Tradizionalmente, la fotografia documentaria tende a separare il fotografo dal soggetto; Parker invece abolisce quella distanza e cerca una presenza condivisa.
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Il lavoro di Anders Petersen continua a svilupparsi, ma già dal percorso professionale appare evidente come egli abbia costruito una traiettoria coerente e potente dentro il panorama della fotografia contemporanea.
Le opere principali
L’itinerario creativo di Anders Petersen si articola in un corpus di opere che rappresentano un’indagine continua sulla condizione umana, sull’intimità e sulla relazione empatica tra fotografo e soggetto. Le sue serie fotografiche non sono mai semplici documentazioni di realtà marginali, ma percorsi emotivi che esplorano la vulnerabilità, la solitudine, la sensualità e il bisogno di contatto. Ogni progetto nasce da un’esperienza vissuta direttamente, da una presenza fisica e affettiva all’interno dei luoghi e delle comunità ritratte. Le sue opere costituiscono un lessico visivo di grande coerenza, capace di raccontare la vita quotidiana attraverso frammenti di intensità e verità.
Café Lehmitz (1967–1970)
La serie più celebre di Anders Petersen, Café Lehmitz, rappresenta un punto di svolta nella storia della fotografia documentaria europea. Realizzata tra il 1967 e il 1970 nel quartiere di St. Pauli ad Amburgo, l’opera è il risultato di tre anni di convivenza tra il fotografo e gli avventori di un bar frequentato da prostitute, lavoratori portuali, travestiti e disoccupati. Petersen non adotta mai uno sguardo giudicante, ma sceglie di entrare in relazione con i soggetti, restituendo una fotografia di prossimità e complicità.
Il libro, pubblicato nel 1978 da Schirmer/Mosel, è oggi considerato un classico, al pari di opere come The Americans di Robert Frank o Les Américains di William Klein. Il suo impatto deriva non solo dal valore documentario, ma dal linguaggio emotivo e visivo che fonde realismo e partecipazione. L’immagine di copertina, che ritrae due amanti abbracciati, è divenuta un’icona e ha persino ispirato la copertina dell’album Rain Dogs di Tom Waits, che nel 1985 scelse proprio una foto tratta da Café Lehmitz per rappresentare la propria estetica musicale.
Fängelse (Prison) (1984)
Con Fängelse, Anders Petersen sposta la sua attenzione dagli spazi pubblici ai luoghi chiusi e sorvegliati. La serie nasce da una lunga permanenza all’interno di un istituto penitenziario svedese. Le fotografie in bianco e nero mostrano detenuti in momenti di quotidianità – una sigaretta, una stretta di mano, uno sguardo – senza spettacolarizzazione. L’autore osserva e partecipa, cercando di comprendere la fragilità dell’identità e la dimensione umana dietro la condizione carceraria. La serie diventa la prima parte di una trilogia dedicata alle istituzioni totali, secondo la definizione sociologica di Erving Goffman, che influenzerà gran parte della sua produzione successiva.
Rågång till kärleken (1991) e Ingen har sett allt (1995)
Questi due lavori, rispettivamente ambientati in una casa di riposo e in un ospedale psichiatrico, approfondiscono la riflessione sull’isolamento. Petersen non cerca la denuncia sociale ma la presenza emotiva: fotografa gesti minimi, carezze, sguardi tra persone che vivono in spazi di sospensione. La luce e il contrasto accentuano la dimensione psicologica, mentre il bianco e nero diventa strumento di riduzione all’essenziale. Con questi lavori, il fotografo raggiunge una piena maturità artistica, consolidando la sua fama in Europa.
From Back Home (2009)
In collaborazione con J.H. Engström, Petersen realizza una riflessione sulla memoria e l’appartenenza. From Back Home racconta i luoghi dell’infanzia e della giovinezza di entrambi, nella regione di Värmland, in Svezia. Le immagini alternano visioni intime e paesaggi, ritraendo amici, interni domestici e strade di provincia. Il tono diaristico, l’uso del bianco e nero e la combinazione di materiali recenti e d’archivio fanno di questo libro un esempio di narrativa visiva autobiografica. Il volume riceve il Photobook Award ad Arles nel 2009, confermando la centralità del suo linguaggio nella fotografia contemporanea.
City Diary (2012–oggi)
Serie in continua espansione, City Diary costituisce un diario visivo globale. Petersen fotografa diverse città (Roma, Londra, Sète, Istanbul, Tokyo) mantenendo il suo stile immediato e viscerale. Le immagini catturano momenti fugaci: una mano che sfiora un vetro, un volto dietro una finestra, un corpo riflesso in uno specchio. Ogni città diventa una tappa di un percorso interiore, più che geografico. Attraverso City Diary, il fotografo ridefinisce la fotografia di strada come esperienza soggettiva, in cui la realtà urbana si fonde con la percezione emotiva.
Rome, a Diary (2015)
Commissionata da Fotografiska e realizzata durante una residenza artistica, la serie Rome, a Diary si presenta come un capitolo autonomo all’interno del progetto City Diary. Le immagini di Roma, in bianco e nero granuloso, mostrano una città sensuale e decadente, abitata da corpi, gesti e segni. L’autore dichiara di voler “toccare la città come si tocca una persona”, ribadendo la sua visione della fotografia come relazione fisica e sensoriale.
Soho (2019)
Prodotta per British Journal of Photography, la serie Soho documenta il quartiere londinese con la stessa intensità di Café Lehmitz. Le strade, i bar, i volti diventano emblemi di un’umanità metropolitana in perenne tensione. Qui il fotografo riafferma la propria poetica: “la fotografia è un atto di amore, ma anche un modo per sopravvivere alla solitudine”.
Attraverso tutte queste opere, Anders Petersen costruisce una fotografia documentaria intimista, che non si limita alla cronaca ma indaga le dimensioni psicologiche e affettive dell’esistenza. Il suo linguaggio è al tempo stesso diretto e poetico, capace di tradurre la realtà in una visione universale della condizione umana.
Fonti