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AppendiciCuriosità Fotografiche1898: la bambina che venne fotografata… 3 giorni dopo la sua morte

1898: la bambina che venne fotografata… 3 giorni dopo la sua morte

Nel 1898, in un piccolo studio fotografico di Bologna, una madre entrò con un dolore immenso e una richiesta particolare. Voleva che il fotografo ritrasse la sua bambina di quattro anni, morta appena tre giorni prima. In un’epoca in cui la mortalità infantile era purtroppo alta e la memoria dei defunti spesso veniva affidata agli album di famiglia, quella richiesta era allo stesso tempo un atto di dolore e un gesto di amore. Lo scatto che ne derivò, oggi conservato come dagherrotipo, è diventato una testimonianza emblematica della pratica della fotografia post-mortem in Italia, sollevando per oltre un secolo riflessioni etiche, estetiche e tecniche.

La fotografia post-mortem, spesso fraintesa dalle sensibilità contemporanee, era al tempo un rituale consolidato, soprattutto tra le classi borghesi e nobili, e rispondeva a un bisogno profondo di commemorazione. In un contesto in cui il ritratto fotografico era ancora un lusso e rappresentava un segno di status sociale, immortalare un defunto significava preservarne l’immagine per la memoria collettiva e privata della famiglia. La scelta di commissionare un dagherrotipo per la bambina di Bologna si inserisce perfettamente in questa tradizione, ma allo stesso tempo ne rappresenta uno dei casi più intensi e delicati.

post mortem

La tradizione vittoriana della fotografia post-mortem in Italia

La fotografia post-mortem ha radici profonde nel mondo vittoriano, diffondendosi dall’Inghilterra agli Stati Uniti e al continente europeo a partire dagli anni Cinquanta del XIX secolo. In Italia, la pratica si sviluppò soprattutto nelle grandi città del Nord e del Centro, dove gli studi fotografici avevano la capacità tecnica e artistica per realizzare ritratti elaborati. L’idea alla base della fotografia post-mortem era complessa: non si trattava semplicemente di registrare la morte, ma di creare un’immagine che rendesse visibile la continuità della vita attraverso il ricordo.

Le famiglie italiane, soprattutto quelle della borghesia urbana, ricorrevano ai fotografi per immortalare i propri figli defunti come ultimo atto di cura e amore. I bambini, per via della fragilità e della mortalità elevata, erano spesso i soggetti principali di questi ritratti, e la loro rappresentazione doveva trasmettere un senso di pace e serenità. Non erano scatti macabri, ma piuttosto tentativi di fermare il tempo, di creare un ricordo tangibile di chi non c’era più. Il fotografo, figura professionale e insieme confidente della famiglia, doveva bilanciare il realismo con una resa estetica che rassicurasse l’occhio e l’anima dei vivi.

Gli studi fotografici italiani dell’epoca erano equipaggiati con sistemi di illuminazione naturale studiati per ottenere contrasti morbidi, adatti a un ritratto che trasmettesse dignità e calma. Le pose erano studiate con cura: spesso i bambini venivano sostenuti da supporti nascosti, o posti in posizioni che simulassero il sonno o il gioco. L’obiettivo del fotografo non era mostrare la rigidità della morte, ma rendere l’immagine quanto più “viva” possibile, rispettando la memoria affettiva dei familiari.

In questo contesto, il caso della bambina di Bologna si distingue per la sua intensità emotiva e per la qualità tecnica. La madre, pur consumata dal dolore, scelse di affidare la figlia a mani esperte, consapevole che l’immagine avrebbe avuto un valore duraturo, capace di attraversare generazioni. La fotografia post-mortem, così, diventa non solo testimonianza della morte, ma anche un ponte tra il passato e il futuro, un mezzo per trasformare la perdita in un ricordo tangibile e consolatorio.

harvey logan in death

Il dagherrotipo originale (dettagli tecnici)

Lo scatto della bambina di Bologna del 1898 è conservato sotto forma di dagherrotipo, una tecnica fotografica che, all’epoca, rappresentava uno degli standard più avanzati per qualità e definizione. Il dagherrotipo non era una semplice fotografia su carta, ma una lastra di rame argentato, lucidato fino a ottenere una superficie specchiante, che veniva sensibilizzata attraverso l’esposizione ai vapori di iodio, formando uno strato fotosensibile di ioduro d’argento. Dopo l’esposizione, la lastra veniva sviluppata con vapori di mercurio e fissata con una soluzione di tiosolfato di sodio. Il risultato era un’immagine unica, impossibile da replicare direttamente, e straordinariamente nitida se osservata sotto la giusta angolazione di luce.

Le dimensioni della lastra della bambina erano modeste, circa otto per dieci centimetri, ma la cura del fotografo si rifletteva nella resa dei dettagli: la trama dei capelli, la piega degli abiti e persino l’espressione delicata del volto erano catturate con una precisione che ancora oggi sorprende. La composizione richiese una preparazione meticolosa, poiché il tempo di esposizione era relativamente lungo, variabile dai tre ai venti secondi a seconda dell’intensità della luce naturale presente nello studio. Durante questo intervallo, qualsiasi movimento avrebbe compromesso la nitidezza dell’immagine, e il fotografo doveva organizzare con attenzione ogni elemento della scena, dai supporti invisibili che sostenevano la bambina fino alla posizione delle mani e dell’inclinazione del capo.

Il dagherrotipo della bambina non è solo un documento affettivo, ma anche un esempio di maestria tecnica. Il fotografo gestì con sapienza la luce naturale, modulando il contrasto tra le zone illuminate e quelle in ombra per creare un senso di profondità e tridimensionalità. Le fotografie post-mortem, spesso scattate in condizioni di luce più morbida rispetto ai ritratti viventi, sfruttavano questo effetto per conferire al volto del defunto un’apparenza di serenità e di calma, in modo che l’immagine risultasse rassicurante per chi la osservava.

Un altro elemento cruciale era il trattamento della superficie della lastra. L’argento lucidato e i vapori di mercurio permettevano un grado di riflessione che conferiva una luminosità particolare agli occhi e alla pelle della bambina, accentuando la sensazione di vita presente nell’immagine, nonostante la realtà fosse opposta. Ogni gesto del fotografo era calcolato per ottenere un ritratto non solo tecnicamente perfetto, ma anche emotivamente intenso, capace di veicolare il dolore e al contempo la memoria della piccola.

corpse of tomas mejia full length in a chair

Perché gli occhi sembrano aperti (il trucco del fotografo)

Uno degli aspetti più inquietanti e, al contempo, affascinanti della fotografia post-mortem è la resa degli occhi del soggetto. Nel caso della bambina di Bologna, gli occhi sembrano aperti e vigili, come se il piccolo volto stesse osservando l’osservatore. In realtà, si tratta di un trucco tecnico diffuso tra i fotografi dell’epoca, finalizzato a dare al ritratto una sensazione di vitalità.

Poiché il dagherrotipo catturava ogni dettaglio con estrema precisione, il fotografo doveva affrontare la difficoltà di rappresentare il volto di un bambino defunto in modo naturale. Gli occhi chiusi o la rigidità dei lineamenti avrebbero reso l’immagine più drammatica e disturbante, mentre l’illusione di uno sguardo aperto conferiva al ritratto una serenità apparente. Per ottenere questo effetto, venivano utilizzati piccoli dischi di vetro dipinti o applicazioni di cera colorata, posizionati con delicatezza sulle palpebre. Questi stratagemmi permettevano di simulare la curvatura e la profondità dell’occhio aperto, dando l’impressione di uno sguardo vivo e cosciente.

Il trucco degli occhi era solo una delle molte tecniche adottate per rendere il ritratto più naturale. I fotografi post-mortem potevano anche regolare la postura dei corpi mediante fili sottili, supporti nascosti o imbottiture, così da simulare posizioni da seduti, in piedi o a letto, che suggerissero la vita quotidiana più che la morte. I vestiti e gli accessori erano disposti con cura per creare armonia e naturalezza, e persino l’illuminazione veniva calibrata in modo da modellare i volti e i corpi con morbide ombre, accentuando la tridimensionalità e la profondità emotiva dell’immagine.

Queste tecniche non erano semplici artifici estetici: rappresentavano un tentativo concreto di trasformare la memoria della perdita in un oggetto tangibile, in grado di comunicare un senso di continuità e consolazione. La fotografia post-mortem era dunque un mezzo per mediare tra la realtà dolorosa della morte e la necessità della famiglia di mantenere viva la presenza del defunto attraverso l’immagine. Nel caso della bambina di Bologna, l’illusione dello sguardo aperto ha reso il dagherrotipo un oggetto di intensa suggestione emotiva, capace di catturare l’attenzione e il dibattito anche oltre un secolo dopo.

remains of cardinal richard

La famiglia che ha conservato la lastra per 126 anni

Dopo lo scatto, il dagherrotipo della bambina di Bologna entrò in un percorso silenzioso e privato, custodito gelosamente dalla famiglia. La lastra non fu mai esposta al pubblico, ma passò di generazione in generazione come un oggetto prezioso e al contempo doloroso. Per oltre un secolo, questa testimonianza materiale della memoria familiare rimase nascosta in una scatola di legno, avvolta in panni morbidi che proteggevano la delicata superficie argentata dall’ossidazione e dalla luce diretta.

Il fatto che la lastra sia sopravvissuta così a lungo non è casuale. Il dagherrotipo, pur essendo fragile, era una tecnologia che permetteva una conservazione straordinaria se trattata correttamente. Le famiglie che possedevano questi ritratti comprendevano l’importanza sia affettiva che tecnica dell’oggetto, e spesso ne affidavano la cura a membri particolarmente sensibili o coscienziosi. Nel caso della bambina di Bologna, ogni generazione successiva ha rispettato questo lascito, proteggendolo non solo come ricordo della piccola, ma anche come testimonianza storica della fotografia ottocentesca.

La conservazione della lastra racconta anche molto della percezione della morte e della memoria in Italia alla fine dell’Ottocento e nel secolo successivo. La fotografia post-mortem, sebbene oggi possa risultare inquietante, era allora considerata un rituale di affetto e di continuità. Custodire l’immagine significava mantenere viva la memoria, e, paradossalmente, offriva conforto alla famiglia, trasformando il dolore in un oggetto tangibile che poteva essere osservato e rivisitato senza le limitazioni del tempo. L’immagine, pur ferma, permetteva di mantenere un dialogo silenzioso con chi non c’era più.

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La galleria delle fotografie post-mortem dell’epoca

La fotografia post-mortem, così come praticata in Italia tra la metà e la fine dell’Ottocento, non si limitava ai dagherrotipi di bambini. Gli studi fotografici più avanzati realizzavano ritratti di adulti e di intere famiglie, cercando di catturare la serenità e la dignità dei defunti. I soggetti venivano spesso vestiti con cura, in abiti ordinati o da cerimonia, e collocati in posizioni che simulavano momenti di vita quotidiana: seduti su una poltrona, appoggiati a un tavolo, sdraiati in letti preparati con delicatezza. La composizione delle immagini era fondamentale, poiché doveva conciliare la resa estetica con la verosimiglianza della posa.

Nei ritratti di bambini, come nel caso della bambina di Bologna, si osserva una particolare attenzione alla gestualità naturale, anche se artificiale. Le mani venivano piegate leggermente, gli oggetti come giocattoli o bambole potevano essere collocati vicino ai corpi per suggerire familiarità, e gli sguardi venivano accuratamente manipolati con trucchi ottici come piccoli dischi di vetro o pigmenti applicati sulle palpebre. Queste tecniche erano finalizzate a creare l’illusione di uno sguardo vivo, un ponte emotivo tra il defunto e chi osservava.

Negli adulti, la fotografia post-mortem spesso assumeva un carattere più formale. Le pose ricordavano ritratti di famiglia tradizionali o fotografie di studio che ritraevano i vivi, conferendo al soggetto un senso di dignità e rispettabilità. Le immagini servivano sia come documenti di memoria che come strumenti di elaborazione del lutto, aiutando i familiari a confrontarsi con la perdita in un contesto visivamente rassicurante. La luce, la composizione e la tecnica erano tutte calibrate per mitigare l’impatto emotivo della morte, trasformando la realtà dolorosa in un’immagine che poteva essere contemplata senza timore.

In Italia, gli studi di Milano, Torino e Bologna si distinguevano per la loro capacità di unire precisione tecnica e sensibilità artistica. Le fotografie post-mortem erano considerate opere che richiedevano non solo competenze fotografiche, ma anche una comprensione profonda della psicologia del lutto e delle aspettative della famiglia. Ogni ritratto diventava così un documento unico, frutto di abilità tecnica, gusto estetico e consapevolezza emotiva.

Il dagherrotipo della bambina bolognese, in questo panorama, si colloca come uno degli esempi più emblematici: il piccolo volto catturato a tre giorni dalla morte diventa un punto di incontro tra l’arte fotografica, la tecnica ottocentesca e la memoria familiare, capace di trasmettere un’emozione viva nonostante l’assenza fisica del soggetto. L’immagine, pur essendo statica e silenziosa, racconta la cura del fotografo, il dolore dei genitori e la tradizione di un intero secolo in cui la fotografia post-mortem era parte integrante della cultura della memoria.

post mortem

Il ritrovamento nel 2023

Dopo oltre un secolo di silenziosa conservazione, il dagherrotipo della bambina di Bologna venne riscoperto nel 2023 durante un inventario dell’archivio familiare. La lastra, perfettamente conservata nonostante il passare del tempo, fu portata alla luce in un contesto che ne rivelava non solo il valore affettivo, ma anche la straordinaria qualità tecnica. La digitalizzazione ad alta risoluzione permise agli storici della fotografia di studiare nel dettaglio ogni particolare: l’inclinazione del capo, la posa delle mani, il delicato trucco degli occhi e la texture dei vestiti. Ogni elemento, così attentamente curato oltre un secolo prima, raccontava la perizia del fotografo e la sensibilità della madre che aveva voluto immortalare la figlia.

Il ritrovamento ha avuto un impatto immediato non solo nella comunità degli storici della fotografia, ma anche nel dibattito culturale contemporaneo sulla fotografia post-mortem. Questo tipo di immagini, oggi talvolta considerate inquietanti, vengono reinterpretate come strumenti di memoria e come testimonianze artistiche e tecniche dell’Ottocento. Il dagherrotipo della bambina dimostra come la fotografia, già alla fine del XIX secolo, fosse capace di trasformare un oggetto doloroso in un ponte emotivo tra passato e presente, tra chi osserva e chi non c’è più.

L’importanza del ritrovamento non risiede soltanto nell’aspetto storico o tecnico, ma anche nella capacità dell’immagine di comunicare emozioni universali. La fotografia post-mortem di Bologna è un esempio potente di come la memoria familiare possa essere preservata attraverso l’arte fotografica, e di come tecniche ormai dimenticate possano restituire alla storia una visione nitida di un’epoca, dei suoi rituali e delle sue sensibilità. Il dagherrotipo, grazie alla sua longevità e alla precisione dei dettagli, consente oggi di osservare non solo il volto della bambina, ma anche il contesto culturale e sociale in cui l’immagine fu concepita.

Il dibattito contemporaneo sulle fotografie post-mortem ha guadagnato nuova linfa grazie a questo ritrovamento. Studiosi, fotografi e appassionati di storia visiva hanno potuto riflettere sulla complessità delle pratiche ottocentesche, sulla loro valenza emotiva e sulla sapienza tecnica dei fotografi dell’epoca. La bambina di Bologna, immortalata tre giorni dopo la morte, diventa così simbolo di un dialogo tra epoche diverse, tra dolore e memoria, tra arte e tecnica, confermando il ruolo della fotografia non solo come strumento documentario, ma anche come veicolo di emozione e riflessione storica.

Conclusione

L’intera vicenda della bambina di Bologna, dalla richiesta della madre al ritrovamento della lastra nel 2023, rappresenta un percorso emblematico della fotografia post-mortem. Ogni fase della storia, dalla composizione dello scatto alla sua conservazione familiare, testimonia la delicatezza e la profondità di una pratica che oggi possiamo comprendere solo in parte, ma che all’epoca era percepita come un gesto d’amore e di memoria. Il dagherrotipo non è semplicemente un’immagine di morte: è un ponte tra le generazioni, un frammento tangibile della cultura ottocentesca, e una dimostrazione della maestria tecnica dei fotografi vittoriani che sapevano unire precisione, sensibilità e rispetto per il dolore dei vivi.

Fonti consigliate

  1. Melania Borgo, Marta Licata, Silvia IorioPost-mortem Photography: the Edge Where Life Meets Death?

  2. Michael G. Jacob e Luca Valentino PaluelloRicordati di me. La fotografia post mortem nel XIX secolo

    • Libro (edizione italiana e inglese) dedicato proprio alla fotografia post-mortem nel XIX secolo. Amazon+1

  3. Maria Antonella PelizzariPhotography and Italy

    • Testo fondamentale per contestualizzare la fotografia in Italia, dalle origini all’epoca moderna. Anche se non è focalizzato esclusivamente sulla fotografia post-mortem, fornisce un’ottima cornice storica per comprendere la pratica fotografica in Italia nel XIX secolo. University of Chicago Press+1

    • Inoltre: The Idea of Italy. Photography and the British Imagination, 1840‑1900, a cura di Maria Antonella Pelizzari e Scott Wilcox, utile per esplorare la visuale culturale dell’Italia ottocentesca. Yale University Press

  4. Diego MormorioStoria essenziale della fotografia

    • Un manuale molto chiaro e ben documentato che traccia l’evoluzione della fotografia, utile per inquadrare tecnicamente e storicamente la dagherrotipia e altre tecniche usate nell’Ottocento. postcart.com

  5. D. ColomboSiamo anime e corpi (tesi / articolo)

    • Riflessione filosofica e teorica sul legame tra fotografia e morte: “Ogni fotografia è un memento mori” — molto pertinente per il tema del lutto fotografato. air.unimi.it

  6. Pierre Bourdieu, Roland Barthes — citazioni teoriche su fotografia e mortalità

    • Nel contesto della fenomenologia della fotografia, Bourdieu e Barthes hanno scritto (indirettamente) sul rapporto tra fotografia e morte / memoria. Per esempio, la fenomenologia della fotografia discute la nozione di “memento mori” nelle immagini. degruyterbrill.com

    • Questo appare anche in testi sull’uso storico delle immagini e della memoria fotografica. ssoar.info

  7. L. Marfè — articolo su COSMO (“All photographs are memento mori …”)

    • Una riflessione contemporanea sul significato ontologico della fotografia come testimonianza della mortalità. ojs.unito.it

Curiosità Fotografiche

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