Yousuf Karsh nacque il 23 dicembre 1908 a Mardin, nell’Impero Ottomano orientale, in una famiglia armena della classe media. Suo padre, Abel al-Massih Karsh, era un mercante e tessitore specializzato nell’importazione di spezie, indaco, sete e tessuti pregiati acquisiti nei mercati del Golfo Persico; sua madre, Bahiyah Nakash, era figlia di un incisore e aveva ricevuto un’educazione presso una scuola della missione protestante americana. Il primogenito di una famiglia colta e devota, Karsh crebbe parlando arabo e fu confermato nella fede cattolica romana, in un contesto geografico e culturale che in quei decenni stava per essere travolto da una delle più atroci catastrofi del Novecento.
Sopravvissuto al genocidio armeno, Karsh emigrò in Canada come rifugiato. La sua infanzia fu profondamente segnata dalla violenza e dalla persecuzione: alcuni membri della sua famiglia vennero uccisi, altri dispersi. Karsh e la sua famiglia fuggirono in un campo profughi ad Aleppo in Siria nel 1922, in un estenuante viaggio di un mese con una carovana curda. Di quegli anni terribili egli stesso scrisse che i suoi ricordi comprendevano “una strana miscela di sangue e bellezza, di persecuzione e pace”, parole che restituiscono con precisione il paradosso di un’infanzia segnata dalla bellezza dell’Armenia e dall’orrore della sua dissoluzione.
Nel 1923 i genitori di Karsh organizzarono per lui, all’età di quindici anni, l’emigrazione in Canada nell’ambito di un’iniziativa umanitaria volta a riunire gli armeni sfollati con i parenti già residenti nel paese. Arrivato a Halifax il 31 dicembre 1923, si trasferì a Sherbrooke, nel Québec, per vivere con lo zio materno George Nakashian, conosciuto professionalmente come George Nakash, fotografo di ritratti di solida reputazione locale. Fu Nakash a intuire il talento del nipote, a dargli un apparecchio fotografico e ad avviarlo ai fondamenti della tecnica: l’uso delle macchine a grande formato, le lastre di vetro, la stampa in camera oscura.

Il percorso formativo di Karsh conobbe la sua svolta decisiva nel 1928, quando lo zio gli procurò un apprendistato presso John H. Garo, un celebre ritrattista di Boston, pittore oltre che fotografo, e figura di spicco della diaspora armena in America. Durante l’apprendistato, Karsh imparò non solo a mescolare con cura i reagenti chimici nella camera oscura e a studiare la pittura, ma acquisì anche un’abilità essenziale: come fotografare e interagire socialmente con persone di rilievo. Osservò come Garo accoglieva i soggetti in studio, mettendoli a proprio agio e guidandoli durante le sedute di posa. Questo ambiente sociale plasmato il futuro maestro: la capacità di stabilire un rapporto umano con il soggetto prima di puntare l’obiettivo divenne una delle sue caratteristiche più riconoscibili.
Rientrato in Canada nel 1931, Karsh aprì presto uno studio con l’aiuto finanziario dello zio. Si affiliò all’Ottawa Little Theatre, dove ebbe la possibilità di fotografare gli attori, e attraverso questa frequentazione conobbe la sua prima moglie, l’attrice Solange Gauthier, che sposò nel 1939. La svolta nel fotogiornalismo arrivò nel 1936, quando fotografò l’incontro tra il presidente americano Franklin D. Roosevelt e il primo ministro canadese Mackenzie King. Dopo quell’incarico, Karsh divenne fotografo regolare del governo canadese. Erano gli anni in cui Ottawa, capitale di un paese entrato nel novero delle potenze mondiali, accoglieva diplomatici, statisti e personaggi di primo piano internazionale: una posizione privilegiata per chi aveva la disciplina e l’ambizione di costruire un archivio visivo del potere nel Novecento.
Karsh fu naturalizzato cittadino canadese nel 1947. Trasferì il suo studio al prestigioso Château Laurier di Ottawa, dove rimase operativo per decenni, e da quella base si mosse in tutto il mondo, incrociando la storia con il suo banco ottico. Chiuse il suo studio al Château Laurier nel giugno 1992. Le sue ultime sessioni nel maggio 1993 furono con il presidente Bill Clinton e la First Lady Hillary. Nel 1997 si trasferì a Boston, dove morì il 13 luglio 2002 a seguito di complicazioni dopo un intervento chirurgico. Karsh è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi ritrattisti del XX secolo: un artista che, partendo dalla desolazione del genocidio armeno, costrussì con rigore, intelligenza e visione estetica un catalogo visivo dell’umanità eccellente del suo tempo.
Il metodo, lo stile e il segreto dello sguardo
La grandezza di Yousuf Karsh nella storia della fotografia di ritratto non riposa soltanto sulla lista straordinaria dei suoi soggetti, bensì su un metodo di lavoro rigorosissimo e su una concezione filosofica del ritratto che lo distingue da qualunque altro fotografo del suo tempo. Comprendere il “segreto del suo sguardo” significa entrare nel cuore di un processo che era al tempo stesso tecnico, psicologico e quasi sacrale.
Il pilastro fondamentale della poetica di Karsh era la convinzione che ogni essere umano nascondesse in sé una verità interiore che il fotografo aveva il compito di rivelare. Egli stesso la espresse con una formula divenuta celebre nel mondo della fotografia di ritratto: ogni persona porta una maschera davanti al mondo per proteggere il proprio io più autentico, e il fotografo deve cogliere quell’istante fugace in cui la maschera cade, in una frazione di secondo che non tornerà. Questa filosofia avvicinava il ritratto fotografico alla tradizione del grande ritratto pittorico, quello degli Holbein, dei Rembrandt, dei Velázquez: l’obiettivo era l’anima, non l’epidermide.
Per raggiungere questo obiettivo, Karsh sviluppò un metodo di preparazione straordinariamente accurato. Prima di ogni seduta, studiava a fondo il soggetto: leggeva libri, articoli, biografie, cercava di capire la natura intima della persona che si sarebbe trovato davanti. Nel caso di Ernest Hemingway, ad esempio, la sera precedente la seduta si era recato alla Floridita, il bar preferito dello scrittore a L’Avana, per conoscerne i gusti e assaggiare la sua miscela preferita, il daiquiri. Questo livello di immersione nel mondo del soggetto non era un capriccio estetico, ma una strategia precisa: la familiarità con la persona permetteva al fotografo di creare un’atmosfera di fiducia, di sciogliere le difese, di portare il soggetto in uno stato di naturale autenticità.
Il secondo pilastro del metodo era l’uso magistrale della luce artificiale. John Garo lo aveva iniziato alle tecniche di illuminazione in studio, ponendo le basi di quella che sarebbe poi diventata la sua celebre illuminazione drammatica. Karsh lavorava prevalentemente con grandi formati, spesso con il banco ottico, che imponeva lentezza e riflessione. L’allestimento delle luci poteva richiedere ore: la costruzione di una luce principale, di luci di riempimento, di retroilluminazioni studiate per scolpire il volto del soggetto e conferirgli una tridimensionalità quasi plastica. Nei suoi ritratti, la retroilluminazione scolpisce il viso donando un forte senso di forza e vigore. L’uso sapiente delle ombre era altrettanto cruciale: il profilo illuminato di Albert Einstein, le rughe profonde di Winston Churchill, le mani di Pablo Neruda diventavano nei suoi scatti veri e propri tratti di carattere.

La quasi totalità dei suoi ritratti fu realizzata in bianco e nero, una scelta che non fu mai tecnica ma sempre artistica. Il bianco e nero eliminava la distrazione del colore, costringeva lo sguardo dell’osservatore a concentrarsi sulla struttura del viso, sulla qualità della luce, sull’espressione. Aggiungeva, come notarono i critici del tempo, un senso di atemporalità che il colore non avrebbe consentito: i soggetti di Karsh, già in vita, apparivano destinati all’eternità.
È impossibile comprendere la storia della fotografia di ritratto del Novecento senza confrontarsi con l’episodio del ritratto di Winston Churchill, scattato il 30 dicembre 1941 nella Camera dello Speaker del Parlamento canadese a Ottawa. Churchill aveva tenuto un discorso sulla Seconda Guerra Mondiale ai membri canadesi del parlamento. Karsh aveva allestito luci e macchina la sera prima. Quando Churchill entrò, con il sigaro perennemente tra le labbra, e Karsh gli offrì un posacenere, il politico non cedette. Karsh allora agì d’impulso: si avvicinò, chiese scusa in modo rispettoso ma decisamente fermo, e strappò il sigaro dalla bocca di Churchill come si farebbe col ciuccio di un bambino capriccioso. Churchill fu visibilmente irritato, e quella collera repressa, quella bellicosità di un uomo che non tollera di essere soverchiato, si cristallizzò sul volto nel secondo esatto in cui Karsh pressè il pulsante. Il ritratto, battezzato “The Roaring Lion” (Il Leone Ruggente), compàrve sulla copertina di ‹Life› e divenne immediatamente il simbolo visivo della resistenza britannica nella Seconda Guerra Mondiale.
La capacità di costruire tensione nel momento decisivo dello scatto, quella che Karsh chiamava “l’istante sfuggente della verità”, non fu mai casuale. Ogni sessione era una partitura preparata con cura, ma che lasciava spazio all’improvvisazione nel momento cruciale. Karsh non aspettava che il soggetto si mettesse in posa: aspettava che il soggetto si dimenticasse di essere fotografato. Nel corso della sua carriera, Karsh tenne oltre quindicimila sedute e produsse più di 370.000 negativi, un’enormità di lavoro che rivela la disciplina quasi monastica di un fotografo che non smise mai di cercare quello che lui stesso definiva il cuore nascosto di ogni persona. Dei cento personaggi del XX secolo selezionati dall’“International Who’s Who” del 2000, Yousuf Karsh ne fotografò cinquantuno.
Le opere principali
La produzione di Yousuf Karsh è vastissima: nel corso di oltre sei decenni di attività, il fotografo armeno-canadese costruì un archivio di immagini che costituisce una vera e propria cronaca visiva del Novecento. Di seguito si elencano le opere, le serie e le pubblicazioni fondamentali della sua carriera.
- Winston Churchill, “The Roaring Lion” (1941): Il ritratto più celebre di Karsh e uno dei più riprodotti nella storia della fotografia. Scattato il 30 dicembre 1941 nella Camera dello Speaker del Parlamento canadese a Ottawa. L’espressione di sfida e determinazione fu provocata dall’atto improvviso di Karsh di togliere il sigaro di bocca a Churchill. L’immagine divenne il simbolo visivo della resistenza britannica nella Seconda Guerra Mondiale, comparsé sulla copertina di Life e fu in seguito riprodotta sulla banconota da cinque sterline emessa dalla Bank of England.
- Albert Einstein (1948): Scattato al Princeton Institute for Advanced Study, questo ritratto coglie lo scienziato in un’espressione di malinconica pensosità. Karsh preparò la seduta con domande precise sulla fisica e sulla responsabilità della scienza di fronte alla guerra. L’immagine restituisce la grandezza intellettuale e la fragilità umana di Einstein con un’intensità che pochi altri ritratti hanno eguagliato.
- Ernest Hemingway, Finca Vigía, L’Avana (1957): Forse il ritratto più amato dal pubblico internazionale per la sua carica di umanità. Karsh si preparò alla seduta frequentando il bar preferito di Hemingway. Lo scrittore, fotografato nel maglione a collo alto nella sua residenza cubana, appare come una sintesi perfetta tra vigore fisico e fragile interiorità. Karsh definì Hemingway “l’uomo più timido che avessi mai fotografato”.
- Audrey Hepburn (1956): Uno dei ritratti più eleganti della storia della fotografia di ritratto del Novecento. Karsh cattura la grazia eterea dell’attrice in un’immagine di straordinaria semplicità compositiva, dove la luce drammatica esalta la perfezione dei lineamenti e la profondità dello sguardo.
- Pablo Picasso, Vallauris (1954): Karsh raggiunse Picasso nel suo atelier di ceramiche a Vallauris. Il ritratto mostra un Picasso concentrato, quasi teatrale. Karsh ricordò che Picasso si muoveva intuitivamente per completare la composizione, intuendo i campi ottici della macchina a grande formato.
- Martin Luther King Jr. (1962): Uno dei ritratti più importanti della stagione dei diritti civili americani. Karsh fotografò King con la sua consueta intensità luministica, riuscendo a fissare nella pellicola sia la determinazione del leader sia la stanchezza di un uomo consapevole di stare lottando contro la storia.
- Equipaggio dell’Apollo 11 (1969): Karsh fotografò gli astronauti Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin dopo il loro rientro dal primo allunaggio della storia. Il fotografo e sua moglie Estrellita trascorsero del tempo nella Astronaut Library di Houston, conoscendo gli uomini e le loro famiglie. Il ritratto dei tre astronauti è un documento visivo eccezionale di uno dei momenti più alti della civiltà novecentesca.
- Jacques Cousteau (1956): Uno dei ritratti più originali dell’intero corpus di Karsh. Il comandante Cousteau fu fotografato in muta da sub, il suo profilo emaciato e pensieroso nell’equipaggiamento subacqueo. Karsh lo associò all’immagine di un mistico medievale, e la forza simbolica del ritratto resta intatta ancora oggi.
- Faces of Destiny (1946): Prima grande raccolta fotografica pubblicata da Karsh, che raccoglie i ritratti realizzati durante gli anni della guerra e del dopoguerra. Il volume stabilì la sua reputazione internazionale come cronista visivo dei grandi del tempo.
- Portraits of Greatness (1959): Considerato il capolavoro editoriale di Karsh, questo volume raccoglie i ritratti delle personalità più eminenti del Novecento, accompagnati da testi brevi che narrano le circostanze di ogni seduta fotografica. È il libro che più di ogni altro definisce la sua poetica e la sua visione del ritratto come documento storico e opera d’arte.
- In Search of Greatness (1962): Autobiografia fotografica e riflessione sul mestiere di ritrattista. Karsh racconta il metodo, i soggetti, le sedute, le conversazioni, le illuminazioni improvvise. Un testo fondamentale per chiunque voglia comprendere la filosofia alla base della fotografia di ritratto del Novecento.
- Karsh: A Sixty-Year Retrospective (1996): Pubblicata in occasione del novantesimo compleanno del fotografo e a chiusura di una carriera straordinaria per durata e qualità, questa retrospettiva raccoglie le immagini più significative dei sei decenni di attività, accompagnandole con riflessioni dell’autore e saggi critici. È il documento finale e più completo della visione artistica di Yousuf Karsh.

Fonti
- Yousuf Karsh — sito ufficiale dell’Estate, con archivio fotografico e biografie: karsh.org
- Yousuf Karsh: Life & Work — Art Canada Institute, biografia completa e analisi critica: aci-iac.ca
- Yousuf Karsh — Encyclopaedia Britannica, voce biografica: britannica.com/biography/Yousuf-Karsh
- Yousuf Karsh — Wikipedia in lingua inglese, con apparato bibliografico: en.wikipedia.org/wiki/Yousuf_Karsh
- Yousuf Karsh: American Portraits — National Portrait Gallery, Smithsonian Institution: npg.si.edu
- Yousuf Karsh — Library and Archives Canada, fondo archivistico: bac-lac.gc.ca
- Yousuf Karsh — George Eastman Museum, Rochester, collezione permanente: eastman.org
- Karsh: A Sixty-Year Retrospective — Bulfinch Press/Little Brown, 1996: worldcat.org
Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma come testimonianza storica e culturale di straordinaria profondità. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica del medium fotografico. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine.
Su storiadellafotografia.com mi occupo dei maestri della fotografia: i grandi autori che hanno definito il linguaggio visivo della modernità, da Henri Cartier-Bresson ad Ansel Adams, da Dorothea Lange a Robert Capa, da Diane Arbus a Sebastião Salgado. Racconto le loro visioni, i loro metodi di lavoro, i contesti storici e culturali che ne hanno plasmato lo sguardo, con l’obiettivo di restituire a ciascuno la giusta profondità critica.
Mi dedico inoltre ai generi fotografici, analizzando come il ritratto, il paesaggio, il reportage, la fotografia di moda, quella documentaria e tutti gli altri filoni si siano sviluppati e trasformati nel tempo, spesso grazie proprio all’influenza dei grandi maestri. Il mio obiettivo è trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.


