I Maestri della FotografiaPhilippe Halsman: il maestro del ritratto psicologico che faceva saltare i suoi...

Philippe Halsman: il maestro del ritratto psicologico che faceva saltare i suoi soggetti

Nella storia della fotografia del ritratto del XX secolo, Philippe Halsman rappresenta una figura del tutto singolare: un fotografo che trasformò il ritratto psicologico in una forma d’arte autonoma, capace di rivelare la personalità dei soggetti con una profondità che raramente la fotografia aveva raggiunto prima di lui. Nato il 2 maggio 1906 a Riga, nella Lettonia allora parte dell’Impero russo, da una famiglia borghese di origine ebraica, Halsman crebbe in un ambiente colto e cosmopolita, frequentando il ginnasio tedesco e sviluppando fin da giovane interessi tanto scientifici quanto artistici. Morì a New York il 25 giugno 1979, lasciando un archivio di oltre duecentomila negativi e una collezione di ritratti di personaggi illustri che non ha precedenti nella storia della fotografia mondiale per varietà, qualità e coerenza di visione.

La biografia di Halsman è attraversata, fin dagli anni giovanili, da una vicenda traumatica che ne segnò profondamente la psicologia e, in modo indiretto ma significativo, l’approccio alla fotografia. Nel 1928, durante un’escursione sulle Alpi austriache con il padre, Halsman fu accusato dell’omicidio del genitore, morto in circostanze mai del tutto chiarite. Il processo che ne seguì fu una delle cause giudiziarie più controverse dell’Europa tra le due guerre: Halsman fu condannato a quattro anni di carcere sulla base di prove circostanziali e di un clima di antisemitismo che influenzò pesantemente il procedimento. Scontò la pena, fu poi rilasciato grazie a una campagna internazionale che vide tra i suoi sostenitori Albert Einstein e Sigmund Freud, e fu definitivamente assolto nel 1930. Quella vicenda — l’ingiustizia subita, l’esperienza del carcere, la necessità di dimostrare la propria innocenza attraverso la ragione e la parola — lo rese per tutta la vita profondamente sensibile alle dinamiche del potere, della verità e dell’apparenza, temi che ritornano ossessivamente nella sua riflessione sul ritratto fotografico.

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By Unknown author – http://www.pbc.uw.edu.pl/2639/1/29.pdf, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=105144402

Dopo il rilascio, Halsman si stabilì a Parigi, dove cominciò a fotografare professionalmente, frequentando i circoli artistici e intellettuali della capitale francese. Lavorò come fotografo di ritratti e di moda, collaborando con riviste come Vogue e Vu, e sviluppò rapidamente una reputazione per la qualità tecnica e la profondità psicologica dei suoi ritratti. Parigi degli anni Trenta era un laboratorio straordinario per un fotografo del ritratto: la città pullulava di artisti, scrittori, intellettuali e personaggi del mondo dello spettacolo che erano soggetti ideali per il suo sguardo indagatore. Fu in questo periodo che Halsman incontrò e fotografò per la prima volta André Malraux, Marc Chagall, Le Corbusier e molti altri protagonisti della cultura europea del Novecento.

L’avvento della guerra e la persecuzione nazista degli ebrei costrinsero Halsman a fuggire dalla Francia nel 1940. Grazie ancora all’intervento di Albert Einstein, che garantì personalmente per lui presso le autorità americane, Halsman ottenne un visto di emergenza e si imbarcò per gli Stati Uniti. Arrivò a New York nell’ottobre del 1940, praticamente senza nulla, con la moglie Yvonne e la figlia Irene. L’adattamento al nuovo paese fu rapido quanto sorprendente: nel giro di pochi mesi Halsman era già in contatto con i principali editori fotografici americani, e nel 1942 realizzò la prima delle sue celebri copertine per Life magazine. Da quel momento, la sua carriera americana si sviluppò con una velocità e una solidità straordinarie, fino a farne uno dei fotografi più richiesti e più influenti degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra.

Il contesto professionale in cui operò Halsman negli Stati Uniti era quello del grande fotogiornalismo illustrato americano degli anni Quaranta e Cinquanta: un sistema editoriale dominato da riviste come Life, Look e Saturday Evening Post, che distribuivano milioni di copie a settimana e che avevano trasformato la fotografia in il principale mezzo di comunicazione visiva di massa del paese. In questo sistema, il fotografo di ritratti di alta gamma — colui che aveva accesso ai grandi personaggi del cinema, della politica, della scienza e dello spettacolo — occupava una posizione di grande prestigio e di notevole influenza culturale. Halsman fu, in questo senso, il ritrattista ufficiale dell’America del dopoguerra: il fotografo a cui i personaggi più famosi del paese si rivolgevano per essere fissati per sempre nell’immaginario visivo della nazione.

La sua collaborazione con Life fu straordinaria per durata e intensità: nel corso di trent’anni, Halsman realizzò centouno copertine per la rivista, un record assoluto nella storia del fotogiornalismo americano che non è mai stato eguagliato. Quelle copertine non erano semplici fotografie di personaggi famosi: erano ritratti studiati con cura millimetrica, in cui ogni elemento — la luce, la posa, l’espressione, il rapporto tra il soggetto e lo sfondo — era calibrato per comunicare qualcosa di essenziale sulla personalità del soggetto. Halsman era convinto che il compito del fotografo di ritratti fosse quello di rivelare, non di abbellire: mostrare chi era veramente quella persona al di là della maschera pubblica che indossava davanti al mondo.

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By Philippe Halsman – This image is available from the United States Library of Congress’s Prints and Photographs divisionunder the digital ID ppmsca.09633.This tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4530370

La jumpology, il metodo psicologico e la collaborazione con Salvador Dalí

Il contributo più originale e più immediatamente riconoscibile di Halsman alla storia della fotografia è la cosiddetta jumpology: la pratica, elaborata dal fotografo nel corso degli anni Cinquanta, di chiedere ai propri soggetti di saltare davanti all’obiettivo al termine della sessione di posa. La jumpology non era un capriccio o un espediente commerciale: era una teoria fotografica coerente, fondata su premesse psicologiche precise che Halsman aveva elaborato nel corso di anni di riflessione sulla natura del ritratto e sulla difficoltà di cogliere la personalità autentica di un soggetto attraverso la fotografia.

La logica della jumpology era semplice ma profonda. Halsman aveva osservato che durante una normale sessione fotografica il soggetto è costantemente in guardia: sa di essere guardato e fotografato, controlla la propria espressione, regola la propria postura, presenta al fotografo la versione di sé che vuole che il mondo veda. Questa autodisciplina è la principale nemica del fotografo di ritratti, che cerca invece di cogliere qualcosa di autentico al di là della maschera. Chiedendo al soggetto di saltare, Halsman otteneva che per un breve istante — l’istante del salto — tutta l’attenzione si concentrasse sull’atto fisico, e la maschera sociale cadesse: il soggetto non aveva più il controllo della propria espressione, e in quel momento di abbandono la personalità vera si rivelava. La fotografia del salto era quindi, nella teoria di Halsman, la fotografia più vera possibile: il ritratto dell’uomo senza difese.

La jumpology produsse alcune delle immagini più straordinarie della sua carriera. Halsman fotografò in salto il duca e la duchessa di Windsor, Richard Nixon, Marilyn Monroe, Grace Kelly, il governatore Adlai Stevenson e decine di altri personaggi pubblici. Le fotografie rivelano, con un effetto a volte comico a volte inquietante, la differenza tra il personaggio pubblico e l’essere umano in volo: Nixon salta con una rigidità quasi meccanica, le braccia strette al corpo come se saltare fosse un atto di dovere; Marilyn Monroe salta con una gioia spontanea e sensoriale che illumina la fotografia di una luce completamente diversa dai suoi ritratti in posa; Grace Kelly salta con una grazia geometrica che sembra confermarne l’immagine pubblica di perfezione composta. In ogni caso, il salto rivela qualcosa: anche quando conferma l’immagine pubblica, la conferma in modo diverso, più fisico e più immediato, di quanto potrebbe fare qualsiasi ritratto tradizionale.

Il capitolo più celebre e più significativo dell’opera di Halsman è la sua lunga collaborazione con Salvador Dalí, iniziata nel 1941 e proseguita per oltre trent’anni. I due si incontrarono a New York poco dopo l’arrivo di Halsman in America, e si riconobbero immediatamente come spiriti affini: entrambi interessati al surrealismo, alla psicologia, al paradosso visivo, all’ironia come strumento conoscitivo. La collaborazione produsse una serie di immagini che sono tra le più citate della storia della fotografia del XX secolo, culminando nella celebre Dalí Atomicus del 1948.

Dalí Atomicus è una fotografia costruita con una complessità organizzativa che anticipava di decenni le tecniche della fotografia pubblicitaria contemporanea. L’immagine mostra Dalí in salto, con tre gatti anch’essi in volo, uno sgabello che cade, un secchio d’acqua rovesciato in aria e, sullo sfondo, il quadro di Dalí Leda Atomica appoggiato a una parete. Per ottenere questo risultato, Halsman e i suoi assistenti dovettero gettare i gatti in aria, versare il secchio d’acqua e far saltare Dalí centinaia di volte nel corso di una sessione durata una giornata intera, scattando ogni volta una singola esposizione e sviluppando il negativo sul momento per valutare il risultato. L’immagine finale fu ottenuta al ventottesimo tentativo, e ritrae tutti gli elementi in posizione perfetta, sospesi in un’istante di caos apparente che nasconde una composizione di straordinaria precisione.

Oltre alla jumpology e alla collaborazione con Dalí, Halsman sviluppò nel corso della carriera una riflessione teorica sistematica sul ritratto fotografico che lo distingue dalla maggior parte dei suoi contemporanei. Era convinto che la fotografia di ritratto avesse una dimensione psicologica ineludibile: il fotografo non poteva essere neutro rispetto al proprio soggetto, non poteva limitarsi a registrare la superficie visibile di una persona senza cercare di capire chi quella persona fosse. Questa convinzione lo portò a sviluppare un metodo di lavoro basato sulla conversazione preliminare con il soggetto, sull’osservazione prolungata prima di scattare, sulla capacità di creare un’atmosfera di fiducia e di abbandono in cui il soggetto potesse dimenticare la presenza della macchina fotografica.

Il suo approccio tecnico era al servizio di questa visione psicologica. Halsman lavorò prevalentemente con illuminazione artificiale in studio, usando sistemi di luci multiple con grande libertà e creatività: non cercava una luce naturalistica ma una luce drammatica, capace di scolpire i volti e di rivelare le strutture ossee e le tensioni muscolari che costituiscono la mappa fisica della personalità. La sua macchina fotografica di elezione fu per lungo tempo la Halsman Super-Graflex, una macchina di grande formato che permetteva negativi di alta qualità e una precisione di dettaglio straordinaria. Negli ultimi anni della carriera adottò anche il formato medio, ma mantenne sempre la preferenza per le grandi stampe che permettevano di apprezzare pienamente la ricchezza tonale delle sue fotografie in bianco e nero.

Un aspetto della personalità di Halsman che emerge chiaramente dall’esame della sua opera è il senso dell’umorismo: una qualità rara tra i grandi fotografi di ritratto, spesso inclini alla solennità, e che in Halsman si manifestava in una capacità di trovare il lato assurdo o paradossale di ogni situazione. Le fotografie umoristiche — i ritratti di personaggi famosi in atteggiamenti inaspettati, le composizioni surreali realizzate con Dalí, le serie di autoscatti in cui il fotografo stesso si metteva in gioco — non erano concessioni al gusto popolare ma espressioni genuine di una visione del mondo in cui l’umorismo era uno strumento conoscitivo non meno valido della serietà. Halsman aveva imparato, forse attraverso la propria vicenda biografica, che prendere le cose troppo sul serio era una forma di cecità: il sorriso, il salto, l’attimo di follia controllata potevano rivelare più verità di qualsiasi posa solenne.

Halsman fu membro fondatore di Magnum Photos nel 1947, insieme a Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, George Rodger e David Seymour. La sua presenza in Magnum testimonia il riconoscimento internazionale della sua posizione nel panorama della fotografia mondiale, e il valore simbolico di quell’adesione va al di là della semplice appartenenza a un’agenzia: Magnum era il tentativo di ridefinire il ruolo del fotografo come autore indipendente, proprietario dei propri negativi e artefice della propria visione, in contrasto con il modello del fotografo subordinato alle esigenze editoriali. Halsman condivideva pienamente questa filosofia: per tutta la carriera aveva difeso il diritto del fotografo di ritratto a interpretare i propri soggetti piuttosto che limitarsi a registrarli.

Le Opere principali

La produzione di Philippe Halsman abbraccia ritratti, libri, serie sperimentali e collaborazioni che hanno ridefinito il ritratto psicologico fotografico nel XX secolo. Di seguito le tappe e le opere fondamentali del suo percorso.

  • Dalí Atomicus (1948) — La fotografia più celebre di Halsman e una delle immagini più citate della storia della fotografia del XX secolo. Realizzata in collaborazione con Salvador Dalí nel corso di una giornata di lavoro che richiese ventotto tentativi, l’immagine mostra Dalí in salto circondato da gatti in volo, acqua rovesciata e arredi sospesi in aria, con il dipinto Leda Atomica sullo sfondo. Fu pubblicata su Life magazine nel gennaio del 1949 e diventò immediatamente simbolo della collaborazione tra fotografia e surrealismo.
  • Centouno copertine di Life magazine (1942-1972) — Il record assoluto nella storia del fotogiornalismo americano: Halsman realizzò centouno copertine per Life nel corso di trent’anni, ritraendo presidenti, attori, scienziati, scrittori e personaggi pubblici di ogni genere. Tra i soggetti più celebri: Marilyn Monroe (fotografata in copertina tre volte), Dwight Eisenhower, John F. Kennedy, Winston Churchill, Albert Einstein e Audrey Hepburn. Ogni copertina era il risultato di una sessione fotografica studiata nei minimi dettagli.
  • Jump Book (1959) — Il libro che sistematizza e celebra la jumpology: raccoglie fotografie in salto di 178 personaggi famosi, tra cui il duca e la duchessa di Windsor, Marilyn Monroe, Grace Kelly, Richard Nixon, Adlai Stevenson, Edward R. Murrow e molti altri. Ogni fotografia è accompagnata da un breve testo di Halsman in cui il fotografo analizza ciò che il salto rivela della personalità del soggetto. Il volume fu un successo commerciale immediato e rimane il documento più completo della teoria della jumpology.
  • Dali’s Mustache (1954) — Il libro fotografico realizzato in collaborazione con Salvador Dalí, pubblicato da Simon & Schuster. Raccoglie trentasette fotografie del baffo di Dalí in diverse pose e configurazioni impossibili, accompagnate da dialoghi surreali tra il fotografo e il pittore. È un oggetto editoriale unico nel suo genere: metà libro d’arte, metà gioco surrealista, metà riflessione filosofica sul significato dell’identità e dell’immagine pubblica.
  • Ritratto di Albert Einstein (1947) — Una delle fotografie più riprodotte della storia della scienza: il ritratto di Einstein con la lingua fuori, scattato il giorno del settantaduesimo compleanno del fisico nel marzo del 1951 (spesso erroneamente datato 1947). Einstein aveva appena finito di farsi fotografare per un’ora dalla stampa e, esausto, aveva risposto all’invito di Halsman a sorridere tirando fuori la lingua. Halsman capì immediatamente di aver catturato qualcosa di straordinario: non il grande scienziato ma l’uomo dietro la leggenda, con tutta la sua ironia e la sua stanchezza per la propria stessa celebrità.
  • Halsman on the Creation of Photographic Ideas (1961) — Il libro teorico in cui Halsman espone la propria filosofia del ritratto fotografico. Organizzato attorno a sei principi creativi — l’idea visiva, l’invenzione, la trasposizione, il metodo, la composizione, la cattura del momento — il volume è uno dei testi teorici più lucidi e più leggibili che un fotografo abbia mai scritto sulla propria pratica. Rimane un riferimento fondamentale per chiunque voglia comprendere il pensiero di Halsman al di là delle singole immagini.
  • Ritratto di Marilyn Monroe (1952) — La serie di ritratti di Marilyn Monroe realizzata per Life nel 1952, quando l’attrice era già famosa ma non ancora la leggenda che sarebbe diventata. Halsman la fotografò in studio con una semplicità e una naturalezza insolite per i ritratti di star hollywoodiane dell’epoca, cogliendo una qualità di vulnerabilità e di presenza fisica che le fotografie glamour di Monroe tendevano a nascondere. La copertina di Life del luglio 1952 con Monroe è considerata uno dei ritratti fotografici più riusciti della sua carriera.
  • Philippe Halsman: A Retrospective (1998) — archivio e catalogo postumo — Il catalogo pubblicato dalla Magnum Photos e dalla Bulfinch Press in occasione di una grande retrospettiva postuma, con saggi critici di Yvonne Halsman e di importanti storici della fotografia. L’archivio di Halsman, che comprende oltre duecentomila negativi, è conservato dalla famiglia e gestito dalla Halsman Archive, con sede a New York.
  • Ritratto di Winston Churchill (1951) — Il ritratto del primo ministro britannico scattato durante una visita di Churchill negli Stati Uniti nel 1951 è uno degli esempi più riusciti del metodo psicologico di Halsman: Churchill è ritratto con una semplicità quasi brutale, senza i simboli del potere e della gloria bellica, in un momento di stanchezza e di riflessione che rivela l’uomo al di là del mito. La fotografia fu pubblicata su Life e fece discutere per la sua mancanza di reverenza verso uno dei personaggi più celebrati del tempo.

Fonti

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