Paolo Ventura, nato a Milano nel 1968, è un fotografo, artista visivo e scenografo italiano, noto a livello internazionale per un approccio narrativo e teatrale alla fotografia. Costruisce con le mani i mondi che poi fotografa: città in miniatura, interni, strade bombardate, circhi invernali, popolati da burattini, soldati, suore, clown e giocolieri. In anni più recenti ha spostato il centro della propria ricerca verso la pittura e il collage, senza abbandonare l’idea di un racconto sospeso tra memoria e invenzione.
La sua carriera si divide in tre momenti riconoscibili. Il primo è quello della fotografia di moda, che pratica per circa un decennio dopo gli studi a Brera. Il secondo comincia con il trasferimento a New York e con i diorami della Seconda guerra mondiale, che lo rendono noto con War Souvenir (2006) e con Winter Stories (2009). Il terzo è il ritorno in Italia nel 2010, l’apertura del lavoro alla scena teatrale, alla famiglia e alla città, fino ai cicli pittorici di Milano e di Bologna degli ultimi anni. Questa pagina segue le tappe, le opere e le tecniche, con attenzione ai libri e alle mostre verificabili.
In Sintesi
- Paolo Ventura nasce a Milano nel 1968, figlio dell’illustratore Piero Ventura, studia all’Accademia di Brera e lavora circa un decennio come fotografo di moda.
- A New York, in uno studio di Brooklyn, costruisce diorami ispirati ai racconti di guerra della nonna e li fotografa: nasce War Souvenir (Contrasto, 2006).
- Seguono Winter Stories (Aperture, 2009), The Automaton (Dewi Lewis, 2012) e Short Stories (Aperture, 2016), con la famiglia come protagonista.
- Nel 2010 torna in Italia e si stabilisce ad Anghiari, in Toscana; lavora anche per il teatro, con scene e costumi per Chicago e Torino.
- Negli ultimi anni alterna fotografia e pittura, con Milano e Bologna come soggetto e una grande mostra a Modena nel 2025.
- Le sue opere sono in raccolte come il Museum of Fine Arts di Boston e la Library of Congress.
Origini, famiglia e formazione
Paolo Ventura nasce a Milano nel 1968 in una famiglia in cui il disegno e la narrazione sono mestieri quotidiani. Il padre, Piero Ventura, è un illustratore e autore di libri per l’infanzia noto a livello internazionale, molto attivo negli anni Settanta e Ottanta. Dalla nonna, che raccontava la vita nelle campagne italiane durante le due guerre mondiali, Ventura riceve il materiale narrativo che più tardi trasformerà nei diorami. Le estati trascorse nei borghi collinari dell’Italia centrale, in particolare nell’area orientale della Toscana, lasciano un’immagine di paese che tornerà a più riprese nel suo lavoro. Questo contesto ha influenzato profondamente la sua sensibilità artistica, alimentando fin da giovane un immaginario visivo ricco di suggestioni letterarie, fiabesche e storiche.
Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Le biografie dell’editore Aperture ricordano il diploma nel 1991, mentre nel racconto fatto dall’artista a Il Giornale dell’Arte l’esperienza accademica viene interrotta perché gli sembrava di perdere tempo. Il passaggio è istruttivo: Ventura non si forma in una scuola di fotografia, e la fotografia entra nella sua vita attraverso un mestiere, quello della moda, prima che attraverso una teoria.
La fotografia di moda e la svolta
Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta Ventura entra quasi per caso nel mondo della moda, da autodidatta. Collabora con riviste come Elle, Marie Claire, Amica e Vogue Gioiello, e per circa un decennio lavora anche nella fotografia di design e di paesaggio. Ricorda quegli anni dicendo di essere rimasto felicemente intrappolato per un decennio: un mestiere ben pagato, con regole precise, che però non coincideva con il suo interesse artistico. Alla fine degli anni Novanta, dopo circa dieci anni di attività nel settore commerciale, decide di abbandonare la fotografia editoriale per dedicarsi a una ricerca più personale e sperimentale.
La fotografia di moda gli lascia in eredità alcune competenze che si ritroveranno nelle opere successive: la gestione della luce di studio, l’attenzione al costume, l’abitudine a lavorare con un set costruito e con modelli, la disciplina nel controllo dell’immagine finale. Quello che cambia è il fine: invece di fotografare abiti per vendere, Ventura costruisce un mondo per raccontare una storia. Per questa linea di lavoro, in cui la scena nasce interamente davanti all’obiettivo, si veda la pagina dedicata alla fotografia di messa in scena.
New York e i diorami di guerra
Il trasferimento a New York, in un piccolo studio di Brooklyn, segna una svolta decisiva. Le fonti non concordano sulla data: alcune biografie parlano della fine degli anni Novanta, mentre nell’intervista rilasciata a Il Giornale dell’Arte Ventura colloca l’arrivo nel 2003, a casa del fratello, ricominciando da zero. In quello spazio quasi da sgabuzzino inizia a costruire diorami fotografici ispirati ai racconti dell’Italia in guerra tramandati dalla nonna, con materiali di recupero e una meticolosa attenzione ai dettagli. Queste miniature diventano il fulcro di un nuovo linguaggio visivo che mescola fotografia narrativa, scenografia teatrale, pittura e collage.
Il primo lavoro pubblicato esce sul New Yorker, grazie alla photo editor Elisabeth Biondi, e viene seguito da altre uscite e da mostre nelle gallerie newyorkesi: tra le gallerie con cui ha lavorato figurano Hasted Hunt Kraeutler ed Edwynn Houk. Nel 2006 pubblica con Contrasto il suo primo libro d’artista, War Souvenir, con una prefazione di Francine Prose, che raccoglie le immagini dei diorami bellici. Il successo è immediato e internazionale: le opere vengono esposte in gallerie e musei, e la BBC include Ventura nel documentario The Genius of Photography (2007), consacrandolo come uno degli autori più originali della fotografia contemporanea italiana. Una parte delle scene è ambientata a Modena, città che Ventura conosceva poco ma che gli sembrava adatta per la nebbia, i portici e la vicinanza tra pianura e montagna.
Un dato conferma l’importanza di questo ciclo. Nel 2010 la Library of Congress di Washington acquisisce centoquarantadue Polaroid di War Souvenir, un lavoro che documenta il metodo dell’artista. La Polaroid fa parte del suo modo di procedere: Ventura la usa spesso per scattare anteprime, verificare la coerenza visiva e poi passare alla fotografia definitiva.
Winter Stories, The Automaton e Venezia
Il secondo grande ciclo è Winter Stories, pubblicato da Aperture a fine novembre 2009 in un volume rilegato di 119 pagine, con una prefazione di Eugenia Parry. Le immagini evocano i ricordi di un vecchio artista del circo e si concentrano su piccoli momenti quotidiani invece che su eventi drammatici. Ventura usa memorie d’infanzia, figure in miniatura e set costruiti per rappresentare l’Italia degli anni Trenta, con un tono che l’editore definisce non propriamente edenico. I personaggi sono burattini vestiti secondo il tema di ogni storia, e il volume comprende una sequenza di immagini, materiali del processo di lavoro e i disegni preparatori con cui l’artista guidava la costruzione dei set. Una stampa della serie è nella collezione permanente del Museum of Fine Arts di Boston.
The Automaton, pubblicato da Dewi Lewis nel 2012, sposta il racconto a Venezia. Il libro, di cinquantadue pagine e ventidue illustrazioni a colori, si apre con il ritratto a figura intera di un vecchio venditore ambulante veneziano, descritto come un fantasma del ghetto ebraico durante la guerra. L’uomo costruisce un compagno, un automa di nome Nino, per condividere ogni sera un brindisi di amicizia, e Nino quasi lo porta alla morte. L’ambientazione è l’inverno del 1942 e la solitudine del personaggio è quella della città, avvolta e smorzata. La recensione di George Slade su photo-eye insiste sul carattere di libro illustrato: una o due frasi a sinistra, un’immagine a destra, ma con un tono scuro che sconsiglia di leggerlo come letteratura per l’infanzia. Le scene, definite «meticolosamente disordinate», mostrano figure che si dissolvono in ombre brune e verdi, e mescolano dettagli verosimili con elementi che sfidano visibilmente il realismo. La versione italiana, L’Automa, esce nel 2011 per Peliti Associati. Nel 2020 il ciclo è stato esposto alla Műcsarnok Kunsthalle di Budapest.
La Venezia di Ventura si accosta ad altri sguardi contemporanei sulla città come immaginario, per esempio quello della fotografa Silvia Camporesi con La Terza Venezia, e per il rapporto tra città e racconto costruito si può guardare anche al lavoro di Gregory Crewdson, che opera con mezzi molto diversi. Tra i lavori della stessa fase compaiono Lo Zuavo Scomparso (Punctum Books, 2012), collegato alla mostra al MACRO di Roma, e Behind the Walls, pubblicato da Danilo Montanari Editore.
Il ritorno in Italia e Short Stories
Nel 2010 Ventura torna in Italia e si stabilisce ad Anghiari, un piccolo borgo toscano in provincia di Arezzo. Secondo alcune biografie ristruttura un vecchio granaio trasformandolo in studio, e da lì continua la produzione artistica coinvolgendo anche la famiglia nei progetti. Nell’ultimo decennio le fonti lo collocano tra la Toscana e Milano. La moglie Kim e il figlio Primo diventano interpreti di Short Stories, ciclo di narrazioni brevi in cui le scenografie diventano set fotografici e il tema è la finzione, la memoria e l’identità. Secondo alcune biografie recitano nelle storie anche il fratello gemello Andrea, con cui Ventura ha condiviso nel 2022 la mostra Napoléon. Andrea e Paolo Ventura al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, dall’11 marzo al 5 giugno, dedicata a Napoleone e alla vita nelle sue guarnigioni.
Il libro Short Stories esce da Aperture nel 2016, e il ciclo è stato presentato nel 2022 alla Palazzina dei Bagni Misteriosi del Teatro Franco Parenti di Milano. Questa fase mostra un Ventura che porta nel racconto fotografico la dimensione domestica, che prima era solo evocata, e che lavora con attori reali nello spazio del proprio studio. Il linguaggio resta quello della scena costruita, ma il tono si fa più intimo e meno storico.
La città infinita, Milano e Bologna
Una svolta ulteriore è La città infinita, presentata nel 2016 alla galleria Photographica FineArt di Lugano, dal 10 marzo al 5 maggio. Ventura costruisce scene urbane con elementi scenografici e frammenti di edifici, le fotografa e le compone in collage. Il ciclo richiama il secondo Futurismo italiano e la pittura murale di Mario Sironi. L’artista interpreta tutte le figure umane, e la linea dell’orizzonte resta la stessa in ogni scena, dando origine a un paesaggio urbano continuo. Una sala della mostra era dedicata ai set costruiti per le opere esposte. Accanto a questo lavoro si colloca Milano per filo e per segno.
Gli ultimi lavori accentuano la dimensione pittorica. Milano/proiezioni astratte, pubblicato da Corraini nel 2024, combina fotografia, pittura e collage nel racconto del capoluogo lombardo. Bologna 10 + 1 è la mostra che il MAMbo di Bologna ha ospitato dal 17 settembre al 3 novembre 2024, a cura di Danilo Montanari: undici lavori in cui una fotografia stampata su più pannelli cuciti insieme viene ripresa a mano con la pittura, per omettere ed evidenziare. Ne nascono paesaggi urbani spogli, che recuperano soltanto l’idea del gioco. Il catalogo omonimo, pubblicato da Danilo Montanari Editore nel 2024 con una nota di Giovanna Pesci, è stato stampato in trecento copie. A questi progetti si aggiungono Quarantine Diary (Danilo Montanari Editore, 2020), diario visivo del periodo di lockdown, e la monografia Photographs and Drawings (Silvana Editoriale, 2020), che mette in dialogo disegni e fotografie. Nel 2021 esce Autobiografia di un Impostore, pubblicato da Johan & Levi con Laura Leonelli.
La mostra L’oca gigante e altre meraviglie si è tenuta a Palazzo Santa Margherita a Modena, per la Fondazione AGO, dal 18 settembre 2025 all’8 febbraio 2026. Curata da Ventura con Chiara Dall’Olio e Francesca Fontana, comprendeva una trentina di opere inedite, in gran parte del periodo 2005–2007, tratte dall’archivio dei lavori americani. Dopo la mostra modenese, alcune immagini di architetture sono state presentate a Parigi, alla Fondation des Artistes, nel novembre 2025, e nel 2026 una mostra intitolata Die verlorene Elster und andere Angelegenheiten alla galleria Jaeger Art di Berlino. Secondo alcune presentazioni recenti la sua produzione include anche libri per bambini, in linea con la tradizione familiare.
Teatro, cinema e documentari
Il lavoro di Ventura sconfina presto nella scena teatrale. Con il regista Rob Ashford disegna le scenografie del musical Carousel di Rodgers e Hammerstein per il Lyric Opera di Chicago, e nel 2018, con il regista Gabriele Lavia, realizza scene e costumi per Pagliacci di Leoncavallo al Teatro Regio di Torino. Sono lavori coerenti con la sua pratica: chi costruisce set in miniatura per fotografarli trova nella scena dal vivo un’estensione naturale, a scala umana, dello stesso procedimento.
Il suo lavoro compare anche in produzioni audiovisive. Il documentario The Genius of Photography della BBC (2007) ne ha segnato la visibilità internazionale, e nel 2013 Ventura figura in An Ocean of Images di Helen Doyle, mentre la televisione svizzera trasmette un breve documentario sul suo lavoro. Nel 2015 Erik van Empel dirige il lungometraggio Paolo Ventura: The Vanishing Man, che nel 2016 vince il Prix Italia nella categoria spettacolo dal vivo in televisione.
Stile fotografico e tecniche narrative
Il linguaggio visivo di Paolo Ventura si distingue per una forte componente narrativa, che lo colloca in una posizione particolare nel panorama dell’arte contemporanea italiana. La sua fotografia non si limita alla documentazione del reale, ma si configura come messa in scena, costruzione artigianale di mondi immaginari che prendono forma attraverso diorami, scenografie teatrali e interventi pittorici. Nell’intervista a Il Giornale dell’Arte sintetizza il proprio rapporto con il mezzo dicendo che la fotografia non lo ha mai interessato per la sua funzione più diffusa, cioè rappresentare la realtà, e che l’ha sempre vista come utile a raffigurare mondi che non esistevano. Riconosce una fase iniziale di ricerca del realismo, poi abbandonata, e dichiara di amare la costruzione di mondi immaginari in un tempo sospeso.
Il processo parte dalla costruzione fisica di ambientazioni in miniatura, spesso realizzate con materiali di recupero, cartone, tessuti e oggetti trovati nei mercatini. Ogni elemento, dalle finestre ai pavimenti, dalle lampade ai cieli, è progettato e assemblato con cura fino a ottenere un set tridimensionale che viene poi fotografato. Le recensioni dei libri descrivono scene «meticolosamente disordinate», in cui il controllo visivo preciso convive con l’apparenza di detriti e di decadimento. La fotografia, in questo contesto, è l’atto finale di un processo che comprende ricerca storica, manualità, composizione scenografica e intervento pittorico. In alcune opere sovrappone alla fotografia interventi pittorici e collage, accentuando il carattere onirico e sospeso delle immagini.
Il suo stile è stato definito, in alcune sintesi, un realismo magico fotografico, per la capacità di evocare atmosfere fiabesche e malinconiche in cui il tempo sembra sospeso e i personaggi, spesso burattini, clown, soldati, suore, giocolieri, abitano mondi che oscillano tra memoria e invenzione. Le immagini sono racconti visivi, costruiti con una logica cinematografica, in cui ogni dettaglio contribuisce alla narrazione. Tra i motivi ricorrenti che l’artista stesso elenca ci sono la Prima e la Seconda guerra mondiale, le scritte e le macchie sui muri, le case dalle forme particolari, il contrasto tra campagna e città, le figure di suore, preti, carabinieri, clown e giocolieri, e ancora gli ex voto e i diari.
Ventura ha esplorato anche il tema del doppio, dell’identità frammentata, della scomparsa e della trasformazione. In molte opere l’artista stesso appare come personaggio, travestito o mimetizzato, in una sorta di autoritratto narrativo, e nella Città infinita interpreta tutte le figure umane. Questo gioco di ruoli e maschere richiama il teatro, il circo, la commedia dell’arte, e si riflette nella costruzione di scenografie fotografiche che diventano palcoscenici per storie immaginarie. I riferimenti agli anni Trenta e Quaranta, alle guerre, ai bar di periferia, ai vicoli bombardati, restano evocativi e privi di intenti didascalici: Ventura cerca l’emozione del ricordo più che la verità storica. Per il rapporto tra immagine costruita e strada si veda anche la pagina sulla street photography, che accosta Ventura a Gregory Crewdson come esempi di una fotografia di strada messa al servizio di narrazioni costruite.
Negli ultimi anni ha ampliato il proprio linguaggio con installazioni, sculture di carta, libri illustrati e tecniche miste. Progetti come Bologna 10 + 1 e Milano/proiezioni astratte mostrano una crescente attenzione alla pittura urbana, alla decontestualizzazione architettonica e alla sottrazione narrativa, dove lo spettatore è invitato a completare la storia con la propria immaginazione.
Mostre e collezioni
Nel corso degli anni Ventura ha esposto in istituzioni come Forma di Milano, il MACRO di Roma, il Fotomuseum Den Haag, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, i Rencontres de la Photographie di Arles, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi e il MART di Rovereto, e ha partecipato nel 2011 alla 54ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nel Padiglione Italia. Nel 2012 il MACRO di Roma ha ospitato la mostra personale Lo Zuavo Scomparso, nel 2013 la Phillips Collection di Washington lo ha incluso in Next Stop Italy, nel 2019 il Museum of Fine Arts di Boston gli ha dedicato Make Believe, nel 2021 The Families of Man è stata allestita ad Aosta e una mostra si è tenuta al MAC di San Paolo.
Le sue opere sono entrate in collezioni pubbliche e private: il Museum of Fine Arts di Boston, la Library of Congress di Washington con le centoquarantadue Polaroid di War Souvenir, la Margulies Collection, la Phillips Collection, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il MART di Rovereto e il MAXXI di Roma. Per la parte teatrale ha collaborato con il Lyric Opera di Chicago e con il Teatro Regio di Torino. Vive e lavora tra la Toscana e Milano.
Le opere principali
Le opere di Paolo Ventura si articolano in cicli narrativi coerenti, ciascuno caratterizzato da un’ambientazione precisa, da una tecnica specifica e da un tema dominante. La tabella riassume i principali.
| Opera | Anno | Descrizione |
|---|---|---|
| War Souvenir | 2006 | Fotografie di diorami ispirati alla Seconda guerra mondiale, nati dai racconti della nonna. Pubblicato da Contrasto, con prefazione di Francine Prose. |
| Winter Stories | 2009 | Serie poetica e malinconica che evoca i ricordi di un vecchio artista del circo nell’Italia degli anni Trenta. Pubblicato da Aperture. |
| The Automaton (L’Automa) | 2011–2012 | Racconto illustrato ambientato a Venezia nell’inverno del 1942, con un vecchio e un automa. Dewi Lewis (2012); edizione italiana Peliti Associati (2011). |
| Lo Zuavo Scomparso | 2012 | Libro (Punctum Books) e mostra personale al MACRO di Roma. |
| La città infinita | 2016 | Paesaggi urbani composti con collage di scene costruite, ispirati al secondo Futurismo e a Sironi; mostra a Lugano. |
| Short Stories | 2016 | Narrazioni brevi con la famiglia dell’artista, ambientate nel suo studio toscano. Pubblicato da Aperture. |
| Quarantine Diary | 2020 | Diario visivo del lockdown, pubblicato da Danilo Montanari Editore. |
| Photographs and Drawings | 2020 | Monografia che raccoglie fotografie e disegni, pubblicata da Silvana Editoriale. |
| Autobiografia di un Impostore | 2021 | Libro narrativo illustrato, con Laura Leonelli, pubblicato da Johan & Levi. |
| Milano/proiezioni astratte | 2024 | Progetto urbano che combina fotografia, pittura e collage, dedicato a Milano (Corraini). |
| Bologna 10 + 1 | 2024 | Undici paesaggi urbani spogli, fotografia su pannelli cuciti e pittura; mostra al MAMbo di Bologna. |
| L’oca gigante e altre meraviglie | 2025 | Mostra a Modena con una trentina di opere inedite, installazioni e scenografie tridimensionali. |
Eredità e collocazione critica
Ventura è considerato uno dei principali esponenti della fotografia narrativa italiana contemporanea, e il suo lavoro continua a influenzare nuove generazioni di artisti visivi, scenografi e fotografi. Il suo contributo più riconoscibile riguarda il modo di unire pratiche che di solito restano separate: la costruzione artigianale del set, la fotografia come registrazione finale, la pittura come correzione, il teatro come estensione. Ne deriva una tradizione italiana della fotografia costruita che si distingue per l’attenzione alla memoria familiare e alla storia minore.
Ventura viene accostato spesso ad altri autori della fotografia messa in scena, e il confronto più frequente è quello con Gregory Crewdson, con cui condivide l’idea del set costruito ma non la scala né il registro: dove l’americano lavora su grandi produzioni e su una luce cinematografica, l’italiano mantiene l’artigianato del cartone e dei materiali poveri, in miniatura. La sua parabola, dal set di moda al diorama, dalla fotografia alla pittura, mostra come il confine tra fotografia e altre arti sia diventato negli ultimi decenni un territorio di lavoro aperto.
Domande frequenti
Quando e dove nacque Paolo Ventura?
Nacque a Milano nel 1968. Il padre, Piero Ventura, fu un illustratore e autore di libri per l’infanzia noto a livello internazionale.
Che cosa sono i suoi diorami?
Sono ambientazioni in miniatura costruite a mano con cartone, tessuti, materiali di recupero e oggetti trovati nei mercatini, che l’artista fotografa. I primi, ispirati ai racconti di guerra della nonna, sono raccolti in War Souvenir (Contrasto, 2006).
Quali sono i suoi libri principali?
War Souvenir (Contrasto, 2006), Winter Stories (Aperture, 2009), The Automaton (Dewi Lewis, 2012), Short Stories (Aperture, 2016), Quarantine Diary e Photographs and Drawings (2020), Autobiografia di un Impostore (Johan & Levi, 2021).
Dove vive e lavora?
Dopo gli anni a New York è tornato in Italia nel 2010 e si è stabilito ad Anghiari, in Toscana. Le fonti recenti lo collocano tra la Toscana e Milano.
Ha lavorato per il teatro?
Sì. Ha disegnato le scene di Carousel per il Lyric Opera di Chicago, con il regista Rob Ashford, e nel 2018 scene e costumi di Pagliacci al Teatro Regio di Torino, con la regia di Gabriele Lavia.
Dove sono conservate le sue opere?
Tra le altre istituzioni, il Museum of Fine Arts di Boston, la Library of Congress di Washington, la Phillips Collection, la Margulies Collection, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il MART di Rovereto e il MAXXI di Roma.
Per altri profili si può consultare l’indice I grandi fotografi della storia, che raccoglie autori e autrici di ogni epoca.
Fonti
- Paolo Ventura, Wikipedia in inglese
- Aperture, scheda del libro Winter Stories di Paolo Ventura
- Finestre sull’Arte, Paolo Ventura: Bologna 10 + 1 al MAMbo
- photo-eye, recensione di The Automaton di Paolo Ventura
- Il Giornale dell’Arte, intervista a Paolo Ventura
- Artribune, Paolo Ventura: La Città Infinita
- Itinerari nell’Arte, scheda su Paolo Ventura
- Finestre sull’Arte, scheda artista Paolo Ventura
Aggiornato Ottobre 2026



