HomeLa Storia della FotografiaApprofondimentiDiffrazione in fotografia: quando le piccole aperture distruggono la nitidezza

Diffrazione in fotografia: quando le piccole aperture distruggono la nitidezza

Vi è un paradosso sottile che accompagna chiunque si avvicini alla fotografia con rigore tecnico. Chiudere il diaframma sembra, intuitivamente, un’operazione di guadagno puro: si aumenta la profondità di campo, si correggono molte delle aberrazioni geometriche che affliggono le ottiche alla massima apertura, si rendono nitidi soggetti che a tutta apertura sarebbero stati morbidi. Eppure esiste un punto oltre il quale questo guadagno si inverte con brutalità, e la nitidezza che si stava cercando di massimizzare comincia a degradare proprio a causa del diaframma stesso. Questo punto non è determinato dalla qualità dell’ottica, dal tipo di messa a fuoco o dalla tecnica del fotografo: è determinato dalla fisica ondulatoria della luce, e si chiama diffrazione.

La diffrazione è uno dei fenomeni ottici più rilevanti per la pratica fotografica e allo stesso tempo uno dei meno trattati in modo autonomo e sistematico nella letteratura di settore. Spesso citata en passant nelle discussioni su aberrazioni o profondità di campo, raramente riceve l’attenzione analitica che merita, soprattutto in relazione alla variabile che la rende oggi più critica che in passato: la densità di pixel dei sensori moderni. Un sensore da 61 megapixel piange dalla diffrazione a aperture dove uno da 12 megapixel non avverte ancora nulla: comprendere perché è la chiave per prendere decisioni informate su quale diaframma usare, e quando il compromesso tra profondità di campo e risoluzione inizia a giocare contro il fotografo invece che a suo favore.

Questo articolo non si occupa di coma, astigmatismo o aberrazione cromatica, già trattati altrove nella letteratura di questo sito: si concentra esclusivamente sulla diffrazione come fenomeno fisico autonomo, ne traccia le radici storiche e teoriche, e costruisce un quadro pratico per il fotografo che voglia sapere con precisione a quale apertura il suo specifico sistema ottico-sensore inizia a perdere risoluzione per motivi diffrattivi.

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Di Dicklyon di Wikipedia in inglese – Trasferito da en.wikipedia su Commons da Shizhao utilizzando CommonsHelper., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5699291

Fondamenti fisici: la natura ondulatoria della luce e il disco di Airy

Per comprendere la diffrazione fotografica, occorre partire da un principio fondamentale dell’ottica fisica: la luce non si comporta esclusivamente come un insieme di raggi rettilinei, come vorrebbe l’ottica geometrica, ma presenta una natura ondulatoria che si manifesta con evidenza quando l’onda interagisce con aperture o ostacoli le cui dimensioni sono comparabili alla lunghezza d’onda della luce stessa. Quando un’onda luminosa passa attraverso un’apertura circolare, come quella definita dal diaframma di un obiettivo fotografico, non forma sul piano focale un punto ideale di luce, ma un pattern di diffrazione caratteristico: un disco luminoso centrale circondato da anelli alternati di luce e oscurità, di intensità decrescente verso l’esterno.

Questo pattern prende il nome di disco di Airy o figura di Airy, dal nome del matematico e astronomo britannico George Biddell Airy, che ne formulò la descrizione matematica nel 1835 nel contesto dell’astronomia telescopica. Il raggio del primo minimo del pattern di diffrazione, ovvero il bordo del disco centrale luminoso, è descritto dalla relazione:

r = 1,22 × λ × N

dove r è il raggio del disco di Airy sul piano focale, λ è la lunghezza d’onda della luce, e N è il numero f/, ovvero il rapporto tra la lunghezza focale e il diametro fisico dell’apertura del diaframma. Questa relazione rivela immediatamente la struttura del problema fotografico: il raggio del disco di diffrazione cresce linearmente con il numero f/. Aprire di due stop (passare da f/8 a f/4, dimezzando il numero f/) dimezza il raggio del disco di Airy; chiudere di due stop (passare da f/8 a f/16, raddoppiando il numero f/) raddoppia il raggio del disco.

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Un disco di Airy realizzato tramite un modello computerizzato

Inserendo valori concreti: per luce verde di lunghezza d’onda 555 nm (il picco della sensibilità fotopica dell’occhio umano, e il valore convenzionalmente usato nelle specifiche ottiche), a f/8 il raggio del disco di Airy è circa 5,4 µm; a f/11 è circa 7,4 µm; a f/16 è circa 10,8 µm; a f/22 è circa 14,9 µm. Questi valori assoluti diventano significativi solo quando vengono confrontati con la dimensione dei fotodiodi del sensore su cui l’immagine viene proiettata, e questa è la chiave che collega la fisica teorica alla pratica fotografica quotidiana.

Il criterio di Rayleigh, formulato dallo stesso fisico britannico Lord Rayleigh nel 1879 sempre in contesto astronomico, stabilisce il limite teorico di risoluzione angolare di un sistema ottico limitato dalla diffrazione: due sorgenti puntiformi possono essere distinte quando il massimo centrale di una cade sul primo minimo dell’altra. Questo criterio è il fondamento teorico del concetto di apertura limite diffrattiva in fotografia: l’apertura oltre la quale due punti del soggetto non possono più essere risolti come separati dal sistema ottico, indipendentemente dalla qualità dell’obiettivo e del sensore.

È importante chiarire immediatamente un punto che genera confusione: la diffrazione non è un difetto dell’ottica. Un obiettivo privo di qualsiasi aberrazione, un’ottica teoricamente perfetta, sarebbe comunque limitato dalla diffrazione esattamente allo stesso modo di un obiettivo reale. Anzi, la diffrazione è il limite fisico assoluto che nessuna ingegneria ottica può superare: oltre una certa apertura, l’unico modo per ridurre gli effetti diffrattivi è aumentare il diametro fisico del fascio di luce, ovvero aprire il diaframma.

Storia del problema: dalla fotografia su lastra al sensore digitale ad alta densità

Il problema della diffrazione fotografica non è nuovo: era noto e discusso già nell’Ottocento, quando i fotografi su lastra di vetro al collodio sperimentavano con diaframmi molto chiusi per ottenere la massima profondità di campo possibile nelle fotografie di architettura e paesaggio. I pionieri come William Henry Fox Talbot e i successivi fotografi in formato grande (8×10 pollici, 11×14 pollici e oltre) scoprirono empiricamente che chiudere il diaframma oltre certi limiti produceva immagini morbide, una morbidezza diversa da quella dell’out-of-focus, più uniforme e indefinita. La spiegazione fisica era già disponibile, grazie al lavoro di Airy e Rayleigh, ma la sua traduzione in termini pratici per la fotografia richiese decenni.

Nella fotografia su grande formato, il problema diffrattivo era attenuato da un fattore fisico fondamentale: le lastre avevano dimensioni tali (spesso superiori a 20×25 cm) che anche un disco di Airy di 15-20 µm era piccolo rispetto alla grana della pellicola o alla risoluzione della lastra e, soprattutto, piccolo rispetto alle dimensioni del fotogramma che avrebbe richiesto un ingrandimento molto modesto per la stampa. Il fotografo di grande formato poteva chiudere a f/64, f/90 o anche f/128 perché la lastra era già così grande che l’ingrandimento finale era minimo, e il disco di Airy diffrattivo rimaneva al di sotto della soglia di visibilità nella stampa finita. Le fotocamere della Group f/64, il celebre collettivo americano che includeva Ansel Adams, Edward Weston e Imogen Cunningham, prendevano il nome proprio dall’apertura estrema che utilizzavano sistematicamente per ottenere una nitidezza estrema dall’orizzonte al primo piano, e che sul grande formato era tecnicamente giustificata nonostante la diffrazione.

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Diffrazione di un raggio laser attraverso una fenditura di forma quadrata

Con il passaggio al formato 35 mm, reso popolare dalla Leica a partire dalla fine degli anni Venti del Novecento, la situazione cambiò. Il fotogramma da 24×36 mm richiedeva ingrandimenti molto maggiori per produrre stampe dello stesso formato, e la diffrazione divenne proporzionalmente più rilevante. I diaframmi estremi come f/22 e f/32, ancora praticabili sul grande formato, cominciarono a produrre perdite di nitidezza percettibili sul 35 mm. La letteratura fotografica del dopoguerra raccomandava già di non scendere sotto f/16 con le ottiche per 35 mm, e i migliori obiettivi dell’epoca venivano progettati per fornire la risoluzione ottima tra f/5,6 e f/11, con un decadimento progressivo verso le aperture estreme.

La vera accelerazione del problema diffrattivo nella pratica fotografica arrivò con il digitale ad alta risoluzione. I primi dorsi digitali professionali degli anni Novanta avevano densità di pixel relativamente basse, con pixel pitch (la dimensione fisica di ogni singolo fotodiodo) nell’ordine dei 10-15 µm: valori paragonabili o superiori al disco di Airy a f/11, il che significava che il limite diffrattivo cadeva al di là del limite di campionamento del sensore. Ma con la progressiva miniaturizzazione dei fotodiodi, spinta dalla corsa ai megapixel degli anni Duemila e Duemiladieci, il pixel pitch scese dapprima a 6-7 µm nei sensori full frame di alta risoluzione, poi a 3-4 µm nei sensori APS-C e Micro Quattro Terzi, fino agli attuali 4,4 µm del Sony A7R V (61 MP full frame) o ai 3,76 µm del Sony A6700 (26 MP APS-C). A questi valori, la diffrazione diventa un fattore limitante a aperture che molti fotografi usano di routine.

Pixel pitch, sensori piccoli e grandi: perché il formato cambia tutto

Il pixel pitch è la variabile che collega la fisica della diffrazione alla pratica fotografica concreta. Si definisce come la distanza centro-centro tra fotodiodi adiacenti sul sensore, e corrisponde approssimativamente alla dimensione fisica di ciascun fotodiodo (con piccole correzioni per la circuiteria interposta, che nei sensori BSI moderni è minimizzata). È il valore che determina la soglia diffrattiva pratica: quando il disco di Airy diventa più grande del pixel pitch, la diffrazione inizia a degradare la risoluzione del sistema in modo misurabile.

La relazione tra pixel pitch e apertura limite diffrattiva (spesso indicata come DAL, Diffraction Aperture Limit) può essere calcolata con la formula inversa derivata dalla relazione di Airy:

N_lim = p / (1,22 × λ)

dove p è il pixel pitch e λ è la lunghezza d’onda della luce. Per luce verde a 555 nm: un sensore con pixel pitch di 8,4 µm (tipico di un full frame 24 MP come il Nikon Z6 II) inizia a perdere risoluzione diffrattiva attorno a f/12,5; un sensore con pixel pitch di 4,4 µm (Sony A7R V, 61 MP full frame) raggiunge il limite già a f/6,5 circa; un sensore con pixel pitch di 3,3 µm (tipico di un sensore Micro Quattro Terzi da 20 MP) tocca il limite già intorno a f/5. Questi non sono valori al di là dei quali la fotografia diventa impossibile, ma soglie oltre le quali il sistema perde risoluzione misurata in linee per millimetro, con un degrado progressivo che diventa percettibile a ingrandimento sufficientemente elevato.

È fondamentale comprendere che il formato del sensore influisce sulla diffrazione non attraverso la dimensione assoluta del sensore, ma attraverso il pixel pitch, che dipende dalla combinazione di formato e risoluzione. Due sensori full frame, uno da 12 MP e uno da 61 MP, hanno dimensioni fisiche identiche ma pixel pitch molto diversi: il primo ha fotodiodi grandi circa 8-9 µm, il secondo circa 4,4 µm. Al contrario, un sensore Micro Quattro Terzi da 12 MP, pur avendo dimensioni fisiche molto inferiori al full frame, potrebbe avere un pixel pitch comparabile a quello di un full frame da 20 MP.

La conseguenza pratica di questa analisi riguarda il rapporto tra sensori piccoli e diffrazione. I sensori di piccolo formato, come quelli degli smartphone o delle compatte, hanno pixel pitch che scendono sotto i 2 µm: a questi valori, la soglia diffrattiva cade a f/2,8 o persino a f/2. Poiché le ottiche degli smartphone operano spesso a aperture fisse nell’intorno di f/1,8-f/2,8, la diffrazione non è il fattore limitante principale. Ma se si applicasse a una compatta avanzata con sensore da 1 pollice e 20 MP (pixel pitch circa 2,4 µm) un diaframma di f/8, il sistema sarebbe già ampiamente oltre il limite diffrattivo, con una perdita di risoluzione significativa. Per questo motivo le ottiche delle compatte ad alte prestazioni sono progettate con aperture minime che raramente scendono sotto f/5,6 o f/8, valori che in formato full frame sarebbero considerati aperture di lavoro normali ma che in formato ridotto sono già vicini al limite diffrattivo.

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Di Nessun autore leggibile automaticamente. Lorenzarius presunto (secondo quanto affermano i diritti d’autore). – Nessuna fonte leggibile automaticamente. Presunta opera propria (secondo quanto affermano i diritti d’autore)., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=455643

Un caso istruttivo è quello dei dorsi digitali di medio formato ad altissima risoluzione come lo Hasselblad X2D 100C o il Phase One IQ4 150MP. Il sensore da 100 MP dell’Hasselblad X2D misura 43,8×32,9 mm con un pixel pitch di circa 3,76 µm: non molto diverso da quello di un APS-C da 24-26 MP. Nonostante il formato fisico più grande, la risoluzione estrema porta la soglia diffrattiva a circa f/5,5, significativamente più restrittiva di quella di un full frame da 24 MP. Questo costringe i fotografi di medio formato digitale ad alta risoluzione a lavorare con aperture molto più aperte di quanto l’intuizione suggerirebbe, accettando minore profondità di campo rispetto a quanto il formato potrebbe teoricamente garantire. La documentazione tecnica di Phase One affronta esplicitamente questa tematica nelle guide destinate ai fotografi di architettura e paesaggio.

Il compromesso tra profondità di campo e risoluzione: dove si trova l’ottimum

Il compromesso fondamentale della fotografia a piccola apertura è quello tra profondità di campo e risoluzione per diffrazione. Sono due quantità che si muovono in direzioni opposte al variare del diaframma: la profondità di campo aumenta chiudendo il diaframma, mentre la risoluzione diffrattiva diminuisce. Esiste un’apertura ottimale che massimizza la qualità complessiva dell’immagine, ma questa apertura dipende dal soggetto, dal formato, dalla distanza di messa a fuoco, dal pixel pitch del sensore e dalla definizione stessa di qualità che si adotta.

In ottica fotografica, la curva di risoluzione in funzione del diaframma ha tipicamente una forma a campana asimmetrica. Alla massima apertura, le aberrazioni residue dell’obiettivo (coma, aberrazione sferica, astigmatismo off-axis) limitano la risoluzione reale al di sotto del limite diffrattivo teorico: le ottiche rendono normalmente il meglio qualche stop sotto la massima apertura. Scendendo da f/1,4 verso f/5,6 o f/8, le aberrazioni si correggono progressivamente grazie all’azione del diaframma, che elimina i raggi periferici più aberranti, e la risoluzione cresce. Superato il picco di risoluzione, che nella maggior parte delle ottiche moderne di qualità cade tra f/5,6 e f/11 a seconda della focale e del design, la diffrazione inizia a prevalere e la risoluzione cala progressivamente. Chiudere ulteriomente porta il disco di Airy a dimensioni sempre maggiori rispetto al pixel pitch, e la nitidezza degrada in modo inesorabile.

Il picco della curva tende a spostarsi verso aperture più aperte nei sistemi ad alta risoluzione. Su un sensore full frame da 61 MP, un obiettivo che su un corpo da 24 MP dava il meglio a f/8 potrebbe avere il suo punto ottimo a f/5,6 o anche f/4, perché il degrado diffrattivo inizia prima. Questo impone un ripensamento del modo in cui molti fotografi usano il diaframma: l’abitudine di chiudere sempre a f/11 o f/16 per avere più profondità di campo è giustificata su sensori con pixel pitch grande, ma produce risultati subottimali su corpi ad alta risoluzione.

Una quantità utile per navigare questo compromesso è il circolo di confusione, il diametro massimo che un punto sfuocato può avere per essere ancora percepito come un punto nella stampa finale. Il circolo di confusione è il collegamento tra la profondità di campo e la risoluzione: nella teoria classica, si stabilisce un circolo di confusione convenzionale (tipicamente 0,030 mm per il formato 35 mm, calcolato per una stampa 20×25 cm vista a 25 cm) e da esso si derivano le tabelle di profondità di campo. Ma se si usa un sensore da 61 MP per poi stampare a 80×120 cm, il circolo di confusione accettabile è molto più piccolo, e le tabelle di profondità di campo convenzionali sovrastimano sistematicamente la nitidezza del sistema. In queste condizioni, sia il fuori fuoco che la diffrazione si manifestano molto prima di quanto le tabelle classiche indicherebbero.

L’approccio più rigoroso al compromesso tra profondità di campo e diffrazione è il calcolo della profondità di campo diffrattiva, che tiene conto di entrambi i fattori simultaneamente. Alcuni software come DOFmaster e il più avanzato Depth of Field Calculator di Cambridge in Colour permettono di inserire il pixel pitch del sensore e la stampa finale per calcolare l’apertura ottimale che massimizza la nitidezza combinando il contributo diffrattivo e quello della profondità di campo. Il risultato sorprende spesso i fotografi abituati alle tabelle convenzionali: per un paesaggio con soggetti dal primo piano a dieci metri in poi, fotografato con un sensore da 45 MP e un grandangolo da 24 mm, l’apertura ottimale potrebbe essere f/8 anziché il f/16 che molti sceglierebbero istintivamente.

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Schema della diffrazione a due fenditure presentato da Thomas Young alla Royal Society nel 1803Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2468490

Diffrazione e lunghezza d’onda: il colore come variabile nascosta

Un aspetto della diffrazione fotografica che riceve poca attenzione nella letteratura divulgativa è la sua dipendenza dalla lunghezza d’onda. La formula del disco di Airy, r = 1,22 × λ × N, mostra chiaramente che la dimensione del disco di diffrazione dipende linearmente dalla lunghezza d’onda della luce. Questo significa che la luce rossa (λ ≈ 650 nm) produce un disco di diffrazione circa il 20% più grande di quello prodotto dalla luce blu (λ ≈ 450 nm), a parità di apertura. La luce verde, con il suo picco intorno a 555 nm, si posiziona nel mezzo ed è il valore convenzionalmente usato nei calcoli approssimati.

Le implicazioni pratiche di questa dipendenza cromatica sono sottili ma reali. Innanzitutto, la diffrazione produce una aberrazione cromatica di tipo diffrattivo, distinta dall’aberrazione cromatica delle lenti: poiché il rosso si diffratta più del blu, il disco di Airy di luce bianca ha una struttura cromatica, con un alone rossastro ai bordi del disco centrale e un orlatura blu verso l’esterno. Sulle stampe di grande formato con aperture molto chiuse, questo fenomeno può contribuire a un lieve viraggio verso il verde-ciano nelle zone di transizione, dove la luce rossa è più dispersa.

In secondo luogo, la dipendenza cromatica significa che la diffrazione intacca le lunghezze d’onda diverse in modo disomogeneo. Poiché il sistema visivo umano è più sensibile alla risoluzione spaziale nel canale verde, e poiché il verde ha una lunghezza d’onda intermedia, l’uso del verde come riferimento nei calcoli è una ragionevole approssimazione pratica. Tuttavia, nei sistemi di acquisizione con sensori a tre canali (bayeriani o a piena cattura come il Sigma Foveon), la diffrazione introduce una perdita di risoluzione cromatica differenziale tra canali: il canale rosso perde risoluzione prima del canale blu, il che può produrre, in fase di demosaicizzazione, artefatti colorimetrici nelle zone ad alto contrasto fotografate a piccole aperture.

L’ottica adattiva, nata in astronomia per correggere le distorsioni atmosferiche in tempo reale, ha sviluppato sistemi in grado di misurare e correggere anche la diffrazione residua degli specchi telescopici. Sebbene questi sistemi siano oggi confinati ai grandi osservatori astronomici e ad alcune applicazioni militari, la ricerca pubblicata su questo tema, accessibile attraverso la biblioteca digitale SPIE (Society of Photo-Optical Instrumentation Engineers), offre una trattazione fisica della diffrazione ottica di grande rigore, utile per chi voglia approfondire i fondamenti teorici oltre il livello divulgativo.

Aperture estreme nella pratica: macro, paesaggio, architettura

La diffrazione si manifesta con maggiore intensità in tre contesti fotografici specifici: la fotografia macro, dove il fotografo è tentato di chiudere il diaframma per recuperare la profondità di campo minuscola alle alte magnificazioni; la fotografia di paesaggio e architettura, dove si cerca la massima profondità di campo dall’orizzonte al primo piano; e le riprese su cavalletto in condizioni di bassa luce, dove il tempo di posa è già lungo e il diaframma chiuso è usato per controllare l’esposizione senza neutralizzare la densità di filtro ND.

In fotografia macro, il problema è particolarmente acuto perché a rapporti di riproduzione elevati (1:1 e oltre) si verifica la perdita di luce per estensione: il numero f/ effettivo aumenta rispetto a quello nominale inciso sull’obiettivo, secondo la formula f/eff = f/nom × (1 + M), dove M è il rapporto di magnificazione. A rapporto 1:1, un obiettivo impostato a f/11 lavora effettivamente a f/22, con il doppio del raggio del disco di Airy rispetto a quanto indicato sul corpo dell’obiettivo. Questo spiega perché molti fotografi macro esperti preferiscono acquisire sequenze di immagini a piccoli spostamenti di messa a fuoco (focus stacking) piuttosto che chiudere il diaframma: il focus stacking permette di ottenere profondità di campo arbitrariamente grande senza sacrificare la risoluzione diffrattiva, combinando frame scattati alla massima apertura di lavoro dell’obiettivo. Software come Helicon Focus e Adobe Photoshop (funzione Impila e Auto-allinea livelli) automatizzano questo processo con risultati eccellenti.

In fotografia di paesaggio, il compromesso tra profondità di campo e diffrazione ha generato una pratica specifica: il calcolo della distanza iperforale. La distanza iperforale è la distanza di messa a fuoco minima alla quale tutti i soggetti dall’infinito fino a metà di quella distanza appaiono accettabilmente nitidi, per un dato diaframma e un dato circolo di confusione. Mettendo a fuoco alla distanza iperforale, si massimizza la profondità di campo senza dover chiudere il diaframma più del necessario. Negli anni del digitale ad alta risoluzione, il calcolo della distanza iperforale è diventato più restrittivo di quanto le tabelle cartacee dell’era analogica suggerissero, perché il circolo di confusione accettabile si è ridotto proporzionalmente alla maggiore densità di pixel. Un fotografo di paesaggio che usa ancora le tabelle di profondità di campo stampate sul retro della sua borsa fotografica rischia di accettare come nitido ciò che sul sensore da 45 MP apparirà sfumato alla stampa in grande formato.

Nella fotografia di architettura su cavalletto, dove i tempi di posa possono estendersi a diversi secondi con filtri ND, la tentazione di usare aperture molto chiuse come f/16 o f/22 per gestire l’esposizione senza aumentare eccessivamente l’ISO è forte. La soluzione professionale in questi casi prevede l’uso di filtri ND più densi (da 6 a 10 stop) per mantenere il diaframma in zona ottimale di f/5,6-f/8, piuttosto che sacrificare la risoluzione diffrattiva. I filtri ND di alta qualità ottica come quelli B+W o Lee Filters consentono di estendere i tempi di posa senza introdurre dominanti cromatiche o perdita di nitidezza aggiuntive rispetto all’ottica nuda.

Misurare la diffrazione: MTF, linee per millimetro e verifica pratica sul campo

La risoluzione di un sistema ottico-sensore può essere misurata attraverso la funzione di trasferimento della modulazione (MTF, Modulation Transfer Function), che descrive la capacità del sistema di trasferire il contrasto di una struttura a bande di frequenza crescente dall’oggetto all’immagine. Un sistema perfetto trasferisce il 100% del contrasto a tutte le frequenze spaziali; un sistema reale vede il contrasto degradare progressivamente all’aumentare della frequenza spaziale, fino ad azzerarsi alla frequenza di taglio.

La diffrazione abbassa la frequenza di taglio del sistema e deprime la curva MTF alle frequenze medie e alte. I grafici MTF pubblicati dai produttori di obiettivi, come quelli disponibili nella sezione tecnica del sito Zeiss o nelle misurazioni indipendenti di laboratori come Imatest, mostrano tipicamente le curve a massima apertura e a f/8, ma raramente includono misurazioni a f/16 o f/22 dove la diffrazione è già dominante. I test pubblicati da siti specializzati come DPReview e Lens-Rentals offrono talvolta misurazioni MTF complete attraverso tutta la gamma di diaframmi, permettendo di identificare visivamente il punto di inflessione della curva che segna la transizione dal regime governato dalle aberrazioni al regime governato dalla diffrazione.

Per una verifica pratica sul campo, il metodo più diretto è fotografare un soggetto ad alto contrasto con trama fine (una parete di mattoni, una griglia metallica, un giornale appeso verticalmente) con la fotocamera su cavalletto e messa a fuoco precisa tramite Live View ingrandito, scattando una serie di immagini a ogni stop di diaframma dalla massima apertura alla minima. L’esame dei file al 100% su monitor calibrato rivela con chiarezza il punto in cui la risoluzione inizia a degradare: i bordi delle scritte, i giunti dei mattoni, i dettagli fini diventano progressivamente meno definiti non per fuoco errato ma per sfumatura uniforme su tutta l’immagine. Questa procedura, eseguita una volta per ogni obiettivo chiave del proprio parco ottiche, costruisce una conoscenza pratica e specifica del comportamento diffrattivo del proprio sistema, che nessuna tabella teorica può sostituire completamente.

Alcuni software di sviluppo RAW incorporano strumenti specifici per la correzione parziale della diffrazione. DxO PhotoLab include il modulo DxO PRIME e successivamente DeepPRIME, che combina riduzione del rumore e recupero della nitidezza basato su una caratterizzazione specifica dell’obiettivo e del corpo macchina. Il modulo Lens Sharpness di DxO applica una deconvoluzione che tenta di invertire matematicamente la funzione di sfumatura diffrattiva misurata per quella specifica combinazione di obiettivo, corpo e diaframma. I risultati sono spesso significativamente migliori di un semplice sharpening non guidato, soprattutto per il micromosso leggero e la diffrazione moderata, ma rimangono comunque un’approssimazione: le informazioni ad alta frequenza spaziale azzerate dalla diffrazione non possono essere ricostruite, solo stimate.

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