Raoul Ubac, nato Rudolf Gustav Maria Ubach a Malmedy il 31 agosto 1910, e morto a Dieudonné, in Francia, il 24 marzo 1985, è stato un fotografo e artista belga, attivo soprattutto in Francia, legato profondamente al movimento surrealista. La sua figura si colloca in una zona di confine tra fotografia sperimentale e arti plastiche, con una produzione che attraversa gli anni trenta fino al secondo dopoguerra, quando si dedica maggiormente alla pittura e alla scultura.
Ubac cresce in un contesto di confine geografico e culturale, in una regione allora parte della Germania, poi assegnata al Belgio dopo la Prima guerra mondiale. Questa condizione liminale segnerà tutta la sua produzione artistica, spesso giocata tra dualità, contrasti e ambiguità. Dopo studi a Malmedy e brevi esperienze scolastiche in Germania, Ubac si trasferisce a Parigi negli anni trenta, città in cui entrerà in contatto con i circoli d’avanguardia surrealista.
Dal punto di vista tecnico, Ubac è noto per le sue ricerche sulle tecniche fotografiche non convenzionali, in particolare la brûlage, una pratica che consiste nel sottoporre i negativi fotografici a bruciature controllate durante lo sviluppo. Questa metodologia, insieme a sperimentazioni con collage, fotomontaggi, solarizzazioni e sovraesposizioni, gli consente di creare immagini disturbanti e perturbanti, profondamente legate all’immaginario onirico e inconscio del surrealismo.
La carriera di Ubac si svolge in due grandi fasi: una prima, negli anni trenta e quaranta, caratterizzata da un’intensa attività fotografica e da un ruolo centrale nella rivista Minotaure e nel gruppo surrealista; e una seconda, dal dopoguerra in poi, in cui la fotografia lascia il posto a una produzione pittorica e scultorea, pur mantenendo l’impronta di una ricerca materica e simbolica che affonda le radici nella sua formazione fotografica.
L’ingresso nei circoli surrealisti di Parigi
L’arrivo a Parigi nel 1930 rappresenta per Ubac una svolta decisiva. La capitale francese era allora il cuore pulsante dell’avanguardia, luogo in cui convivevano surrealisti, dadaisti, costruttivisti e futuristi. Ubac frequenta inizialmente l’Académie de la Grande Chaumière, interessandosi alla pittura, ma presto la sua attenzione si sposta verso la fotografia, mezzo che percepisce come più immediato e fertile per sperimentazioni tecniche.
È proprio attraverso la fotografia che entra in contatto con figure come André Breton, Paul Éluard e Man Ray, integrandosi nel gruppo surrealista. Collabora alla rivista Minotaure, pubblicazione di riferimento per il surrealismo, per la quale realizza immagini di grande forza evocativa, spesso improntate a un linguaggio onirico, ambiguo e inquietante.
Sul piano tecnico, l’adesione al surrealismo si traduce per Ubac in un rifiuto della fotografia documentaria o naturalistica, a favore di una fotografia manipolata, che si propone di sovvertire la realtà visibile. Utilizza solarizzazioni derivate dalle esperienze di Man Ray, ma sviluppa anche procedimenti propri come la già citata brûlage, in cui la superficie della stampa o del negativo viene alterata attraverso il calore, producendo effetti di fusione, deformazione e metamorfosi.
Uno degli aspetti centrali della sua produzione in questo periodo è la riflessione sulla fisicità del corpo. Le sue immagini rappresentano spesso corpi femminili deformati, smembrati o trasformati da procedimenti tecnici che li rendono quasi materici. In queste composizioni si ritrova la cifra surrealista dell’inquietante perturbante (Unheimlich), un elemento di attrazione e repulsione che rende l’immagine ambivalente.
Ubac non si limita a un ruolo marginale: negli anni trenta è considerato un esponente di punta della fotografia surrealista, tanto da diventare una delle voci più originali accanto a Man Ray e Maurice Tabard. La sua adesione al gruppo non è mai semplicemente illustrativa, ma si traduce in un’interpretazione tecnica e personale dei principi surrealisti.
Le sperimentazioni tecniche: dal brûlage al collage fotografico
Il cuore della ricerca fotografica di Raoul Ubac risiede nelle tecniche sperimentali che egli sviluppa e perfeziona negli anni trenta. La più celebre è certamente il brûlage, che consisteva nell’applicare una fonte di calore — spesso una fiamma o una resistenza elettrica — ai negativi fotografici durante la fase di sviluppo o stampa. Questo intervento fisico e diretto sulla pellicola produceva deformazioni, striature, aree annerite o sciolte, generando immagini dove la figura originaria risultava metamorfizzata in forme nuove, spesso organiche, a metà tra carne e paesaggio.
Questa tecnica può essere considerata una sorta di pittura con il fuoco sulla pellicola, che inserisce nella fotografia un elemento di irripetibilità e casualità. Ogni brûlage è unico, poiché l’azione del calore non può essere controllata con precisione assoluta. Ubac introduce così un grado di imprevedibilità che dialoga con l’automatismo psichico teorizzato dal surrealismo.
Parallelamente, Ubac utilizza il collage fotografico, sovrapponendo più immagini, tagliando e ricomponendo elementi figurativi per creare associazioni inattese. A differenza dei collage dadaisti, quelli di Ubac hanno una forte valenza onirica e si avvicinano alla logica del sogno, in cui frammenti di realtà si fondono in un’unica scena paradossale.
Un altro procedimento che adotta è la solarizzazione, già sperimentata da Man Ray e Lee Miller. Consiste nell’esporre brevemente il negativo o la stampa alla luce durante lo sviluppo, generando un’inversione parziale dei toni. Ubac utilizza questa tecnica per accentuare l’ambiguità delle figure, rendendo i contorni incerti e dando vita a immagini che oscillano tra positivo e negativo.
La dimensione tecnica è per lui inseparabile da quella concettuale: non adotta la manipolazione come semplice ornamento, ma come mezzo per tradurre visivamente concetti legati al sogno, al corpo, alla metamorfosi. La fotografia diventa un luogo di trasformazione materiale, dove l’immagine originaria è sottoposta a processi fisici che la dissolvono, la deformano e la rigenerano.
Queste sperimentazioni collocano Ubac tra i grandi innovatori della fotografia del Novecento. Se Tabard esplora le potenzialità del fotomontaggio e Man Ray quelle della solarizzazione, Ubac porta avanti una ricerca radicale sul supporto stesso della pellicola, avvicinandosi quasi a un approccio “scultoreo” all’immagine fotografica.
Le opere principali e la produzione fotografica
Tra le opere più celebri di Raoul Ubac vi è il ciclo dei Brûlages, realizzati negli anni trenta e presentati su Minotaure. In queste immagini il corpo umano, spesso quello femminile, appare come consumato, eroso, quasi pietrificato, in una metamorfosi che lo rende ambiguo, al confine tra carne e roccia. L’effetto è quello di una fossilizzazione, che trasforma il corpo in un reperto archeologico dell’inconscio.
Un altro lavoro di grande rilievo è La Nébuleuse, dove il procedimento di bruciatura del negativo produce un’immagine che ricorda fenomeni cosmici, con vortici e bagliori che dissolvono la figura originaria. Quest’opera esemplifica la volontà di Ubac di superare i limiti della rappresentazione fotografica per avvicinarsi a una dimensione cosmica e universale.
Il tema del corpo frammentato ritorna anche nei suoi collages fotografici, in cui arti, volti e torsioni vengono assemblati in combinazioni innaturali. Opere come Combat des Penthésilées testimoniano il suo interesse per una rappresentazione mitica e arcaica, in cui la figura femminile diventa insieme vittima e forza primordiale.
Durante la guerra, la produzione fotografica di Ubac si interrompe in parte, ma negli anni immediatamente successivi egli continua a sperimentare. Tuttavia, già dagli anni quaranta si percepisce una progressiva distanza dalla fotografia come mezzo privilegiato, e un avvicinamento alla pittura e alla scultura. Ciò non toglie che le opere fotografiche degli anni trenta restino il cuore della sua fama e il nucleo più innovativo della sua ricerca.
La fortuna critica di queste opere è cresciuta nel tempo, tanto che oggi i Brûlages sono considerati capolavori assoluti della fotografia surrealista, esposti nei maggiori musei del mondo, dal Centre Pompidou al MoMA di New York.
Dal dopoguerra alla pittura e alla scultura
Dopo il 1945, Ubac si allontana progressivamente dalla fotografia, scegliendo di dedicarsi alla pittura e alla scultura. Questa scelta è coerente con un percorso che lo aveva sempre visto oscillare tra tecniche diverse. La pittura di Ubac si caratterizza per un forte interesse verso la matericità, con superfici dense, quasi scabre, che rimandano alla fisicità delle sue prime sperimentazioni fotografiche.
La scultura diventa un altro ambito fondamentale: Ubac realizza bassorilievi e opere in pietra, spesso ispirate a figure arcaiche e mitologiche. L’attenzione al corpo, alla metamorfosi e al rapporto tra forma e materia resta centrale, ma si traduce in linguaggi plastici più diretti.
Pur dedicandosi meno alla fotografia, Ubac non rinnega mai il suo passato surrealista, e anzi riconosce come le sperimentazioni degli anni trenta abbiano costituito una base imprescindibile per la sua arte successiva. Le bruciature dei negativi trovano un parallelo nelle superfici consumate delle tele e delle pietre, mentre i collage fotografici prefigurano la sua predilezione per l’assemblaggio di forme e materiali.
Negli ultimi decenni di vita, Ubac riceve importanti riconoscimenti, e le sue opere vengono esposte in retrospettive internazionali che ne consacrano la statura. Muore a Dieudonné nel 1985, lasciando un corpus artistico complesso e variegato, che unisce fotografia, pittura e scultura.

Mi chiamo Marco Americi, ho circa 45 anni e da sempre coltivo una profonda passione per la fotografia, intesa non solo come mezzo espressivo ma anche come testimonianza storica e culturale. Nel corso degli anni ho studiato e collezionato fotocamere, riviste, stampe e documenti, sviluppando un forte interesse per tutto ciò che riguarda l’evoluzione tecnica e stilistica della fotografia. Amo scavare nel passato per riportare alla luce autori, correnti e apparecchiature spesso dimenticate, convinto che ogni dettaglio, anche il più piccolo, contribuisca a comporre il grande mosaico della storia dell’immagine. Su storiadellafotografia.com condivido ricerche, approfondimenti e riflessioni, con l’obiettivo di trasmettere il valore documentale e umano della fotografia a un pubblico curioso e appassionato, come me.