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La storia delle fotocamere a telemetro giapponesi

La storia delle fotocamere a telemetro giapponesi si colloca in un momento cruciale della fotografia mondiale, quando il Giappone, a partire dagli anni Trenta del Novecento, iniziò ad affacciarsi con decisione sul mercato internazionale. Il telemetro, già ampiamente adottato dalle case tedesche come Leica e Contax, rappresentava in quel periodo la massima espressione della fotografia compatta e ad alte prestazioni. Il funzionamento di questo sistema, basato sulla misurazione della distanza tramite sovrapposizione ottica di due immagini, consentiva una messa a fuoco precisa e rapida, aspetto essenziale per il reportage e la fotografia documentaria.

Il contesto giapponese degli anni Trenta era ancora legato a una produzione artigianale di apparecchi fotografici, spesso ispirati ai modelli occidentali. La Seiki Kogaku Kenkyusho, fondata nel 1933 da Goro Yoshida e Saburo Uchida, rappresentò uno dei primi tentativi di realizzare una fotocamera a telemetro totalmente giapponese. Da questa azienda nacque la Kwanon, prototipo che anticipava la futura Canon Hansa del 1936, la prima fotocamera giapponese a telemetro a essere prodotta in serie. Il sistema di telemetro, in questo modello, era accoppiato al mirino e basato su un disegno meccanico che ricordava da vicino le Leica, pur introducendo soluzioni di fabbricazione più semplici, atte a ridurre i costi.

Parallelamente, altre aziende come la Nippon Kogaku K.K. (che diventerà Nikon) contribuirono in modo determinante alla diffusione del telemetro in Giappone, soprattutto fornendo ottiche di alta qualità compatibili con i corpi macchina prodotti da Canon. Il rapporto simbiotico tra produttore di corpi e produttore di ottiche rappresentò una peculiarità del panorama giapponese degli anni Trenta e Quaranta, dove non esisteva ancora una piena integrazione verticale come in Germania.

Dal punto di vista tecnico, le prime fotocamere a telemetro giapponesi utilizzavano otturatori a tendina in tessuto gommato, simili a quelli Leica, con tempi che arrivavano a 1/500 di secondo. Le ottiche erano spesso derivate da formule classiche come il Tessar e il Sonnar, ma già nei primi anni Quaranta vennero sviluppati progetti originali come il Nikkor 5cm f/2, che mostrava prestazioni ottiche di livello internazionale.

Durante la Seconda guerra mondiale, la produzione rallentò drasticamente, ma allo stesso tempo la conoscenza tecnologica si ampliò, soprattutto grazie alle forniture ottiche per l’esercito. Questo know-how sarà la base della straordinaria crescita del dopoguerra, quando il Giappone riuscirà non solo a colmare il divario con l’Europa, ma a superarla in alcuni ambiti tecnici fondamentali.

L’espansione del dopoguerra e il ruolo di Canon e Nikon

Il periodo successivo al 1945 vide un’esplosione della produzione di telemetro giapponesi, favorita dal contesto della ricostruzione economica e dalla domanda proveniente sia dal mercato interno sia, soprattutto, da quello internazionale. Il ruolo delle forze di occupazione americane fu determinante: molti soldati tornarono negli Stati Uniti con fotocamere giapponesi, contribuendo a diffonderne la reputazione di strumenti economici ma di alta qualità.

Canon consolidò la sua posizione come produttore di corpi a telemetro, mentre Nippon Kogaku (Nikon) divenne rapidamente celebre per la qualità delle sue ottiche. L’incontro tra queste due realtà generò un ecosistema competitivo che accelerò enormemente lo sviluppo tecnico. La Canon II (1946) rappresentò un passo avanti rispetto alla Hansa, introducendo un mirino combinato e un telemetro più preciso, con ingrandimento variabile. Il corpo macchina manteneva un design compatto, con baionetta a vite 39 mm (Leica thread mount, LTM), che permetteva di utilizzare sia ottiche giapponesi sia ottiche tedesche.

Nikon, invece, fece il suo ingresso diretto nel mercato dei telemetro nel 1948 con la Nikon I, ispirata alla Contax ma con attacco a baionetta modificato, il cosiddetto Nikon S-mount. Questo sistema era tecnicamente superiore a quello Leica, grazie a un telemetro a base lunga, capace di garantire maggiore precisione nella messa a fuoco, soprattutto con le ottiche luminose. L’adozione del formato 24×32 mm (anziché il 24×36) si rivelò un limite iniziale, ma fu corretta con la Nikon M (1949) e la Nikon S (1951), che introdussero un formato standard e migliorie ergonomiche.

Dal punto di vista tecnico, le fotocamere a telemetro giapponesi di questo periodo si caratterizzavano per alcune innovazioni significative. In primo luogo, il mirino a telemetro accoppiato divenne progressivamente più sofisticato, con correzione automatica della parallasse e linee di inquadratura per diverse focali. Inoltre, l’affidabilità degli otturatori a tendina orizzontale fu incrementata mediante l’utilizzo di nuovi materiali e processi di fabbricazione più precisi, riducendo la variazione dei tempi effettivi di scatto.

L’elemento che sancì la consacrazione internazionale dei telemetro giapponesi fu la guerra di Corea (1950-1953). I fotoreporter americani, tra cui David Douglas Duncan, adottarono con entusiasmo le fotocamere Nikon abbinate agli obiettivi Nikkor, ritenuti più nitidi e resistenti dei corrispettivi tedeschi. Questo episodio segnò il punto di svolta: da quel momento il Giappone non fu più considerato un semplice imitatore, ma un innovatore di primo piano.

Innovazioni tecniche e differenze con i modelli europei

Le fotocamere a telemetro giapponesi introdussero una serie di soluzioni tecniche che le differenziavano dalle concorrenti tedesche. Sebbene la base di partenza fosse rappresentata dai modelli Leica e Contax, i produttori giapponesi dimostrarono una notevole capacità di adattamento e miglioramento.

Uno degli aspetti più rilevanti fu l’evoluzione del mirino multifocale. Mentre Leica richiedeva il ricorso a mirini esterni per focali diverse dal 50 mm, Canon sviluppò fin dagli anni Cinquanta sistemi di mirino con cornici intercambiabili o selezionabili tramite leva. Questo rese le fotocamere più versatili e intuitive, riducendo la necessità di accessori. Nikon, dal canto suo, puntò sulla precisione assoluta del telemetro a base lunga, che raggiungeva i 73 mm effettivi sul modello Nikon SP (1957), consentendo una messa a fuoco estremamente accurata anche con il 50 mm f/1.1, una delle ottiche più luminose mai prodotte.

Sul fronte degli otturatori, la scelta giapponese rimase legata a quelli a tendina orizzontale fino alla comparsa delle reflex, ma con significative migliorie. Canon, ad esempio, introdusse un sistema di controllo dei tempi più preciso, con intervalli che arrivavano a 1/1000 di secondo già negli anni Cinquanta. Nikon lavorò invece sull’affidabilità meccanica, riducendo i guasti dovuti all’usura e migliorando la resistenza al freddo, qualità essenziale per i fotografi di guerra e di reportage.

Dal punto di vista delle ottiche, i produttori giapponesi riuscirono a introdurre formule originali che si affiancarono a quelle tradizionali. Il Nikkor-P 8.5 cm f/2 divenne celebre per la sua nitidezza e resa cromatica, mentre il Canon 50 mm f/1.2 mostrava la capacità di spingersi verso aperture estreme, anticipate solo dai Sonnar tedeschi. L’uso di trattamenti antiriflesso più avanzati, sviluppati durante la guerra, costituì un vantaggio competitivo evidente, riducendo il flare e aumentando il contrasto delle immagini.

Un altro elemento distintivo fu la maggiore attenzione all’ergonomia. Le fotocamere a telemetro giapponesi tendevano a essere più compatte e leggere delle concorrenti europee, con soluzioni come la leva di carica rapida (in sostituzione della manopola), introdotta su larga scala prima ancora che Leica ne facesse uso. Questo rese l’esperienza d’uso più fluida e rapida, un fattore cruciale per i fotografi professionisti.

In definitiva, pur partendo da un’imitazione dei modelli tedeschi, le aziende giapponesi riuscirono a proporre prodotti che non solo eguagliavano, ma in diversi casi superavano le prestazioni delle fotocamere a telemetro europee. Il risultato fu una crescente preferenza da parte dei fotografi internazionali, che vedevano nei modelli giapponesi strumenti affidabili, innovativi e competitivi sul piano economico.

Il declino del telemetro e la transizione verso le reflex

Nonostante il grande successo degli anni Cinquanta, le fotocamere a telemetro giapponesi iniziarono a mostrare i primi segni di declino con l’avvento delle SLR (Single Lens Reflex). Già nella seconda metà degli anni Cinquanta, Nikon comprese la direzione del mercato e abbandonò progressivamente la produzione di telemetro per concentrarsi sulla reflex, culminando nel 1959 con la celebre Nikon F, destinata a rivoluzionare la fotografia professionale.

Canon proseguì ancora per alcuni anni la produzione di telemetro, con modelli come la Canon P (1959) e la Canon 7 (1961), quest’ultima dotata di attacco LTM ma anche predisposizione per ottiche a innesto rapido. La Canon 7 si distinse soprattutto per l’integrazione di un esposimetro al selenio, successivamente sostituito da quello al CdS, segnando un passo importante verso l’automazione dell’esposizione.

Il limite principale dei telemetro rispetto alle reflex era legato all’impossibilità di utilizzare in maniera efficace ottiche molto lunghe o con ingrandimenti macro. Le reflex, grazie al mirino a pentaprisma, permettevano una visione diretta attraverso l’obiettivo (TTL), eliminando il problema della parallasse e rendendo l’esperienza di inquadratura più fedele. L’introduzione di mirini intercambiabili, esposimetri integrati e sistemi modulabili rese le SLR strumenti più flessibili e completi per i professionisti.

Nonostante ciò, le fotocamere a telemetro giapponesi mantennero una certa vitalità anche negli anni Sessanta, soprattutto tra i fotoamatori e i reporter che ne apprezzavano la compattezza e la silenziosità. Alcuni modelli, come la Canon 7sZ (1967), rappresentarono l’apice tecnologico del telemetro giapponese, con soluzioni ottiche di eccellenza come il Canon 50 mm f/0.95, una delle lenti più luminose mai realizzate. Tuttavia, il destino era ormai segnato: la diffusione delle reflex, con il supporto di una produzione industriale in rapida crescita, relegò le fotocamere a telemetro a un ruolo marginale.

Il progressivo spostamento delle aziende giapponesi verso le reflex non cancellò il valore tecnico dei telemetro, che rimasero strumenti iconici e testimoni di un’epoca in cui il Giappone conquistò la leadership mondiale nel settore fotografico. La loro storia rappresenta un passaggio fondamentale, in cui la tradizione europea cedette il passo all’innovazione giapponese.

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